Anglotedesco

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domenica 15 maggio 2016

M5S.La degenerazione.Dal libro di Paolo Becchi



Abitando nel parmense è impossibile non interessarsi a quello che sta succedendo al sindaco di Parma Federico Pizzarotti.Sia chiara una cosa:piu che parmigiano-parmense sono italiano (purtroppo) dunque di una città come Parma mi interessa poco, se succede qualcosa di interessante bene altrimenti la ignoro anche se ci abito da 40 anni.Una cittadina di paesani benestanti che vivono solo di osterie e Teatro Regio, non fa per me...

Il Movimento Cinquestelle assomiglia sempre di piu a Forza Italia, se critichi il padrone, vieni sbranato dai suoi Pittbull.Federico Pizzarotti aveva osato criticare il "metodo"Casaleggio  e da li hanno cominciato a metterlo da parte, trattarlo come un traditore.Dicono che non ha avvisato che gli era arrivato un avviso di garanzia.Balle, lui ha provato e mettersi in contatto col Movimento ma non gli rispondevano perchè ormai è diventata una mafietta,non puoi criticare i padroni.
Pubblico un pezzo dell'ultimo libro di Paolo Becchi.Il professore genovese, per la quale io ho una grande simpatia, mi ha inviato molto gentilmente via email 83 pagine del suo libro.


DA LIBRO.CINQUESTELLE & ASSOCIATI -Paolo Becchi

(KAOS)


Per il M5s targato Casaleggio si aprono problematiche nuove.
Anzitutto, la questione degli iscritti certificati del MoVimento
e degli attivisti in genere. Il “nuovo” M5s, da questo
punto di vista, si sta comportando esattamente come il Pd
renziano, per il quale le primarie vanno fatte solo dove e
quando lo ritiene il capo. Se per il Pd questo è accettabile e
logico (si tratta di una consorteria partitocratica al servizio
di Renzi), per un movimento che della partecipazione diretta
dei cittadini alla vita politica aveva fatto una delle sue ragioni
d’essere è inconcepibile.
È cambiato completamente il ruolo degli attivisti: un tempo
erano loro i veri soggetti politici, rispetto ai quali i parlamentari
erano meri portavoce – oggi invece gli attivisti non
hanno più nessuna voce in capitolo. Alla chetichella, dopo
le espulsioni dei parlamentari in dissenso, è cominciata la
grande pulizia interna ai meet up, privati di qualsiasi autonomia
politica, e se non allineati al nuovo corso colpiti da scomunica
ufficiale. Attivisti di vecchia data sono stati cacciati
perché riottosi ad accettare la svolta partitica, qualunque
discussione interna troncata sul nascere. Questo è il nuovo
partito-setta a tolleranza zero contro la vecchia guardia.
Esemplare la vicenda del celebre meet up romano, il gruppo
878, con parecchi attivisti, ben noto a livello nazionale
per essere il più duro e intransigente sui principi del MoVimento:
è stato chiuso in quattro e quattrotto senza clamori,
perché mai avrebbe accettato la svolta partitica in atto. Il
dissidente Federico Pizzarotti, modesto sindaco di Parma,
viene tollerato solo in quanto è manifesta la sua incapacità
di coagulare l’area del dissenso interno al M5s. Il modesto
Pizzarotti continua a invocare un meet up nazionale, proprio
mentre Casaleggio ha deciso di privare quelli locali di qualsiasi
autonomia politica, e dove (come a Roma) questo non
era possibile, di chiuderli. Ora il sindaco di Parma si dice
addirittura felice del “passo di lato” di Grillo, sperando che
questo comporti un aumento di democrazia interna al M5s,
come se il problema fosse Grillo: Pizzarotti fa finta di non
capire quello che sta davvero succedendo, oppure proprio
non capisce?
Il secondo problema riguarda la figura, decisiva per il
MoVimento, del garante. Grillo, dopo aver fatto togliere il
suo nome dal logo, ha ormai altri pensieri (e tra questi la
sua carriera artistica). Nel comunicato politico 53 di fine
ottobre 2012 (quindi ben prima del trionfale risultato delle
elezioni politiche del 2013), il comico aveva scritto: «Io devo
essere il capo politico di un movimento, però io voglio solo
dirvi che il mio ruolo è quello di garante» 27. Ma nel comunicato
politico n. 54, datato circa un anno e mezzo dopo,
in occasione delle Europee, Grillo non esitò a definirsi capo
politico del M5s, dimenticando completamente che il vero
leader avrebbe dovuto essere la Rete. Dopo la sconfitta, con
il comunicato successivo aveva annunciato di «essere un po’
stanchino», e aveva provveduto a benedire un Direttorio:
ribadendo però di voler rimanere il garante. Ma allora chi è
adesso il “capo politico” del M5s? E come mai il garante non
è intervenuto a far rispettare per esempio le regole per le
elezioni comunali?
Togliendo il suo nome dal logo (febbraio 2016), Grillo
ha fatto un altro passo indietro. Il mantra al riguardo è che

«Grillo lo aveva detto» che quando il MoVimento fosse cresciuto,
lui si sarebbe fatto da parte. A quanto pare ci siamo:
Grillo è ormai assente, anche se ancora si avverte la presenza
della sua assenza 28. Lui ormai si limita a fare il presidente
del nuovo M5s, e dallo scranno presidenziale invia gli auguri
di Natale e di Buon anno, riscaldando la solita minestra
degli “onesti” e rinunciando perfino a parlare di politica,
ben attento a non riconoscere il fallimento del suo originario
progetto rivoluzionario per cambiare l’Italia. E la misura
di quel fallimento è riscontrabile proprio nello snaturamento
dei principi fondanti del MoVimento.
Per rendersene conto è sufficiente un breve raffronto tra
quanto scritto da Grillo in due comunicati politici a tre anni
di distanza l’uno dall’altro, il comunicato politico 46 del
2011 e il 55 del 2014.
Comunicato politico numero 46 (8 settembre 2011)
La vecchia politica è al tramonto. Rimangono solo gli ultimi
pallidi raggi che illudono ancora coloro che sono affezionati ai
leader e ai leaderini, alle strutture verticistiche, piramidali. Alle
scuole di partito e all’organizzazione sul territorio con sedi regionali
e comunali e capataz locali.
La somma delle intelligenze dei cittadini, possibile grazie alla
Rete, ha un valore enorme, non comparabile con alcun politico.
La stessa parola “politico” non vuol dire più nulla. È diventato
un corpo separato dalla società che si specchia nella sua presunta
autorevolezza e competenza e si esibisce come una foca ammaestrata
nei convegni e in televisione. Ognuno vale uno. Il Belgio
è senza governo ormai da tempo e funziona meglio di prima. In
Islanda la Costituzione viene riscritta on line con i cittadini. Sono
segnali di un nuovo mondo che sta nascendo.
Il MoVimento 5 stelle vuole esserne parte. Vuole includere
chiunque. Ha regole semplici riassunte nel “Non Statuto”: chi è
incensurato, non abbia svolto due mandati elettivi e non sia iscritto
a partiti può candidarsi. Il M5s ha un Programma discusso in
Rete. Non è necessario altro. L’eletto del M5s risponde solo alla
sua coscienza e all’applicazione del programma, non a fantomatici
comitati sul territorio. L’obiettivo del M5s è che i cittadini si
occupino direttamente della politica a livello locale e nazionale
non quello che diventino dei politici. La forza del M5s è nell’indipendenza
dei suoi eletti e dei suoi attivisti. Nel loro essere persone
che svolgono un incarico sociale senza secondi fini. È un
movimento open source senza indirizzi, assemblee, coordinamenti.
Non è un partito e non lo diventerà. Il M5s sta crescendo. Alcuni
lo danno al 6%. Crescerà ancora, appartiene al futuro.
Longanesi scrisse che gli italiani corrono sempre in soccorso
del vincitore. Mi aspetto quindi, insieme ad attacchi sempre più
scomposti del Palazzo, come quello di Scalfari (“Beppe Grillo è
una sciagura”), anche l’arrivo di infiltrati e l’emergere di carrieristi
della politica. È inevitabile che ciò avvenga. L’importante è
che la Rete, come finora è riuscita a fare, li identifichi e li mostri
nella loro dimensione. Non ci sono poteri occulti dietro il M5s,
ma solo persone che hanno dedicato tempo e risorse a una nuova
idea della politica come partecipazione. Chi scrive il contrario è
un disinformato o in malafede.
A Roma, il 10 settembre, ci sarà una civile protesta mia e di altri
cittadini per la legge Parlamento pulito firmata da 350.000 cittadini.
Gian Antonio Stella è stato l’unico giornalista ad aver pubblicato
un articolo sulle motivazioni della giornata. Per definire
l’atteggiamento degli occupanti abusivi del Parlamento nei confronti
di una legge popolare ha usato il termine “supplica al regnante”,
una gentile concessione al popolo da parte di Schifani
e dei suoi sodali. Ma non ci sono più re, solo nuove Bastiglie che
saranno occupate una dopo l’altra. Il cittadino è l’unico responsabile
del suo destino. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?).
Noi neppure.
Comunicato politico numero 55 (28 novembre 2014)
Quando abbiamo intrapreso l’appassionante percorso del Mo-
Vimento 5 stelle, ho assunto il ruolo di garante per assicurare il
rispetto dei valori fondanti di questa comunità.
Oggi, se vogliamo che questo diventi un Paese migliore, dobbiamo
ripartire con più energia ed entusiasmo. Il M5s ha bisogno
di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale.
Questo è un dato di fatto. Io, il camper e il blog non bastiamo più.
Sono un po’ stanchino, come direbbe Forrest Gump. Quindi pur
rimanendo nel ruolo di garante del M5s ho deciso di proporre
cinque persone, tra le molte valide, che grazie alle loro diverse
storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del
M5s in particolare sul territorio e in Parlamento. Oggi le propongo
in questo ruolo per un voto agli iscritti, in ordine alfabetico:
Alessandro Di Battista;
Queste persone si incontreranno regolarmente con me per esaminare
la situazione generale, condividere le decisioni più urgenti
e costruire, con l’aiuto di tutti, il futuro del MoVimento 5 stelle.
Questi due comunicati contengono i segni del mutamento:
«Rimangono solo gli ultimi pallidi raggi che illudono
ancora coloro che sono affezionati ai leader e ai leaderini,
alle strutture verticistiche, piramidali» (2011); «Il M5s
ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia
di quella attuale» (2014). «L’eletto del M5s risponde solo
alla sua coscienza e all’applicazione del programma, non
a fantomatici comitati sul territorio» (2011); «Ho deciso di
proporre cinque persone, che grazie alle loro diverse storie
e competenze opereranno come riferimento più ampio del
M5s in particolare sul territorio e in Parlamento» (2014).
«È un movimento open source senza indirizzi, assemblee, coordinamenti
» (2011); «Queste persone si incontreranno regolarmente
con me per esaminare la situazione generale,
condividere le decisioni più urgenti» (2014).
E poi ancora, nel 2011 si diceva che il MoVimento «non
è un partito e non lo diventerà mai» e che «ognuno vale
uno». Oggi il M5s è diventato un partito ibrido, con una
struttura in cui uno solo decide, pochi valgono molto, e tutti
gli altri non contano un cazzo.
Grillo è “stanchino”: sente il peso di non essere riuscito a
portare a termine quella rivoluzione che ha veramente sognato
e che ci ha fatto sognare. Come se si fosse accorto che
il suo M5s non è più suo, o forse non lo è mai stato. E così si
defila tenendo un basso profilo, tornandosene da dov’era venuto
prima che Casaleggio andasse a bussare alla sua porta.
Alla fine del 2015 Grillo decide di tornare a fare il comico
nei teatri con la faccia di chi è stato sconfitto nell’ultima
battaglia e non vuole più combattere la guerra perché sa di
averla già persa. Non è neppure riuscito nell’impresa del
referendum sull’euro a cui tanto diceva di tenere. E anche
se le prospettive delineate dai sondaggi spronano il M5s, il
suo tono è dimesso. Ormai Grillo è diventato, come lui stesso
ammette, un ologramma in un Paese di ologrammi. Più
che un augurio, il suo sembra uno spot pubblicitario per il
suo spettacolo teatrale in programma nel 2016 a Milano e
Roma. Si apre però un grosso problema.
Nonostante questi cambiamenti, resta comunque ancora
Grillo il garante delle regole? E se non è più lui, chi è il nuovo
garante? O forse, in assenza del garante, non esistono più
neppure le garanzie? Nell’intervista pubblicata dal “Corriere
della sera” il 24 gennaio 2016, non a caso nella pagina degli
spettacoli, il fondatore del MoVimento ribadisce la sua intenzione
di voler continuare a essere il garante delle regole
e tuttavia di voler fare un “passo di fianco”:
Quindi torna sul palcoscenico, per dire cosa?
«Guardate che io sono sempre quel comico che avete conosciuto
negli anni, è il vostro punto di vista nei miei confronti che è
cambiato. In realtà le due personalità di Grillo non ci sono, è la
schizofrenia di milioni di persone che hanno identificato in me
due ruoli, quello comico e quello politico».
Adesso come si rimedia?
«Con una terapia che faccio agli spettatori. Avevo anche ipotizzato
di andare io da un analista, ma avrei dovuto pagare un
estraneo. Invece ho pensato che era meglio far venire migliaia di
estranei da me facendo pagare loro qualcosa. Mi è sembrata la
soluzione più semplice».
E allora come si articolerà lo spettacolo?
«Ci saranno dei robot in scena, degli oggetti su cui proietterò
dei filmati, e inoltre ci sarà il mio ologramma che finirà per
rappresentare quella schizofrenia di cui sono rimaste vittime le
persone. E poi riproporrò le cose che facevo un tempo sul palco:
suonerò la chitarra, come all’inizio della mia carriera, e ci saranno
momenti di cabaret. In sostanza racconterò in breve la mia storia
che poi mi ha condotto alle grandi svolte».
Lei se lo immaginava un Grillo così?
«In fondo io non volevo... Non avrei mai pensato di essere l’artefice
di un movimento politico. Ma forse era destino. Probabilmente
anche perché non sono mai stato iscritto a nessuna associazione,
nemmeno ai boyscout. Ho fatto il tornitore, il saldatore,
il rappresentante di abbigliamento: tutti lavori finiti male. Probabilmente
c’era un perché. E durante lo spettacolo spiego proprio
come mi sono trovato a fare certe scelte così importanti. È successo
anche ringraziandomi per le cose che dicevo. Allora mi sono detto:
perché tutte queste esperienze non proviamo a raggrupparle?
Ecco, il MoVimento è nato più o meno così».
Non l’è mai venuto di pensare: “Ma chi me l’ha fatto fare”?
«Assolutamente no, sono molto orgoglioso di quello che ho
fatto. Ripeto, il senso dello spettacolo è proprio questo: ripercorrere
le tappe che mi hanno portato fino a qui. Ovviamente non
mancheranno le mie “visioni” sul futuro e i mezzi per come raggiungerlo.
Qui non funziona più nulla: il lavoro, il reddito, la finanza,
l’energia... Siamo costretti ad immaginarci un altro mondo
e nel corso della serata io proporrò delle idee. Ma attenzione: io
non posso essere la visione del MoVimento. Bisogna che persone
per bene, che sono libere mentalmente, abbraccino e si rendano
partecipi di un pensiero comune che potrebbe essere quello del
MoVimento 5 stelle sull’energia o in generale su come vogliamo
che sia la vita dei nostri figli, dei nostri nipoti. Se non hai questa
visione, di questa politica rimane poca cosa».
Tornerebbe alla sua vita di prima?
«Ma quella c’è sempre stata. Solo che si è creata una confusione
di ruoli. Io non sono il leader dei Cinquestelle, e non ci deve
essere alcun leader. Le persone hanno identificato in me questa
forma di partito-verticistico che di fatto non esiste. Ecco perché
ci sarà sempre più una diffusione dei poteri all’interno del MoVimento,
lanciato sì grazie alla mia popolarità e alla mia reputazione,
ma io non sono a capo di niente. Perché noi abbiamo scelto di
applicare un modello auto-organizzante. E credo che in Europa
sia la prima volta che succeda. Io voglio essere solo il garante di
certe regole precise: questo è e questo sarà il mio compito».
Però lei ha tolto il suo nome dal logo del MoVimento...
«Non mi sto allontanando, diciamo che faccio un passo di fianco.
Ma sono sereno perché ho voglia di riconquistare la mia libertà».
Di cosa?
«Di dire quello che voglio con la mia solita ironia. Mi sono sempre
giocato la carriera per una parola. Sono stato fatto fuori dalla
televisione proprio per questi motivi. Un comico è fatto così, si
farebbe ammazzare per una battuta».
Riprende allora a fare il comico a tempo pieno?
«Ma la mia vita non l’ho mica gettata tutta in politica. Anche
perché non sono capace di fare interviste come si conviene ad un
leader. La mia natura è un’altra, pure quando parlo di cose delicate
mi piace descriverle con un po’ di ironia. E invece a volte ho
dovuto fingere di essere serio mentre dentro ribollivo».
Sta dicendo che non poteva dare sfogo al suo vero carattere?
«Esatto. Perché c’era il rischio di perdere due punti di percentuale
per una freddura sui vegetariani. Ma che significa tutto questo?
».
Se le offrissero un programma in tv, accetterebbe di riaffacciarsi dal piccolo
schermo?
«Non saprei, la televisione non è più il mio media. Perché io
posso dire anche cose meravigliose, ma se la regia mi inquadra
una caviglia mentre sto parlando, o mi inquadra la mano, o punta
la telecamera su un’altra persona in studio che fa una smorfia, la
gente che guarda da casa finisce per impastare un po’ tutto e non
capisce nulla. In tv ci vado solo se mi garantiscono una conversazione,
non una discussione con immagini che spiazzano».
Dopo tanti anni di esperienza sul campo, secondo lei oggi qual è la missione
della politica?
«Impedire che si facciano schifezze piuttosto che fare cose
meravigliose. La verità è che la politica bisognerebbe analizzarla
come una malattia mentale perché si basa sul niente. Anche i
voti ai candidati si fondano sulla popolarità, sulla gestualità, sulla
simpatia. È una rappresentazione del nulla. Il nulla che riempie il
vuoto».
Rispetto al suo teatro degli esordi, che tipo di responsabilità sente di avere
attualmente nei confronti del pubblico?
«Sorprenderlo. Quando facevo spettacoli anni fa la gente che
mi veniva a sentire aveva poca informazione e la Rete non era così
frequentata. Oggi la situazione è completamente diversa. Se prendo
un filmato dal Web, devo fornire agli spettatori una prospettiva
che non hanno ancora considerato. Devo anticipare, questa
è la mia responsabilità. Prima non c’era questo problema perché
poche persone navigavano in Internet e rimanevano sconvolte
nel vedere un video della metropolitana in Cina che si muoveva
sospesa in aria; oppure quando gli facevo vedere la macchina a
idrogeno; o anche la stampante in 3D. Tutte cose che oggi non
impressionano più nessuno».
Che tipo di platea si aspetta al suo nuovo spettacolo?
«Spero che in sala non ci siano solo i grillini. Vorrei che a tea
tro venissero le persone a cui sono salito sulle scatole perché mi
sono messo a fare politica. Poi giudichino loro se è uno spettacolo
divertente, leggero, stupido, pesante. Il mio scopo è di far passare
due ore agli spettatori a prescindere dall’appartenenza politica».
Ma lo show prevede che, tra il Grillo comico e il Grillo politico, alla fine
uno dei due avrà la meglio sull’altro: e se dovesse spuntarla il primo?
«Non succederà perché tra i due non c’è mai stata battaglia. Io
sono solo una specie di traduttore di deliri. E per me il delirio è
una buona cosa» 29.
Questa intervista non sorprende più di tanto. Bisogna
vendere i biglietti per il nuovo spettacolo, bisogna evitare
un nuovo flop dopo quello dell’anno precedente, e allora
ben venga un po’ di pubblicità. Tanto più che il blog ormai
è in crisi, e il “Corriere della sera”, spalancato al M5s, può
ben prestarsi a un’operazione di marketing. Ma vale la pena
riflettere brevemente sulle parole di Grillo. Lui sarebbe stato
sempre e comunque un comico, solo che ci sarebbero
stati alcuni milioni di idioti i quali hanno creduto che il
suo messaggio fosse politico, mentre si sarebbe trattato in
realtà solo di un grande show. Insomma, i quasi 9 milioni
di suoi elettori nel 2013 sarebbero stati tutti vittime di una
schizofrenia collettiva, che lui adesso intenderebbe “curare”
con lo spettacolo che sta portando in alcune sale a Milano a
Roma. Per usare il suo colorito linguaggio, lui sarebbe sempre
stato soltanto un comico incazzato perché mamma Rai
lo aveva cacciato, e per vendicarsi si sarebbe divertito per un
paio d’anni a prenderci politicamente per il culo. E adesso
ce lo dice anche chiaramente.
Chi credeva che il MoVimento Cinquestelle fosse un progetto
politico nuovo, alternativo, capace di riportare al centro
della vita politica i cittadini, si è sbagliato: «La verità è
che la politica è una malattia mentale, perché si basa sul
niente. Anche i voti ai candidati si fondano sulla popolarità,
sulla gestualità, sulla simpatia. È una rappresentazione del
nulla. Il nulla che riempie il vuoto». Ti aspetteresti queste
un nostalgico del situazionismo alla Guy Debord, ma non
dal leader-fondatore di un movimento con milioni di elettori
che aspira a governare il Paese. Questo in effetti è, come
dice Grillo, il delirio assoluto 30.
Ma il passo di lato non basta. È difficile tornare alla satira
dopo averla abbandonata per la politica, difficile dire che
i tanti italiani che lo hanno votato sono degli idioti i quali
non si sono accorti che lui li stava prendendo per il culo.
Difficile credere alle sue odierne affermazioni secondo cui
la politica sarebbe una malattia mentale, dopo che lui stesso
ha fondato un movimento politico con tanto di gruppi parlamentari.

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