Anglotedesco

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giovedì 17 ottobre 2019

Nessrin Abdalla:"Temiamo che l’accordo sia un’occasione per il governo di Assad e per la Russia di indebolirci"

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«Siamo sotto il fuoco dell’artiglieria pesante turca. Le milizie affiliate alla Turchia sono a quasi 20 chilometri dalla città. L’Europa si assuma la responsabilità di fermare questo massacro, stiamo combattendo anche per voi». Sono le 3 del pomeriggio a Kobane quando Nessrin Abdalla riesce a collegarsi via Skype con l’Italia. La connessione è debole, intorno alla città sono in corso combattimenti. Abdalla è la comandate dell’Unità di protezione popolare delle donne curde, la brigata femminile dell’Ypg. Conosce bene l’Italia, c’è stata più volte: con l’Intergruppo parlamentare di sostegno al popolo curdo la sua testimonianza arriva nell’aula Nassirya del Senato. «Avevamo un accordo con Damasco ma le truppe dell’esercito siriano non si sono ancora mosse nella nostra direzione, temiamo un massacro », racconta a Repubblica mostrando le foto di due fratelli colpiti da colpi di artiglieria: Sara, 7 anni, ha perso le gambe. Il suo fratellino non è sopravvissuto. Più tardi, intorno alle 19, le agenzie batteranno la notizia che i primi soldati di Assad sono entrati in città.

Abdalla, quali sono gli accordi con il regime siriano?

«Creare delle joint operation troops per proteggere il confine siriano con la Turchia, da Jarablus a Derek, e respingere l’attacco dei turchi.
Kobane è inclusa nell’accordo. Le truppe siriane sono a Tell Tamer, Ain Issa, Qamishli e Manbij».

Vi fidate di Damasco?

«Temiamo che l’accordo sia un’occasione per il governo di Assad e per la Russia di indebolirci, e che ci esponga al rischio concreto di massacri. Ma noi non ci fermeremo, rimarremo qui a combattere per la libertà del nostro popolo».

Com’è la situazione sul campo a Kobane?

«I soldati turchi e le milizie affiliate alla Turchia sono a quasi venti chilometri. Siamo esposti al fuoco dell’artiglieria pesante, ci sono continue incursioni aeree».

Quante persone hanno lasciato la città?

«Ci sono combattimenti tutto intorno, è difficile avere numeri accurati. Stimiamo che siano circa 10 mila. Molti sono scappati soprattutto da Ghasaniyeh, una cittadina a Sud di Kobane. Siamo senza cibo, senza acqua, tante persone dormono all’aperto per paura di essere colpiti nelle strutture chiuse».

Molti leader politici occidentali hanno condannato l’offensiva turca, ma la comunità internazionale non è riuscita a prendere un posizione unanime. Che cosa chiedete ai governi europei?

«L’Europa si assuma questa responsabilità, le parole non bastano per fermare la Turchia. In questo momento al fronte ci sono migliaia di donne, mie amiche, a combattere.Stiamo combattendo per tutti, per l’umanità intera, non solo per noi.Abbiamo affrontato Daesh, è un problema anche europeo.
Difendiamo la nostra libertà e la democrazia. Mostrate che cosa sta accadendo qui, fate pressioni sul Parlamento europeo e sul Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite perché fermino gli attacchi della Turchia. Non lasciateci soli».

L’Italia ha bloccato la vendita di armi alla Turchia, ma ancora in queste ore da Roma sono in partenza cannoni per l’esercito turco. C’è un messaggio che vuole mandare al governo italiano?

«Quando abbiamo sentito della decisione del governo italiano di bloccare la vendita di armi alla Turchia ne eravamo molto felici. Se l’Italia sta ancora fornendo armi alla Turchia, per noi è molto triste: chiunque armi Ankara sta contribuendo a questa aggressione contro il nostro popolo».

Dice che gli americani, andando via, hanno tradito se stessi: perché?

«Perché hanno tradito i loro valori, e la storia non lo dimenticherà, noi non lo dimenticheremo. Questa decisione è un’evidenza del fallimento della politica americana in Medio Oriente.Vorrei chiedere a Trump che cosa prova a vedere che i nostri bambini vengono bombardati, che perdono le gambe, come è successo a Sara, una bambina di Kobane che ha soltanto sette anni? Trump è co-responsabile in questi omicidi di massa. Se non vuole essere parte in causa di queste stragi deve costringere la Turchia a interrompere l’operazione militare».

da LA REPUBBLICA del 17 ottobre 2019.Intervista di Gabriella Colarusso

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