Anglotedesco

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lunedì 28 maggio 2012

ROBERTO SAVI:ma quale mafia!Ho lavorato per lo stato per 18 anni!





Interessante questo libro della parlamentare del Pdl, raccoglie gli umori di personaggi che a torto,sono diventati famosi.Il tono però non mi piace, io la penso diversamente da Melania Rizzoli, le pene in Italia sono insufficienti e bisognerebbe usare piu il bastone per rispetto delle persone invece che le regole le rispettano ,facendo anche sacrifici.La terrorista Francesca Mambro ringrazia l'Italia perchè negli Usa avrebbero preso la pena di morte, io invece no, l'avrebbero meritata tutta perchè hanno ucciso anche persone innocenti.


Il pezzo che pubblico oggi riguarda il leader della banda della Uno bianca:Roberto Savi. Melania gli legge alcune pagine del libro di Giovanni Spinosa (con la prefazione di Marco Travaglio) L'ITALIA DELLA UNO BIANCA ,chi ha letto questo libro sa che il magistrato pensa a rapporti tra Savi e la mafia, Roberto "il corto" non la pensa cosi ricordando che lui ha lavorato per 18 anni per lo stato.

Quello che mi chiedo è come mai Carlo Lucarelli, Franca Leosini e Giovanni Minoli nelle puntate che hanno dedicato alla Uno bianca non hanno mai accennato ai contatti,tramite la ragazza di Fabio Savi, Ewa Mikula, con la criminalità locale della cittadina ungherese da dove proveniva la Mikula. Comunque interessanti anche le osservazioni finali della Rizzoli.
Mettiamo a confronto le versioni di Giovanni Spinosa, Roberto Savi e Melania Rizzoli.

da L'ITALIA DELLA UNO BIANCA-Giovanni Spinosa (Chiarelettere)

L'ultima rapina alle Coop avviene il 26 giugno 1989.Due anni e mezzo dopo,Fabio Savi va in Ungheria.Si sa, nella sua stella polare ci sono le cattive compagnie.Va a Budapest,fa un "abbordaggio alla romagnola" e finisce fra le braccia di una ragazza,Eva Mikula,in contatto con i peggiori ambienti della criminalità locale.

Lui,che avrebbe swdegnosamente respinto ogni rapporto con la criminalità italiana,non disdegna gli agganci con quella ungherese.Tra gli affari che imbastisce,c'è anche un traffico di armi dall'Ungheria e il progetto d'importare in Italia 400 (dicasi 400) Kalashinikov.

Roberto Savi non è da meno del fratello nel parlare dell'importazione di armi dall'Ungheria.Narra di viaggi fatti portando armi nascoste nei sedili delle macchine cui veniva strappata appositamente la tappezzeria.

Le confidenze,le collaborazioni e i racconti dei Savi possono essere opinabili.Facciamo conto che non esistano.Facciamo persino conto che non esistano i documentati racconti sui traffici d'armi con specialisti del settore di Catania.Facciamo conto che i Savi non conoscano nemmeno gli Jervolino di Poggiomarino.Si concedano alle teorie essenzialiste tutte le piu strabilianti coincidenze, quelle possibili e quelle impossibili.Le armi, però, esistono;sono documentate dai verbali di sequestro.

Si è sempre parlato delle armi con cui i Savi hanno sparato e ucciso;le Colti, i fucili a pompa,il Sig Manurhin ,l'AR70,le due pistole 98F cal. 9x21 rapinate nell'armeria.Esistono ,però,anche altre armi;e sono molto interessanti.

Il loro interesse deriva dal fatto che i Savi non le hanno mai usate e che non sono mai comparse nei delitti della Uno bianca.Altrettanto interessanti sono il munizionamento e gli esplosivi rinvenuti nelle perquisizioni.

La Corte d'Assise di Rimini ha puntualmente elencato le armi detenute dai Savi.Pur prescindendo da quelle legalmente detenute e da quelle utilizzate negli eccidi riconducibili alla loro attività di assassini (ad esempio la due Beretta rapinate nell'armeria di via Volturno),si tratta di un elenco impressionante.

I Savi non hanno mai utilizzato la maggior partte delle armi rinvenute in loro possesso.Nonostante la loro facilità di grilletto,avrebbero dovuto vivere tre vite per sparare tutte le munizioni che detenevano.Eppure,detenevano anche migliaia di bossoli già percossi e l'attrezzatura per ricaricarli.Fabio Savi riferisce che avevano anche proiettili per armi non in loro possesso.Detenevano migliaia di inneschi,matasse di micce e detonatori del tutto inutili per la loro attività.

Il rinvenimento risale al novembre 1994 e, dall'estate del 1991 (rapine agli uffici postali), i Savi non usavano piu gli esplosivi nelle rapine.

Il possesso clandestino delle armi, delle munizioni e degli esplosivi presuppone che siano stati acquistati e importati clandestinamente.In altre parole,l'arsenale trovato nelle disponibilità dei Savi significava per loro:costi economici, sforzi organizzativi e rischi.Per quale ragione si sarebbero dovuti accollare spese,fatiche e rischi, per detenere clandestinamente armi, esplosivi e munizioni di cui non avevano bisogno e che,in effetti,non usavano? La ricarica di migliaia di cartucce ha il sapore di un autentico secondo (anzi,terzo) lavoro per Fabio e Roberto Savi.

Non è necessario mobilitare le documentate dichiarazioni dei compagni di cella di Alberto Savi sui traffici di armi intessuti con pregiudicati di Catania e con elementi della malavita campana.La risposta è nei fatti ed è ovvia:i Savi ,oltre che rapinatori e assassini,sono anche dei traffi8canti d'armi.Se si traffica in armi,vuol dire che si ha un mercato di riferimento:la criminalità,comune o organizzata che sia.

Fabio Savi cerca un lavoro;si mette a fare il camionista e finisce in aziende i cui titolari hanno vari precedenti di polizia.Vuole comprare una casa e l'acquista da una persona imputata in un processo in cui ci si occupa anche di una rapina allo "Sfortunato" casello autostradale di San Lazzaro.Cerca un'amante e finisce fra le braccia di una ragazza legata ai peggiori ambienti della criminalità ungherese.Ne cerca un'altra e finisce fra le braccia di una ragazza austriaca organica ad ambienti e arrestata con un caricatore pieno in tasca.


da DETENUTI-Melania Rizzoli (Sperling & Kupfer)

Gli mostro (a Roberto Savi) il libro appena uscito di Giovanni Spinosa,il magistrato che è stato titolare dell'indagine sui crimini della Uno bianca e che oggi è presidente del Tribunale di Teramo.Gli leggo alcuni brani della prefazione di Marco Travaglio,un giornalista importante gli spiego,e gli illustro la teoria del saggio.

"Che sia importante Travaglio non so, ma so chi è perchè lo vedo in televisione.Invece Spinosa lo conosco,si è occupato di noi a Bologna.Lui lo conosco personalmente.Ha fatto carriera.E scrive di una strategia terroristica della mafia scatenata contro lo Stato dietro le nostre azioni? Mafia? Ma quale mafia! Io ho lavorato per lo Stato italiano per 18 anni! Dal 1976 al 1994.Per diciotto anni.Non c'è mai stata nessuna mafia o camorra o altro.Eravamo solo noi.Eravamo soli.".

Roberto Savi parla in modo deciso e sempre al plurale.Lo farà per tutta la durata del nostro colloquio,specie quando si riferisce alle azioni comuni con il resto della banda criminale.

"Lei parla di capi.Non c'è mai stato nessun capo.Io non sono mai stato il capo della banda.abbiamo fatto tutto insieme.Decidavamo sempre insieme,anche nella negatività.Eravamo tutti appartenenti alle forze dell'ordine,ognuno sapeva quello che faceva,ognuno era consapevole delle proprie azioni,senza alcun condizionamento.Tutti mi indicano come la guida,come il leader del gruppo.In realtà non era così...forse in via indiretta."Forse indirettamente lo sono stato per i miei fratelli.Mia madre è morta che avevo 2 anni.Mio padre si è poi risposato e sono nati Luca (Alberto Savi) e Fabio.Io ero il fratello maggiore,volevo bene a tutti e due allo stesso modo.Ma non li ho mai condizionati".



"La sera guardo la televisione.Si, ho visto anche lo sceneggiato sulla uno bianca,ma c'erano cose false.C'era il razzismo.Noi non abbiamo mai avuto o provato razzismo verso nessuno.L'azione che abbiamo fatto sui rom era voluta,era un depistaggio su alcuni fatti accaduti in questura.Poi la seconda volta in quel campo rom ci sono stati i due morti,e allora ci siamo fermati".



Roberto Savi racconta l'episodio con fermezza.La voce ha un guizzo di vitalità.Insiste sull'assenza del razzismo nei loro comportamenti.Ha gli occhi fissi nei miei e lo sguardo diritto e freddo.Io gli rammento dei due lavavetri senegalesi freddati in mezzo alla strada.

Lui cerca di ricordare.Allora io apro il libro di Giovanni Spinosa,lo giro verso di lui in orizzontale e gli mostro le ultime dodici pagine che riportano dodici tabelle fitte e ordinate di tutte le azioni delittuose da loro compiute.L'elenco è impressionante.Su ogni tabella c'è la data,il luogo del delitto, le persone condannate,le vittime cadute o ferite,il bottino in lire e le armi usate.

Lui prende dalla tasca un paio di occhiali da presbite e legge distrattamente la spaventosa lista,sfoglia qualche pagina apparentemente senza emozione.Poi chiude il libro e lo spinge sul tavolo verso di me,mi guarda,e con voce monocorde rivela: "Si,l'avevo gia vista.Quando mi hanno preso (arrestato) sono venuti da me con l'elenco completo.io gli ho dato uno sguardo,ho ammesso tutto e non ho neppure controllato.Sapevo che lo avevano già fatto loro.Coscienzosamente.Io mi fido delle forze dell'ordine.Sono dei professionisti.E poi molte cose le avevamo confessate noi".

Io riapro il libro e gli faccio leggere il paragrafo che riguarda la strage del Pilastro,dove sono stati crivellati a freddo i tre carabinieri,dei quali gli ricordo i nomi, Otello, Mauro e Andrea,e anche l'età.

"Eh si,quello che è stato proprio brutto.Una cosa bruttissima.Avevano 20 anni.Sarebbe stato meglio morire anche noi quel giorno.Invece siamo vivi e ogni giorno dobbiamo fare i conti con noi stessi.Ogni giorno che sorge il sole".

Dal corridoio,dal vetro della porta chiusa un agente guarda dentro la stanza dove siamo e fa un cenno alla guardia che è con noi.Il tempo del colloquio è finito.Rivolgo a Roberto Savi un'ultima domanda,Voglio sapere se ha una frase,una cosa da dire,e che mi autorizza a scrivere,ai parenti delle vittime,per le perdite e il dolore perpetuo che ha loro provocato.

"Si.Voglio dire che mi dispiace enormemente del passato, di quello che abbiamo fatto e che non rifaremmo del passato, di quello che abbiamo fatto e che non rifaremmo mai piu.Mi dispiace davvero.Chiedere perdono? Ma come si può chiedere perdono.Il perdono lo devono concedere loro,le persone che hanno subito dei torti.Io posso solo chedere scusa.Penso che sia piu importante chiedere scusa e dire che mi dispiace.Mi dispiace enormemente.Non lo rifarei mai piu.Mai piu".


MELANIA RIZZOLI

Nel mio viaggio di ritorno a Roma ripercorro i momenti dell'incontro,ripenso alle informazioni che avevo letto su Roberto Savi e alla sua totale solitudine.Rifletto sulla teoria del libro di Spinosa e sue presunti legami della banda criminale con la mafia.E mi pare impossibile.I capi mafiosi,che pure ho incontrato in carcere,hanno una rete di protezione,da quella dei legali a quella dei famigliari,che non li lascia mai soli.Hanno visite settimanali o mensili regolari o puntuali,ricevono la corrispondenza,godono di incontri liberi con i loro avvocati e possono anche telefonare a scadenze regolari.

Roberto Savi mi è sembrato un sepolto vivo,un uomo dimenticato da tutti,rimasto completamente solo e abbandonato a se stesso.Da 18 anni non riceve visite (ho chiesto conferma alla direzione),da 18 anni non vede e non sente alcun famigliare,non ha piu un avvocato che si occupi dei suoi diritti.Ha perfino ancora gli stessi vestiti di quando è stato arrestato.

La condizione di detenzione di Roberto Savi mi è sembrata l'antitesi della copertura della strategia mafiosa,che è quella di circondare con una barriera protettiva il detenuto e la sua famiglia.

Roberto Savi,il capo della feroce banda della Uno bianca che ha terrorizzato per 7 anni l'Emilia Romagna,a me è sembrato solo il fantasma di se stesso.

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