Anglotedesco

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Secondo voi chi fa piu danni all'Italia Draghi o Berlusconi?

domenica 14 settembre 2014

BREVI da REPUBBLICA AFFARI E FINANZA



Ritorna l'appuntamento fisso della domenica sui pezzi degli articoli presi dai giornali finanziari.Sia chiaro, non sempre sono d'accordo con quello che scrivono. Tutti i giorni sui quotidiani trovi degli articoli dove si parla di svendere tutto per ridurre il debito pubblico.Cavolate!!! Non riuscirai mai a ridurlo,aumentarà sempre.Gli Usa e il Giappone hanno il doppio del debito pubblico italiano,ma di svendere il patrimonio pubblico non se ne parla minimamente.

PRIVATIZZARE MOLTE PAROLE NESSUNA POLITICA

Un'occhiata all'indietro da l'idea della strada che ci siamo lasciati alle spalle.Se le privatizzazioni di cui si parla oggi fossero state fatte prima della crisi finanziaria,sarebbe andata come segue: dalla vendita del 5% dell'Eni lo Stato avrebbe ricavato circa 5 miliardi di allora,cioè in termini reali,tenuto conto dell'inflazione,piu di quando si spera di raccogliere oggi vendendo il 5% sia di Eni stessa che di Enel.E una cessione di una quota del genere della società elettrica avrebbe prodotto 2 miliardi in più.Se non altro, forse la crisi del debito avrebbe agguantato l'Italia piu tardi e sarebbe durato meno. L'impressione è che per ora il premier abbia stoppato il proprio ministro piu autorevole,proprio questi pensava di avere già il suo via libera.Questa settimana,due continueranno a parlarne.Padoan dirà a Renzi che i ricavi da privatizzazioni di Eni e Enel,gli unici possibili in tempi brevi,servono quest'anno per non far saltare le metriche di contenimento del debito.Insisterà perchè il piano non slitti.Probabilmente prospetterà al premier un compromesso:fra le banche d'affari di Londra c'è già la fila per proporre al governo varie tecniche di ingegneria finanziaria in modo da portare al tesoro gli incassi da cessioni subito (come vuole Padoan) ma vendere le quote dopo (come dice Renzi).Si può lavorare con dei Bond convertibili in azioni dei due grandi gruppi.Si può effettuare una vendita al termine.Di certo, sono tutti sistemi con i quali i banchieri della City incaricati dell'operazione finirebbero per guadagnare due volte a spese del contribuente:ricche commissioni al primo passaggio,quello dell'anticipo di cassa,e poi al secondo con la vendita vera e propria delle quote. Si può dunque essere scusati se si viene assaliti da un sospetto:quando le situazioni diventano così ingarbugliate ,è perchè nel Paese resta un'ambiguità di fondo.Non si è mai fatta chiarezza sull'uso migliore del patrimonio pubblico o sulla presenza dello Stato nei soli grandi gruppi rimasti.Non si riesce a decidere se la vogliamo a fari spenti,un pò a tentoni:il modo migliore per restare incagliati.


FEDERICO FUBINI


EURO E RUSSIA LE SFIDE CHIAVE CHE LA GERMANIA NON HA RACCOLTO

Si ha ormai l'impressione che nelle vicende dell'Ue,anche in quelle piu all'apparenza legate alla routine comunitaria,sia penetrata in maniera violenta la politica internazionale,anzi addirittura la geostrategia.A dire il vero, questa sensazione aveva cominciato ad affermarsi al tempo della riunificazione tedesca,e ancor piu quando i paesi baltici entrarono nella Ue.La capacità delle istituzioni comunitarie di ristabilire su tutto una atmosfera di ponderosa e alla fine noiosa routine,aveva tuttavia fatto si che eventi storicamente enormi fossero poco a poco riassorbiti in questioni di acq uis communautaire e simili. Le difficoltà che la Germania incontra nell'elaborare,come leader dell'Europa,una strategia verso est che tenga sotto controllo i riottosi ex paesi satelliti e si rivolga alla Russia accorciandole l'attenzione assai superiore che essa merita rispetto agli stessi satelliti,e a due forse temporanee aberrazioni storiche come Ucraina e Bielorussia,è dunque qualitativamente assai simile a quella che essa trova nell'elaborare e condurre una politica nei confronti dell'euro.Ciò merge assai chiaramente nello studiare la posizione tedesca nei confronti del valore relativo della valuta europea.Finora è parso che Berlino favorisse un euro forte nei confronti del Dollaro.Giovedi scorso Draghi sembrava essere riuscito a invertire questo corso,dopo i dati sull'indebolimento del ciclo anche in Germania.Ma gli uomini della Bundesbank hanno continuato a votare contro anche giovedi, come ha dovuto ammettere Draghi di fronte alla precisa domanda di una giornalista.Forse,tuttavia, è metodologicamente sbagliato pensare che all'interno della Ue sia ancora possibile vedere come il virtuoso o anche solo realistico un percorso che porti all'affermazione della leadership del massimo stato membro,con conseguente assunzione da parte di esso della funzione di timoniere per tutta l'Europa.Probabilmente una posizione piu giusta è quella che sembra favorire lo stesso Draghi,la elaborazione di una politica fiscale e strutturale a livello europeo,anche se nel processo si immagina una leadership germanica.In effetti, è stato approvato qualche tempo fa un Fiscal Compact,che addirittura ha trovato posto nelle costituzioni di tutti gli stati membri, ma sembra essere stato concepito per tranquillizzare opinione pubblica,parlamento e corte costituzionale di Berlino,che sembrano ancora animati da una filosofia politica buona al massimo per una potenza regionale e non per il paese leader di uno dei giganti economico politici mondiali. Non è certo con un Fiscal Compact così concepito che si superano le limitazioni di un approccio tradizionale alla integrazione europea.Ma di questo superamento abbiamo stretta necessità,se vogliamo che l'Ue salga a livelli sufficienti di credibilità che le permettano di esprimere il ruolo che è necessario esprima nelle attuali e future controversie tra Est Europa e Russia.

MARCELLO DE CECCO




Se un paese così forte,che esporta prodotti d'eccellenza piu degli Usa ed è un rilancio di rating anche nell'istruzione superiore,pensa a misure simili,ci saranno anche ragioni valide,tanto piu sullo sfondo della tradizionale ortodossa tedesca devota ai mantra del rigore.La matematica non è un'opinione,questo lo sanno anche Angela Merkel,i suoi ministri, sottosegretari e legislatori e i vertici della Bundesbank, i quali,guarda caso, hanno cominciato (il presidente Jens Weidmann in persona,avversario storico di Draghi a mettere in guardia contro il pericolo del freno imposto dalla bassa inflazione o deflazione. Vediamo alcune cifre:primo,il governo si prepara,secondo Der Spiegel a rivedere al ribasso le prognosi di crescita del Pil per l'anno in corso, dall'1,8% promesso finora all'1,5%.E' sempre crescita,certo, ma se la locomotiva ha il raffreddore gli altri possono prendersi la polmonite,in una malefica reazione a catena. Secondo l'indice Ifo, della fiducia delle imprese,il piu autorevole qui,per il quarto mese consecutivo è in calo,da 108 a 106,3 punti.Terzo, l'altro mercoledi l'indice PMI manifatturiero è di nuovo rallentato, a 53,7% rispetto alla prognosi di 54,9 e rispetto al 55,7 del mese precedente.Valori sopra il 50% indicano sempre un trend di crescita,sebbene quest'anno la Germania abbia dovuto incassare la brutta sorpresa di un trimestre di pil in negativo. "L'economia tedesca sta continuando a perdere forza e spinta propulsiva",ha ammonito il presidente dell'Institut fur Wirtschaftsforschung,l'istituto di Monaco che pubblica l'indice ifo, il "duro" Hans-Werner Sinn,non sospetto di sognare politiche di aumento della spesa pubblica.I segnali di rallentamento non finiscono qui.Gli ordinativi per l'edilizia,in giugno,sono calati di un sorprendente,allarmante 11,9% rispetto al mese precedente.I produttori di macchinari industriali,comparto-chiave qui come da noi,in cui la Germania è numero uno mondiale,stanno correggendo al peggio ogni previsione.Infine ma non ultimo: l'indice del clima del consumo privato a settembre è calato di 0,3 punti a quota 8,3,il minimo da maggio 2011 quando fu colpito al cuore dell'onda della crisi finanziaria internazionale,dalla catastrofe atomica di Fukushima e dalle rivoluzioni in nordafrica.Adesso i tedeschi cominciano a capire che i pesanti venti di recessione in Francia,Italia ma anche in economie forti come Olanda e Finlandia pesano anche sulle loro sorti.

ANDREA TARQUINI

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