Anglotedesco

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martedì 22 gennaio 2019

Nel 2018 la Germania ha rispedito in Italia tremila richiedenti asilo

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Circa 3000 richiedenti asilo rispediti in Italia dalla Germania nel 2018. Il numero si evince dal rapporto del ministero dell'Interno tedesco pubblicato ieri dal quotidiano di Monaco di Baviera, la Süddeutsche Zeitung. Secondo i dati, forniti dal ministero su interrogazione della deputata del Bundestag della sinistra (Die Linke) Ulla Jelpke, lo scorso anno, tra gennaio e la fine di novembre, sono stati mandati via dalla Germania in Paesi della Ue 8658 richiedenti asilo. Uno su tre in Italia.I trasferimenti forzati sono avvenuti secondo i criteri del regolamento Dublino III, entrato in vigore il primo gennaio 2014, che prevede che a prendersi carico della procedura di espletamento della richiesta d'asilo debba essere il primo Stato membro d'ingresso sul territorio europeo del rifugiato, che ne opera la registrazione attraverso le impronte digitali e la foto di segnalazione. Il numero delle deportazioni effettive dal territorio tedesco ad altri Paesi Ue nel 2018 supera quello del 2017, quando 7107 persone furono trasferite. La percentuale dei rientri forzati in altri Paesi europei portati a compimento dalla Germania ha così raggiunto nel 2018 il 24,5%, in crescita sul 15,1 % dell'anno precedente. Secondo il quotidiano bavarese nei primi 11 mesi dell'anno scorso la Germania ha inoltrato agli stati firmatari del Dublino III 51.558 richieste di rimpatrio, di queste ne sono state accettate 35.375. L'Italia è risultata la prima destinazione per la deportazione dei richiedenti asilo. L'Ungheria non ne ha ricevuto nessuno. La Grecia ha rifiutato ha accettate solo 5 richieste. Ma per il ministero degli Interni tedesco le motivazioni addotte da Atene per i rifiuti sono «prevalentemente infondate». Nell'ambito di una politica volta a contenere l'afflusso di rifugiati in Germania e per migliorare la gestione delle pratiche da parte dell'Ufficio di Migrazione Federale, l'estate scorsa Horst Seehofer, il ministro dell'Interno del governo Merkel, cercò di mettere il piede sull'acceleratore sui rientri forzati di richiedenti asilo. La vicenda che lo vide a muso duro contro Angela Merkel arrivò quasi a spaccare il governo tedesco. In ottobre Repubblica scrisse di un aumento dei rientri forzati dalla Germania degli immigrati con primo ingresso in Italia che avevano varcato il confine tedesco illegalmente. Notizia smentita da Salvini: «Se qualcuno, a Berlino o a Bruxelles, pensa di scaricare in Italia decine di immigrati con dei voli charter non autorizzati, sappia che non c'è e non ci sarà nessun aeroporto disponibile». Smentita supportata dal ministero degli Interni tedesco che allora dichiarò: «Nei prossimi giorni non è pianificato alcun volo per rimpatri in Italia». Forse non in quei giorni, ma nel 2018 il numero di migranti rispediti in Italia è di fatto aumentato.

lunedì 21 gennaio 2019

ROMANO PRODI:«Bisognerà battersi per l'Europa, anche contro l'idea di Europa dei sovranisti e dei populisti

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Le prossime elezioni europee contano come il due di coppe.I parlamentari,come si sa, sono messi li per fare le belle statuine e sopratutto a far credere che il popolo conta qualcosa avendoli votati.In realtà le decisioni le prendono i capi di Stato senza ascoltare nessuno.
Come il solito il professor Prodi chiede più Europa per contrastare Usa e Cina.Come se l'Europa negli ultimi 10 anni avesse risolto i problemi delle disuguaglianze.

l'intervista Fabio MartiniNella sua casa di Bologna Romano Prodi, sempre reduce da un qualche viaggio in giro per il mondo, è appena rientrato dalla Macedonia, una delle frontiere del nazionalismo europeo, dove i macedoni sono pronti ad autodefinirsi "del Nord", pur di chiudere il contenzioso con la Grecia e il Professore commenta: «Lì sono ventisette anni, che litigano sul nome, ventisette anni! Finalmente nelle prossime ore sapremo se Atene aderirà o meno: ecco un'altra vicenda che ti fa capire il senso del tempo perso dall'Europa, attardata troppo spesso nel guardare indietro a drammi di secoli, anziché avanti. Questa è stata la rovina dell'Europa, che si è fatta quando si è guardato avanti».

Lei ha proposto che il 21 marzo si espongano dalle finestre e nelle piazze le bandiere europee, in una sorta di primavera europeista: una proposta rivolta al suo schieramento, ai progressisti?

 «Davanti a Stati Uniti e Cina, non avremo un futuro, se non staremo assieme. Quella della bandiera non è un'idea partigiana ma è chiamare a raccolta tutti coloro che condividono l'idea di rilanciare un destino comune, chiudendo col passato e preparando il futuro. Una chiamata al centro-sinistra ma anche al campo che era a me avverso: anche nel centro-destra ci sono europeisti. Con loro restano idee diverse sull'Europa sociale e su tanti aspetti, ma non si possono avere idee diverse sulla necessità di un'Europa che torni protagonista».

 Non teme equivoci politici in questo comune sventolio di bandiere stellate? 

«Guai se non troviamo almeno un momento di unità simbolica. Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha aderito all'idea della bandiera, mentre Carlo Calenda si sta spendendo per un progetto elettorale per l'Europa. E più in generale ci sono momenti nei quali una scelta sbagliata può avviare un processo che poi diventa irreversibile. Le prossime elezioni Europee sono destinate a richiamare quelle del 1948 in Italia: chiamano in causa il nostro destino. E ancor prima che essere anti-sovranisti e anti-populisti, dobbiamo essere per l'Europa»

. La vera partita in gioco? 

«Siamo dentro una globalizzazione che ci stringe. A questo punto il nostro destino di europei somiglia a quello degli Stati italiani nel Rinascimento: se non ci mettiamo assieme scompariamo dalla carta geografica».
«Bisognerà battersi per l'Europa, anche contro l'idea di Europa dei sovranisti e dei populisti, perché loro non aiuteranno mai a risolvere neppure i problemi che loro stessi denunciano. Prendiamo la questione dei migranti. Il sovranismo non permetterà mai, mai, mai un minimo di accordo. Quella dell'"aiutiamoli a casa loro" è una balla assoluta. Non sono in grado e non vogliono attivare nessun piano organizzato, magari con Cina e Stati Uniti. Servono volontà e forti risorse: non c'è nulla di tutto questo».

 Usa e Russia scommettono sulle elezioni Europee per dare un colpo all'Europa?

 «Negli ultimi 20 anni l'Europa era stata vista come una speranza da entrambi. La famiglia Bush era legata per tradizione all'Europa, Clinton vi ha studiato. Per Obama era un punto qualsiasi nel mondo, mentre per Trump è un elemento di concorrenza. Stessa evoluzione per Putin. Certo l'attesa delle due potenze per l'indebolimento dell'Europa è forte».

In queste ore sta diventando chiara una inconfessabile strategia della deterrenza rivolta ai migranti: non facciamo entrare nessuno e comunque sappiate che rischiate la pelle avvicinandovi alle coste italiane. Una strategia che non consente eccezioni, altrimenti viene meno la dottrina "pedagogica"? 

«Siamo davanti ad un'assurda crudeltà. Crudeltà perché non si è mai vista tanta indifferenza. Non c'è il senso della vita, della vita umana. Una coalizione per l'indifferenza. Un atteggiamento del quale non si vede la fine e l'unica possibilità di uscirne sembra essere un sussulto. Un risveglio dell'anima umana. È assurdo: tutti si sono rifugiati nelle distinzioni giuridiche, differenziando i rifugiati da quelli che muoiono di fame o da quelli che vengono picchiati o seviziati. E quanto alla deterrenza, non sappiamo quello che i trafficanti dicono ai migranti nel momento nel quale li imbarcano».

 Gommoni e barconi alla deriva in pieno inverno raccontano di un caos libico sempre più incontrollabile. Nel dopo-Gheddafi si sarebbero potute governare meglio le rivalità tra tribù e quanto pesano oggi le furbizie dei Paesi occidentali? 

«In Libia c'è una guerra folle che dura oramai da lungo tempo, quasi due anni in più rispetto alla seconda guerra mondiale. Ancora una volta le divisioni europee stanno pesando: ognuno fa i suoi giochini. Fornendo appoggio a questa o a quella fazione. Promuovendo inutili Conferenze internazionali. Continuando il gioco delle influenze. Il tutto fatto con intelligenza, con le arti della diplomazia, ma senza il respiro di un dialogo globale»

. In vista delle elezioni Europee Paolo Gentiloni e Carlo Calenda caldeggiano una Lista unitaria: la convince l'idea?

 «Non ho l'ambizione di proporre un Ulivo europeo, anche perché sopra le Alpi gli ulivi non nascono! I partiti si disporranno anche basandosi sulla soglia di sbarramento al 4%. Ma questa vicenda mi appare un fatto secondario rispetto ai drammi di cui abbiamo parlato, al destino storico che si aspetta»

INTERVISTA DI FABIO MARTINI

domenica 20 gennaio 2019

LA PAGLIACCIATA REDDITO DI CITTADINANZA.Centri per l’impiego, i nuovi assunti non prima di agosto

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Che pagliacciata che è il reddito di cittadinanza, e non smetto di ridere quando vedo milioni di persone che pensano che sia una misura miracolosa.Capisco che negli ultimi 30-40 anni è stato fatto un lavoro straordinario per plagiare le persone ma ogni tanto ricordatevi che avete un cervello e sforzatevi di usarlo.
Già il fatto che uno è obbligato a spendere i 780 euro come lo decidono gli altri è dittatura e poi figuriamoci se la Guardia di finanza con tutti i grossi evasori che ci sono perde tempo a controllare che 5 milioni di persone rispettino questa cretinata.
La gente deve frequentare corsi di formazione.Certo, ci sono le strutture sufficienti per formare tutti i disoccupati? Sopratutto al Sud?E poi.Non hanno mai specificato che corsi saranno, cosa si insegnerà.Non era meglio spendere quei soldi per evitare la chiusura di molte aziende?
Di Maio cercava i voti e c'è riuscito.Guarda caso la regione che più usufruirà del reddito di cittadinanza sarà la Campania...la sua....


Per la presa in carico dei disoccupati beneficiari del reddito di cittadinanza a fine maggio nei centri per l’impiego, ci sarà lo stesso numero di dipendenti attuali (8mila, già largamente deficitario). Le 4mila assunzioni da parte delle Regioni, secondo previsioni assai ottimistiche, arriveranno solo a partire da agosto, mentre per i 6mila “navigator” di Anpal servizi le procedure di ingresso e di formazione non si completeranno prima dell’autunno. Il ritardo sulla tabella di marcia preoccupa molto le regioni che domani pomeriggio incontreranno il vicepremier Luigi Di Maio per ragionare sui nodi da sciogliere.
Secondo il timing del Dl che istituisce il reddito di cittadinanza – definito ieri dal premier Giuseppe Conte come «una misura strategica di rilancio del Sud» – il 27 aprile il sussidio verrà erogato ai richiedenti in possesso dei requisiti che, entro un mese – dunque entro fine maggio – saranno chiamati dai centri per l’impiego per la dichiarazione di disponibilità al lavoro. Entro i successivi 30 giorni toccherà ai componenti maggiorenni del nucleo familiare: tutti dovranno partecipare ad un percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo. Sulla carta si tratta di 1,4 milioni di nuclei e di 4,5 milioni di persone, che si aggiungono alla platea di circa 3 milioni di disoccupati fuori dal Rdc che continuerà a rivolgersi ai centri per l’impiego per le pratiche ordinarie.
Vediamo di fare chiarezza sui tempi di ingresso del nuovo personale che dovrà affiancare gli attuali dipendenti dei Cpi, per cercare di favorire l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. La legge di Bilancio assegna le risorse alle Regioni per effettuare 4mila assunzioni in modo da rafforzare l’organico. Serve però un decreto ministeriale, preceduto da un’intesa in ambito della Conferenza delle Regioni sulla distribuzione territoriale dei neoassunti, poi va promossa la selezione pubblica per avviare le procedure di reclutamento. Dovranno essere pubblicati i bandi regionali, ogni regione potrà avviare le procedure concorsuali o attingere alle graduatorie a scorrimento. «Secondo previsioni molto ottimistiche nelle regioni più virtuose queste procedure si potranno concludere non prima di sei mesi, dunque a fine luglio se si partisse subito – spiega Cristina Grieco, coordinatrice degli assessori regionali al lavoro –. Siamo molto preoccupati, avevamo chiesto al governo di accelerare le procedure per mettere in grado le regioni di procedere per tempo alle selezioni e alle assunzioni, invece stiamo ancora aspettando i decreti».
Per avere un quadro reale dei tempi, basti pensare che risale alla fine del 2016 la decisione di potenziare i centri per l’impiego con 1.600 nuove assunzioni poi, trascorso un anno di accesi confronti per la distribuzione regionale delle assunzioni, dopo l’intesa alla Conferenza delle Regioni a gennaio del 2018 è stato pubblicato il decreto ministeriale, ma i concorsi ancora non sono partiti, e i tempi di ingresso restano un mistero: un migliaio sarà destinato alle politiche attive del lavoro e 600 alle misure di contrasto alla povertà. Peraltro, va valutato l’impatto del decreto varato giovedì scorso dal Consiglio dei ministri; il testo, la cui pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale è attesa ad inizio settimana, sopprime l’assegnazione di 120 milioni per il 2019 e 160 milioni per il 2020 destinata dalla legge di Bilancio alle 4mila assunzioni, lasciando 160 milioni a decorrere dal 2021.
L’altra grande incognita è rappresentata dai tempi d’arrivo dei cosiddetti “navigator”, i 6mila tutor che nei piani del governo dovranno assicurare ai beneficiari del Rdc un’assistenza personalizzata nell’avviamento al lavoro, e saranno assunti da Anpal servizi. Trattandosi di una spa, Anpal servizi ha procedure più veloci rispetto alle regioni, ma dovrà comunque avviare le procedure selettive, effettuare le prove di esame, costruire le commissioni di esperti per valutare gli elaborati, stilare le graduatorie, pubblicarle e procedere alla contrattualizzazione del personale. Considerando che mediamente si presentano 15 candidati per un posto, la selezione potrebbe interessare 90mila candidati. «Ci stiamo adoperando da tempo, ma anche ad essere dei grandi ottimisti – spiega il presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte – le procedure difficilmente potranno concludersi prima dell’estate. Il personale, non potrà essere operativo prima dell’autunno. Dovrà essere formato, perché nessuno ha i titoli di “navigator”». Con ogni probabilità saranno assunti con un contratto “precario” da cococo i 6mila “navigator” che faranno da tutor ai beneficiari del Rdc. C’è poi da chiarire dove opereranno, probabilmente con postazioni all’interno dei centri per l’impiego, visto che Anpal non dispone di sedi territoriali. Ma distribuire 6mila dipendenti nei 550 Cpi equivale ad una media di 10,9 persone per ufficio e, secondo le Regioni, le strutture dei Cpi non sono adeguate. «Serve un piano organizzativo per chiarire le responsabilità e le funzioni - aggiunge Del Conte -, bisogna capire come i “navigator” si raccordano con il personale delle regioni nei Cpi. Serve un accordo con le regioni che sono i “padroni di casa”». Resta da chiarire un dettaglio non da poco, perché se i “navigator” saranno posti in trasferta da Anpal risponderanno all’Agenzia per le politiche attive, se in comando saranno sotto la responsabilità della direzione dei Cpi.

da IL SOLE 24 ORE del 20 gennaio 2019-Giorgio Pogliotti

venerdì 18 gennaio 2019

IL CLUB DEI FINTI SOVRANISTI.Marine Le Pen

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Sovranità senza sovranità monetaria.Geniali.
Mi ricordo quando qualche anno fa Alberto Bagnai in un convegno disse che Marine Le pen è una che di economia ne capisce.Anglotedesco ha sempre pensato il contrario anche perchè nel programma del Front National non c'era un bel niente di politica economica.Solo la voglia di respingere gli immigrati senza dipendere dalla Ue.La stessa cosa vale per Salvini.


«L’uscita dall’euro e dall’europa non è più la priorità. Adesso ci sono le condizioni per cambiare l’ue dall’interno», così Marine Le Pen in un incontro a Nanterre. Il cambio di rotta in vista delle elezioni europee di primavera, nella speranza di raccogliere i frutti dell’ondata sovranista. «Farò comizi con la Lega», dice.
Nella sede del Front diventato «Rassemblement national», Marine Le Pen rivolge gli auguri di nuovo anno ai giornalisti, «anche a quelli che credevano fossimo destinati a scomparire. Invece siamo qui, più forti che mai». Dall’estate 2017 a quella 2018 la candidata sconfitta alle presidenziali ha attraversato un periodo difficile: l’infelice prestazione nel duello tv decisivo contro Macron le veniva rinfacciata di continuo, l’europeismo di En Marche sembrava avere sconfitto una volta per tutte la tentazione nazionalista dei Le Pen, e il populismo di opposizione sembrava incarnato più dall’energico gauchista Jeanluc Mélenchon che da lei.
Le cose sono cambiate in fretta. In Francia la rivolta dei gilet gialli — «i nostri elettori, la nostra gente», li definisce MLP —, ma soprattutto, prima ancora, in Italia il governo Lega-cinque Stelle le hanno dato una forza e un respiro che sembravano perduti, e che a livello europeo non ha mai avuto prima. Il buffet con sandwich e pasticcini è benedetto dal grande manifesto appeso al muro con i tricolori francese e italiano, i sorrisi aperti di Le Pen e Salvini l’una accanto all’altro, e lo slogan: «Ovunque in Europa le nostre idee arrivano al potere».
«Dopo le presidenziali i cittadini erano stanchi della politica, c’è stata una fase di allontanamento generale, non eravamo noi a esserci indeboliti — dice Marine Le Pen mentre fuma l’eterna sigaretta elettronica —. Ora tutto è cambiato in Europa e lo vedremo alle elezioni di primavera».
Marine annuncia un grande comizio sovranista in Italia tra qualche settimana, a febbraio, con Matteo Salvini (forse a Milano), e un altro meeting per chiudere la campagna, ancora con l’alleato di sempre, che le ha soffiato il tempo ed è arrivato al potere prima di lei.
Il vicepremier italiano è per Marine Le Pen la prova che non esiste un soffitto di vetro, che le forze anti-sistema possono farcela anche in un grande Paese fondatore. Salvini tuona contro Macron sui migranti e sulla politica industriale, e l’8 gennaio si è arrabbiato per le nuove esitazioni francesi sull’accordo che dà all’italiana Fincantieri il controllo dei cantieri navali dell’atlantico (la francese STX).
«Non è così che funziona la libera concorrenza — disse allora Salvini —. Quando sono i francesi a comprare, a fare e a disfare, va tutto bene. Se l’europa esiste ci sia parità di regole, altrimenti ne trarremo le conseguenze».
Salvini quindi difende con forza l’accordo Fincantieristx. E Marine Le Pen? «No. Non sono per niente favorevole». Se al comando ci fosse lei, «lo Stato francese rimarrebbe proprietario di STX. Non costa niente o molto poco, e permetterebbe allo Stato di condurre la sua strategia industriale e di mostrare la sua azione». L’esito dell’accordo (51% delle quote all’italia, 49% alla Francia) del settembre 2017 ora dipende dalla risposta di Bruxelles ai dubbi sottoposti dall’antitrust francese e tedesco. Come andrà a finire? «Vedremo — dice Marine Le Pen —. Io mi auguro che STX resti francese al cento per cento».
Alla prova dei fatti, l’interesse nazionale di un Paese sembra non poter coincidere con quello di un altro, difficile arrivare ad accordi concreti dove ci guadagnano tutti, «win-win», come direbbe Donald Trump. Ma questa è una questione successiva, da affrontare magari una volta raggiunta quell’europa «dei popoli» dove «ogni Stato recupera sovranità e controllo del territorio». Intanto, sul modo per arrivare a quell’obiettivo, l’intesa con Salvini è totale.
A cominciare dalla questione dell’euro e della permanenza nell’unione europea. Leader di lotta e (nelle sue speranze) di governo, Marine Le Pen dice che «siamo un partito pragmatico, non ideologico. Eravamo per l’uscita dall’euro e dall’unione europea quando l’unica alternativa era tra la totale sottomissione a Bruxelles e l’abbandono della Ue».
La minaccia di un ritorno al franco, pur con molte ambiguità, alle presidenziali del 2017 è costata a Marine Le Pen i voti di molti francesi spaventati da una mossa che sembrava pericolosa. E adesso? «Oggi le condizioni politiche sono totalmente cambiate. Le nostre idee avanzano ovunque in Europa, e in Italia sono al governo». E come ci ha rinunciato Salvini, che partecipò al congresso FN di Lione 2011 esibendo sul palco la maglietta «no euro», pure Marine Le Pen accantona il sogno di uscire dalla moneta unica e dall’unione. «Ora possiamo cambiare l’europa dall’interno, uscire e adottare una nuova moneta non sono più le priorità. I trattati sono interpretabili a piacere, basti guardare cosa ha fatto la Bce con il quantitative easing. Quando il presidente della Commissione non sarà più Juncker ma una personalità espressione delle idee mie e di Salvini, la vita dei cittadini migliorerà».
I cittadini erano stanchi della politica, non eravamo noi deboli. Tutto è cambiato: si vedrà al voto in primavera.

da IL CORRIERE DELLA SERA del 18 gennaio 2019-Stefano Montefiori

giovedì 17 gennaio 2019

Mentre tutti litigano, i cinesi fanno qualcosa di concreto per salvare l'Africa

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Mentre i buonisti ipocriti continuano a parlare di accoglienza senza sapere dove metterli oppure i finti sovranisti che pensano che rimandare a casa gli stranieri vuol dire dar da mangiare gli italiani nonostante la dittatura neoliberista, i cinesi sono gli unici che stanno facendo qualcosa per l'Africa creando posti di lavoro.

Mentre viaggiavo in Africa negli anni ’80 e ’90, sono rimasto sorpreso nel vedere squadre di Cinesi che costruivano strade, scuole e case. Sebbene all’epoca questo significasse poco per me, in seguito mi sono reso conto che ciò faceva parte di una politica di inserimento cinese nelle economie dei Paesi africani.
Dal punto di vista storico, il continente africano è stato saccheggiato da potenze straniere, perlopiù ma non unicamente europee, che hanno estratto risorse preziose, corrompendo le élite africane e distruggendo deboli tentativi di democrazia in tutto il continente. Il Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo (RDC) Patrice Lumumba, che è stato il primo a essere legalmente eletto, è stato assassinato il 17 gennaio 1961.
Ludo De Witte, autore di un libro su questo evento, ha definito l’omicidio di Lumumba “l’assassinio più importante del 20° secolo”. È stato realizzato con la complicità congiunta dei governi americano e belga, che hanno usato complici congolesi e una squadra d’esecuzione belga. Questo assassinio ha cambiato per sempre il panorama politico del continente africano e le sue prospettive economiche e politiche.
L’approccio della Cina è diverso da quello delle tradizionali potenze coloniali. I suoi principali interessi nel continente africano sono duplici: ricerca e sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie e creazione di nuovi mercati per le merci cinesi. Inoltre, l’infrastruttura di costruzione e riparazione offre posti di lavoro per tecnici e operai cinesi.
A differenza di altre grandi potenze, la Cina ha mostrato un’ingerenza relativamente minima negli affari interni dei Paesi africani, mentre allo stesso tempo fornisce generosi aiuti e pacchetti di prestiti. Come afferma Clifton Pannell, Direttore del Center for Asian Studies presso l’Università della Georgia, “la sua politica [della Cina] spesso dichiarata nelle relazioni con gli Stati africani è sottolineare la nozione di benefici reciproci, e si è da tempo promossa come partner solidale con gli Stati africani, in opposizione al colonialismo e alla dipendenza economica.”

Assistenza alle economie locali

Non tutti in Africa sono felici della presenza della Cina nel continente. Anche se la Cina impiega gli Africani in alcuni dei suoi sforzi economici, molti abitanti del posto non sopportano la concorrenza della Cina con le fabbriche e gli imprenditori locali. La Cina, tuttavia, ha una politica costante di fornire supporto e formazione nelle tecniche per l’agricoltura e nelle questioni di salute pubblica.

Al summit di Pechino del Forum China-Africa Cooperation del 2018, svoltosi a Pechino, il Presidente Xi Jinping ha presentato otto importanti iniziative che comprendevano l’acquisto di più beni africani e l’esortazione alle società cinesi ad ampliare gli investimenti per promuovere l’industrializzazione in Africa. Altre importanti aree di cooperazione sono l’energia, l’informazione, il trasporto e l’uso delle risorse idriche. Per garantire il corretto sviluppo di queste iniziative, la Cina fornirà 60 miliardi di dollari di supporto per lo sviluppo dell’Africa.

Il Presidente Xi Jinping ha incoraggiato questi Paesi a partecipare alla costituzione della Belt and Road Initiative (n.d.T. Nuova via della seta), per raggiungere obiettivi di sviluppo comuni. Nel settore della finanza, la Cina ha promesso il sostegno attraverso l’Asian Investment Infrastructure Bank, la New Development Bank e il Silk Road Fund. Inoltre, Xi Jinping si è impegnato a fornire 50.000 borse di studio finanziate dal governo per i giovani africani e ne ha invitato 2.000 a visitare la Cina.

Assistenza medica

L’assistenza medica della Cina in Africa è iniziata nel 1963, quando ha inviato 100 operatori sanitari in Algeria, dopo che aveva ottenuto l’indipendenza dalla Francia, e da allora ha costantemente aumentato il loro numero. A fine 2014, la Cina spendeva circa 150 milioni di dollari all’anno in assistenza medica ai Paesi africani. La Cina ora è tra i primi 10 donatori bilaterali di salute a livello globale al continente.

Sebbene il numero esatto sia sconosciuto, la Cina ha inviato vari Chinese medical teams (CMT) in Africa e ha contribuito alla costruzione di strutture sanitarie e alla formazione degli operatori sanitari africani. Ha anche fornito attrezzature mediche e farmaci. Si stima che a fine 2014 la Cina abbia contribuito alla costruzione di 30 ospedali e 30 centri di prevenzione e controllo della malaria e formato oltre 3.000 operatori sanitari provenienti da svariati Paesi africani.

La malaria è una delle principali malattie che i Cinesi stanno cercando di aiutare a prevenire e controllare. La Cina ha donato oltre 26 milioni di dollari in farmaci antimalarici a 35 Paesi africani. La Cina ha anche fornito importanti aiuti per il controllo dell’epidemia di Ebola che ha ucciso oltre 11.000 persone, tra il 2013 e il 2016, e ha contribuito alla prevenzione e al controllo dell’HIV / AIDS e di altre malattie infettive.

Nella sua assistenza medica all’Africa, la Cina usa la propria esperienza come Paese in via di sviluppo, limitazioni e vantaggi inclusi. Allo stesso tempo, la Cina usa il suo supporto alla sanità pubblica per rafforzare le sue relazioni diplomatiche con i governi africani.

Supporto militare

Sebbene in passato la Cina avesse principalmente come obiettivo il commercio economico e il supporto all’Africa, Pechino sta sviluppando politiche vieppiù intese a rafforzare i legami militari, al fine di ottenere una maggiore influenza geopolitica ed espandere le vendite di armi nel continente. A tale riguardo, la Cina è stata estremamente attiva nella vendita di armi leggere e di piccolo calibro a diversi Paesi africani.

Il Presidente Xi Jinping ha promesso di fornire 100 milioni di dollari in supporto militare gratuito all’Unione Africana, per sostenere l’istituzione dell’African Standby Force e della African Capacity for Immediate Response to Crisis. Inoltre, il governo cinese ha invitato migliaia di funzionari militari africani in Cina per workshop e corsi di formazione.

“La preoccupazione di molti partner è [comprendere] con esattezza quale sarà il ruolo della Cina nella regione e quale rapporto avrà con le organizzazioni militari e i consessi sulla sicurezza esistenti”, ha affermato Duncan Innes-Ker, Direttore regionale per l’Asia presso l’Economist Intelligence Unit. Coloro che ignorano le politiche energiche della Cina in Africa, lo faranno a proprio rischio.

Cesar Chelala

 https://www.counterpunch.org/

mercoledì 16 gennaio 2019

La propaganda russa e la disinformazione made in Usa

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La pubblicazione di due rapporti sulle elezioni presidenziali del 2016 ha scatenato una nuova ondata di panico sui tentativi della Russia di manipolare l'opinione pubblica statunitense  attraverso  i social network.Secondo i giornali i troll russi avrebbero ostacolato il voto dei neri,"seminato discordia" e "alterato il risultato delle elezioni" con annunci pubblicitari di giocattoli erotici e Pokemon go."I due studi",ha scritto David Ignatius sul Washington Post,descrivono un tentativo della Russia,elaborato e su più livelli di sviarie ogni strumento della nostra società aperta per creare risentimento e disordine sociale" secondo Michelle Goldberg del New York Times, "è sempre più evidente" che la disinformazione creata dalla Russia "ha cambiato il corso della storia americana" nelle elezioni del 2016,in cui è facile che i troll russi abbiano avuto un ruolo decisivo".I rapporti,commissionati dal senato statunitense  e realizzati dal centro di ricerca sulla propaganda dell'università di Oxford e dalla Knowledge,un'azienda che si occupa di sicurezza su internet,offrono un quadro completo dell'attività russa sui social network.Gli autori analizzano l'operato dell'internet Research Agency (IRA),l'agenzia russa specializzata nella produzione di contenuti virali online,finita nel mirino del procuratore speciale Robert Mueller nel febbraio del 2018,leggendo i rapporti è estremamente difficile conciliare i loro dati con le drammatiche conclusioni a cui sono arrivati i giornalisti statunitensi.I ricercatori sostengono che la "portata dell'operazione russa è stata senza precedenti", ma basano questa conclusione sui dati discutibili.Gli studi riportano le tesi secondo cui i post russi avrebbero "raggiunto 126 milioni di persone su Facebook",ma è una conclusione basata sulle stime dello stesso social network".La nostra valutazione più accurata",ha detto il dirigente di Facebook Colin Stretch davanti al congresso statunitense nell'ottobre 2017,"è che circa 126 milioni di persone potrebbero essere state raggiunte da uno dei contenuti prodotti dall'Ira tra il 2005 e il 2017".
Ma Stretch ha precisato che i post generati da profili russi sospetti e apparsi su Facebook erano "uno ogni 23 mila".Un altro elemento riguarda la qualità dei contenuti prodotti dall'Ira.Il post più condiviso su Facebook in vista delle elezioni era una vignetta che ritraeva Yosemite Sam, il personaggio armato dei Looney Times,su Instagram l'immagine di maggior successo invitava gli utenti a mettere "mi piace" se credevano in Gesù".Il post dell'IRA su cui si citava Hillary Clinton che ha avuto più successo su Facebook era una lunga tirata complottista sui brogli elettorali.E' significativo che le persone convinte che l'intervento russo abbia alterato il risultato delle elezioni non citino mai i post in questione.Il reale  contenuto di questo post chiarisce perché.A più di due anni dalla sconfitta alle presidenziali,i democratici statunitensi sembrano voler sfruttare il panico sulle attività della Russia per spostare l'attenzione dai loro errori.Robby Mook,ex consulente elettorale di Hilary Clinton,ha lanciato l'allarme per le primarie democratiche del 2020,affermando che "i russi cercheranno nuovamente di dividere i democratici" quando all'inizio del 2018 è scoppiato lo scandalo sulla società Cambridge Analytica e sul suo contributo alla campagna elettorale di Trump,Hillary Clinton ha dichiarato:"Come hanno fatto i russi a far arrivare i loro messaggi precisamente agli elettori indecisi di Wiscoin,Michigan e Pennsylvania? La verità è che in quegli stati i russi hanno speso solo 3.102 dollari,e la maggior parte durante le primarie per annunci che il più delle volte non riguardavano i candidati ma problemi sociali,tra l'altro Wiscoin e Michigan sono due degli Stati che Clinton ha deciso di non visitare ma dagli ultimi mesi di campagna elettorale.

AARON MATE'-The Nation



martedì 15 gennaio 2019

Il consumo di marijuana provoca comportamenti violenti e anche patologie serie

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Anche se non paragonabile all’uso di droghe «pesanti», il consumo di marijuana può avere effetti nocivi per la salute — soprattutto quella dei giovani — aggravando o addirittura provocando sindromi psichiche, stati d’ansia, comportamenti violenti e anche patologie serie, dalla schizofrenia alla paranoia. Nell’america che sta liberalizzando la cannabis per usi medici (in 23 Stati) e anche per gli usi cosiddetti ricreativi (in altri 10 Stati), il libro-denuncia Tell Your Children, appena pubblicato da una delle case editrici più autorevoli, Simon & Schuster, arriva come un fulmine a cielo (quasi) sereno.
Lo è soprattutto per l’identità dell’autore che non viene dalla destra religiosa né dal mondo conservatore reaganiano che ha sempre esteso la sua battaglia contro le droghe anche alla marijuana: Alex Berenson è un progressista. Per molti anni giornalista investigativo e reporter di guerra del New York Times (due periodi di corrispondenza dall’iraq), ha cominciato a scrivere romanzi e spy story ottenendo un successo talmente vasto da spingerlo, nel 2010, a lasciare il Times per dedicarsi solo alla fiction.
Il libro appena uscito, però, non ha nulla di romanzesco: è il ritorno al lavoro investigativo, una ricerca accurata dei fatti e un esame dei pregiudizi (anche suoi), stimolata dai confronti con la moglie: una psicologa specializzata nello studio dei comportamenti criminali. Legato sentimentalmente alle sue esperienze giovanili di consumatore occasionale di marijuana nel campus universitario, Alex non aveva mai preso sul serio le denunce dei conservatori sui rischi connessi al suo uso.
Ma quando la moglie lo ha messo davanti ai dati sui casi di cui si è occupata, nei quali emerge un collegamento tra uso di cannabis e comportamenti psicotici o violenti, si è rimesso a fare il giornalista scoprendo senza troppa fatica una vasta mole di studi — da quelli di un avvocato indiano del Punjab risalenti all’ottocento a quelli recentissimi (2017) della National Academy of Sciences americana, passando per ricerche del British Medical Journal e per studi scientifici fatti in Olanda,
Svezia e Nuova Zelanda — tutti convergenti nel denunciare i rischi psichiatrici connessi al consumo di marijuana. Rischi seri soprattutto per gli adolescenti il cui cervello non è ancora completamente formato e per chi ha storie di malattie psichiatriche in famiglia.
Berenson è consapevole di andare controcorrente, visto che l’onda liberalizzatrice è spinta da un radicale cambio di umore dei cittadini sulla marijuana: secondo i sondaggi del Pew Research Center oggi il 62 per cento degli americani è a favore della liberalizzazione, più del doppio rispetto a vent’anni fa. Ma lui non si ferma e, anzi, accusa la sinistra: «Ho l’impressione che sulla cannabis abbia sviluppato un’insensibilità rispetto all’evidenza dei fatti analoga a quella della destra sulle evidenze dei mutamenti climatici».
L’autore non mette in discussione la depenalizzazione che gli pare giusta, anche per porre fine a una lunga stagione di incarcerazioni di
massa per reati, anche lievi, connessi alla droga. In fin dei conti anche l’abuso di alcol ha effetti gravi, ma non per questo l’ubriaco va in galera. Quella che contesta è la totale liberalizzazione: l’apertura di un mercato nel quale chi investe nel nuovo business cerca di espandere il più possibile i consumi presentandoli come alla moda e privi di rischi.
Americani con la guardia abbassata, ragiona Alex, forse per gli stessi suoi motivi: il ricordo di innocue esperienze giovanili. Solo che la marijuana di allora aveva un contenuto di THC, il principio attivo, limitata all’1-2 per cento, mentre quella potenziata che circola oggi ha una percentuale di THC molto più elevata. Il dibattito è destinato a proseguire. Sulle due sponde dell’oceano. Proprio ieri in Italia Beppe Grillo ha rilanciato la proposta di legge presentata dal senatore M5S Matteo Mantero: «Trovate qualche motivo per non legalizzare la marijuana?».

da IL CORRIERE DELLA SERA dell'11 gennaio 2019-Massimo Gaggi