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domenica 29 marzo 2015

COLIN CROUCH: "Alle èlite non serve una dittatura per esercitare il potere"



D'accordo con il sociologo inglese Colin Crouch,però ricordiamoci sempre che dare le chiavi in mano alla finanza speculativa è la politica.L'abolizione della Glass-Steagall, ha fatto molti piu danni che l'introduzione dell'euro,sopratutto ai ceti medio-bassi.Nonostante tutto le gente sfruttasse meglio la tecnologia e internet, ci creerebbero posti di lavoro senza bisogno di mettere piede in una fabbrica.

da IL MANIFESTO del 26 marzo 2015 -Colin Crouch risponde alle domande di Benedetto Vecchi

"Viviamo una situazione paradossale oltre che un paradosso,i regimi politici europei e statunitense sono una forma di atrofia della democrazia.La globalizzazione lo rende evidente,così come rende manifesto il fatto che la democrazia (che rimane principalmente nazionale) cessa di esistere sulla soglia dei posti dove si prendono le decisioni piu importanti sull'economia.Il declino delle identità di classe e della religione,elementi fondamentali nella definizione delle identità politiche nei primi decenni dei processi di democratizzazione,priva gli elettori di legami con il mondo politico.Ma anche i partiti politici ormai si sentono lontani dalla popolazione e usano i metodi del "marketing" come surrogato dei legami venuti meno con chi dovrebbero rappresentare.La cattura dell'attenzione creata dal marketing politico crea però legami artificiali,contingenti;e dunque non convincenti.La crescita della disuguaglianza rende infine molto piu facile che le èlite e le grandi imprese controllino la politica.Questo comporta una trasformazione della forma dello Stato post-feudale saldamente nelle mani della nuova aristocrazia delle grandi imprese.Uno stato,tuttavia,che ha una legittimazione democratica.Alle èlite non serve quindi piu una dittatura per esercitare il potere".

"Il deperimento dello stato-nazione è sotto gli occhi di tutti.Per me,però,le cose sono complesse.Alla luce della globalizzazione,un fenomeno che ritengo positivo,abbiamo bisogno di trascendere lo stato-nazione,perchè è un modo di organizzare e gestire la vita pubblica inadeguato rispetto i compiti politici che abbiamo di fronte.Abbiamo bisogno di queste istituzioni sovranazionali.Piu che abolire dobbiamo però lavorare a una loro democratizzazione.Questo vale anche per l'Unione Europea.Per quanto riguarda l'Europa siamo di fronte a un caso di reculer pour mieux sauter,come dicono i francesi,cioè di arretrare un pò per meglio compiere un balzo in avanti.E' infine vero che la politica nazionale ormai si interessa,forse troppo,delle piccole cose,in una miscela di superfetazione degli interventi sulla vita dei singoli e incapacità di fronteggiare i problemi derivanti dalla globalizzazione".

"C'è sempre stata una tensione nella politica europea tra il neoliberismo e una politica sociale,con una egemonia del primo aspetto.D'altronde non possiamo dimenticare che il progetto iniziale era di fare un mercato comune.Ma la "mercatizzazione" ,benchè porta alcuni vantaggi,produce danni sociali.Da questo punto di vista la definizione di politiche sociali è indispensabile per riparare i "danni prodotti dalle politiche neoliberali.
Per sintetizzare:piu si diffonde la "mercatizzazione" ,piu deve crescere l'impegno per sviluppare interveni politico-sociali per stabilirne limiti e argini.Questo è accaduto,seppur parzialmente ,durante i lavori delle commissioni europee presidute da Delors e da Prodi.Quel che manca oggi è invece l'opera di "bilanciamento" che può essere esercitato da parte della politica.E' questo un aspetto del trionfo della postdemocrazia.Affinchè si sviluppi un'Europa sociale servono proteste e mobilitazioni dei cittadini.Solo in questo modo i governi,le banche e le altre istituzioni (sia nazionali,che europee che internazionali) potranno cambiare la loro agenda".

"Il declino dei sindacati,causato principalmente dal declino della gran industria e la crescita dei settori postindustriali non organizzati,ha reso piu facile un attacco contro i diritti sociali di cittadinanza.Ora però è importante capire i cambiamenti nel lavoro.Le conquiste operaie e sindacali degli anni Settanta hanno come sfondo un'economia industriale,che non è ovviamente scomparsa,ma è tuttavia segnata da una sistematica condizione"congiunturale" dovuta ai continui e repentini mutamenti nell'economia.Prendiamo ad esempio,l'articolo 18 del vostro Statuto dei lavoratori.E' una norma pensata e valida in un preciso contesto storico-produttivo tese a garantire alcuni diritti dei lavoratori,come ad esempio il licenziamento ingiustificato.L'esito delle profonde e drammatiche trasformazioni economiche è la "sparizione" di interi settori produttivi in alcuni Paesi europei.Da qui la necessità di elaborare nuove tipologie di diritti a difesa del lavoro.Se i lavoratori sono costretti a vivere periodi piu o meno lunghi di disoccupazione hanno bisogno di un compenso generoso per continuare a vivere.Allo stesso tempo devono accedere a corsi di formazione professionale finalizzati a trovare un nuovo lavoro.Politiche di questo tipo sono particolarmente deboli in Italia.I sindacati,piu che attestarsi nella sola difesa dell'articolo 18, dovrebbero  attivarsi anche per lo sviluppo di politiche del lavoro.Allo stesso tempo,però,il governo non può limitarsi a volere l'abolizione dell'articolo 18;dovrebbe sviluppare nuovi diritti adeguati per l'economia attuale".




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