Anglotedesco

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venerdì 15 gennaio 2021

A rischio c'è un milione di posti di lavoro.Stop ai licenziamenti fino a giugno

 



di Alessandro Barbera

Sette milioni di persone rimate almeno qualche settimana senza lavoro, quasi uno su tre fra gli occupati. Quattro miliardi di ore di cassa integrazione autorizzate, costate allo Stato poco meno di venti miliardi di euro. Presi dal terrore per il virus, molti di noi non hanno ancora colto fino in fondo le conseguenze della pandemia. Per evitare pesanti conseguenze sociali, governo, imprese e sindacati si sono già accordati due volte per imporre il blocco dei licenziamenti, e lo Stato si è fatto carico di (quasi) tutti i costi. Il blocco, un unicum nel mondo occidentale, è garantito per ora fino al 31 marzo. Nel pieno della seconda ondata dei contagi e crisi politica permettendo, ai ministero del Lavoro e del Tesoro si preparano a confermarlo fino al 30 giugno. Secondo quanto riferiscono più fonti, la decisione è inevitabile. Le stime di Confindustria dicono che almeno un milione di italiani rischia di restare senza reddito. Di questi, circa un terzo - 350 mila - sono lavoratori a tempo indeterminato. Persone che rischiano il licenziamento vero e proprio, soprattutto nel settore dei servizi, del commercio e dell'artigianato. Un altro mezzo milione di italiani il lavoro l'ha già perso: «Nessuno li chiama licenziati perché si tratta di lavoratori temporanei, partite Iva o giovani appena entrati nel mercato», spiega l'ex sottosegretario ed economista Tommaso Nannicini. Dipendesse dai sindacati, il blocco verrebbe prorogato per tutto il 2021. Ma la richiesta deve fare i conti con Confindustria e le altre associazioni di impresa, che faticano ad accettare un'ulteriore proroga. In un'intervista a questo giornale, il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli ha preannunciato che lo Stato pagherà anche stavolta. Ma agli imprenditori non basta: in nome del sì alla proroga chiedono una seria riforma degli ammortizzatori sociali. Dice il direttore dell'area welfare di Confindustria Pierangelo Albini: «Il blocco dei licenziamenti è come una bolla pronta a scoppiare. Più lontana sarà la soluzione del problema, più grande sarà l'esplosione». Se sfruttate, le crisi possono trasformarsi in opportunità. Il Tesoro calcola che l'ennesima proroga costerà altri cinque miliardi. Una soluzione costosa e diseguale. Fra cassa integrazione ordinaria, straordinaria, in deroga e fondo di integrazione salariale (Fis), tutti sentono l'urgenza di mettere ordine al sistema. Come spesso accade, tutti invocano le riforme ma nessuno si fa carico di imporle. Nannicini sottolinea un altro aspetto sottovalutato: «In caso di conferma del blocco, fra coloro che erano già disoccupati prima della crisi aumenterà il numero di chi resterà senza reddito perché avrà superato il limite dei due anni previsto per il sussidio della Naspi. La sua proroga costa un altro miliardo e mezzo». Fino al 2015 i dipendenti delle imprese con meno di quindici addetti erano sostanzialmente privi di tutele. Il governo Renzi ha istituito uno strumento generalizzato (il Fis), e tentato l'eliminazione della cassa integrazione straordinaria, riesumata a causa delle troppe crisi. Fino ad allora il finanziamento degli ammortizzatori era a carico di industria ed edilizia. Queste ultime (e i loro dipendenti) continuano ad essere quelle che pagano i contributi più alti: il 2,6 per cento le prime, il 4,5 le seconde. Tutte le altre imprese ora contribuiscono per l'1,5 per cento al Fis, con l'eccezione degli artigiani, che hanno preferito mantenersi autonomi. Negli anni in cui il Pil cresce e la cassa integrazione è poca, lo Stato riceve più di quel che eroga. Ora il problema è opposto: molte imprese non hanno i fondi per evitare il peggio. Per non far pagare tutto al contribuente ed evitare gli abusi, lo scorso autunno il governo ha introdotto un'addizionale fra il 9 e il 18 per cento in base al calo del fatturato. Da gennaio, in cambio del sì alla nuova proroga, le imprese pagano solo il contributo ordinario e senza addizionali. Confindustria ha già fatto sapere al Tesoro che dirà sì alla nuova proroga solo se verrà confermato il blocco delle addizionali e si inizierà a discutere della riforma dei sussidi e dei centri per l'impiego, in molte parti d'Italia incapaci di fare ciò per cui sono stati istituiti. Oggi il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo vede imprese e sindacati. Nessuno crede nella rivoluzione in piena emergenza. Le parti stanno discutendo un sistema transitorio finanziato con fondi europei, Sure e Recovery. Il paradosso è che l'incontro avviene in piena crisi di governo, e fra le voci che vogliono la Catalfo possibile vittima del rimpasto. La candidata a succedergli è la collega di partito Laura Castelli. Sia dentro che fuori il governo la Catalfo è accusata di aver fatto poco e di averlo fatto in eccessiva sintonia con la Cgil. 


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