Anglotedesco

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domenica 20 ottobre 2013

ANTONIO SALAS:la situazione in cui vivono i palestinesi (1 parte)



Per qualche domenica pubblicherò ,presi da questo bellissimo libro scritto dal giornalista investigativo spagnolo Antonio Salas (pseudonimo), la situazione in cui vivono i palestinesi.
I giornali italiani e il 90% di quelli internazionali difficilmente ti raccontano queste cose e ti fanno credere che Israele fa tutto ciò solo per difendersi dagli attacchi dei terroristi palestinesi.Non c'è molto da aggiungere a quello che racconta il dottor Mahmud Sehwail, dico solo che i torturatori non sono mai gli israeliani e gli americani.

da L'INFILTRATO-Antonio Salas (Newton Compton Editori)

A Ramallah mi aspettava il dottor Mahmud Sehwail ,direttore del Centro di cura e riabilitazione per le vittime della tortura (TRC),del quale avevo conosciuto la delegazione a Jenin.Ancora una volta,Allah voleva rendermi le cose facili.Il dottor Sehwail aveva studiato Medicina,poi si era specializzato in Psichiatria in Spagna,pertanto parlava alla perfezione la mia lingua.
Sehwail era un tipo serio,quasi scontante.Abituato alle visite dei giornalisti stranieri,non si lasciava impressionare dalle telecamere e non metteva mai in dubbio che la priorità era comunque rappresentata dai suoi pazienti.Andai a trovrlo nei nuovissimi uffici dell'edificio Almasa,dove il TRC si era trasferito meno di un mese prima dalla ede precedente dell'al-Esra;del resto il numero delle vittime che affluivano al centro era tale che alla fine i locali si erano fatti troppi piccoli.I pazienti attendevano il turno per la terapia tra casse ancora da disimballare,e li venni a conoscenza di casi terribili che il dottor Sehwail ebbe la cortesia di mostrarmi.Issan,per esempio,era un uomo invecchiato prima del tempo che dalla prima Intifada,quasi vent'anni fa,lottava ancora contro il trauma della tortura.Dovetti ricorrere all'intercessione di uno psichiatra del centro che si occupava del suo capo perchè Issan mi consentisse di registrare l'intervista,ovviamente con la garanzia che non ne avrei rivelato l'identità.Nonostante fossero già trascorsi tanti anni,Issan continuava a vergognarsi e a percepire tutto il trauma di quell'esperienza.
"La situazione in Palestina è davvero difficile",mi spiega il dottor Sehawail quando finalmente mi riceve nel suo studio.Sopratutto con l'occupazione israeliana.Durante l'attuale Intifada,vi sono state piu di 5000 persone uccise dalle truppe di Tel Aviv,oltre a 60.000 feriti,centinaia di migliaia di alberi sradicati,migliaia di case distrutte... quasi il 40% della popolazione maschile è stata arrestata almeno una volta,se non piu:il 22% dell'intera popolazione.I palestinesi vengono traumatizzati in massa.Tra il 68 e il 70% dei bambini palestinesi ha visto o subito episodi di violenza da parte degli israeliani.E il danno psicologico è ingente.Nel solo 2005 abbiamo effettuato quasi 8000 visite domiciliari a famiglie colpite dalla tortura".
"Dottore,in che cosa consiste il suo lavoro?"
"Ho compiuto 316 visite nelle carceri israeliane.Ogni volta mi dico che è l'ultima.Primo,perchè devo aspettare sempre delle ore per entrare.Talora sono quattro,sei o addirittura otto ore,e poi non mi danno l'autorizzazione.Dall'arrivo dell'Autorità palestinese,nel 1995-96,sono anche tato in varie carceri palestinesi.Nelle prigioni israeliane la tortura è ben organizzata e programmata,in quelle palestinesi gli aguzzini sono persone già arrestate e torturate dagli israeliani,dai quali hanno appreso la tecnica.In altre parole,il torturato si trasforma in torturatore.Come accaduto con i nazisti e gli ebrei".
"L'obiettivo delle percosse,della fame,del freddo o dela deprivazione sensoriale durante gli interrogatori è solo quello di ottenere informazioni per la lotta al terrorismo?"
"Credo che il fine delle torture non sia tanto di uccidere fisicamente la persona,quanto di annientarne lo spirito.Cambiarne il carattere.Trasmettere la paura alla famiglia e a tutta la comunità".
"E i bambini? A Jenin ho visto casi terribili di bambini mutilati a causa della guerra"."Per i bambini abbiamo un programma permanente.Il 68% dei bambini palestinesi ha subito o è stato testimone di atti di violenza.Hanno visto i loro amici morire,le proprie case abbattute,le scuole bombardate...Guarda,durante la prima Intifida,nel 1987-88,ho avuto in cura molte persone,e i bambini di allora sono cresciuti e diventati capi dell'attuale Intifida.E i bambini che assistono a questa seconda Intifida,immagino che condurranno la terza".
Quel risentimento e quel timore che trasformano i bambini palestinesi in un gruppo sociale traumatizzato saranno alla base di nuovi problemi nel conflitto arabo-israeliano del futuro.No solo per le conseguenze psicologiche profonde,ma per come esse possono influire sul loro ambiente familiare.
Uno dei casi piu significativi riferiti dal dottor Mahmud Sehwail arrivò sulle prime pagine della stampa internazionale e nelle statistiche degli attentati suicidi in Palestina:
"Tre o quattro anni fa mi avevano invitato a partecipare a un programma radiofonico,una trasmissione per persone con disturbi gravi.Un uomo chiama da fuori e riferisce che i figli hanno assistito alla morte della madre,uccisa dagli israeliani,e che da allora sono diventati violenti,aggressivi,sia a scuola sia per strada.L'uomo chiamava per un consiglio,un aiuto psicologico.Un mese piu tardi venimmo a sapere che quello stesso individuo si era fatto esplodere in Israele.Non riusciva piu a gestire il proprio trauma e l'unica via d'uscita era il suicidio".
Un paio di anni dopo,quando intervistai di nuovo il dottor Sehwail,poco dopo i bombardameni di Gaza del gennaio del 2009,la situazione dei traumi infantili si era aggravata a livelli smisurati.
A giudizio dello psichiatra palestinese,ogni attentato suicida cela, in realtà,un trauma e una storia familiare drammatica."Nel 1989 uno dei miei pazienti si era visto distruggere la casa.Il fratello era stato arrestato e mandato nelle carceri israeliane.L'uomo ricostruì la casa,ma gliela distrussero di nuovo:a quel punto reagì con un atto suicida.Ho conosciuto molte famiglie di suicidi e dietro una scelta del genere non c'è mai un motivo religioso.E' solo frutto della sensazione di impotenza.In fondo si tratta di gente traumatizzata che viene sfruttata da gruppi estremisti".
Non potei fare a meno di rammentare Musa,il giovane martire di Jihad islamica di Jenin,con una biografia quasi identica a quella del paziente di Sehwail.
"E quale può essere la soluzione,dottore? Dove porterà tutto questo?Ogni attacco degli israeliani produce altri martiri,che a loro volta danno luogo a nuove rappresaglie degli israeliani...".
"Da psichiatra non vedo soluzioni.Primo,l'occupazione deve finire,non può perdurare.Secondo,deve finire la politica del muro,che traccia una separazione fisica e ci fa sentire rinchiusi in carcere.Perchè tale è:un carcere.E' un'umiliazione.Senza diritti.Non abbiamo nemmeno i diritti basilari.La maggior parte dei lavoratori ha perduto il proprio impiego.Non possiamo andare a scuola,non abbiamo diritto a nulla...Se non si risolve prima questo,non ci sarà mai la pace.E credo che arrivare alla pace non sia solo una responsabilità locale,palestinese,ma internazionale.Da soli non possiamo fare niente.Ed è  anche vero che noi palestinesi siamo molto delusi dalla comunità internazionale,che fa tutto il contrario di quanto sarebbero necessario:ci punisce.Ma a tutto questo non c'è soluzione".
Eppure,malgrado una posizione tanto pessimista,il dottor Sehwail e l suo Centro di cura e riabilitazione per le vittime della tortura continuano a combattere le conseguenze della violenza per mezzo della compassione e del trattamento delle vittime,invece di permettere che l'odio e il desiderio di vendetta si radichino nei cuori.E come dice un vecchio proverbio arabao:" Con la forza della volontà,anche un topo può mangiarsi un gatto".

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