Anglotedesco

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domenica 10 gennaio 2021

ANDREA ORLANDO:"Il premier ha agito in ritardo,ora un nuovo patto"

 



Intervista di Carlo Bertini 

Andrea Orlando, lei da numero due del Pd, è uno dei tessitori della trattativa con Renzi e Conte per uscire da questa crisi. Si può ancora evitare la rottura del governo? 

«Me lo auguro, una crisi ora sarebbe davvero un disastro per il Paese, una forte ipoteca a livello europeo ed internazionale. Per evitarla, andrebbe seguito il modello Recovery, un passo alla volta, ma in rapida successione. Mi spiego: i fondi del Recovery sono risorse non solo di spettanza di questo governo, ma debito che pagheranno le nuove generazioni e fondamentali per la ripartenza. Credo che il nostro dovere sia isolare questo tema ed evitare che nel caso in cui non si riesca a scongiurare la crisi, questo piano sia messo al sicuro ed approvato in Parlamento. Non possiamo ipotecarlo a causa delle divisioni in atto». 

Risolto questo nodo, la legislatura potrà continuare con un nuovo programma e un governo rimpastato nella sua compagine? O con un "Conte ter" che passi da dimissioni del premier? 

«Partiamo dalle cose da fare. Il piano del Recovery deve essere preservato e si è seguito un metodo. Se martedì in consiglio dei ministri darà dei frutti, visto che sono state accolte tutte le indicazioni dei partiti e il piano è cambiato, questo metodo deve essere applicato anche al resto dell'azione di governo. Costruendo un patto di legislatura». 

Cosa dovrebbe fare ora Conte? 

«Chiudere il percorso del Recovery e usare questo metodo in modo sistematico anche per gli altri temi, riforme istituzionali comprese». 

E Renzi come dovrebbe comportarsi? 

«Valuterà lui. Io dico che è utile mettere in campo la parte costruens che ha usato all'inizio della discussione magari evitando i toni sprezzanti di queste ore». 

Ma non c'è ormai una insuperabile sfiducia tra Conte e Renzi? 

«Mi rifiuto di pensare che di fronte a una situazione come quella che sta vivendo il Paese le idiosincrasie possano impedire di affrontare le sfide che ha di fronte l'Italia. La storia ci racconta di coalizioni in cui convivevano personalità che sicuramente non si amavano. Senza tornare indietro a Togliatti e De Gasperi, basta ricordare Craxi e De Mita, gli stessi Prodi e D'Alema non si amavano alla follia». 

Nel nuovo governo lei entrerà come viceprmeier? 

«Non so neanche se sia utile parlare di nuovo assetto, prima di verificare se ci sono le condizioni di un patto di legislatura. Io ho sempre detto che preferisco continuare a fare ciò che faccio, come ho deciso alla nascita del governo in carica». 

Solita risposta diplomatica. Va bene, ma in ogni caso, non ci sarebbe un problema di genere se un vicepremier non fosse una donna? 

«Anche in questo caso sono problemi che vengono dopo, certo il tema della presenza femminile resta fondamentale, ma se partiamo da un organigramma non riusciremo ad affrontare un nuovo piano programmatico». 

A proposito, dove coincidono le richieste di Pd e Iv? 

«Siamo d'accordo sull'aumento della spesa sociosanitaria, a spostare più risorse su investimenti rispetto ai bonus, a ricevere chiarimenti sulla fondazione della cyber security e abbiamo ottenuto una disponibilità a cambiare impostazione su questi punti. Anche sul tema giustizia si deve fare una riflessione». 

Quindi non si sbaglia a pensare che state facendo fare il lavoro sporco a Renzi, criticando però il suo metodo? 

«Beh, il metodo è sostanza, perché se per ottenere risultati fai saltare il governo, la conseguenza è non ottenere nulla. L'esito diverso è la spia di un atteggiamento diverso: stesse questioni possono essere poste per essere corrette o per dire che quell'esperienza insieme è finita. I fatti in questi giorni stanno dando ragione a noi: si può cambiare senza sfasciare». 

E quale è la finalità di Renzi, secondo voi? 

«Difficile leggerlo fin qui. Dal passaggio di ieri sul Recovery, sono venuti segnali di una volontà costruttiva che spero siano confermati al posto di continui rilanci». 

Conte poteva svegliarsi prima invece di rinviare questa verifica? O era giustificato dalla pandemia? 

«La pandemia c'è, ma se avesse assunto l'iniziativa quando noi lo chiedemmo e quando Iv non aveva posto nessuna questione, i problemi avrebbero potuto essere risolti in modo meno traumatico. Ma va detto che oggi questa considerazione e questa critica non può essere così radicale da compromettere il buon esito della verifica». 

Tradotto, non si può buttare via Conte come premier? 

«No, perché equivarrebbe buttare via un'esperienza faticosa, che comunque ha dato una risposta alla crisi economica molto diversa da quella data nel 2008, con più forti contenuti sociali e che costituisce comunque un potenziale campo alternativo ai sovranisti». 

Campo che andrebbe riproposto alle elezioni? 

«Sì, per andare compatti e vincerle». Con la leadership di Conte? «Si vedrà, certo che se sfasciamo il campo politico, non ci sarà neanche il presupposto per un'alleanza futura». 

Dopo il caso Trump è chiusa un'opzione di larghe intese con i sovranisti italiani? 

«A mio avviso non serviva la vicenda Trump: un'alleanza per gestire fondi europei con forze antieuropee sarebbe un'operazione suicida, come gestire la pandemia con forze seminegazioniste». 

Il Pd non accetterebbe un governo coi responsabili? 

«Ci sono apporti che possono essere positivi ma noi pensiamo che non si possa basare un governo in una fase così complicata sulla sommatoria di singoli. Abbiamo sempre auspicato l'allargamento alle forze liberali che esistono in parlamento, ipotesi alla spicciolata non sono l'equivalente». 

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