Anglotedesco

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domenica 5 agosto 2018

In Giappone accettate solo 19 domande di asilo su 19.628



Tutte le volte che leggo articoli sul Giappone, rimango sorpreso.E' un paese che va studiato con grande attenzione, non è tutto rose e fiori come molti vogliono farci credere.

Lo zainetto sulle spalle fa da dispensa, armadietto e cuscino, una casa in formato «backpack». E chissà perché ha quasi sempre quel colore nero come la loro pelle. Quello degli homeless che vengono per lo più dall’Africa subsahariana, in cerca di fortuna in Giappone. Camminano con passo spedito fra le vie della capitale perché il termometro d’estate a Tokyo ha le sembianze di uno scheletro con la falce: solo a luglio 96 morti per il caldo.
Per distendere le ossa e per un pasto chi può si rifugia nei locali con l’aria condizionata della Japanese Association for Refugees nel mezzo del quartiere di Jimbocho, terra degli oltre 180 negozi di libri usati, una foresta di cultura in cellulosa dove anche in lingua originale, non solo in giapponese, sono conservate vecchie edizioni dei testi di Montesquieu, Voltaire e quell’enciclopedia della scoperta dell’ignoto e dell’ «altro» che è il Milione di Marco Polo.
Se c’è qualcosa che accomuna questi stranieri in terra straniera è proprio la resistenza a raccontare i particolari del loro personale milione. «Quelli che si rivolgono a noi, 700 quest’anno e moltissimi dal Camerun in fuga dalla guerra, hanno tutti una storia di persecuzione alle spalle». A dare voce a questo esercito di migranti è Miyuki, da cinque anni al servizio della Ong che si occupa del supporto psico-fisico dei richiedenti asilo.
Le richieste maggiori
Lo scorso anno Tokyo ha accettato solo 19 delle 19.628 domande di richiesta d’asilo (lo 0,1%): le richieste maggiori vengono da Filippine, Vietnam, Sri Lanka, Turchia. Il governo non fornisce alcuna informazione sui criteri che applica nel valutare le domande di asilo. «Si ripara dietro il concetto di privacy - spiega Miyuki - ma in realtà il problema è che non vogliono rispondere a domande scomode. Ad esempio, come selezionano i rifugiati?».
Il dipartimento governativo a cui spetta l’arduo compito va per sommi capi. Hai un passaporto turco? Non ci risultano guerre lì, non puoi essere un rifugiato. Vai a spiegare che sei un perseguitato curdo. La preoccupazione principale è evitare che arrivino dei criminali, la richiesta d’asilo va in secondo piano. «Dovrebbero esserci due uffici, uno che guarda alla fedina penale l’altro che studia i particolari della biografia di ognuno», dice Miyuki.
Senza soldi e senza nulla da fare, c’è il rischio che questi homeless compiano qualche piccolo crimine.
Miyuki dichiara che la prima cosa che spiegano ai profughi è che vogliono aiutarli. «Ma sappiate - è il monito che lanciano a ognuno - che basta anche il più piccolo dei crimini per far annullare immediatamente la domanda di asilo». Loro non se lo fanno ripetere due volte, tanto che ci tengono ad essere presentabili da subito, sin dalle apparenze. Portano sempre vestiti impeccabili quelli che l’associazione gli mette a disposizione grazie alle donazioni di privati cittadini. Si curano dell’igiene e darebbero di tutto pur di avere un lavoro, ma il loro status in «stand by» non glielo permette. Quel che possono sperare è che la domanda d’asilo venga accettata nella lotteria di capodanno.
L’inferno in cella
Gli stranieri che vengono invece respinti all’aeroporto o si ritrovano un visto scaduto finiscono direttamente nei centri di detenzione: 30 giorni rinnovati ad libitum. L’anno scorso, per la frustrazione un indiano si è suicidato perché non ha ottenuto il permesso di «vedere il cielo» per qualche ora: non ne poteva più della stanza senza finestre, un carcere in pratica da dove non c’è alcuna certezza su quando sarà possibile uscire.
Almeno gli homeless con quello zainetto in spalla che vagano per Tokyo senza meta sanno che c’è chi sta peggio perfino di loro. In fondo, all’interno di quella sacca con dentro il vitto e il ricambio della giornata, c’è la speranza di uno spiraglio di libertà, e di dignità.

da LA STAMPA del 5 agosto 2018.Articolo di Cristian Martini Grimaldi 

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