Anglotedesco

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domenica 5 agosto 2012

Lele Mora è depresso! Poverino...




No comment...sono in vacanza


da DETENUTI-Melania Rizzoli (Sperling & Kupfer)

Il direttore del carcere di Opera,Giacinto Siciliano, mi accompagna nel settore dei "Nuovi Giunti",un'ex infermiera che accoglie una dozzina di detenuti particolari, quelli considerati delicati e da tenere sotto osservazione,dato che di nuovi arrivi in questo istituto non ce ne sono,poichè tutta la popolazione carceraria proviene da altre cose circondariali dove i soggetti sono stati detenuti e dove hanno atteso la condanna definitiva.C'è silenzio in questa sezione,l'unico rumore che si sente è quello delle guardie nel box di vetro blindato che parlano tra di loro.

Ci salutano e ci accompagnano nel giro ispettivo con in mano l'anello delle pesanti chiavi dorate delle celle,quelle viste migliaia di volte nei film e telefilm polizieschi.

Arriviamo davanti alla ferrata del detenuto Lele Mora.Lui è li davanti a noi sdraiato a letto coperto fino al collo,immobile, con gli occhi aperti e lo sguardo fisso al soffitto.

Che sia sveglio e vigile lo si intuisce solo dal battito lento delle palpebre.

un agente lo chiama e lo avverte della mia visita.Lele Mora si scuote,si scopre e si alza subito,come uno studente diligente del collegio,scende dal letto dove era sdraiato tutto vestito, calze comprese,e infila un paio di zoccoli bianchi di plastica allineati li vicino, fermandosi in silenzio e in attesa,con aria mesta,quasi sull'attenti,mentre la guardia ci apre la porta della cella.

Io lo saluto e mi presento,gli chiedo come sta e se posso parlare con lui dieci minuti.

"Come sto può vederlo da sola,sono qui dentro...Sono dimagrito 31 chili e non riesco proprio a mangiare,mi si chiude la gola,ho di continuo un groppo qui..." dice facendo su e giu con le dita dal collo allo sterno.

"Sono molto giu di morale...penso di essere proprio alla fine..."

Lele Mora inizia a piangere,anzi le lacrime scendono dagli occhi,la sua espressione è sofferente ma attonita.

Ha il volto pallido che, anche se dimagrito,conserva quell'aria paffuta delle gote.Lo sguardo è mansueto e ha occhiaie profonde.

"Io speravo di andare almeno ai domiciliari,ho anche accettato il patteggiamento.Invece niente,mi tengono chiuso qui...io rispetto la magistratura e la giustizia,e ho commesso degli errori,certo, ho fatto bancarotta,ma in fondo non ho commesso nessun omicidio,io.E sono qui in galera come il mio vicino di cella,Olindo Romano, quello della strage di Erba condannato per quattro omicidi...per me è un'umiliazione e una punizione che non riesco piu a sopportare.

"Non riesco,non riesco a reagire.Le giornate scorrono così, io sono buttato in questo letto,non riesco a mangiare e non mi resta che piangere.Ma ora non ho piu lacrime..." Lele Mora indossa una maglietta girocollo bianca con sopra un golf di cachemire color tortora,caldo e morbidissimo,e un paio di pantaloni di tuta blu notte con la coulisse,molto chic,anch'essi di cachemire.

Sulla sua branda non c'è la coperta in dotazione del carcere,ma due plaid bellissimi, soffici e caldi,di cachemire italiano,un color cammello e uno blu notte, di quelli con le frange ai lati,e sul letto è appoggiata una vestaglia blu.Allora prendo le mani di Mora e sento che sono gelide.

"Ho sempre freddo qui dentro.Non perchè sia bassa la temperatura,ma perchè non mangiando sono debole;il medico mi ha detto che è per questo che sento sempre freddo,e che le mie estremità sono sempre ghiacciate".Ho ancora le sue mani tra le mie e le sue dite sono pallide,marezzate e tremano leggermente.Sulla parete dove è appoggiata la branda ci sono appiccicate con la colla,direttamente sul muro dipinto di verde,varie immagini di santi, cristi e madonne,oltre alla foto di Padre Pio benedicente con la mano forata dalle stimmate e con accanto, curiosamente,la foto,piu grande delle altre,di Moira Orfei,truccatissima e sorridente sotto la sua famosa torre di capelli cotonati e neri.

"Sono stato male e mi hanno ricoverato in ospedale il mese scorso.Devo dire che mi hanno curato bene,ho avuto problemi di cuore e di pressione,poi mi hanno riportato qui guarito, ma è la mia anima,quella che sta veramente male, per quella non riesco a fare niente nemmeno io.Sono qui che vegeto,aspetto,parlo con gli avvocati,mentre i giorni e i mesi passano.Sono stato dimenticato.Pensi che nessuno dei miei amici di una volta mi ha scritto.Nessuno.

"I colloqui? Si,li faccio, anzi sono stati molto gentili qui in carcere,sono venuti a trovarmi con dei permessi speciali alcuni collaboratori,pochi in verità, a me che ho fatto tanto bene a tanta gente...io ho fatto solo del bene,sa, non ho mai fatto del male a nessuno,mai,mai.Ma molti,moltissimi mi hanno dimenticato.Evidentemente non servivo piu..." aggiunge il manager con gli occhi pieni di tristezza.

Io porto a Lele Mora i saluti di alcuni conoscenti, gli riferisco che non è stato dimenticato e che molti lo difendono anche pubblicamente e manifestano il loro dispiacere per la sua vicenda.

"Mah,ho ricevuto solo poche lettere e pochissime visite.Di solidarietà ne ho visto pochina.Ma non è questo che mi fa star male.Sono io che ho paura di me stesso, di non reggere piu una situazione così pesante e drammatica per me".

Lele Mora ricomincia a piangere.Le lacrime gli scendono sul viso e gocciano sul maglione.Lui non le asciuga,le lascia cadere come se non le sentisse.

"Mia figlia sta male,ha avuto un tumore all'utero e alle ovaie,si sta curando, fa la chemioterapia e io non posso starle vicino,un motivo di grande amarezza per me".

Sul tavolino c'è il corposo libro I DIARI MUSSOLINI con in copertina la foto in primo piano del Duce con gli occhi sbarrati e lo sguardo penetrante.Chiedo a Mora se lo legge:"Si,certo,ma le leggo ogni tanto,me lo ha mandato Marcello Dell'Utri, un amico,lui si che non mi ha dimenticato...

"Certo che cercherò di mangiare,la farò per mia figlia che ha bisogno di me,ma non possono sforzarmi perchè altrimenti do di stomaco".

Il colloquio con Mora avviene al centro della sua cella,siamo in piedi,io, il direttore Siciliano,il comandante Fusco e la guardia che ha tra le mani le chiavi della prigione."Sono dimagrito perchè non riesco piu a mangiare,a deglutire.Sto perdendo interesse per il cibo e per la vita.Rinchiuso qui tutto il giorno mi sento inutile.Non è vita questa.E' un'umiliazione permanente".

Sulla parete,sopra le foto incollate,c'è una scaffalatura in finto legno,aperta e senza sportelli,dove sono riposti in ordine e ben piegati gli indumenti del detenuto Mora:molte magliette nere,biancheria bianca e grigia o grigia,pantaloni neri,qualche morbido maglione e un'unica giacca, nera, appesa a una stampella di plastica bianca.Non c'è nessun capo colorato.

Sulla maniglia della finestra è posato un accappatoio di cotone a nido d'ape,bianco e senza cintura.

Il bagno è ricavato in un piccolo antro della cella,inserito tra due strette pareti di cemento,è senza porta e si vedono allineati il lavabo,il bidet e il water privo di tavoletta.I sanitari sono tutti in acciaio,di una curiosa forma quadrata con angoli stondati,costruiti e montanti in un unico blocco saldato al muro.

"Scusate ma ho bisogno di sedermi,sono debole e mi fischiano le orecchie..." Mora è di fronte a me,barcolla e sbianca diventando piu pallido di prima,si siede sul letto ed è lievemente sudato.Io mi siedo accanto a lui,gli sento il polso che ha un battito debole e accellerato,ma a lui dico che è tutto a posto, che si tratta solo di debolezza da digiuno.E in effetti è così, solo che ha rischiato di svenire.Lo invito a bere. "Io dimentico anche di bere..."

Lele Mora fa una smorfia di dolore."Lei mi vede ridotto così, ma io non ero proprio così...Io mi sono sempre fatto forza e ho sempre affrontato i miei problemi con coraggio e responsabilità nella mia vita,ma ora non è piu cosi,penso proprio di non potercela fare.Lo sento".

Lo sconforto di Lele Mora è evidente.Io ripenso a mezz'ora prima, quando avevo fatto il giro del reparto sanitario del carcere con il direttore che mi illustrava la percentuale di malati e di malattie dentro quelle mura,un reparto che conta un totale di ben 70 detenuti con patologie di pertinenza psichiatrica.Anche Mora è assistito dallo psichiatra per timore di atti di autolesionismo.

"Si,mi vede lo psicologo tre volte a settimana,mi segue,ma io non riesco a riprendermi,a reagire.Sono come un automa.Mi sveglio la mattina e aspetto che si fa sera...io che ho lavorato tutta la vita,qui dentro non ho piu alcun interesse...".

Mentre ascolto queste riflessioni guardo Lele Mora e ripenso alla sua precedente vita dorata,a quando era circondati da amici e conoscenti,che in momenti come questi svaniscono come per incanto.E' proprio vero che la disgrazia è sempre orfana.

"Di amici ne avevo tantissimi.Tutti spariti.Sono qui da solo a combattere.Mi sento abbandonato.Dimenticato.Ho solo i miei figli che vengono a trovarmi.E gli avvocati".

E' arrivato il momento di congedarci.Gli raccomando di reagire e di tenere duro,e ci abbracciamo.

"Mi saluti molto suo marito,ci tengo.E grazie della visita".A questo punto io gli chiedo:"Ma scusi Lele,non vuole che io porti i suoi saluti a qualcuno dei suoi amici, a qualcuno a cui tiene in particolare?".

Lui mi guarda negli occhi,inclina il capo da un lato sulla spalla sinistra,senza parlare,tanto è il suo sguardo a farlo e finalmente abbozza un sorriso.Amarissimo,però.

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