Anglotedesco

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giovedì 14 gennaio 2021

CARLO BONOMI:«Basta scontri, ascoltino noi imprese»


da IL CORRIERE DELLA SERA del 14 gennaio 2021.Federico Fubini

Carlo Bonomi, 54 anni, lombardo di Crema, non ha mai amato l’ambiguità. Da ben prima di diventare presidente di Confindustria, a maggio scorso, ha sempre preferito la trasparenza. Eppure erano quasi due mesi che non faceva sentire la propria voce sulle scelte che aspettano l’Italia per risollevarsi dalla recessione più grave del dopoguerra. Non aspettava la crisi di governo deflagrata ieri, dice: «Aspettavamo di vedere i documenti del governo sul Piano nazionale di ripresa e di resilienza».

La crisi di governo è aperta. Cosa si sente di suggerire alla politica?

«Di uscire dalla gabbia dei personalismi: è la vera emergenza. Si tende troppo a personalizzare e a cercare lo scontro ideologico. Nessuno parla più della realtà, ma la realtà bussa alla porta e presenta il conto».

Ha trovato interlocutori adatti nel governo per recepire il suo messaggio?

«Abbiamo buoni rapporti con singoli ministri, ma nel complesso questo è stato un governo molto chiuso su se stesso. Non ci ha mai dato risposte: zero sul piano Italia 2030 che portammo agli Stati generali, zero sul piano 20302050 che abbiamo presentato all’assemblea generale».

Non pretenderà che il governo faccia quel che dice Confindustria...

«Ovviamente no, ma ci piacerebbe essere consultati. In fondo l’industria manifatturiera è quella che tiene in piedi il Paese, è il settore che genera indotto per i servizi ed è quello che va meglio: nel 2019, in piena crisi e nel silenzio generale, il manufatturiero italiano è persino salito di una posizione da ottavo a settimo nel mondo».

Dunque che assetti di governo si augura per quel che resta della legislatura?

«Mi auguro che ci sia un governo disponibile ad ascoltare chi ha dimostrato capacità di far crescere il Paese. Se vogliamo la decrescita felice, è un’altra storia. Ma se invece vogliamo aprire la strada della ripresa si può immaginare che l’industria tutta sia una delle voci ascoltate, e non solo nel nostro interesse. Per esempio abbiamo detto che siamo disposti a mettere in discussione gli sgravi fiscali. Ma per generare risorse per la competitività. Non per cercare qualche dividendo elettorale aumentando la spesa corrente».

Ora c’è un documento sul Recovery approvato l’altra sera in Consiglio dei ministri. È quello che serve al Paese?

«Siamo molto critici. Si è arrivati ad approvarlo senza dibattito né confronto. Non ci hanno mai interpellati. Quanto alla sostanza, ho cercato di leggerlo più volte ma non ci ho trovato una visione. Non c’è il senso di quale Paese vogliamo costruire. Non si parla di come rendere la società più moderna, inclusiva, aperta ai giovani e alle donne. Non c’è un percorso per il Sud. Non sono indicate riforme, obiettivi, indicatori di performance. Non ci sono i rendimenti attesi degli investimenti. Quasi non si parla di fisco. Non è il progetto adatto a cogliere un’occasione unica».

C’è abbondanza di programmi, non trova?

«A volte non se ne capisce la coerenza. Sui porti, si parla solo di quelli del Nord. La parte sui trasferimenti tecnologici di fatto è una nazionalizzazione. Poi ci dicono che vogliono costruire 753 ospedali, quando da noi mediamente ci vogliono vent’anni per farne uno . Ma anche bastassero sei mesi, mi chiedo: ne hanno parlato con le Regioni, dato che la sanità è loro? Non credo, perché non hanno consultato nessuno. Che credibilità ha un documento già blindato da un accordo politico prima di sentire chiunque?».

Attivare il Mes sanitario serve all’Italia?

«Chiediamoci quali sono i risultati dall’inizio della pandemia. È comprensibile che all’inizio il sistema sia stato preso di sorpresa, ma negli otto mesi successivi ci sono stati molti errori di gestione e di attuazione. La struttura della sanità ha mostrato molte deficienze, dunque il Mes è da prendere. Dobbiamo sostenere la ricerca, il settore farmaceutico, il biomedicale».

Eppure il Mes ormai sembra solo una bandiera, per tutti...

«È così: nessuno parla più dei progetti. E questo è uno dei tanti aspetti che stanno sfibrando gli italiani. Il Paese è sfiduciato, non ne può di decisioni che cambiano ogni pochi giorni o di scoprire solo nelle conferenze stampa della domenica sera cosa si potrà fare al lunedì. La stessa proroga dello stato di emergenza (fino al 30 aprile, ndr) va oltre i limiti di legge, non è più solo un atto amministrativo. Ma si dà per scontata, come se il Paese avesse mollato».

Nel 2020 e 2021 il deficit viaggia attorno al 10% del Pil, il debito è ai massimi. E la crescita sembra metà di quella che prevede il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Ha preoccupazioni di stabilità finanziaria dell’Italia, quando la Banca centrale europea ridurrà il suo sostegno?

«Il problema del debito lo ricordiamo da mesi, ma siamo stati attaccati da tutti. Poi però, anche qui, c’è la realtà. Siamo appena al 12 gennaio e stiamo già facendo uno scostamento di bilancio da 24 miliardi. Usiamo 65 miliardi del Recovery a copertura di provvedimenti già presi. E l’Europa non sarà disposta per sempre ad accettare un continuo aumento del debito. Chiediamoci ora cosa succederà quando gli altri Paesi ripartiranno, se noi restiamo fermi come in passato».

Neanche il blocco dei licenziamenti, le garanzie e le moratorie sul credito possono durare per sempre. Che idea ha delle politiche attive del lavoro, ora che il Recovery mette a disposizione sei miliardi per farle?

«La risposta del governo fino ad ora è proporre 11.200 assunzioni fra Anpal (l’Agenzia nazionale per il lavoro, ndr), navigator e centri per l’impiego. Non ci siamo. È impensabile fare una riforma del genere senza aver sentito né l’industria, né i sindacati».

Ma lei cosa propone?

«Apriamoci alle agenzie private che vivono a contatto delle imprese, conoscono le loro esigenze e sono in grado di prendere in carico i disoccupati per formarli e trovare loro un posto. Qui nessuno vuole licenziare e nessuno vuole lasciare le persone senza reddito. Ma ormai rischiamo un dramma sociale e il modello di cassa integrazione d’emergenza Covid alla lunga non può funzionare».

Ma è vero che in Italia ci sono tante aziende «zombie»?

«Sì, siamo preoccupati. L’Istat stima che un terzo delle imprese italiane siano fortemente a rischio. Non significa che siano tutte destinate a fallire, ma è un numero che fa pensare anche perché la crisi non inizia oggi. Prima della pandemia il Pil era ancora del 4% sotto ai livelli del 2008 e dal 2017 abbiamo perso 32 mila imprese manifatturiere. Come ho detto: è tempo che la politica esca dalla gabbia dei personalismi e guardi in faccia la realtà».


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