Anglotedesco

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venerdì 20 marzo 2015

Il Jobs Act inciderà sul Pil al massimo per lo 0,1%



Sono d'accordo con Giulio Marcon.Ormai è così ,bisogna adeguarsi al nuovo mondo, cioè lavori precari,temporanei tramite agenzie interinali.Un mese quello,tre mesi l'altro e aumenta si la produzione ma intanto il Pil non cresce e la gente non ha futuro.questo è il Jobs Act.


da IL MANIFESTO del 20 marzo 2015-Giulio Marcon

Una volta,per essere competitivi,si svalutava la moneta,oggi si svaluta il lavoro:meno diritti,meno tutele,meno retribuzione.Le politiche neoliberiste si sono basate in questi decenni su quattro pilastri:la riduzione della spesa pubblica e del ruolo dello Stato:le privatizzazioni e le liberazioni (a partire da quella della circolazione dei capitali); gli investimenti privati (il mercato) e la precarizzazione del mercato del lavoro.La riforma del mercato del lavoro è una di quelle riforme strutturali cui Renzi affida la speranza di rilanciare  l'occupazione e l'economia.In realtà,come sappiamo tutti,in questi anni l'esistenza di oltre 45 forme di lavoro atipico non ha incoraggiato ad assumere di piu, ma semplicemente a sostituire i contratti di lavoro con tutele  con forme di lavoro precario,senza diritti.Non si sono creati posti di lavoro in piu,ma solo piu lavori precari.Ne queste riforme hanno avuto effetti salvifici sull'economia.Proprio nel Def si dice che l'impatto del Jobs Act sul Pil sarà minimo:non piu dello 0,1% si tratta di previsioni;e quelle del governo in questi vent'anni sono sempre state troppo ottimistiche e poi inevitabilmente corrette al ribasso.
L'assunto dal quale si parte è noto:bisogna mettere le imprese nelle condizioni di avere meno vincoli e costi possibile.E così potranno assumere.solo che, probabilmente,i nuovi saranno assai pochi:la maggior parte dei nuovi  contratti saranno sostituiti,cioè trasformeranno rapporti di lavoro pre-esistenti piu gravosi di quelli piu convenienti introdotti dalla legge di stabilità.Tutte le agevolazioni fiscali di questi anni,le imprese non le hanno utilizzate per fare investimenti nell'economia reale,ma in quella finanziaria e speculativa o per arrotondare i loro profitti.La realtà è che i governi occidentali di questi anni ( e Renzi oggi),rinunciano ad ogni politica industriale ,non c'è una politica degli investimenti pubblici (che in 20 anni si sono dimezzati),non c'è una politica del lavoro.
Servirebbe uno Stato che fosse attivo,indirettamente,nella creazione di posti di lavoro,attraverso un'agenzia nazionale come quella (la Works Progress Administration) che fu creata da Franklin Delano Roosvelt durante il New Deal.E servirebbero degli investimenti pazienti (che danno riscontro sul medio periodo) in settori fondamentali per creare buona economia e buona occupazione:nell'innovazione e nella ricerca,nel settore formativo ed educativo e nella coesione sociale.E poi,bisognerebbe riprendere un discorso che oggi può sembrare in controtendenza (sicuramente rispetto alle politiche neoliberiste),ma quanto mai attuate e necessario:la riduzione dell'orario di lavoro.

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