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domenica 5 aprile 2015

Nella testa di una jihadista



Ho deciso di cambiare argomenti in questi due giorni pasquali.La Jihad è un altro argomento importante e da seguire con molta attezione e devo dire che questo libro scritto dalla brava Anna Erelle  ve lo consiglio insieme all'altro che lessi mesi fa di Antonio Salas L'INFILTRATO.
Quando leggi certe cose ti vengono i brividi però se devo dire una cosa, guardando il numero di morti ,le stragi,gli italiani sono peggiori.

da NELLA TESTA DI UNA JIHADISTA -Anna Erelle (tre60)

E' venerdi sera.Contrariata,esco da una delle redazioni per cui lavoro come freelance.La lettera di un avvocato inviata al giornale vieta la pubblicazione di un mio articolo dedicato a una giovane jihadista.Ho appena passato due giorni in Belgio con sua madre,Samira.Un anno fa la figlia è scappata in Siria per incontrare Tarik,l'uomo della sua vita,fanatico votato alla causa dello Stato Islamico (IS).Follemente innamorata e altrettanto incosciente,Leila voleva vivere con il suo grande amore.Samira ha intravisto un barlume di speranza quando ha saputo della morte di colui che era costretta a considerare suo genero:una pallottola nel cuore aveva avuto ragione delle sue ventuno primavere.A quel punto non vedeva alcun motivo per cui la figlia prolungasse la sua permanenza in un Paese messo tragicamente a ferro e fuoco.Leila,invece,si è dimostrata irremovibile:ormai apparteneva a quella terra consacrata e aveva tutta l'intenzione di dare il proprio contributo combattendo per creare uno Stato religioso in Siria.Con o senza suo marito.Tarik era emiro,per questo si sarebbero presi cura della sua vedova.Le dimostravano un profondo rispetto.Tanto che Leila ha rigirato la domanda a sua madre:

"Perchè dovrei tornare?"

La stampa locale si è impossessata della vicenda.Ha paragonato la giovane jihadista di diciotto anni alla "vedova nera",figura di spicco nel terrorismo internazionale e moglie dell'assassino del comandante Massoud.La risposta di Samira non si è fatto attendere,commisurata all'amore che prova per sua figlia.Ma la sfida in cui si stava lanciando era immensa.Doveva non solo riuscire a riportare Leila in Belgio,ma anche dimostrare alle autorità che sua figlia si trovava nel Paese piu pericoloso al mondo per scopi umanitari.In caso contrario,Leila sarebbe stata ritenuta una minaccia alla sicurezza interna e mandata in prigione,finendo poi,magari, per essere addirittura bandita dalla sua stessa patria.
E' a questo punto che il mio cammino incrocia quello di Samira.Il giornalismo porta a conoscere le situazioni piu disparate,e talvolta capita di incontrare la disperazione di una madre.Sopraffatta,Samira si è rivolta a Dimitri Bontinck,ex militare delle forze speciali belghe diventato famoso per essere riuscito a rimpatriare suo figlio dalla Siria.Dimitri rappresenta la speranza per tutte quelle famiglie europee che si sono svegliate una mattina trovandosi di fronte la brutale realtà:la Jihad può riguardare anche un adolescente insospettabile,il loro figlio o la loro figlia.Da allora,Dimitri,super impegnato ma sopratutto sempre pronto al rischio,prosegue nelle sue missioni suicide per salvare altri giovani o,almeno,per scovare qualche informazione concreta in grado di aiutare le loro famiglie.Consapevole del pericolo che corre Leila,cui hanno affibbiato la reputazione di "nuova vedova nera",ha chiesto a me di incontrare la madre.Sono una giornalista appassionata di geopolitica,ma ben lontana dall'esserne un'esperta.Invece,ho sempre nutrito un certo interesse per tutto ciò che ha a che fare con i comportamenti devianti.Poco importa la loro origine:che riguardi la religione,la nazionalità o il contesto sociale,l'errore che ha portato alla fatale caduta di questi destini mi affascina.Può trattarsi di droga,delinquenza,emarginazione...In questi ultimi anni ho lavorato molto alle derive dell'Islam radicale,e da un anno studio nello specifico le abitudini di alcuni jihadisti europei dello Stato Islamico.Anche se i casi si assomigliano tutti,cerco sempre di capire quale ferita abbia segnato tanto profondamente queste persone da spingerle ad abbracciare una simile causa,lasciando tutto per recarsi a dare la morte e a sfidarla.In quel periodo,io e Dimitri stavamo lavorando alla stesura di un libro che racconta i nove mesi terribili che lui ha dedicato alla ricerca di suo figlio.Bussavamo spesso alle porte delle famiglie europee che hanno dovuto affrontare il suo stesso calvario.Dal canto mio,cerco di moltiplicare questi incontri.Mentre comprendo benissimo l'impatto della propaganda in rete sui nuovi soldati di Dio,continuo a non spiegarmi il passaggio all'azione.Lasciare tutto? Il proprio passato,i genitori? In poche settimane,eliminare dalla propria vita una vita intera,con la convinzione che non bisogna voltarsi indietro.Mai.Mi si gela il sangue nelle vene ogni volta che metto piede in camera di questi giovani,dove in genere il padre e la madre non hanno toccato nulla.Mi addentro in un'intimità che non mi appartiene nelle stanze divenute il santuario di una vita dimenticata.Come se le loro reliquie di adolescenti rappresentassero l'ultima prova della loro esistenza.Quella di Leila sembra ibernata,prigioniera di un'epoca passata.Foto della sua vita "normale" fanno mostra di sè un pò ovunque.La si vede in top,truccata,con degli amici,al bar.Immagini stereotipe molto distanti dalla nuova Leila in burqua integrale che imbraccia un kalashnikov.Dopo aver ascoltato a lungo Samira proseguo nella mia inchiesta,che conferma alcune sue affermazioni,e scrivo l'articolo.L'ennesimo su un argomento che rischia di diventare drammaticamente inflazionato in questi ultimi mesi.Ma non uscirà.Leila si è infuriata quando sua madre l'ha informata del nostro colloquio,l'ha minacciata di tagliare i ponti:"Se parli di me alla stampa, non solo non rientrerò,ma tu non saprai piu niente di me.Non saprai se sono viva o morta" mi riferisce Samira piangendo,in preda al panico.Stando così le cose,non me la sento.Per principio,potrei anche pubblicare il mio articolo:il caso è pubblico e ha avuto ampia risonanza in Belgio.Ma a che pro? Di vicende come queste ne piovono tristemente ogni settimana.Conosco la determinazione di questi giovani che credono di avere abbracciato la fede.Durante l'intero corso delle loro giornate vengono martellati di inviti a dimenticare la famiglia di "miscredenti" da cui provengono e aprire le braccia ai loro nuovi fratelli.Nel corso di questa ricerca,gli "infedeli",che si chiamino mamma o papà,rappresentano ai loro occhi dei meri ostacoli.
Non è colpa di Leila,lei è sinceramente convinta di proteggere sua madre dicendole cosa deve fare.Una volta rientrata a casa,sola,mi arrabbio per i metodi di proselitismo utilizzati dalle brigate islamiche.Cerca i video di Tarik ancora vivo,sciroppandomi un numero incalcolabile di film di propaganda su YouTube.Quando il linguaggio utilizzato non è nè francese nè inglese,tolgo l'audio.Non ne posso  piu di questi canti che, è vero, danno alla testa e abbruttiscono.Sempre meglio delle immagini di tortura e di cadaveri carbonizzati sotto il sole.Vago nei meandri delle reti francofone di questi mujaheddin ,e rimango sempre sbalordita dal contrasto tra il suono e l'immagine:le giovani risate a commento delle orrende,insostenibili scene ne accrescono l'atrocità.E' quasi un anno che vedo crescere questo fenomeno.Molti adolescenti hanno un secondo account Facebook,sotto falsa identità.Vivono in modo irreprensibile in seno alle famiglie,ma una volta soli in stanza si lancano in questo altro mondo virtuale,ormai loro,che scambiano per reale.Alcuni,senza rendersi conto della portata e della gravità dei messaggi che trasmettono,incitano all'omicidio.Altriinvitano alla Jihad.Le ragazze condividono molti link sui bambini palestinesi,mostrando in particolare la sofferenza dei piu piccoli.Gli pseudonimi dietro ai quali si celano sono tutti preceduti da Umm, che in arabo significa "mamma".
I social network racchiudono informazioni preziose,se si sa dove cercare.A questo scopo,come molti altri giornalisti,anch'io possiedo un falso profilo,creato diversi anni fa.Mi serve per osservare alcuni fenomeni d'attualità.In generale comunico molto poco,o comunque brevemente,con il centinaio di "amici" da ogni parte del mondo che compongono la mia lista in rete.Su questo secondo account,mi chiamo Mèlanie Nin.Mèlanie,perchè è un nome piuttosto diffuso,e Nin perchè,quando ho creato questo profilo ,stavo leggendo Tropico del Capricorno.Anche i frequentatori della mia pagina non si presentano con la loro vera identità.Ed è il loro avatar,anche se si credono anonimi,a rivelare molto sulle abitudini e la fascinazione crescente nei confronti della propaganda islamista.Osservo per ore la disinvoltura che dimostrano nell'esprimersi pubblicamente e liberamente sui propri progetti macabri,o meglio delideranti.Di certo tutto questo contribuisce ad aumentare il proselitismo.Per fortuna,non tutti gli adolescenti che incitano al delitto sono dei futuri assassini;la Jihad 2.0 è per alcuni solo una moda.Per altri,tuttavia,è il primo passo verso l'estremismo.
Rodendomi dalla frustrazione di non poter pubblicare  l'articolo sulla vicenda di Leila e Samira,passo l'intera serata accasciata sul divano a saltare da un profilo all'altro.Di colpo rimango incollata davanti al video di un jihadista francese sui trentacinque anni:sembra una pessima parodia dei Guignols de l'info.Sorrido.Ma in realtà c'è da piangere.Non sono fiera di me,ma bisogna vedere la scena:è assurda.Un certo Abu Bilel,in divisa militare,fa l'"inventario" dell'equipaggiamento della sua 4X4 a beneficio dei fan.Sostiene di essere in Siria e lo sfondo alle sue spalle,una vera no man's land,sembra confermarlo.Sventola orgoglioso la sua radio CB uscita direttamente dagli anni Settanta che dovrebbe servirgli per comunicare  con gli altri combattenti quando saltano le reti telefoniche.In realtà,piu che tenerlo informato,gracchia.Nel retro dell'auto,accanto al giubbotto antiproiettile c'è una delle sue mitragliette,una Uzi,storica arma  dell'esercito israeliano.Esibisce a uno a uno gli altri pezzi,tra cui "un M16 rubato a un marine in Iraq"... Scoppio a ridere.Scoprirò piu tardi che invece è una dichiarazione plausibile.Così come capirò che Abu Bilel non è stupido come sembra.E sopratutto che,in questi ultimi quindici anni, ha fatto aumentare il numero delle Jihad un pò ovunque nel mondo.Ma procediamo con ordine.Per il momento ,il combattente continua la sua fiera dimostrazione svelando il contenuto del vano portaoggetti.Una grossa pila di libri siriani,caramelle,un coltello.Una grossa pila di libri siriani,caramelle,un coltello.Infine,si toglie i Ray-Ban a specchio e lascia intravedere occhi neri sottolineati dalla matita scura.So che è una tecnica di guerra afgana per evitare di lacrimare a causa del fumo.Ciò non toglie che un terrorista truccato come me stupisca,per non dire altro.Abu Bilel parla perfettamente francese,con un leggerissimo accento che direi algerino.Ostenta un largo sorriso e un'espressione soddisfatta,che si accentua ulteriormente quandoinvita tutti a raggiungerlo per compiere l'egira.

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