Anglotedesco

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venerdì 31 agosto 2018

Gli Zombi (popolo):mercati? No, è colpa dei politici ladri che abbiamo

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La situazione è questa:gli italiani (almeno 7 su 10,per essere generoso) non capisce perchè il mondo va in questo modo, è menefreghista, non leggono neanche i giornali che pubblica almeno i dati Istat, vive di "droghe" e quando mettono la mano in tasca e sentono solo la fodera, si affidano al politico dell'opposizione, magari giovane.
Mercati? Agenzie di rating? Chissenefrega, il problema sono i politici ladri, sono loro che ci hanno ridotto così, e poi i migranti, quelli che ci rubano il lavoro e che per colpa loro (il neoliberismo non sanno neanche cosa sia) gli stipendi si abbassano. Adesso c'è Salvini che blocca gli sbarchi e Di Maio che togli i vitalizi, le cose andranno meglio.
Bene, a questi disinformati (per non usare  termini ben piu pesanti) consiglio di leggere attentamente l'articolo sotto.

da LA REPUBBLICA del 31 agosto 2018 

Meno mutui (e più cari), meno soldi alle imprese e una sforbiciata ai risparmi di casa.
La marcia silenziosa dello spread – salito di 164 punti da maggio a ieri – non costa caro solo allo Stato italiano. Il Tesoro – ai rendimenti attuali – pagherà in un anno quasi 5 miliardi di interessi sul debito in più. Una bolletta salata però, se non ci sarà presto una schiarita, è in arrivo anche per famiglie e aziende tricolori.
Le prime crepe nei portafogli dei risparmiatori sono già evidenti: Piazza Affari ha perso il 14% da maggio (contro il -3% delle Borse europee e il + 7% di Wall Street), mille euro di valore di Btp a dieci anni si sono ridimensionati in quattro mesi a 900. Il peggio però – salvo inversioni di rotta – rischia di arrivare a breve quando l’effetto-domino partito dai rialzi dei rendimenti sui circuiti telematici e transitato con danni collaterali sui bilanci di banche e assicurazioni presenterà il conto agli italiani e alle imprese di casa nostra.
Il percorso dello schiacciasassi-spread verso le tasche degli italiani è già iniziato e da maggio ha fatto un bel pezzo di strada. Lo Stato italiano – per vendere un titolo decennale – è stato costretto ieri a garantire agli investitori un rendimento del 3,25%, contro l’1,7% che pagava a fine aprile. E il valore di questo bond sul mercato è sceso da 102 a 90. Il primo effetto-collaterale concreto delle fibrillazioni legate al rischio-Italia è stato sulle banche. I problemi degli istituti sono due: il primo è che un quarto della loro raccolta di liquidità (i soldi di cui hanno bisogno per funzionare) avviene sui mercati all’ingrosso dove i tassi sono cresciuti in maniera direttamente proporzionale ai Btp. Il secondo è che nei loro portafogli ci sono 355 miliardi di titoli di Stato italiani (altri 315 li hanno le assicurazioni), il 19% del nostro debito pubblico complessivo.
Un "tesoretto" il cui valore contabile - in base alle rigidissime regole del settore imposte dopo il crac Lehman – deve essere aggiornato alle quotazioni di mercato, bruciando capitale e margini di manovra per l’attività creditizia. Risultato: le banche spendono più soldi per raccogliere fondi mentre le perdite sui Btp - come hanno dimostrato gli ultimi bilanci semestrali - hanno già eroso il capitale e i fondi a disposizione per i prestiti. E a questo punto dopo sei mesi – almeno così è stato durante la crisi del 2011 – il cerino del caro-spread passa nelle mani di correntisti e aziende.
Il passaggio del testimone segue una via lineare: gli istituti di credito stringono i cordoni della borsa per rispettare i requisiti di capitale e sono più restii a concedere prestiti. E quando li garantiscono, lo fanno a costi superiori, per recuperare i soldi in più pagati per raccogliere la liquidità. E a saldare il conto sono i clienti. I mutui per la casa in essere sono legati all’Euribor che, per fortuna, non è sensibile ai balzi d’umore per lo spread. E infatti fino ad oggi sono rimasti al palo. Ma chi dovrà farne di nuovi si troverà con ogni probabilità di fronte a condizioni e commissioni meno favorevoli di qualche mese fa.
Nel 2011 quando lo spread viaggiava a quota 500, calcola il Crif, le rate dei mutui casa sono cresciute del 4%. Un aumento di 100 punti base del tasso di riferimento fa salire da 700 a 820 euro circa la rata mensile per un prestito a 20 anni da 150mila euro.
Problemi simili rischiano di affrontarli pure le aziende. Nel 2011 la crisi è costata all’Italia spa un sovrapprezzo da 15 miliardi di maggiori interessi sui debiti. E la stretta sui rubinetti del credito ha ridotto di molto il volume dei prestiti concessi dalle banche, che ancora oggi sono inferiori del 15% circa rispetto una decina di anni fa.
Le imprese hanno un guaio in più: la loro attività quotidiana è finanziata anche con l’emissione di bond sul mercato. E il prezzo di questo strumento è già salito esattamente come il Btp. Telecom ha dovuto pagare 50 basis point in più con una recente emissione, persino una banca solida come Intesa Sanpaolo ha visto salire i tassi sulla sua ultima obbligazione.
La valanga dello spread ha così completato il viaggio dai mercati alle tasche della gente comune. E da li, come un virus, rischia di contagiare tutta l’economia: riducendo i consumi, frenando i conti delle imprese, costringendo le banche ad aumenti di capitale, mettendo a rischio i conti di un Paese con oltre 2.200 miliardi di debito pubblico. Il copione l’abbiamo già vissuto una volta sette anni fa. E nessuno, indipendentemente dal colore politico, ha voglia a questo punto di concedere un bis.

giovedì 30 agosto 2018

La stampa estera sul crollo del ponte Morandi a Genova

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L'architetto e ingegnere italiano Riccardo Morandi ( 1902-1989 ), autore del progetto di un ponte auto crollato vicino a Genova , 37 anni fa ha informato le autorità sul rapido deterioramento dei materiali da cui è stato fabbricato.
La relazione di Morandi è contenuta tra i documenti confiscati dalle Guardie Finanziarie nel Ministero dei Trasporti e sulle infrastrutture nel quadro dell'indagine sulla tragedia, secondo quanto riferito dal TASS citando il canale televisivo TGCom24 il 30 agosto.
Secondo il canale, anche negli anni '80, Morandi ha scritto di "materiali più veloci, più attesi, più vecchi e più resistenti". Negli ultimi anni, gli ingegneri che hanno valutato lo stato del cavalcavia con una lunghezza di poco più di un chilometro, situato ad un'altezza di 90 metri, hanno ripetutamente sottolineato la sua inadeguata sicurezza e la necessità di lavori di riparazione. Questo oggetto di infrastrutture di trasporto fu costruito nel 1967 e fu spesso chiamato con il nome dell'architetto: il Ponte Morandi.
Secondo The Independent , Morandi ha notato l'impatto negativo sulla costruzione in cemento di aria di mare e le emissioni dall'impianto situato vicino al ponte. Indicò anche l'eccessiva corrosione dei materiali.
Il 14 agosto nei pressi della città italiana di Genova, una lunga passerella del ponte, lungo la quale passa l'autostrada ad alta velocità A10 (Genova-Savona, la strada europea E80). Al momento dell'incidente, c'erano più di 30 auto e tre camion. A seguito del disastro, 43 persone sono morte.
Una versione delle cause del collasso è la formazione di una "bolla d'aria" in un pilastro di supporto collassato.
Come ha riferito il ministro dei Trasporti e Infrastrutture Danilo Toninelli, prima del 1 ° settembre, i rappresentanti della rete stradale italiana della società Autostrade per l'Italia dovrebbero fornire una relazione completa sul programma delle opere preventive. È già deciso che il resto del ponte sarà smantellato e ne verrà costruito uno nuovo. Allo stesso tempo, la città ha urgente bisogno di ricostruire l'itinerario, un'importante arteria di trasporto per l'intera regione, collegando le aree costiere del nord con il centro e il sud dell'Appennino.
Gli investigatori che stanno indagando sul fatto di omicidio non intenzionale non hanno ancora nominato un numero o il nome degli imputati che potrebbero essere accusati.

mercoledì 29 agosto 2018

ANTONIO TAJANI:"Il nostro mercato avrà bisogno di immigrazione legale e controllata"

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Sbagliato.In futuro i robot sostituiranno gli esseri umani sopratutto nei lavori che fanno i migranti.Parliamo invece del prese.Sulla La Repubblica cartacea nella pagina di Bologna, c'è un articolo dove si parla di immigrati che fanno quei mestieri che gli italiani si rifiutano di fare.Bene: paga da 450 euro al mese e quasi mai rinnovo del contratto.Questa è la dittatura neoliberista e questi sono i motivi perché vogliono la "deportazione di massa".

«Chi scelgo tra Macron e Salvini? Io sono nel Ppe e scelgo il Ppe. Tutti i sondaggi dicono che saremo ancora il primo partito alle prossime elezioni europee e puntiamo a conservare la guida della Commissione e del Parlamento europeo». Antonio Tajani ieri ha seguito con molta attenzione l’incontro tra Matteo Salvini e Viktor Orban. Lo ha fatto da presidente del Parlamento europeo, ma anche da vicepresidente del Ppe e da numero due di Forza Italia.

L’alleanza con la Lega porterà Orban fuori dal Ppe?

«Non credo che voglia uscirne e sinceramente mi auguro che ci rimanga».

È ipotizzabile un ingresso di Salvini?

«Se la Lega chiedesse di aderire al Ppe e ai suoi valori, facendo una scelta a favore dell’Unione europea e dell’euro, allora il partito esaminerebbe la domanda. Ma non mi risulta che una simile richiesta sia stata fatta».

Ieri da Milano è partita la sfida a Macron: il Ppe guarda di più al presidente francese o alla Lega?

«Noi non guardiamo a nessuno. Siamo il Ppe, primo partito europeo, e andiamo avanti per la nostra strada. Io sono stato eletto da una coalizione formata da popolari, conservatori e liberali. Salvini non mi ha votato e così facendo ha favorito il mio rivale socialista (Gianni Pittella, ndr). Nonostante questo, ho vinto comunque».

Orban e Salvini hanno detto che esistono due gruppi in Europa: chi vuole fermare l’immigrazione e chi vuole governarla. È così?

«Vanno fatte entrambe le cose, ma con una strategia di lungo periodo. Con investimenti sostanziosi: io ho chiesto almeno 50 miliardi per l’Africa nel prossimo bilancio pluriennale della Ue. L’immigrazione illegale va fermata, però i flussi vanno anche gestiti. In futuro continueranno e dovranno essere governati perché il nostro mercato avrà bisogno di immigrazione legale e controllata. E poi ci sono i rifugiati, che è un altro capitolo».

Orban non vuole nemmeno chi scappa da guerre e dittature…

«Davanti ai rifugiati non possiamo voltare le spalle. Penso ai cristiani che fuggono dalla Siria, dall’Eritrea o dall’Iraq. Davvero non capisco quei governi che difendono le radici cristiane dell’Europa e poi però non accolgono queste persone. È inaccettabile. Mi auguro che Salvini abbia convinto Orban ad accettare la redistribuzione».

Lo dice con ironia?

«No, no: lo dico in modo molto serio. Spero ne abbiano parlato perché una riforma di Dublino, con una equa redistribuzione dei richiedenti asilo, è nell’interesse dell’Italia. I Paesi di Visegrad hanno beneficiato degli aiuti Ue, ogni anno prendono molti soldi. È giusto che anche loro mostrino solidarietà».

Ma il loro «no» alle quote è netto.

«E allora contribuiscano con un impegno finanziario serio agli investimenti in Africa. Ma devono mettere miliardi, però».

Salvini non sembra insistere troppo sulla redistribuzione, il M5S invece ne fa una questione di principio. Le sembra coerente la linea del governo su questo tema?

«Ma non lo è su nulla. Infrastrutture, Ilva, rapporti con le imprese… Sono divisi su tutto. L’ho detto sin dall’inizio: questo è un matrimonio contro natura. E per nascondere i veri problemi e la mancanza di una strategia si attaccano agli slogan, alle critiche verso Bruxelles».

Quali sono, secondo lei, i veri problemi?

«La politica economica. Stiamo andando col cappello in mano in giro per il mondo a chiedere di comprare il nostro debito. Ma le aste stanno andando deserte. Il problema non è Bruxelles, ma i mercati. È la fiducia nel nostro Paese che non c’è più. Tanti spot, tanti proclami, ma nessuna sostanza. Sembra la storia della rana che si gonfia, si gonfia, si gonfia e poi esplode. È una continua sfida tra M5S e Lega a chi cresce di più nei sondaggi, mentre l’economia italiana è ferma. Ma temo che alla fine i nodi verranno al pettine. Perché non si può continuare a fare campagna elettorale quando si è al governo. La minaccia di bloccare i versamenti al bilancio Ue, per esempio, è una sciocchezza sesquipedale. Bisogna smetterla di prendere in giro gli italiani con dichiarazioni demagogiche che non portano a nulla».

da LA STAMPA del 29 agosto 2018

martedì 28 agosto 2018

GIULIO SAPELLI:"Giù le mani da Paolo Savona"

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Pubblico per il momento solo quando risponde sul crollo del ponte Morandi di genova e Prodi-Savona.

"Avverto molta indignazione e sento parlare di revoca di caducazione.Indietro non si torna e al governo dico: ragazzi inventatevi qualcosa di moderno.Ciò che è successo è così terribile che non ci si si può limitare a nazionalizzare.Serve qualcosa di diverso,per esempio un no profit.Oggi fra cambiamenti climatici,rischi geologici,ammodernamenti tecnologici,servono sistemi avanzatissimi,sensori collegati a computer satelliti.E' follia pura quotare in Borsa una società una società che gestisce le infrastrutture.Tutto Quello che guadagna lo deve reinvestire nell'innovazione,nella manutenzione,nella sicurezza.Per gestire la concessione basterebbe un officer,un civil servant.Niente cda e tutti gli utili reinvestiti in sicurezza.Lo proposi quando nel 2004-2005 ero presidente delle Autostrade lombarde,non se ne fece nulla.Il sistema fu teorizzato da Elinor Ostrom,la geniale economista americana che vinse il Nobel nel 2009.E l'esempio pratico era la Florida,dove si lavorava per applicarlo.La Florida,non l'Unione sovietica".

"Mi chiedo come si permetta Romano Prodi di gettare fango su Paolo Savona.Lui  che da professore ha solo il titolo mentre Savona lo è davvero.Prodi ha scritto un solo libro sul distretto delle ceramiche di Sassuolo edito dal Mulino,in cui tra l'altro ne preconizzava la fine.Savona invece è un grande economista e tale rimarrà.Altra categoria"

da LA VERITA' del 27 agosto 2018.Intervista di Giorgio Gandola

lunedì 27 agosto 2018

La Grecia non uscirà mai dalla crisi


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Sulle spiagge e nelle città semideserte della Grecia,l'uscita dal piano di salvataggio suscita per lo più commenti amari e disillusi.In generale i greci non solo affatto convinti che le loro vite miglioreranno presto e che le prospettive del paese saranno simili a quelle degli altri.Paesi "salvati" dell'eurozona.E' come se il "ritorno alla normalità" e l'uscita netta promessa dal governo accadessero altrove.Lo scenario descritto dagli analisti non è molto più incoraggiante tornare sui mercati internazionali non sarà semplice."Come potete festeggiare l'uscita dal bailout se i mercati sono chiusi",commenta una fonte del settore bancario, riferendosi agli altri costi di finanziamento che  hanno fatto naufragare il progetto del governo greco di emissioni di titoli di Stato prima della fine del piano di aiuti.Inoltre la crisi in Turchia e in Italia hanno confermato che la Grecia è ancora molto vulnerabile alle scosse.Il risanamento dei conti andrà avanti.La Grecia ha accettato di tagliare ulteriormente le pensioni a partire dal primo gennaio 2019.A ridurre la soglia dell'esenzione fiscale dal 2020 e del 2,2% in seguito.Il governo sta cercando di scongiurare il taglio delle pensioni,ma non è detto che i mercati reagiranno favorevolmente.La Grecia resterà ancora sotto la stretta supervisione dei creditori,tra cui il FMI.Qualsiasi deviazione dalla linea della stabilità comporterà una sospensione delle misure di alleggerimento del debito.La teoria del "rimbalzo" non si è concretizzata.Anche se l'economia greca sta uscendo dalla più lunga recessione della sua storia,il tasso di crescita è ancora inferiore alle previsioni,intorno al 2% per il 2018.Un nuovo intervento sui conti pubblici porterebbe ulteriori sofferenze.La Grecia non è stata coinvolta dalla ripresa europea nè dal quantitative easing della BCE, e ora deve affrontare un contento internazionale precario e l'impennata dei tassi d'interesse.
Le banche greche continuano a sostenere il peso di un'enorme quantità di prestiti tossici,che rappresentano il 42% del totale,mentre in altri paesi europei non superano il 5%.Questo fardello impedisce agli istituti di credito di finanziare la crescita.Le riforme strutturali del settore pubblico è ancora sospesa e l'evasione fiscale continua a dilagare.
Gli analisti riconoscono che negli ultimi otto anni la Grecia ha fatto importanti passi avanti sul bilancio: da un deficit del 15,4% del Pil nel 2009 si è passati a un avanzo dello 0,8% nel 2017 (con un avanzo primario del 4,2% nello stesso anno).Il disavanzo commerciale è passato dal 15% del 2008 allo 0,8% del 2017.
Ma questi progressi hanno avuto un costo altissimo in termini di reddito (il pil si è ridotto del 25%) e disoccupazione,e nasce sostanzialmente da un'eccessiva tassazione che ha imposto sofferenze enormi alle famiglie e minato le prospettive del Paese.Dato che anche secondo le agenzie di rating la crescita è il problema più impellente, gli economisti suggeriscono di ridurre la pressione fiscale.Ancora più importante,sopratutto rispetto al problema degli investimenti dall'estero, è ricostruire un clima di fiducia. Ma il ricordo del fallimento della privatizzazione dell'ex aereoporto di Elliniko e della miniera d'oro di Skouries è ancora fresco della memoria dei greci.E l'avvivinarsi delle elezioni fa temere un ritorno alle cattive abitudini del passato.

EIRINI CHRYSOLORA (Kathimerini)

domenica 26 agosto 2018

Pepe Mujica non capisce che questa è "deportazione di massa"

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Pepe Mujica è sicuramente un personaggio singolare che io guardo con simpatia però sul mondo di oggi ma sopratutto del futuro, non è molto preparato.Dice che l'Europa ha bisogno di forze fresche e fa male a respingere i migranti,in realtà questa è deportazione di massa, è la dittatura neoliberista che ha mandato in rovina la classe medio-bassa e che tramite giornali,tv ,intellettualsi falsi e lontani della realtà li spinge a cercare quella ricchezza impossibile da portar via all'1%.
E poi caro Pepe, come scritto in altri post, con la robotica gli stranieri non serviranno più ,ci penseranno i robot a farecerti mestieri rendendo molto di più.



« Pepe? Está durmiendo ». È appena arrivato a Roma per il suo nuovo tour italiano e José "Pepe" Mujica, dopo 83 anni di lotte, passione e il recente addio al seggio in Senato, si gode la sua siesta. Come quando è stato il presidente uruguaiano "contadino" (2010-2015) , l’ex guerrigliero tupamaro ha rinunciato a quasi tutto il suo compenso, la pensione. A Mujica i soldi non servono, a lui basta la vita vera. «Ma eccomi qui!», esclama improvvisamente alle spalle, mentre avanza verso il tavolino dell’hotel con una camicia color kaki, gli occhietti vispi e la chiave della stanza 319 che contempla per tutta l’intervista.

Presidente Mujica, benvenuto in Italia, il Paese di sua madre, migrante di origine ligure.

«E quanti italiani ha accolto l’Uruguay nei decenni... abbiamo preso tutti i vostri pregi e difetti.
L’immigrazione ha portato in Sudamerica tanta civiltà, come la cultura sindacale».

Oggi invece l’Italia è uno dei Paesi più duri sull’immigrazione, in un contesto europeo sempre più pilatesco.

«Il vero problema non sono i migranti ma il fatto che voi europei siete un continente vecchio: avete bisogno di forza lavoro e invece la respingete. Anzi: se i flussi si sanno amministrare, questa è un’enorme possibilità a medio termine. Il vero problema è il cambiamento climatico e l’imminente disastro ambientale su cui la codardia politica dell’Occidente è inerte».

Molte persone votano per partiti sovranisti, antieuropeisti o xenofobi.

«Quanto siamo smemorati. L’Ue avrà molti difetti, ma ha garantito la pace per quasi un secolo, quando nell’ultimo millennio l’Europa è stata sempre in guerra. Per il resto, più è ricca una società, più rischia di essere egoista. Trump e i suoi simili sono stati votati soprattutto dalla classe medio-bassa spaventata da un’economia transnazionale che aumenta le disuguaglianze del libero mercato, che solo la politica può mitigare. Ecco perché la politica è più importante che mai.
Ma è ferma».

Perché?

«Perché ha perso consenso. Perché è bloccata, anche per alcuni effetti collaterali dello stesso capitalismo. Siamo consumisti compulsivi, confondiamo l’avere con l’essere, a volte la politica è un mezzo per raggiungere soldi e potere. Ma la politica non può essere mai questo.
La politica è una necessità umana perché non siamo felini, ma gregari: solo se si uniscono ,gli uomini lasciano il segno nella Storia. Lo diceva anche Aristotele: l’uomo è un animale politico. L’obiettivo della politica è superare le divisioni tra gli uomini in un contesto sociale. Oggi, in un’era profondamente individualista e tecnologica, ciò è enormemente difficile e la politica perde fiducia e credibilità».

E come se ne esce?

«La politica può commettere errori, perché è umana. Ma la politica è cruciale, perché sostiene le nostre basi democratiche. Senza politica, concederemmo l’istruzione, il welfare, la sanità e i nostri diritti ai gruppi più forti e spietati di un Paese. E qui arriviamo al punto: la politica, quella libertaria, deve capire che può sopravvivere solo se torna a dare un messaggio di fiducia, di uguaglianza e soprattutto se torna a vivere come vive la maggioranza della popolazione. Quando la politica assume valori e forme dei settori più potenti o aristrocratici della società, muore. E ipoteca la democrazia».

In questo contesto, la sinistra, di cui lei è mito contemporaneo, è agonizzante in Occidente.

«La sinistra ha innanzitutto un peccato originale: si spacca, sempre e ovunque. Questo nella Storia ha favorito personaggi come Franco, Mussolini e Hitler. I quali però erano molto popolari nelle classi medio-basse, un po’ come i leader populisti oggi. Ma non possiamo dare la colpa agli operai se oggi la sinistra non riesce ad arrivare a loro: non li stiamo rappresentando. In America Latina, per esempio, siamo riusciti ad aumentare i consumatori, ma non i "cittadini".
Per rinascere, la sinistra oggi non deve solo pensare allo sviluppo economico, ma deve farsi carico della felicità umana, due cose che spesso non coincidono. E poi deve tornare a osare. La sinistra ha spesso contribuito a generare civilizzazione, diritti, e non si è mai accontentata. Questa dovrebbe essere ancora oggi la sinistra».

Lei però ha mollato, si è dimesso.

«Ma io non rinuncerò mai alla politica, anche se adesso sono un po’ stanco. Non posso rinunciare all’aria che respiro. Farò quel che posso, darò consigli, come tutti i vecchi».

La passione politica e le persecuzioni che negli anni ha subito dalla dittatura le hanno fatto trovare l’amore della sua vita Lucía Topolansky (oggi vicepresidente uruguaiana, ndr), ma non le hanno permesso di avere figli, per esempio.

« Volevo cambiare il mondo e non sono riuscito ad avere nemmeno un figlio... certo, questo mi ha segnato. Ma è un prezzo da pagare in una vita molto intensa. Noi essere umani abbiamo molta più capacità di sognare che di raggiungere risultati. È il difetto e la virtù dell’uomo».

da LA REPUBBLICA del 26 agosto 2018-intervista a Josè Pepe Mujica di Antonello Guerrera

venerdì 24 agosto 2018

ROBOTICA.Paolo Ferrario (E-work) pensa che nel prossimo decennio sarà ancora richiesto il lavoro manuale...




I ragazzi fanno bene a mettere da parte certi avori e studiare materia come la tecnologia e la robotica.Paolo Ferrario molto probabilmente vive su un altro pianeta o forse è il solito italiano che al futuro non ci pensa.Lo ripeto per l'ennesima volta:non il pessimista Anglotedesco ma le piu prestigiose università del mondo come quella di Oxford e Massachautex prevedono che lavori come quelle elencati nell'articolo,spariranno entro 15-20 anni, e chi non saprà guadagnare un euro con la tecnologia, navigherà in cattivissime acque.
Per quanto riguarda quello che rimane adesso, ci sono zone d'Italia dove non sono tutti dottori e trovi benissimo persone disposte a fare i muratori,falegnami e altri lavori manuali.Solo che,come sempre,il datore di lavoro ama fare il furbo sperando sempre di trovare schiavi che lavorano senza lamentarsi.Io con loro ci ho sempre litigato e adesso cerco di ridicolizzarli il piu possibile


da LIBERO del 24 agosto 2018.Articolo di Claudia Osmetti


Più ricercati dei tecnici della Nasa e più corteggiati dei supermanager di Piazza Affari: ma quali plurilaureati, professori, intellettuali della domenica, il mercato del lavoro ha bisogno di artigiani. Di gente disposta a sporcarsi le mani (non per modo di dire) e a darsi da fare fin da subito. Di falegnami e di giardinieri, di calzolai e di orefici, di camerieri e di sarti. Al limite di operai specializzati. Solo che non si trovano: è difficile coprire un posto su quattro nonostante la facilità nel trovare un’occupazione e retribuzioni variabili da 25.000 a 40.000 euro euro lordi annui. È quel che emerge dall’Osservatorio di E-work, Agenzia per il Lavoro leader in Italia e presente sul territorio nazionale con 34 filiali.

Un allarme ormai diffuso un po’ ovunque. I centri per l'impiego di Imperia (in Liguria), in questi giorni, hanno tappezzato i loro annunci con volantini destinati a responsabili tecnici della temoidraulica, a floricultori e a un numero imprecisato di cuochi che nemmeno si contano. Quelli di Parma (in Emilia Romagna) stanno scandagliando le domande per scovare un operai idraulico junior (la selezione è persino urgentissima), un addetto al settore cartotecnica e un manutentore elettrico. A Cremona (in Lombardia) scarseggiano elettricisti, contabili, progettisti idraulici e autisti.

POCHI APPRENDISTI

Ragazzi, la scuola è importante, ovvio. Ma padroneggiare un’abilità pratica aiuta. Eccome. Invece nel nostro Paese gli apprendisti che si approcciano al mercato del lavoro sono sempre di meno, negli ultimi anni sono diminuiti del 43%: negli anni Settanta (quando gli strascichi del boom economico trainavano ancora l’occupazione) se ne contavano 721mila, nel 2015 si arrivava a malapena a 410mila. Troppo pochi.

E dire che, dati e statistiche alla mano, l’assunzione sarebbe anche un gioco da bambini. L’82,5% degli studenti degli Istituti tecnici superiori, l'anno scorso, ha trovato un posto fisso un anno dopo la maturità, la maggior parte di loro in un ufficio (o in un'officina) coerente al proprio percorso di studio appena concluso. Gli iscritti a queste scuole hanno la strada spianata, nei prossimi cinque anni si stima che serviranno almeno 272mila tra periti ed esperti tecnici.

E se questo non bastasse, a scorrere gli annunci on-line arriva la conferma bollata: il lavoro più richiesto a colpi di click nel 2017 è stato proprio quello dell’idraulico. Secondo il portale ProntoPro.it (che si occupa di queste comparazioni) il solo giro d’affari “digitale” della categoria che si occupa di rubinetti e sostituzioni della caldaia ha fatturato, in un anno solare, quasi 13 milioni di euro - 8 milioni gli elettricisti, 4 gli imbianchini. Eppure son sempre di meno.

NUOVE SCUOLE

In attesa che i ragazzi smettano di pensare a questi lavori come poco dignitosi (chissà perché), nascono istituti come le quattro nuove scuole dell’Arte e dei Mestieri aperte a Roma: i banchi sono a esaurimento posti (le immatricolazioni scadono il prossimo 3 settembre), meglio farci un pensierino. A Firenze la Maison Fratelli Piccini (un’istituzione tra i gioiellieri dell’Arno) ha di recente bandito un premio destinato ai giovani con un’età compresa tra i 18 e i 29 anni: chi se lo aggiudica vincerà un tirocinio trimestrale e poi chissà, quel “tempo indeterminato” che per molti è ancora un miraggio. A Padova ha preso il via il primo corso nazionale per tappezzieri: le lezioni sono garantite da un fondo europeo, il vanto è quello del “made in Italy” che altrimenti rischia persino di scomparire.

Tocca farsene una ragione: gli esami all'università non sempre ripagano della fatica riposta. Gli artigiani la sanno lunga, anche più dei docenti che (spesso) pontificano dottrine teoriche che, parliamoci chiaro, non riparano di certo la doccia quando il soffione perde. Per quello ci vuole un esperto. «La grande tradizione artigianale italiana non è affatto destinata a scomparire rimarca Paolo Ferrario, che di E-work è presidente e amministratore delegato -. Anzi: i lavori basati ul saper fare con le mani saranno tra le professioni più ricercate del prossimo decennio, al pari delle professionalità legate allo sviluppo delle nuove tecnologie».

giovedì 23 agosto 2018

Salute mentale rovinata dal capitalismo? La gente non fa nulla per opporsi



Il modello economico neoliberista o l'americanizzazione del mondo contribuisce in maniera importante alla salute mentale ma come dico spesso:i principali colpevoli sono gli zombi, la gente.
Bisognerebbe sempre ricordarsi come si stava negli anni 50', c'era la miseria vera e non quella di oggi e nonostante tutto non si facevano tante storie, c'era grande solidarietà,ci si faceva su le maniche, si tenevano le porte aperte delle case senza pericolo di nulla e nessuno pensava a suicidarsi.Quella gente ha ricostruito l'Italia.Adesso ad ogni minima sciocchezza ,si getta la spugna.
Le percentuali che appaiono nell'articolo sotto sulla Gran Bretagna e negli Usa ma che vale anche per tanti altri paesi (Italia compresa) dimostrano quello che ho appena scritto sopra.La maggior parte degli esseri umani si meritano questo mondo perchè chi subisce passivamente, chi vive senza valori ,merita il peggio.
Anglotedesco non segue il gregge, vive con il minimo indispensabile e non ha bisogno di alcol ,droghe o psicofarmaci.La storia insegna che le masse hanno sempre fatto la differenza in negativo.

Visto il nostro passato di cacciatori-raccoglitori solidali nell’era primitiva, respingiamo la falsa idea che gli esseri umani, per propria stessa natura, siano competitivi, aggressivi ed individualisti. Hanno invece tutte le abilità psicologiche e sociali per vivere diversamente ed evitare le disuguaglianze.
Questa è la visione dei professori di epidemiologia Kate Pickett e Richard Wilkinson, autori di numerosi libri e studi vari sugli effetti delle disuguaglianze sociali negli Stati Uniti. Nel loro nuovo libro intitolato “The Inner Level”, dimostrano che le disuguaglianze creano ansie sociali.
I due mettono in discussione due miti chiave che alcuni usano per giustificare la perpetuazione e la tolleranza della disuguaglianza sociale.
La prima idea sbagliata è che quest’ultima rifletta la meritocrazia. Sono le disuguaglianze nei risultati che, al contrario, limitano le pari opportunità; le differenze nei risultati ed i risultati stessi sono guidati dalla disuguaglianza, non dalle sue conseguenze.Pickett e Wilkinson sostengono che la disuguaglianza sia un grosso ostacolo alla creazione di economie sostenibili, che ottimizzino la salute ed il benessere, della gente e del pianeta. Questo perché il consumismo riguarda il miglioramento di sé e la competizione per lo status si sta intensificando con l’ineguaglianza.Un recente sondaggio della Mental Health Foundation ha rilevato che ad un certo momento dello scorso anno il 74% degli adulti nel Regno Unito era così stressato da sentirsi sopraffatto ed incapace di reagire. Un terzo aveva tendenza suicide ed il 16% si era auto-ferito almeno una volta nella propria vita. Cifre ancor più alte tra i giovani.
Negli Stati Uniti, i tassi di mortalità sono in costante aumento, soprattutto tra bianchi e donne di mezza età, a causa della “disperazione”, che include dipendenza da droga ed alcol, suicidi e molti incidenti stradali. Un’epidemia di sofferenza sembra interessare alcune delle nazioni più ricche del mondo.
Studi in 28 paesi europei mostrano che la disuguaglianza aumenta l’ansia da status in tutti i gruppi di reddito, dal 10% più povero al segmento più ricco.
Un altro studio su come le persone patiscano uno status sociale basso, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, ha rilevato che, nonostante le enormi differenze nei propri standard di vita materiali, chi vive in povertà relativa prova un forte senso di vergogna e di odio verso sé stesso. Essere in fondo alla scala sociale fa ovunque lo stesso effetto, che si viva in un paese ricco o in uno povero.
Possiamo reagire in due modi diversi alle preoccupazioni sollevate dal modo con cui gli altri ci vedono e giudicano. Il primo è sentirsi sopraffatti ed oppressi dalla sfiducia, da sentimenti di inferiorità e da autostima nulla: tutte cose che, affermano gli autori di The Inner Level, portano ad alti livelli di depressione ed ansia in società più ineguali.I sintomi psicotici, come manie di grandezza e schizofrenia, sono più comuni nei paesi più ineguali. Il narcisismo aumenta con l’aumentare della disparità di reddito, come misurato dal Narcisistic Personality Inventory (NPI) da campioni successivi della popolazione americana.
Un’altra risposta diffusa alla necessità di superare ciò che gli psicologi chiamano la “minaccia di valutazione sociale” sono droghe, alcol, gioco d’azzardo, cibo, l’ostentazione dello status o il consumo smodato. Chi vive in posti più disuguali è più probabile che spenda per auto costose e beni di status; avranno anche maggiori probabilità di avere alti livelli di debito personale, cercando di dimostrare, possedendo “cose ​​di prim’ordine”, che non sono “persone di seconda classe”.

Manuel E. Yepe
Fonte: www.counterpunch.org

mercoledì 22 agosto 2018

L'inquinamento costa il 6% del Pil mondiale mentre la crescita è del 2%

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Herman Daly nota che, secondo un articolo apparso l’anno scorso sulla rivista medica inglese The Lancet, il costo stimato annuale dell’inquinamento è valutabile al 6% del PIL mondiale, mentre il tasso di crescita annuale [del PIL mondiale] è solo del 2%, con una diminuzione effettiva del 4% del benessere globale, non un aumento del 2% [come sembrerebbe]. In altre parole, potremmo già trovarci nella situazione in cui la crescita economica è antieconomica.

PAUL CRAIG ROBERTS

Ma vedi caro Paul, in Italia siami tranquillì.Il nostro popolo di zombi con Salvini, ma sopratutto con Di Maio che vuole ridimensionare la "casta", è convinto che le percentuali si invertiranno...

martedì 21 agosto 2018

IL PREMIER CONTE AL CORRIERE:"Il debito pubblico è sostenibile e in ogni caso si può risanare con gradualità"





Questo gialloverde è un governo neoliberista anche se lo vogliono dire sottovoce.Proprio ieri in un intervento in una trasmissione della 7 Matteo Salvini ha detto che il 90% dei privati va bene.Non vedo molta volontà nel voler nazionalizzare le cose utili.Ma al popolo di pecore va bene così.L'importante è attaccare la Casta e respingere gli immigrati.Delle politiche economiche per evitare di fare la fine della Grecia, chi se ne importa.

«Il governo si muoverà sempre nei binari del diritto. Esiste però anche il piano del diritto civile e amministrativo. Ed esiste la “Politica” con la “P” maiuscola. La tutela degli interessi dei cittadini è la nostra massima priorità e ricorreremo a tutti gli strumenti giuridici che l’ordinamento ci pone a disposizione per difenderlo»: il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in un’intervista al Corriere precisa la posizione del governo sull’ipotesi di revoca della concessione ad Autostrade. Giudica «modesta» la somma proposta da Atlantia per ricostruire il ponte e rivela di aver già avuto altre offerte per rifare il ponte.

Presidente Conte, il governo sembra avere sempre due voci distinte. È accaduto anche su Genova?

 «A Genova il governo è stato massicciamente presente. Abbiamo tenuto due consigli dei ministri: abbiamo reagito a questa tragedia in modo assolutamente compatto».

Dagli applausi in chiesa ha tratto più conforto o preoccupazione?

«Il sostegno straordinario manifestato dai genovesi è un incitamento a stare loro vicino e a evitare che queste tragedie si ripetano».

Voi insistete sulla revoca della concessione senza attendere l’esito dell’inchiesta. Che cosa risponde a chi dice che così mettete fine allo Stato di diritto?

«Tra le varie corbellerie dette in questi giorni, questa le supera tutte. Noi abbiamo avviato una “procedura di legge”.chi si è affrettato sui giornali a tutelare le ragioni economiche di Autostrade può stare tranquillo: quest’ultima avrà facoltà, nel corso della procedura, di replicare».


E chi parla di Stato di diritto?

«A coloro che invocano lo Stato di diritto dove si celano mere ragioni economiche non rispondo: siamo di fronte a una evidente ipocrisia. A coloro che invece pensano che l’unico obiettivo di una società sia distribuire dividendi ai propri azionisti, rispondo: siete rimasti indietro, una società deve farsi carico di una più complessa “responsabilità sociale”».

Ha detto: «Non possiamo attendere i tempi della giustizia penale». Lo ripeterebbe?

«Certo. Il governo si muoverà sempre nei binari del diritto. Esiste però anche il piano del diritto civile e amministrativo. Ed esiste la “Politica” con la “P” maiuscola. La tutela degli interessi dei cittadini è la nostra massima priorità e ricorreremo a tutti gli strumenti giuridici che l’ordinamento ci pone a disposizione per difenderlo».

Quanto costerebbe ai cittadini la revoca? Quale sarebbe la vostra contromossa?

«La contromossa non la anticipo sui giornali, ma questo governo farà in modo che il concessionario non possa trarre ulteriori vantaggi economici, rispetto a quelli già esorbitanti sin qui ricavati dalla convenzione. Faccio notare che il concessionario non ha neppure sostenuto l’investimento iniziale per costruire le autostrade, gliele ha date lo Stato».

È vero che c’è un dossier allo studio per pretendere penali da Autostrade?

«Questo dossier è nella mia borsa e sta viaggiando con me in questi giorni».

In caso di revoca dovrebbe subentrare Anas, ma alcuni analisti sostengono che non abbia una struttura adeguata. Cosa farete una volta ottenuta la revoca? Intendete nazionalizzare la Rete?

«Valuteremo con attenzione la modalità migliore per soddisfare l’interesse pubblico. Va senz’altro trovata un’alternativa a cattive privatizzazioni e a un sistema concessorio mal realizzato».

Cosa pensa dei 500 milioni di euro offerti da Atlantia per le vittime e la ricostruzione del ponte? 

«La somma stanziata è ben modesta rispetto agli utili conseguiti negli anni. Potrebbero intanto quadruplicarla o quintuplicarla. Rimane il dato che possiamo accettare queste somme solo quale parziale risarcimento, senza alcun pregiudizio per l’avviata procedura di caducazione della concessione».

Se Autostrade non ricostruirà il ponte, chi lo farà in tempi altrettanto brevi? 

«Abbiamo già avuto offerte di ricostruzione del ponte».

Lei è stato consulente legale dell’aiscat, la potente lobby delle società che gestiscono autostrade e trafori, ed è stato legale anche della A4 Bresciapadova... 

«Queste società si sono rivolte a me quale avvocato, molti anni addietro, per chiedermi assistenza giudiziale per due distinte controversie. Ho accettato questi due incarichi e li ho svolti con la massima professionalità. Ho poi emesso fatture e sono stato regolarmente pagato. Non ho ricevuto favori: ho solo svolto il mio lavoro professionale. Ora però sono chiamato a un compito incomparabilmente più elevato rispetto alla difesa di un singolo cliente: difendo gli interessi di tutti gli italiani nei confronti di Autostrade. Per questo mi sento onorato e motivato».

Gli annunci finora sono stati tanti. In autunno arriverà una stagione di decisioni?
I vicepremier Di Maio e Salvini sono politicamente molto intelligenti e non agiscono sulla base di umori transeunti Le misure Flat tax e reddito di cittadinanza segneranno una svolta nella vita degli italiani, con un impatto radicale Il gasdotto Il dossier Tap è ora a Palazzo Chigi. Riunirò i ministri competenti e faremo la sintesi finale L’europa

Gli attacchi all’ue vanno assunti come stimoli per affrontare le sfide con maggiore risolutezza Il premier: «La società deve almeno quadruplicare la somma stanziata

Già ricevute offerte per ricostruire il Morandi»

«In soli due mesi abbiamo già assunto significative decisioni, penso ad esempio al Decreto dignità. In autunno ne assumeremo molte altre, che riguarderanno anche riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno: riforma fiscale e misure reddituali di cittadinanza, riforma del codice degli appalti, accelerazione dei processi, anticorruzione, semplificazione normativa e burocratica, razionalizzazione nell’utilizzazione dei finanziamenti, digitalizzazione della P.A. Stiamo lavorando a un piano di ammodernamento delle infrastrutture e per questo ci stiamo dotando di una banca dati centrale che ci offra un costantemonitoraggio sullo stato delle nostre infrastrutture e che ci consenta di programmare gli interventi secondo una scala di priorità».

Quando si potrà ascoltare una parola chiara sulla Tav?

«Stiamo completando un’approfondita analisi costi-benefici, come è giusto che sia visto che parliamo di soldi dei cittadini. Questo Paese ha bisogno di infrastrutture utili e soprattutto sicure. Di qui il già citato piano di riammodernamento del nostro sistema infrastrutturale, sollecitando i concessionari a effettuare investimenti realmente adeguati agli utili».

La manovra dovrà rappresentare un punto di sintesi tra le esigenze di 5 Stelle e Lega. Secondo lei qual è il punto di caduta tra reddito di cittadinanza e flat tax?

«Entrambe sono riforme di ampio respiro, che segneranno una svolta nella vita degli italiani. Ed entrambe conserveranno tutto il loro impatto radicale anche se contempleranno meccanismi graduati nella fase di attuazione».

Questo continuo parlare di mercati nemici e complotti contro l’italia non è un alibi per non dire la verità e cioè che abbiamo un debito pubblico elevato e che il risanamento sarà lungo e non indolore?

«Non cerchiamo alibi, lavoriamo con determinazione e convinzione al raggiungimento dei nostri obiettivi politici. Il debito pubblico è sostenibile e in ogni caso si può risanare con gradualità, ponendo attenzione alle ragioni della crescita».

Incontrerà i leader europei per discutere di vincoli?

«Se necessario sarò disponibile a viaggiare tutti i giorni per illustrare le varie riforme strutturali e il piano di investimenti che presenteremo e per attestare la nostra lucida e consapevole determinazione».

Anche per ridiscutere i vincoli?

«Andremo per gradi. La prima cosa è far capire all’europa il significato e la portata delle nostre riforme».

Come riesce a conciliare le due anime del suo governo?

«Di Maio e Salvini sono due persone molto diverse tra di loro ma hanno una nota in comune: sono politicamente molto intelligenti anche perché non agiscono sulla base di umori transeunti o di mere inclinazioni temperamentali. Inoltre non si lasciano condizionare da incrostazioni “relazionali”: non sono sensibili a gruppi imprenditoriali, potentati editoriali, consorterie segrete. Ci siamo subito ritrovati su un obiettivo comune: realizzare una politica nuova che segni una cesura rispetto al passato».

 Il gasdotto Tap si farà?

«Il dossier Tap è ora a Palazzo Chigi. Ho ascoltato con attenzione le istanze dei territori e sto ultimando gli approfondimenti che provengono dai vari stakeholders, dopodiché riunirò i ministri competenti e faremo la sintesi finale».

Non la disturbano i continui attacchi dei suoi ministri all’europa?

«L’europa è un progetto molto complesso che si sta dipanando secondo un percorso non propriamente lineare, che ha conosciuto vari aggiustamenti e ha alternato momenti di grande vitalità a momenti di grande stanca.anche gli attacchi vanno intelligentemente assunti come stimoli per affrontare le sfide con maggiore risolutezza, nel segno di una maggiore equità. Rimanere sordi a questi stimoli non sarebbe saggio».

Lei si è fermato a Genova alcuni giorni.

«È stata un’esperienza molto toccante dal punto di vista umano. Genova è una città fiera e composta, che vive profondamente e dignitosamente questo dolore. Si è però subito rasciugata le lacrime ed è già all’opera per tramutare questa disgrazia in un’occasione di riscatto. Genova è l’italia».

da IL CORRIERE DELLA SERA del 21 agosto 2018-Intervista di Emanuele Buzzi

lunedì 20 agosto 2018

ROBOTICA.Call center e traduttori? Non rompete...c'è Amelia

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Amelia legge tutto,non dimentica niente e risponde a due terzi delle domande.E può solo migliorare.Quello degli schermi dei computer,per intenderci,perché è li in quello cyberspazio,che questo mezzobusto perenne abita.Sebbene abbia senz'altro un'apparenza gradevole,la sua vera forza è un'altra:ricorda al primo colpo tutto ciò che legge.E migliora costantemente con il tempo.In un test con un grosso cliente che l'aveva reclutata,all'inizio era capace di soddisfare il 10% delle richieste.Dopo un mese di esperienza la quota era già arrivata al 42%.E dopo due al 61.Diciamo che, a regime, è oggi in grado di rispondere a quasi due interrogativi su tre.Ma anche quando si arrende e passa la mano all'assistenza clienti tradizionale approfitta per imparare.Ascolta la risposta giusta,non se la dimentica più e la volta che ricapiterà la stessa domanda saprà cavarsela da sola grazie alla sua peculiare forma di intelligenza cumulativa destinata,a differenza della nostra ,a crescere soltanto ,senza degradarsi mai.Nel senso che il nostro cervello,per incamerare informazioni nuove,non ha bisogno di liberarsi delle vecchie,o anche solo renderle meno vivide.Quello che entra non esce più.In un processo di arricchimento continuo senza però la condanna che questa memoria implacabile significa invece per il povero Funes,protagonista del racconto borghesiano.
Forte di questa acribia ,qualche anno fa quando ancora si chiamava Eliza,aveva di fatto rimpiazzato i centralinisti di un grosso gruppo americano che l'aveva in prova rispondendo impeccabilmente a oltre 60.000 chiamate in un mese.Duemila al giorno,se preferite.Prima di impiegare lei, per risparmiare quello stesso cliente non aveva trovato di meglio che esternalizzare i medesimi servizi in India ,attraverso la Tata Consulting Services.Ma il nuovo software da una parte era più efficace dei cerimoniosi laureati di Bangalore ,dall'altra  decisamente più economico.Quando un uomo con l'outsourcing incontra un uomo con un robot,l'uomo con l'outsourcing è un uomo morto.

Per dieci dal lancio il traduttore automatico di Mountain View è irriconoscibile.Prendete una pagina in cinese o in arabo.Con le vostre forze capireste zero.Con l'aiutino Google Translate vi fate un'idea più che sufficiente del senso.Non serve nemmeno più essere al computer.L'ultima versione della app per telefonino fa anche di meglio.Words Lens è una funzione abbastanza impressionante,usa l'obiettivo dello smartphone per vedere una scritta straniera e tradurla istantaneamente sullo schermo.E'  pensata per decifrare la segnaletica cittadina,i menù in lingue ignote e tante altre situazioni quotidiane di sopravvivenza all'estero."Sui cartelli che ha portato funziona benissimo,e c'è effettivamente una dimensione magica in queste lettere che si trasformano sotto i vostri occhi in una sequenza comprensibile.Sui giornali è meno agevole.Chi usa Android può addirittura scaricare il dizionario sul telefonino e non deve nemmeno spendere di connessione.

domenica 19 agosto 2018

Cina e quel problema sottovalutato negli anni 90'

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E' dagli anni 80' che stiamo sottovalutando il problema.Da quando in tutti gli ambienti ci si ubriacava di Cina,dai convegni,della manodopera a bassissimo costo,dai grandi guadagni frutto dell'esagerata differenza tra costi complessivi e incassi,della finanza che ha ricevuto risorse dagli spropositati margini.La Cina doveva essere la medicina dell'economia globale: centinaia di milioni di consumatori pronti e desiderosi di accogliere a braccia aperte i nostri prodotti.Invece il sistema Cina non era compatibile con il sistema economico occidentale.La Cina per garantirsi la sua sopravvivenza politica e sociale aveva bisogno di diventare ed essere la fabbrica locale del mercato globale.La Cina ha avuto,e tutt'ora ha,come vantaggio competitivo la differenza tra modelli di governance profondamente diversi.Le barriere imposte e la differenza di reddito hanno invertito tutto:siamo stati invasi da una grande quantità di merce di poco valore e di poco prezzo.Il cappello del neoliberismo,della globalizzazione a tutti i costi, ha giustificato il grande trasferimento di ricchezza da Occidente a Oriente.Così facendo in Occidente in pochi si sono arricchiti e molti si sono impoveriti.Il travaso deregolamentato di ricchezza da Occidente a Oriente sta dando i suoi frutti:tendenzialmente in Occidente la popolazione cerca rifugio nelle formazioni politiche che offrono sicurezza,l'avanzata di certi partiti  è il figlio naturale del neoliberismo sfrenato,della non reciprocità.Delle tante "muraglie cinesi", della sproporzione dei flussi di merce,dell'invasione delle merci sovvenzionale dallo Stato.
Probabilmente l'Italia e l'Europa non si sono rese conto della determinazione,della ferrea volontà che sta animando e alimentando il progetto della cinesizzazione del mondo.Probabilmente non si è capito qual'è il valore e la potenza del progetto made in Cina 2025:la Cina vuole diventare la grande fabbrica di merce tecnologicamente avanzata,la stessa che per anni ha acquistato dall'Occidente.Il messaggio è allarmante e deve essere chiaro:cercare di produrre dei beni tecnologicamente avanzati che oggi importa.La bilancia commerciale della Germania verso la Cina rimarrà positiva ancora per molti anni?

venerdì 17 agosto 2018

CROLLO DEL PONTE MORANDI.Devi sapere che....

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Sotto le macerie del ponte Morandi non ci sono solo i 39 morti,le centinaia di feriti e le vite in bilico di chi ha perso la casa.Si sono sbriciolate anche biografie presunte illustri.Beniamino Andreatta,Carlo Azeglio Ciampi,Romano Prodi,Giuliano Amato,Massimo D'Alema ,Mario Draghi:qualcuno chieda conto di cosa accade e perchè ,tra il 92' e il 98' ,in questo Paese.
Chi dice che il ponte è crollato per colpa dell'Europa non ha tutti i torti.Ma non c'entra il patto di stabilità.La colpa è del "patto di avidità" tra le èlite di questo Paese e le lobby finanziarie internazionali,e che portò nel 1992 il ministro degli esteri Andreatta a concordare con l'allora commissario europeo al Mercato e alla concorrenza Karel Van Miert lo smantellamento dell'Iri.Cominciò allora l'assalto alla diligenza del patrimonio pubblico favorito da Romano Prodi,incentivato da Carlo Azeglio Ciampi,raccomandato da Mario Draghi e concluso da Massimo D'Alema che nel 1999 agevolò il passaggio ai Benetton e ai Gavio delle autostrade pubbliche.E' stata una stagione in cui si è inaugurato lo storytelling del "ce lo chiede l'Europa" per nascondere le azioni di distribuzione dei beni pubblici a gruppi di privati che li hanno acquisiti senza tirare fuori un soldo.
Era scoppiata Tangentopoli,c'era stato l'imprevisto chiamato Silvio berlusconi,con l'ascesa di Romano Prodi si poteva finire il lavoro cominciato con i "capitani coraggiosi di Telecom.Sorsero in quel periodo i nuovi salotti della finanza.Una volta c'erano solo Mediobanca,presidiata da Enrico Cuccia,e il San Paolo di Giovanni Bazoli,referente della finanza cattolica.Ora si aggiungevano i bresciani,i veneti,i romani.Ognuno di questi gruppi faceva riferimento a una privatizzazione.
Bene,in quella stagione si pagano gli amari frutti oggi.Non a caso sul ponte di Genova si registra fin qui il silenzio del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia,lo stesso che vuole portare gli industriali in piazza contro il governo.Rispetto dei morti.Forse.Boccia forse sa di rappresentare anche coloro che hanno caratterizzato la stagione delle cosidette privatizzazioni.Se la prendono tutti col nuovo governo:con i grillini perchè hanno dato voce a stupidaggini su quel ponte,con i leghisti perchè troppo ruvidi.In realtà tutto l'ancien règime ha paura dei "nuovi" anche perchè non  hanno impastato il potere di favori e sudditanze con cui è stato costruito i Morandi.
Mentre Oliviero Toscani,indossando una maglietta rossa,venga a fotografare gli united dead,va riconsiderata quella stagione per capire lo sfascio di oggi.Perchè delle due l'una:o i manager pubblici dell'Iri erano migliori di quelli di oggi,oppure l'Iri è stata la grande droga che ha illuso l'Italia di essere una potenza economica quando in realtà i suoi grandi economisti altro non erano che ragionieri di partito,e i suoi illuminati industriali solo dei "prenditori".Rileggere quella stagione,che ci avrebbe portato nell'euro,mette in capo ai sindacati e alla sinistra colpe storiche gravissime.
Molto, se non tutto,passa attraverso Romano Prodi.Sale la prima volta al vertice dell'Iri nel 1982.Semisconosciuto,lo spinge Andreatta.Il punto è che l'Iri ha troppi debiti.Prodi taglia e vende.Il più grande "omaggio" lo fa agli Agnelli con l'Alfa Romeo,poi prova a coprirsi a sinistra cercando  di regalare la Sme a Carlo De Benedetti.Si mettono di traverso i socialisti,e per la prima volta compare sulla scena che conta anche Silvio Berlusconi,che comincia da lì la sua sfida in stile Paperone-Rokerduck con l'Ingegnere.La Sme alla fine resta pubblica perchè è troppo basso il prezzo chiesto da Prodi a De Benedetti.Prodi avrebbe una missione da compiere:sistemare i debiti dell'Italsider.Non ci riuscirà,tanto che Enrico Cuccia,allora plenipotenziario di Mediobanca e della finanza laica dirà:"L'Iri con prodi non ha guadagnato una lira, anzi ha svenduto e ha perso esattamente come prima,solo gli è stato consentito di trasformare le perdite di Italsider in riserve,ma sono sempre soldi persi".
Questa operazione contabile diventerà esiziale nella successiva privatizzazione di Italsider.Facciamo un salto di dieci anni:all'Iri c'è di nuovo Prodi.Lo richiama ancora Andreatta,che ha fatto un patto in sede europea con Van Miert:portare i debiti delle aziende pubbliche a livello di quelle private.E tutto perchè l'Italia  deve stare nei parametri di Maastricht ed è cominciata la grande corsa all'euro.L'hanno decisa Mario Draghi "allora direttore del Tesoro", sempre Andreatta ,Carlo Azeglio Ciampi ,con il benestare dei Rothschild.George Soros farà il doppio gioco,scatenando nel 92 la tempesta sulla lira per indurre gli italiani a vendere.Il venditore di Stato si chiama Romano Prodi.Si libera subito delle tre banche d'interesse nazionale:Banco di Roma,Credito Italiano e Commerciale ,facendo infuriare Cuccia.Poi trasforma l'Italsider in Ilva e comincia lo spezzatino ,i pomodori della Cirio a Cragnotti e il latte all'Unilever (di cui era stato consulente).Prodi da presidente del Consiglio.Svende Telecom,poi il suo successore svenderà Autostrade ai Benetton.I sindacati,che hanno contribuito allo sfascio delle aziende pubbliche  applaudono,e la sinistra s'innamorano del capitalismo perchè finalmente ha sconfitto il potere democristiano.Tra il 92 e il 2000 Prodi porta al Tesoro 56.000 miliardi svendendo un patrimonio industriale che probabilmente valeva almeno tre volte tanto.
Cioè le cosidette privatizzazioni hanno fatto ricchi tutti tranne lo Stato,che peraltro non ha rispettato neppure l'impegno preso da Andreatta con Van Miert! E oggi si potrebbe mettere in rapporto ogni privatizzazione con ogni disastro.L'Ilva,il bracciantato al Sud ,la crisi delle banche,in ultimo il crollo del ponte Morandi.Altrettante pietre tombali sull'illusione che i salvatori della patria di allora siano stati tali.I Benetton hanno ricevuto da D'Alema la società autostrade sulla scorta del verbo prevalente della sinistra: privatizzare.Il primo interprete è stato Pier Luigi Bersani. Era la sinistra di Piero Fassino che faceva la corte a Consorte (Unipol) per "avere una banca".E' la sinistra del Macro,dei fanatici dell'euro innamorati dei finanzieri,che spinse Repubblica quando lo Stet finì sotto forma di Telecom nelle mani di Gnutti-Colaninno a fare il titolo "La privatizzazione del secolo".
Forse per questo tutti temono l'approccio ruvido di Giuseppe Conte e dei suoi:si rischia che raccontino all'Italia perchè viene giù tutto.Con tanto di nomi e cognomi.

da LA VERITA' del 17 agosto 2018. Carlo Cambi

giovedì 16 agosto 2018

Venezuelani che vanno a cercar fortuna nel Brasile povero.Questa è la globalizzazione




Milioni di zombi in tutto il mondo si spostano, a testa bassa e  con le loro valigie, a cercare quella ricchezza che non c'è ,combattendo con altri per un pezzo di pane.Questo è uno dei tanti esempi del mondo neoliberista.

Un flusso costante e in crescita, intere famiglie che attraversano a piedi una delle «frontiere calde» della grande diaspora venezuelana a Pacaraima, nello Stato del Roraima, uno dei più isolati e arretrati del Brasile. Povertà su povertà: 400 persone ogni giorno si accampano come possono lungo la Br-147, la strada statale che attraversa l’Amazzonia. A Boa Vista, capitale del Roraima, i venezuelani sono 35.000, 10% degli abitanti, «parcheggiati» senza lavoro né prospettive. Una parte di loro sono indios che hanno lasciato le loro terre dall’altra parte della frontiera; quasi tutti alloggiano nei rifugi allestiti dal governo brasiliano e gestiti dall’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati e diverse Ong di stampo cattolico o protestante evangelico.

La governatrice statale ha chiesto più volte il blocco delle frontiere, un giudice le ha anche dato ragione, ma la Corte Suprema ha bocciato la decisioni per ragioni umanitarie. Il governo federale ha varato un piano di reinserimento dei migranti in altri Stati, ma finora sono state ricollocate appena 820 persone, troppo poche rispetto agli almeno 110.000 entrati negli ultimi 18 mesi.
La generosità dell’Italia
L’Italia ha donato 250.000 euro all’Unhcr per i campi profughi, altri Paesi europei hanno fatto lo stesso per fronteggiare un’emergenza umanitaria che da questo lembo dimenticato nel profondo Nord del Brasile, stretto tra il Venezuela e la Guyana, si diffonde per tutto il Sudamerica. «Abbiamo visitato la zona – spiega l’ambasciatore Antonio Bernardini – per toccare con mano una realtà drammatica. Migliaia di famiglie non hanno più nulla e non dispongono del denaro per partire verso altri Paesi. Il lavoro delle Ong, come quello svolto dagli italiani dell’Avsi, è encomiabile, ma l’emergenza continua perché arriva sempre più gente».
Iniziata 10 anni fa
Non potrebbe essere altrimenti; la crisi economica venezuelana ha ridotto 8 famiglie su 10 sotto la soglia della povertà. Le contestate elezioni dello scorso maggio, che hanno confermato presidente Nicolas Maduro senza candidati d’opposizione e con forti accuse di brogli, hanno esaurito le speranze di una soluzione democratica alla crisi. La diaspora «politica» venezuelana è iniziata dieci anni fa, quando al potere c’era ancora Hugo Chavez. I primi ad andarsene sono stati i venezuelani di classe medio-alta, imprenditori e professionisti che si sono installati negli Stati Uniti, a Panama o in Europa. Col passare degli anni l’emigrazione è diventata diffusa e il baricentro si è spostato verso i Paesi sudamericani. Oggi, si parte per disperazione e per la fame, senza molti progetti.
Dal 2015 ad oggi il flusso verso i Paesi vicini è aumentato del 800%; mezzo milione in Colombia, poi a seguire Brasile, Cile, Argentina, Perù e così via.
Camerieri e fattorini
In ogni capitale sudamericana è comune trovare degli emigrati venezuelani. Fanno quello che possono; i camerieri a Buenos Aires, fattorini o scaricatori al mercato di Santiago del Cile, buttafuori in un bar a Montevideo. In Brasile i due maggiori ostacoli sono le distanze, da Roraima in autobus ci si impiega tre giorni per arrivare a Brasilia e cinque per San Paolo e la lingua. In Argentina sono arrivati 80.000 venezuelani, che si concentrano perlopiù a Buenos Aires e dintorni. Il governo di Mauricio Macri li regolarizza dal punto di vista migratorio, ma questo non basta per trovare un lavoro; la capitale è collassata e in pochi se la sentono di avventurarsi verso le provincie patagoniche o del Nord andino.
Molti medici e infermieri sono andati in Cile alla ricerca di impieghi nelle strutture private, ma solo una piccola parte riesce a trovare lavoro. Chi parte da solo si adatta a fare qualsiasi cosa pur di mandare delle rimesse a casa; 100 euro bastano per far mangiare una famiglia per un mese, ma è complicato riuscire a raccogliere il denaro sufficiente per far venire moglie e figli e ricominciare da zero. La situazione, dicono gli esperti (Acnur, Oim e i centri universitari venezuelani che si occupano del tema) non può che peggiorare; la diaspora è destinata ad aumentare nei prossimi mesi e il timore e i Paesi della regione inizino a porre barriere all’ingresso, come ha fatto da tempo Panama. Anche per questo, quasi tutti i governi sudamericani premono per una svolta politica a Caracas. Sforzi che finora sono stati infruttuosi. Maduro, tra tentativi di attentati veri o presunti, resta al potere, mentre la sua gente scappa come può.

da LA STAMPA del 13 agosto 2018

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mercoledì 15 agosto 2018

STRAGE DI GENOVA. Più colpa dell'Italia che dell'Europa

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Chi legge questo blog e i canali Twitter e Youtube, sa benissimo che Anglotedesco è contrario a questa dittatura chiamata Unione europea.La tragedia di ieri a Genova Sampierdarena ha come principale colpevole l'Italia.
L'Europa ci impone sacrifici, tagli ai servizi essenziali,  ma i soldi per il ponte Morandi c'erano.Purtroppo è il solito magna magna all'italiana.Si sapeva che quel ponte era messo male, chi abita da quelle parti lo denuncia da anni.Sto leggendo dei commenti patetici di gente che cerca di arrampicarsi sugli specchi sostenendo che i controlli c'erano e che non risultava che il ponte era messo male. Bene, processate quelle persone.

da IL FATTO QUOTIDIANO del 15 agosto 2018.Articolo di Tommaso Rodano

La conoscevano tutti, la fragilità strutturale del ponte Morandi. Quella lingua di cemento lunga un chilometro e sostenuta da piloni alti 90 metri, attraversata ogni anno da 25 milioni di veicoli, aveva bisogno di una manutenzione straordinaria permanente. Lo sapevano i tecnici del ministero delle Infrastrutture e lo sapeva il concessionario privato, Autostrade per l’Italia, che ne doveva garantire la tenuta. “C’era uno scambio di informazioni continuo sulle condizioni del viadotto”, fanno sapere dallo staff del ministro Danilo Toninelli.
C’era anche la consapevolezza di dover agire in fretta, di nuovo, per mettere in sicurezza l’opera. Autostrade per l’Italia ad aprile aveva indetto un bando per interventi strutturali (di “retrofitting”, la definizione tecnica) per 20 milioni e 159mila euro, con termine di esecuzione a 784 giorni dall’aggiudicazione dell’appalto. Le candidature dovevano essere presentate entro l’11 giugno. Il bando – riporta l’agenzia R ad i oc or – prevedeva “il rinforzo degli stralli di pila numero 9 e 10” (ovvero i tiranti inclinati che partono dal punto più alto dei piloni e che sorreggono l’impalcato del ponte). Troppo tardi: la pila numero 9 è crollata ieri mattina.
Lo sapevano tutti che il Morandi fosse fragile e che le risorse impiegate per tenerlo in piedi fossero superiori a quelle che sarebbero servite per costruire un’infrastruttura nuova. Ma non si poteva dire. La versione ufficiale l’ha ripetuta ieri – con scarso senso del tragico, o del ridicolo – l’ad di Autostrade Giovanni Castellucci: “Non mi risulta che il ponte fosse pericoloso e che andasse chiuso”. Intanto è venuto giù.
IL DISASTRO del Morandi è stato oggetto di congetture e vaticini nefasti, come quello del presidente di Confindustria Genova, Giovanni Calvini, nel 2012: “Tra dieci anni il ponte crollerà”. Ma è stato al centro pure di documenti ufficiali, pubblici. Come l’interrogazione parlamentare presentata il 28 aprile 2016 dal senatore montiano Maurizio Rossi all’ex ministro Graziano Delrio: “Il viadotto Polcevera, recentemente è stato oggetto di un preoccupante cedimento dei giunti (...) si chiede di sapere quale sia in dettaglio l’attuale situazione dei lavori di messa in sicurezza, quali siano gli interventi che ancora devono essere realizzati e se saranno tali da comportare gravi disagi alla circolazione della cit- tà” e poi “se corrisponda al vero che potrebbe venir chiuso almeno al traffico pesante, entro pochi anni, gettando la città nel totale caos”. Da Delrio nessuna risposta.
E ancora, il 3 marzo 2017, domande simili le ha poste la consigliera ligure del Pd Raffaella Paita alla giunta di Giovanni Toti. Il testo dell’interrogazione citava “le continue opere di manutenzione” del ponte, “la particolare esposizione” delle strutture in calcestruzzo ai fattori ambientali e richiedeva “l’assoluta garanzia di sicurezza della struttura”. L’assessore Giovanni Berrino rispondeva citando le parole rassicuranti dell’ingegnere Stefano Marigliani, direttore del Tronco di Genova di Autostrade per l’Italia: “Il viadotto al momento non presenta alcun problema di carattere strutturale”.
Eccola, di nuovo, la risposta standard di Autostrade: “Nessun problema strutturale”. Marigliani l’ha ripetuto dopo la tragedia: “L’attività di mo- nitoraggio non lasciava presagire nulla”. Eppure nello “scambio continuo” di informazioni con le Infrastrutture e con il consiglio superiore dei lavori pubblici, quanto fosse critica la situazione del ponte era noto (la conferma arriva dai corridoi semideserti del ministero di Toninelli).
Breve storia di un’o p er a maledetta. Inaugurata nel 1967, le prime correzioni strutturali sono arrivate negli Anni 80 e 90: agli stralli originali in calcestruzzo, già fatiscenti, si erano dovuti affiancare più solidi cavi in metallo. Negli ultimi 5 anni gli interventi di messa in sicurezza sono stati ininterrotti.
SE LO SENTIVANO anche i genovesi che vivevano all’ombra del loro “Ponte di Brooklyn” e ogni giorno vedevano ponteggi e cantieri sul profilo fragile e monumentale del viadotto: “Prima o poi doveva succedere”, si sente in uno dei video amatoriali che riprendono la tragedia in diretta.
E l’allarme l’avevano dato pure i tecnici. Come l’ingegnere Antonio Brenchic, professore associato di Costruzioni in cemento armato dell’Università di Genova. Nel 2016 ha scritto un’analisi critica dell’opera di Morandi a lungo ignorata, ora ripresa da tutti: “Tra non molti anni – si legge sul sito ingegneri.info– i costi di manutenzione supereranno i costi di ricostruzione del ponte. A quel punto sarà giunto il momento di demolire”. Non si è fatto in tempo.
Il viadotto del Polcevera è venuto giù proprio come la sua struttura “gemella”: il ponte “General Rafael Urdaneta” sulla baia di Maracaibo, in Venezuela. L’unico costruito con la stessa struttura strallata che ha reso celebre Riccardo Morandi, sventrato da una petroliera in avaria nel 1964: lo schianto travolse due pile e trascinò in mare tre campate.
Disastro annunciato A marzo, in Regione Liguria, l’ultima interrogazione è stata del Pd
Replica standard
Il gestore risponde sempre con la stessa formula: “Non risulta ci siano pericoli”



lunedì 13 agosto 2018

I SOSTENITORI DEGLI OGM.Claudio Cerasa

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Il nostro paese ha una curiosa ossessione:gli Ogm.Gli Ogm, come sapete, sono gli organismi geneticamente modificati e da anni in Italia, e non solo in Italia,esiste un'importante corrente di pensiero che prova in tutti i modi a dimostrare che sono pericolosi.Secondo uno studio di Coldiretti,in Italia quasi sette cittadini su dieci considerano gli alimenti con organismi geneticamente modificati meno salutari di quelli tradizionali e l'idea che gli Ogm siano qualcosa di letale per le nostre vite è entrata ormai a far parte della nostra esistenza,anche grazie a una serie di circostanze tutte italiane.
L'Italia per fare un solo esempio,detiene un record particolare:una delle più importanti riviste mondiali di biotecnologie ha pubblicato una studio che certifica che il nostro paese,da solo, produce il 43% della ricerca globale anti-Ogm,bufale comprese.Perchè il punto in effetti è proprio questo:nonostante tutti credano che gli Ogm siano un danno potenziale per la salute,più passa il tempo e più risulta chiaro che non sono il pericolo che si descrive.Una recente ricerca della Scuola superiore Sant'Anna e dell'università di Pisa ha sentenziato che,per quanto riguarda il mais Ogm,non esiste alcun rischio per la salute e per l'ambiente.Nessu-no.
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Questa notizia è importante specie se la si inserisce in un contesto più ampio.Nel 2016,centodieci premi Nobel per la medicina e la chimica scrissero un appello per chiedere alle più importanti associazioni ambientaliste mondiali di smetterla con la loro opposizione ideologica agli organismi geneticamente modificati,spingendo che non vanno demonizzati e che potrebbero essere sempre piu importanti per migliorare le condizioni di salute di milioni di persone.Il caso emblematico sollevato all'epoca dai nobel fu quello del Golden Rice, il riso arricchito con vitamina A che può aiutare milioni di bambini nei paesi in via di sviluppo.Quel riso è Ogm, e l'odio per gli Ogm rischia di ostacolarne la produzione.
Tutto questo ci permette di riflettere su un tema centrale:quando un dibattito culturale diventa una guerra di religione,ricordiamoci che con ogni probabilità è viziato da una gigantesca bufala.Vale per gli Ogm, e forse non solo.

da ABBASSO I TOLLERANTI-Claudio Cerasa (Rizzoli)

domenica 12 agosto 2018

600 uomini della sicurezza per Juve A-Juve B.Povero italiano, come sei messo male!



Per carità non voglio dar colpa a chi ha organizzato queste misure di sicurezza da antiterrorismo, ma un popolo apatico privo di orgoglio che pensa solo alle stupidate.Il fatto che tra qualche anno ci penseranno i robot a far pulizia, mi rende parecchio felice.

Stop and gol. Fermare CR7, controllare un pallone, regolare il traffico. Ma anche vietare che circolino bevande alcoliche, lattine e bottiglie di vetro. E, per quanto possibile, frenare gli eccesivi entusiasmi. Benvenuti a Villar Perosa, l’appuntamento è per oggi, alle ore 17. Non sarà il più grande spettacolo dopo il «Big Bang», ma l’amichevole in famiglia fa parte della tradizione. Sabauda, prima ancora che bianconera. È un viaggio nel tempo. È, in qualche modo, un privilegio: la Juventus ha la stessa proprietà da 95 anni, nessuna «franchigia» al mondo sta da così tanto tempo nelle stesse mani. Qui, nella Villar dei re Juve, tutto iniziò con un cuscinetto a sfera: li costruiva la Riv, fabbrica del senatore Giovanni Agnelli e del paese. Il 3 settembre 1931, per i 25 anni delle officine, venne organizzata una partita amichevole e si scelse di sfidare la Pro Vercelli. Allora aveva Juventus, che però portava sul petto il terzo tricolore e in campo metteva il centrattacco di origini argentine Raimondo Orsi.
Dai cuscinetti a sfera a Instagram, da Orsi a Ronaldo: storie d’altri tempi e nuovo mondo. Per CR7 è arrivato il tempo di mostrare quello che sa fare: lui segna, chi guarda sogna. E per ammirarlo oggi sono attese 10 mila persone, ma meno della metà potranno arrivare alla «prima» del fuoriclasse. Di più non era possibile ospitarne in questo campetto di mezza montagna e Prima Categoria, in un Comune della Val Chisone, 4.109 abitanti censiti nel 2015. Sono 4.800 i tifosi che hanno avuto il privilegio (pagando dai 10 ai 25 euro) di accaparrarsi un biglietto. Questa mattina sarà solo possibile ritirare i ticket prenotati, nella biglietteria all’inizio del paese. Un centinaio resteranno invenduti, «motivi di ordine pubblico». Per questo ci sarà un pre-filtraggio e poi un altro e alla fine un altro ancora. Lavoreranno 200 steward e in totale saranno 600 gli uomini impiegati per la sicurezza.
Ma soprattutto ci sarà Cristiano Ronaldo. Prima di scendere in campo la squadra andrà a «Villa Agnelli», residenza di famiglia. Li accoglierà il presidente Andrea, è atteso anche il cugino John Elkann e si terrà un rinfresco. Non mancherà l’acqua con una «punta» di Vermut, quella che in estate l’avvocato faceva offrire sempre ai suoi ospiti. Ronaldo ha la sua storia, potrà permettersi di non toccare una goccia d’alcol. Ieri ha parlato a Juventus Tv, che con lui (ovvio) ha voluto inaugurare lo sbarco sul web. Ha detto: «Fin da bambino conoscevo la Juve, mi piaceva e speravo che un giorno avrei potuto giocarci». E poi: «Non voglio cambiare nulla del modo in cui lavoro e nella mia etica». Sempre per (l’)informazione, quest’anno i giornalisti presenti saranno oltre 50, il doppio rispetto a un anno fa. Triplicate le televisioni, in arrivo dal tutto il mondo. Presenze che, se paragonate a quelle di uno stadio, sembrano poca cosa. Ma che a spasso per un paese di 4.100 anime fanno un giornalista ogni 80 abitanti. A marcare Cristiano Ronaldo potrebbe essere Joao Serrao, un portoghese di 18 anni che gioca nella Primavera. Sempre un difensore centrale nel 2005 firmò il gol vittoria della Juve B contro la squadra di Capello: era Pietro Zammuto. Anche per questo Villar Perosa resterà sempre tutta un’altra storia.

da il CORRIERE DELLA SERA del 12 agosto 2018.Giampiero Timossi

venerdì 10 agosto 2018

Ma come fa paura questo Alex Jones...




Espulso dai social WASHINGTON più seguiti, Alex Jones, il più fervido complottista d’america, ammiratore, ricambiato, di Donald Trump, ha subito trovato ospitalità su Real.video, un sito dell’ultra destra fondato da Mike Adams. Jones ha annunciato che porterà sulla piattaforma dell’esilio digitale oltre 1000 clip «anti-establishment». E solo ieri, riferisce la Nbcnews, i suoi seguaci hanno creato 350 canali.
Il «caso Jones» ha aperto una polemica nazionale. Facebook, Apple, Youtube, Spotify, Linkedin, Pinterest, Stitcher, Mailchimp lo hanno messo al bando. Solo Twitter ha deciso di non chiudere o sospendere il suo account da 858 mila follower: «non ha violato le nostre regole».
Alex Jones, 44 anni, nato a Austin, è una delle figure più controverse nel dibattito pubblico. Ha fondato il sito Infowars, conduce da anni trasmissioni radiofoniche molto seguite, ha scritto libri e girato documentari. Ha vissuto e prosperato spacciando assurde teorie del complotto. Un sintetico campionario: lo sbarco sulla Luna non è mai avvenuto; l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre fu progettato dai servizi segreti Usa; la strage dei bambini nella scuola elementare Sandy Hook, nel 2012, e quella degli studenti nel liceo Parkland in Florida nel febbraio 2018 sono due farse organizzate da chi vuole imporre restrizioni al possesso delle armi; l’attacco chimico nel villaggio siriano di Khan Shykhun, aprile 2017, fu sferrato non dagli aerei di Bashar al-assad, ma dai White Helmets, il gruppo di volontari che soccorre le vittime dei bombardamenti. E così via.
Jones si presenta come un outsider, ma non lo è affatto. Infowars, fondato nel 1999, raccoglie un totale di 19,71 milioni di visite al mese: è il quinto sito più conosciuto tra i conservatori, secondo la classifica compilata da therighting.com, guidata da Foxnews (312 milioni) e Breitbart (81,1 milioni). Gli ascoltatori dei suoi radio show sono circa 2 milioni. E poi c’è il mondo dei Social che ora lo ha oscurato. Come riporta il New York Times solo una delle sue quattro pagine su Facebook poteva contare su 1,7 milioni di follower. La sua app era al 33° posto tra le più richieste su Apple; i suoi video su Youtube erano cliccati da 2,4 milioni di utenti.
Nelle ultime settimane Jones si era, se possibile, ancora di più radicalizzato, rilanciando su Internet lunghe tirate contro i musulmani, i transgender, gli immigrati. Alla fine Facebook ha deciso di rimuovere le sue pagine, poiché «il linguaggio usato esaltava la violenza». Youtube e Spotify hanno spiegato che non può essere ammesso «l’incitamento all’odio».
Jones ha reagito evocando, nell’ordine: l’assedio di Fort Alamo, i gladiatori e naturalmente il Primo emendamento, la norma cardine della Costituzione che garantisce la libertà di espressione ai cittadini.

da IL CORRIERE DELLA SERA del 10 agosto 2018-Giuseppe Sarcina