Anglotedesco

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domenica 10 gennaio 2021

Conte ora tratta l'aiuto di Berlusconi




di Federico Capurso 

Archiviato il primo round dello scontro con Matteo Renzi senza aver spostato di un millimetro gli equilibri, Giuseppe Conte prepara la settimana decisiva per il futuro suo e del governo. La giornata la trascorre al sicuro, nel fortino di Palazzo Chigi. Non squilla lo smartphone di Nicola Zingaretti né quello di Luigi Di Maio, che parte in missione in Giordania e Arabia Saudita. Il premier sente invece i ministri Boccia e Speranza, per limare i dettagli del prossimo Dpcm che mercoledì mattina il ministro della Salute presenterà in Parlamento. Poi riceve aggiornamenti dal ministero dell'Economia sullo scostamento di bilancio che la prossima settimana arriverà in Consiglio dei ministri e che permetterà un nuovo decreto Ristori. Guarda avanti, anche se tutto potrebbe crollare prima. A riportare nelle stanze di Palazzo Chigi il ricordo di una crisi imminente ci pensano le telefonate di Goffredo Bettini, il braccio destro di Zingaretti che da settimane anima le diplomazie dei partiti per tentare di trovare una soluzione.E il presidente del Consiglio, in serata, ostenta ottimismo: «Non vedo l'ora di mettermi alle spalle le fibrillazioni», scrive su Fb. Assicura di lavorare «per rafforzare la coesione tra le forze di governo», detta l'agenda della prossima settimana, ma la verità è che ci si muove sotto una luce fioca, a passi incerti. Del lungo post affidato ai social emergono due passaggi. Il primo riguarda le tempistiche di questa crisi: «Mi dicono di avere pazienza, ma io sono impaziente perché abbiamo tanti problemi da risolvere», scrive. Una risposta a Pd e 5S che da giorni, in realtà, non lo invitano affatto all'attendismo, ma a fare l'opposto: a non concedere altro tempo a Renzi perché lo userebbe per logorarli. Tanto che ieri pomeriggio erano arrivati segnali di insofferenza dal Pd. Prima il capodelegazione Dario Franceschini, poi il capogruppo alla Camera Graziano Delrio, gli intimavano «rapidità». «Martedì - dice Franceschini - mandiamo il Recovery in Parlamento e subito avviamo un confronto nella maggioranza per un patto programmatico di legislatura». Messaggio, evidentemente, recepito.Il secondo passaggio è sul Recovery plan, che «non appartiene a questo governo o alle forze di maggioranza che lo sostengono - scrive Conte -, ma all'Italia intera». Frase che ricalca il pensiero del responsabile economico di FI Renato Brunetta, che chiedeva di allargare il dibattito alle opposizioni e di farlo diventare «un piano dell'Italia». Proprio con Brunetta il premier si è sentito giovedì scorso per concertare l'appoggio di un gruppo di forzisti al momento del voto sul Recovery in Parlamento, che però non si tradurrebbe in uno stabile appoggio esterno al governo. Il problema dei numeri resterebbe. Soprattutto in Senato, dove la ricerca di responsabili dagli emissari di Conte non sta andando bene. Sono al lavoro i senatori Riccardo Merlo del gruppo del Maie, Sandra Lonardo Mastella e Saverio De Bonis del Misto, Raffaele Fantetti di Italia23, ma le adesioni non stanno raggiungendo numeri tali da mettere al sicuro la maggioranza. Prima del parlamento, però, ci sarà il passaggio in Cdm. E a Palazzo Chigi hanno notato che sono scomparse le minacce di dimissioni delle due ministre renziane, che si ipotizzava arrivassero per il Cdm. L'ipotesi è che possano astenersi, lasciando quindi che il piano arrivi in Parlamento, dove allo stesso modo i gruppi di Iv si tirerebbero fuori al momento del voto. Senza i voti di Renzi per Conte sarebbe comunque una scelta obbligata quella di presentarsi al Colle, dove gli si chiederebbe conto dell'affidabilità dei responsabili e difficilmente il premier potrebbe offrire rassicurazioni.Conte che vuole un semplice rimpasto; Renzi che invece chiede le dimissioni del premier per un Conte III. Il capogruppo Pd in Senato Andrea Marcucci è uno dei pontieri nel tentativo di convincere Renzi a siglare un accordo su un pacchetto complessivo, che oltre al Recovery tenga insieme la riforma della giustizia e un rimpasto, dal quale Iv uscirebbe con 4 ministeri. Secondo quanto trapela da fonti vicine a Palazzo Chigi, però, Renzi vorrebbe un posto da ministro per sé. Obiettivo: la Farnesina di Di Maio. E Conte non ha intenzione di concederla, perché l'operazione spaccherebbe il M5s e porterebbe Renzi a sedere in Cdm. Il veto, al momento, è assoluto. E la crisi è ancora lì, a Palazzo Chigi.  

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