Anglotedesco

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domenica 17 gennaio 2021

Conte ancora lontano da quota 161.Pochi responsabili ma va avanti

 


di Ilario Lombardo 

Improvvisamente la soglia dei 161 senatori non serve più. Quella che sembrava più che altro una suggestione buona per costituzionalisti e storici si trasforma nell'unica ancora di salvataggio possibile, quando gli uomini spediti da Giuseppe Conte a trattare tornano per dirgli che i responsabili si sono sfilati. A quel punto scatta il "piano B". La strategia che il capodelegazione dem Dario Franceschini aveva già cominciato a diffondere il giorno prima, per smontare la tesi fatta circolare dal leader di Italia Viva Matteo Renzi. E cioè che senza la maggioranza assoluta dei componenti del Senato il governo cade. «Se abbiamo un solo voto in più puoi andare avanti» spiega il ministro della Cultura al premier. «Sarò in aula, ma non esiste che torno con Renzi» conferma Conte, dopo che gli viene fatto pervenire il malumore montante tra i parlamentari del M5S e del Pd, disposti a richiamare Iv al tavolo piuttosto che infilarsi in una crisi al buio. Franceschini è d'accordo: «Non siamo in condizioni di rimettere in piedi l'alleanza con Renzi». La base del Pd, è la convinzione anche di Nicola Zingaretti, si rivolterebbe contro i vertici. E allora la scommessa è di andare comunque al voto in Parlamento, sperando che alla fine i responsabili si palesino comunque, magari proprio da Iv. È la linea che concordano M5S e Pd in una riunione in cui sono presenti Franceschini, il capo politico grillino Vito Crimi e il capo delegazione Alfonso Bonafede. L'alternativa, dicono, è solo il voto, attraverso un governo elettorale che traghetti il Paese alle urne ad agosto. Ma è una minaccia sgonfia a cui credono in pochi. Come da calendario, il capo del governo si presenterà prima alla Camera lunedì, e poi al Senato, martedì mattina. Si sottoporrà al voto di fiducia, e se lo otterrà non salirà al Colle per dimettersi. «Ognuno si assuma la propria responsabilità» è l'ultimo appello del Pd. Un appello ai costruttori che il ministro del M5S Luigi Di Maio considera ancora valido, «per costruire un grande e ambizioso progetto politico e per evitare compromessi di bassa cucina». Una volta incassata la fiducia si lavorerà a un patto di legislatura in grado di attrarre verso la maggioranza più parlamentari. L'intenzione è di puntare a svuotare il partito di Renzi, ma anche di realizzare un allargamento del perimetro della coalizione ai moderati del centrodestra. Il pallottoliere è fermo, secondo i calcoli di Franceschini, a 155-158 senatori. L'Udc di Lorenzo Cesa si è tirato fuori: «Preferiamo restare nel centrodestra. Abbiamo più garanzie se andiamo al voto», spiega al sottosegretario grillino Riccardo Fraccaro, inviato, con tanto di ministero in dono, dal navigato parlamentare che detiene il simbolo dello scudo crociato al quale Conte pensava di agganciare il nuovo gruppo ispirato ai Popolari europei. Niente da fare, i tre senatori centristi, preziosissimi per l'abaco di Palazzo Madama restano dove sono. Un piede ancora dentro la maggioranza sembra invece averlo Clemente Mastella, che parla per conto della moglie, la senatrice Sandra Lonardo. Conte scommetteva tutto sui costruttori, come preferisce chiamarli, ma il tempo per convincerli non basta. Forza Italia resta compatta, Gianni Letta non ce l'ha fatta a convincere Silvio Berlusconi. E nulla hanno potuto gli ambasciatori del mondo cattolico, del Vaticano e dei vescovi italiani. Il reclutamento per ora è fallito. Lo si intuisce anche da come gongola Renzi già dal primo pomeriggio di ieri. «Non ce la fanno, non hanno i numeri» dice ai suoi parlamentari. Venerdì l'ex premier ha fatto l'unica mossa che aveva un senso per fermare i senatori pronti a dirgli addio e a restare in maggioranza. Ha detto che il suo gruppo si asterrà in aula. Non voterà contro, permettendo così di abbassare ancora di più il quorum necessario. Certamente la vita della maggioranza si complica. E in una giornata che dietro le quinte ha visto completamente capovolgersi gli equilibri e incenerire le certezze gli scenari erano ben diversi. Inizialmente, seguendo i suggerimenti del Pd e le richieste di alcuni «costruttori», Conte sembrava deciso ad andare a Montecitorio domani, per le comunicazioni previste, e subito dopo a salire al Colle per dimettersi e ottenere il reincarico lampo, senza passare dal Senato. In questo modo avrebbe aperto al Conte Ter e alle trattative sui ministeri, nella speranza che durante le consultazioni si sarebbe venuto a consolidare il gruppo dei responsabili. Troppo rischioso, anche perché ci sono forti resistenze dal ministro Bonafede e Fraccaro, spaventati di perdere il posto, e perché, come ammesso dallo stesso premier, il M5S è sull'orlo dell'ennesima guerra dei veleni. Lo prova la riunione dei direttivi dei gruppi di Camera e Senato del M5S con il reggente Crimi, costretto ad ammettere ai parlamentari furiosi che i responsabili si sono volatilizzati. In queste condizioni, toccando anche solo una poltrona si scatenerebbe il caos. 

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