Anglotedesco

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giovedì 21 gennaio 2021

Arriva la grana Bonafede.E il caso congela la caccia ai responsabili


di Ilario Lombardo 

A raccontarla anche solo due anni fa, la storia che il M5S era sul punto di sedersi al governo con Lorenzo Cesa, nessuno ci avrebbe creduto. Eppure stava per succedere davvero: solo l'inchiesta della procura antimafia di Catanzaro ha frenato un'alleanza che avrebbe regalato un'altra sorpresa nella lunga letteratura dei ripensamenti grillini. Puntuale, Alessandro Di Battista, anima ortodossa del movimentismo irriducibile, ha preso le distanze: «Con chi è sotto indagine per associazione a delinquere nell'ambito di un'inchiesta di'ndrangheta non si parla. Punto. Non tutti possono essere interlocutori in questa fase». E Luigi Di Maio, poco dopo, non ha potuto che fare altrettanto: «Il consolidamento del governo non può avvenire a scapito della questione morale». Eppure, uno degli esponenti più in vista del M5S, Riccardo Fraccaro, con Cesa aveva parlato, aveva aperto una trattativa per sondare se, con un ministero, l'accordo sarebbe stato possibile. L'Udc era il perno di una complicata trattativa che potrebbe essere andata a monte per sempre. E che sconforta il Pd, costretto a precisare che nessun dicastero è previsto per i responsabili e poi a evocare con forza le elezioni prima con Goffredo Bettini e poi con Andrea Orlando: «Le vedo più vicine» dice il vicesegretario. Non ha torto la senatrice Paola Binetti quando dice che la notizia delle indagini «potrebbe cambiare lo scenario politico». L'Udc vale almeno due senatori e un simbolo che era stato candidato a diventare il contenitore del gruppo dei costruttori di ispirazione popolare e liberale a cui mira Conte. Certo, si può sempre pensare, come chi a Palazzo Chigi fa sfoggio di ottimismo, che due senatori, compresa la Binetti, possano comunque fare il salto nella maggioranza. Ma l'impressione al momento è che la caccia ai responsabili si stia tremendamente complicando, trascinata su un tema, la giustizia, che è molto divisivo per i partiti e che potrebbe mettere Conte di fronte alla scelta se sacrificare o meno colui a cui di fatto deve il suo ingresso a Palazzo Chigi, il collega avvocato Alfonso Bonafede. Lo dimostra l'avvertimento travestito da precisazione di Luigi Vitali: «Per me sarebbe indigesto sostenere un governo che ha come ministro della Giustizia Bonafede». Il senatore di Forza Italia, ex sottosegretario alla Giustizia, punto di riferimento per due decenni del berlusconismo in Puglia, fino a ieri era ormai dato per certo in maggioranza. E con lui altre tre senatrici e dieci deputati. Ma, appunto, l'intreccio è molto meno semplice di come appariva. Vitali non chiude del tutto la porta, dice che «al momento» non vede margini per un gruppo di moderati pro-Conte, e che molto dipenderà da che forma avrà la creatura in Senato. Ma soprattutto pone una questione che rischia di diventare esplosiva. Non fa a caso il nome del Guardasigilli. La prossima settimana si voterà la relazione annuale sullo stato della giustizia in Italia. Agli occhi di Matteo Renzi l'occasione perfetta per mandare sotto la maggioranza e affossare Conte, ancora inchiodato a 156 senatori. Nel computo però vanno conteggiati anche i due senatori ex azzurri, compresa l'ex vestale del berlusconismo Mariarosaria Rossi. Per portare su i consensi, il primo voto degli altri forzisti in arrivo dovrebbe negare la loro lunga storia di garantismo. Molto difficile. Non potendo rinviare il voto, la trappola sarà comunque sventata con un po'di tattica parlamentare (assenze mirate) o rimettendosi all'Aula, uno stratagemma per disimpegnare il governo. Le conseguenze politiche però rimarrebbero e certificherebbero che Conte non ha una maggioranza in Senato. Ma c'è anche di più, in questo caso. Il premier sa che su Bonafede convergono molte antipatie e non sono solo i possibili transfughi di Fi a chiedere la sua testa. Nel Pd non vedono l'ora di liberarsene. Ma a stupire è che tanti nel M5S lo hanno messo nel mirino, come capodelegazione e come ministro. Spiega una fonte di governo del M5S, dietro garanzia di anonimato: «Il ministero della Giustizia per noi è identitario, ma dopo la legge spazzacorrotti cosa potremmo fare ancora? Il suo nome non può essere di intralcio a un accordo». A questo punto è anche probabile che, sulla strada verso il Conte ter, il nome di Bonafede possa tornare in discussione. Sempre che il premier trovi presto i numeri, come chiede il presidente Mattarella. I veti infittiscono il groviglio di contraddizioni dentro il quale è precipitato il premier. Per mandare un segnale di attivismo, Conte ieri sera ha convocato il Cdm per procedere alla nomina del sottosegretario a cui consegnare la delega ai Servizi segreti, come chiedevano da mesi i partiti: la scelta è caduta su Piero Benassi, suo consigliere diplomatico. Dalle parti di Zingaretti sono preoccupati, per i responsabili che non arrivano, e chiedono di tenere in conto la frase di Bettini: «O c'è l'allargamento della maggioranza o il voto. Non ci sono le condizioni per un esecutivo di unità». Una risposta alla proposta di governissimo di Renzi: le elezioni come effetto incontrollato della crisi che ha voluto lui. O come spauracchio per invitare i responsabili a venire fuori? 

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