Anglotedesco

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giovedì 7 settembre 2017

In Giappone i contratti irregolari o temporanei sono il 37,5%



Ammetto che prima di leggere questo stupendo articolo di Alanna Semuels, non sapevo di questa percentuale.Ormai la dittatura neoliberista ,che è il vero cancro del pianeta, non risparmia nessuno e tra le sue armi piu devastanti c'è la precarietà.
Sempre in questo articolo c'è la storia di un ragazzo giapponese supersfruttato da una grande multinazionale.Quel pezzo lo pubblicherò nei prossimi giorni.

In Giappone la popolazione è in calo.Per la prima volta da quando è in calo.Per la prima volta da quando è cominciato il censimento delle nascite piu di un secolo fa,nel 2016 ,sono nati meno di un milione di bambini e la popolazione è scesa di 300.000 unità.Tutti danno la colpa ai giovani,accusati di non fare abbastanza sesso,e alle donne  che,si dice, preferiscono la carriera al matrimonio e alla famiglia.
Ma c'è un'altra spiegazione,molto piu semplice,che vale anche per gli Usa:il tasso di natalità sta scendendo perché l'economia crea meno opportunità per i giovani ,e soprattutto per gli uomini.In Giappone ,dove l'uomo è ancora considerato quello che porta a casa il pane e mantiene la famiglia,la carenza di buoni posti di lavoro rischia di dar vita a una classe di uomini che si sposano e non fanno figli perché sanno (e lo sanno anche le loro potenziali partner) che non possono permetterselo.
"I problemi legati al genere sono abbastanza in linea con trend in tutto il mondo: per gli uomini la situazione è diventata piu difficile",dice Anne Allison ,che insegna antropologia culturale alla Duke university e ha curato una recente raccolta di saggi intitolata Japan : the precarius future:"Il tasso di natalità è sceso ed è sceso anche il numero di coppie che si formano.La gente dice che il motivo principale è l'insicurezza economica".
Può sembrare un fenomeno sorprendente in un paese come il Giappone,dove l'economia sta andando bene e il tasso di disoccupazione è inferiore al 3%.In realtà,la diminuzione delle opportunità economiche nasce da una tendenza generalizzata a livello mondiale : l'aumento dell'occupazione precaria.Fin dal secondo dopoguerra,il Giappone è stato caratterizzato da un alto di "impieghi regolari",secondo la definizione degli studiosi del mercato del lavoro:gli uomini cominciavano la carriera in aziende che garantivano ottimi benefit e scatti salariali  regolari con l'idea che lavorando sodo avrebbero conservato il posto fino alla pensione.
Oggi invece,spiega Jeff Kingston,professore della Temple university di Tokyo e autore di diversi libri sul Giappone,circa il 40% della forza lavoro giapponese è "irregolare" : due giapponesi su cinque non lavorano in aziende che assicurano il posto fisso a vita ma si arrangiano tra occupazioni temporanee e part time, con stipendi bassi e benefit inesistenti (e nelle statistiche del governo,questi lavoratori temporanei risultano come occupati).Solo il 20% dei lavoratori precari riesce a passare prima o poi al posto fisso.Secondo Kingston,tra il 1995 e il 2008 il numero dei lavoratori regolari giapponesi è sceso di 3,8 milioni,mentre quello dei precari è aumentato di 7,6 milioni.




I lavoratori precari giapponesi  sono chiamati anche freeter,incrocio  tra l'inglese freelance  e il tedesco arbeiter (lavoratore).Kingston spiega   che il boom del precariato in Giappone è cominciato negli anni 90' ,quando il governo ha approvato la riforma della legge sul lavoro per favorire l'impiego di lavoratori temporanei e a contratto reclutati attraverso società intermediarie.Quando la globalizzazione ha costretto le imprese a tagliare i costi,le aziende si sono affidate sempre di piu al lavoro temporaneo,una tendenza che si è intensificata  durante la grande recessione dalla metà degli anni novanta.
Oggi in Giappone anche un "buon" impiego può essere spietato.Chi ha la fortuna di averne uno magari guadagna abbastanza per mantenere la famiglia,ma spesso non ha il tempo per avere una vita sociale o per fare qualsiasi cosa a parte lavorare,dormire e mangiare.I livelli di stress sono talmente alti che molti crollano.

Alanna Semuels-The Atlantic

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