Anglotedesco

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venerdì 3 aprile 2015

MARCELLO DE CECCO:"Se la finanza non aiuta l'economia reale"



Per un buon numero di decenni gli economisti,compreso chi vi parla,hanno scritto che lo sviluppo delle strutture finanziarie influisce positivamente sulla crescita reale delle economie poichè questo rapporto positivo si dava per accertato,il dibattito tra gli economisti si spostava alle modalità dello sviluppo finanziario piu adatte a favorire la crescita dell'economia reale.Ci si chiedeva se un modo di sviluppo finanziario che si realizza facendo crescere mercati sempre di più ampi,profondi ed efficienti,fosse superiore ad un modo di sviluppo che invece privilegia la crescita di istituzioni come le banche universali,che sono quelle che si dedicano anche a far nascere e crescere le imprese mediante partecipazioni dirette in esse.
Spinta dalla gravità della crisi,sembra ora prevalere la visione opposta.Si afferma che lo sviluppo del settore finanziario,a prescindere dalle sue caratteristiche avviene a scapito della crescita della economia reale.
Quindi,la crescita del settore finanziario è negativamente correlata con quella dell'economia reale,dell'industria e dei commerci di un Paese.Opinioni di questo tipo non sono manifestate da economisti della sinistra estrema o della destra estrema,quelli per intendersi che hanno sempre visto il capitalismo finanziario come una piovra che succhia il sangue al settore reale e ai suoi protagonisti,imprenditori e lavoratori che essi siano.La finanziarizzazione eccessiva è ora deprecata anche da coloro che avevano,in passato, creduto nello sviluppo virtuoso delle strutture finanziarie.Lo si fa sulla base di ragionamenti fondati sul potere del grande oligopolio finanziario internazionale che si è formato negli ultimi decenni.Esso si è visto come conseguenza della prima crisi del petrolio e degli effetti negativi che essa ha indotto su buona parte dei conti esteri dei paesi sviluppati.A causa delle liberalizzazioni,delle attività finanziarie, effettuate per attrarre capitali sufficienti a riequilibrare i conti esteri messi in crisi dall'aumento dei prezzi del petrolio,l'oligopolio finanziario internazionale che si è formato ha potuto fissare i prezzi dei suoi servizi e sotrarre,per la maggior redditività che riesce così a esprimere,sia risorse finanziarie a chi,come molte attività industriali,riesce a remunerarle meno,sia risorse umane di maggiore valore,perchè riesce a pagarle meglio.
Nei settori finanziari,i manager pagati meglio non sono piu quelli addetti alla ricerca o alla organizzazione della produzione,ma quelli che fanno da interfaccia alle istituzioni finanziarie e cercano di ottenere condizioni piu favorevoli per le risorse che devono investire.O quelli che all'interno delle loro imprese, "fanno finanza",ad esempio nelle divisioni delle medesime imprese che si dedicano ad attività di ricerca e collocazione di risorse finanziarie.Tramite i mercati.La crescita dell'economia finanziaria,a prescindere dalle considerazioni sulla collateralizzazione della quale si è velocemente dato conto,sembra avere assunto,una volta ancora,le caratteristiche di una accellerazione del processo di innovazione finanziaria.Ma è una innovazione che ha come scopo una sottrazione sempre maggiore del potere finanziario al controllo degli Stati per la maggior fluidità delle risorse finanziarie,cioè della loro maggior capacità di muoversi tra Stati diversi.O addirittura di migrare,per motivi specialmente di evasione o elusione fiscale,verso centri off-shore che in effetti sono spesso "la mano sinistra di Dio" delle grandi piazze finanziarie poste almeno formalmente sotto la sovranità di grandi stati nazionali.

da LA REPUBBLICA AFFARI E FINANZA del 30 marzo 2015

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