Anglotedesco

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venerdì 7 marzo 2014

ALBERTO BAGNAI:"Colpa delle regole europee se il Paese è in svendita"

foto da www.correttainformazione.it




Sulla STAMPA di stamattina Luca Ricolfi dava le ricette per uscire della crisi, di over-job, di taglio delle tasse  per le imprese.Non ho letto che bisogna tornare ad avere una propria moneta con una banca centrale pubblica che stampi soldi come fa la FED ,la Banca del Giappone o dell'Inghilterra.Come si fa dire che bisogna tagliare le tasse? Bisogna ridurre il debito e restituire una moneta non nostra che ci prestano.E poi il problema principale è la moneta troppo forte per noi, tutti scappano, non ti puoi permettere di pagare gli operai delle PMI 1.400 euro al mese,nessuno viene a comprare  da noi e si rivolgono a Cina,India,Brasile ecc ecc.La bilancia commerciale con l'euro è in rosso,con la "liretta" era in attivo, ricordatevi sempre questo.
Ieri su Libero l'ottimo Claudio Antonelli faceva l'elenco dei 830 marchi italiani passati in mani straniere e non contenti ne vogliono ancora.
Il centrosinistra italiano (e non solo) è semplicemente vergognoso,il M5S pure (anche se fa altre battaglie giuste), gli unici partiti che vogliono uscire dall'euro sono di centrodestra (Lega e si aggiunta la coppia Fratelli d'Italia-Alleanza nazionale con Gianni Alemanno che stamattina ne parlava su Libero).La gente comincia un po a stufarsi e non solo per l'euro ma perchè la sinistra pensa solo ai migranti,inutile negarlo, è così.Per gli alloggi popolari (che conosco) vengono messi in cima alla lista gli stranieri ,e chi me lo dice è uno che ha sempre votato a sinistra ma non è falso come quelli che stanno in parlamento o nei centri sociali.
Cosa bisogna fare per uscire dall'euro? Avere la maggioranza e per farlo bisogna convincere la gente, con un duro lavoro ,ad essere in maniera convinta, anti-euro.Non ho paura di un ritorno al fascismo perchè la Costituzione italiana lo proibisce  e al massimo si possono espellere (come in tutti i paesi del mondo) gli irregolari e chi delinque e non tornerebbero le leggi razziali. 

da LIBERO del 6 marzo 2014

Il fenomeno della cessione all'estero di aziende simbolo del Made in Italy sta attirando un'attenzione sempre piu viva e piuttosto schizofrenica.Da un lato gli ultimi governi hanno insistito sul fatto che l'Italia non era abbastanza "attraente" per gli investitori esteri: il programma "Destinazione Italia",proposto dal governo Letta nell'autunno scorso,voleva proprio rimediare a questa situazione.D'altro canto,commentatori quali l'on Prodi hanno evidenziato come le aziende passate in mano estera siano ormai cosi tante da compromettere lo stesso rilancio della nostra economia,perchè "molta parte del loro valore aggiunto si dirige verso le imprese straniere che hanno acquistato le nostre aziende e ne incassano perciò i margini commerciali e i profitti". (Il Messaggero ,17 agosto 2013).
Ma come stanno le cose? "Siamo brutti, nessuno ci vuole", oppure:"Siamo finiti,ci hanno comprato tutto"? Questi due messaggi sono incoerenti:se nessuno ci vuole,perchè tutti ci pigliano? (Al punto che in cinque anni 830 marchi italiani sono passati in mano estera,come ricordava ieri questo quotidiano).E se facciamo tanti progetti per attirare capitali esteri,perchè poi ci lamentiamo quando arrivano? Nel discorso qualcosa non torna,e può essere utile fare un pò di chiarezza.
In bilancia dei pagamenti gli investimenti fatti a scopo di controllo di un'attività produttiva estera si chiamano "investimenti diretti",e possono essere in entrata (un'azienda francese compra un'azienda italiana) o in uscita (il contrario).In Italia,come in molte altre economie mature,il flusso in uscita prevale su quello in entrata:i nostri investimenti all'estero in media superano quelli esteri in Italia di circa 2 punti di Pil (un ordine di grandezza simile a quello della Germania).Questa  media nasconde dinamiche interessanti.Ad esempio,gli investimenti all'estero degli italiani,che nel 2008 erano pari a 45 miliardi di euro,con la crisi sono scesi a circa 25 miliardi l'anno.Viceversa,quelli esteri in Italia sono passati da -7 nel 2008 (quando gli imprenditori esteri si ritirano dai mercati italiani,avendo sufficienti problemi in casa propria),a circa 14 miliardi l'anno nel periodo successivo.Noi compriamo sempre meno aziende all'estero (esportiamo meno capitali) ma dall'estero continuano a comprare  nostre aziende (cioè noi continuiamo) a importare capitali.
Queste dinamiche si spiegano con due conseguenze della crisi,entrambe preoccupanti.Da un lato,il risparmio netto delle famiglie è passato da piu del 10% del loro reddito disponibile prima della crisi a circa il 3% nel 2012.E' la mancata crescita di risparmio interno che spiega il bisogno di ricorrere al risparmio estero.D'altra parte,la carenza di domanda nell'Eurozona,e in particolare in Italia,mette in crescente difficoltà molte aziende,i cui proprietari preferiscono cedere marchi a know-how.
Allora,siamo finiti?  dati non dicono nemmeno questo.Il saldo fra i profitti incassati sui nostri investimenti diretti esteri e quelli versati agli investitori esteri rimane positivo.Intorno agli 8 miliardi all'anno,anche in conseguenza del fatto che il totale dei nostri investimenti esteri in Italia (262 miliardi,alla stessa data).Se arrivasse un governo che invece di porsi il problema di rendere l'Italia "attraente" si ponesse quello di rilanciare l'economia,nulla dice che il valore aggiunto creato si riverserebbe in massima parte all'estero.
Forse chi continua a colpevolizzare il nostro Paese perchè non attraente se i capitali non arrivano,salvo liquidarlo come spacciato se invece arrivano,vuole insinuare che la crisi ce la meritiamo,e che recuperare spazi di autonomia nella nostra politica economica è ormai inutile.Le cose non stanno proprio così.Certo,nella crisi incidono i nostri problemi strutturali,da affrontare quando avremo le risorse per farlo,ma nessuno ormai si nasconde il fatto che sono le regole europee a ostacolare la ripresa.L'Eurozona è l'unica area del mondo il cui Pil sia rimasto,nel 2013,inferiore al valore del 2008.L'Italia ha ancora risorse per potersi riprendere,ma per poterle sfruttare i suoi governi devono essere in grado di affermare nelle sedi europee l'insoluta priorità di politiche di crescita,praparandosi a trarne la inevitabili conseguenze qualora non trovassero ascolto,come purtroppo finora è stato.

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