Anglotedesco

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domenica 17 gennaio 2021

CLAUDIO BORGHI AQUILINI:«Io reclutatore di M5S? Non amo i voltagabbana ma se il partito tradisce cambiare è doveroso»

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 17 gennaio 2021.Marco Cremonesi

Borghi, dica la verità: passa le giornate al telefono nel tentativo di reclutare senatori grillini.

«Macché. No, l’unico senatore M5S di cui ho il telefonino è il presidente della commissione Bilancio, Daniele Pesco: era il mio omologo». Già presidente della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi è uno degli economisti di punta della Lega.

Però ammetta: portare tra i vostri ranghi qualcuno che oggi sostiene il premier Conte sarebbe un bel colpo. O no?

«Mah, sono diviso...».

Ma come?

«Sono molto in dubbio se augurarmi che l’operazione “costruttori” vada in porto. Dovrei augurarmi di no, dato che questo avvicinerebbe il voto. Ma cinicamente, quasi ci spero. Sarebbe la replica del Prodi nel 2007, ricorda? Il ruolo dei senatori all’estero, quello dei senatori a vita... E anche allora, ci fu una parte di spicco per Clemente Mastella e Sandra Lonardo... E fu la miglior campagna elettorale possibile per il centrodestra. Che infatti stravinse».

Beh, qualche cambio di casacca grazie ai suoi buoni uffici le è attribuito da tempo. Per esempio, Marco Zanni.

«Non mi faccia passare per un fan dei cambi di casacca. Io ho sempre detto che se uno vuole cambiare partito, prima si dimette dai mandati ottenuti con quel partito. Però, se invece è il partito a tradire quel che ha sempre detto, allora cambiare sarebbe doveroso. Chi aveva il mandato imperativo a bocciare il Mes e poi si trova a votarlo, cosa dovrebbe fare?».

Entrare in Lega?

«La verità è che io ho sempre cercato di portare persone valide in Lega, a prescindere dalle provenienze. Bagnai veniva dalla sinistra, Rinaldi dalla destra romana...».

Alla Camera i numeri sono impervi. Perché Salvini lascia intendere che il governo potrebbe persino diventare di centrodestra?

«Sa, i gruppi misti ormai sono elefantiaci e perlopiù composti da gente che voterebbe qualsiasi cosa. È un modo, ma questa è interpretazione mia, di denunciare una certa situazione. Non è solo questione di numeri: perché quando a suo tempo Salvini avrebbe dovuto cercare i voti gli si è detto di no? Conte ha titoli più di Matteo? Oppure: perché Paolo Savona, un grande economista, già ministro, non andava bene al Mef e invece uno nemmeno laureato in economia come Gualtieri sì?».

Lei pensa che alla fine Conte ce la farà?

«Non lo so ma, scherzi a parte, non ho dubbi sui costruttori: devono fallire. Non possiamo lasciare il Paese a una banda di scappati di casa. Impossibile fare peggio e, se mai ci si arrivasse, le elezioni responsabilizzerebbero i cittadini su come proseguire. In ogni caso queste situazioni ti fanno capire il motivo per cui un tempo c’erano i vitalizi».

Per non blindare il Parlamento sulle sorti del governo?

«Ma sì. In cambio del modico risparmio di una spesa per i cittadini che qualche parlamentare non meritava, ci siamo regalati generazioni di politici attaccati alla seggiola. Devo ammettere che prima di toccare la Costituzione bisognerebbe pensarci 100 volte. Perché c’erano dei motivi che la ispiravano. E io devo fare autocritica».

Perché?

«Allora dicevo “rimettiamo l’immunità parlamentare ma non i vitalizi”. I vitalizi erano un facile argomento per una narrazione distruttiva, ma in realtà non erano soltanto un regalo a qualcuno. Erano una garanzia per tutti di non avere governi che si reggono sulla minaccia di far tornare qualcuno a vendere bibite allo stadio».

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