Anglotedesco

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venerdì 22 gennaio 2021

Caccia ai costruttori, il rompicapo.I renziani si stanno ricompattando

 


di Niccolò Carratelli 

Compatti, almeno ufficialmente, e silenziosi. I telefoni dei renziani ieri squillavano a vuoto, ordine di scuderia: limitare le dichiarazioni e, di conseguenza, i distinguo. Tutti rimandano al comunicato di Italia Viva diffuso dopo la riunione dei gruppi parlamentari di giovedì sera. «I deputati e i senatori si muoveranno tutti insieme», «ribadiscono la necessità di una soluzione politica che abbia il respiro della legislatura». Ennesima apertura diretta a palazzo Chigi, studiata da Matteo Renzi per far vedere ai suoi che lui sta facendo di tutto per ricucire con Conte: è il premier che non vuole. Ma questa mossa può serrare i ranghi per pochi giorni, forse solo per il fine settimana. Se entro lunedì, massimo martedì, il riavvicinamento non si concretizzerà, gli aspiranti "costruttori" ricominceranno a rispondere al telefono. Perché dovranno decidere come votare sulla relazione del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, atteso a Montecitorio e a palazzo Madama tra mercoledì e giovedì. Votare contro, come annunciato da Renzi, potrebbe significare affossare il governo, demolire invece di costruire.«Vanno fatte valutazioni di contenuto, ma anche politiche, perché non possiamo dimenticare che eravamo al governo insieme. Io mi auguro si trovi prima un accordo con Conte», spiega il senatore Leonardo Grimani, uno di quelli che hanno già fatto sapere all'ex premier che non lo seguiranno all'opposizione, ma torneranno tra i banchi del Partito democratico. Come lui Eugenio Comincini, Mauro Marino, forse Anna Maria Parente. Sono loro che potrebbero tenere in piedi la maggioranza, astenendosi o non partecipando al voto sull'amministrazione della giustizia. Più complicato che a offrire questa via d'uscita al governo siano i senatori di Forza Italia (compresi i tre dell'Udc): pure per i più disponibili nei confronti di Conte, smarcarsi dal partito sposando una linea "giustizialista" sarebbe uno strappo troppo violento. «Per liberali e garantisti, dire no all'azione del ministro Bonafede non è tattica politica, ma un dovere morale», ha scritto su Twitter Mara Carfagna. Magari, però, qualcuno avrà un contrattempo dell'ultimo minuto che lo terrà lontano da palazzo Madama. Un compromesso a cui sta lavorando anche Maria Rosaria Rossi, ormai ex berlusconiana, che ieri è tornata a palazzo Chigi per la seconda volta in quattro giorni. È lei l'emissaria del premier per trattare con i senatori forzisti interessati al trasferimento. Perché, è sempre più chiaro, senza di loro non si crea il nuovo gruppo e, quindi, non si riesce a ricostituire la maggioranza nelle varie commissioni senza Italia Viva. L'impressione è che serva più tempo, esattamente quello che Conte non ha. «Serve il Conte ter» «Al Senato sarà una prova del fuoco, lì si vedrà quali sono le reali intenzioni», avverte Bruno Tabacci, il capo cantiere dei "costruttori", colui che da giorni telefona, incontra, persuade, rassicura. Ieri anche lui è stato due volte a palazzo Chigi, «per incontrare Di Maio, non Conte», a cui avrà spiegato il nocciolo della questione: «I numeri in Parlamento potenzialmente ci sono, esiste un campo liberaldemocratico da occupare, ma serve un nuovo governo. Conte resta l'unico punto di equilibrio della coalizione». Parole per rassicurare il premier, molto restio a rassegnare le dimissioni per poi ricevere il suo terzo incarico. Il Conte ter è una soluzione su cui, però, spingono sempre più interlocutori sia nel Pd che nel Movimento 5 stelle. Per molti è l'unico modo per allargare la maggioranza, pescando sia da Italia Viva che da Forza Italia. Servirebbe anche a rinviare il passaggio parlamentare di Bonafede, mettendo al riparo il ministro a cui Conte è più legato a livello personale. Il rischio di finire impallinato a palazzo Madama è concreto, la possibilità che il premier lo sacrifichi prima, per restare momentaneamente in piedi, è remota. Anche se Clemente Mastella, fiutata l'aria, lo suggerisce: «Nulla vieta che possa essere messo da parte un ministro della Giustizia». Anzi, per molti incerti dentro Forza Italia quella sarebbe la mossa decisiva per rompere gli indugi, abbinata a una svolta garantista del premier. Insomma, la sensazione è che Conte, da qui a mercoledì, qualcosa dovrà concedere. Le sue dimissioni, con apertura formale della crisi, o quelle di Bonafede, che rischierebbe comunque il posto al momento di ridefinire la squadra del nuovo governo. 

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