Anglotedesco

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domenica 24 gennaio 2021

Conte ora vede le urne

 



di Carlo Bertini 

Signori, il piatto piange, sembra dire uno dei croupier incaricati di portare numeri sonanti al tavolo verde del governo. Il voto in Senato di giovedì sul Guardasigilli Bonafede, inviso ai garantisti azzurri e renziani, incombe. Su quel nervo scoperto, difficile allargare la maggioranza. E scatta la sirena di allarme, tanto che ora pure il premier Giuseppe Conte, al pari di Nicola Zingaretti, vede le urne come rischio sempre più concreto. Gli ambasciatori più navigati, da Mastella a Tabacci, non recano buone nuove. E Conte - dicono fonti di governo - non intende dimettersi prima del voto su Bonafede. Non getterà la spugna anzi tempo per ricevere un reincarico dal Colle e poter costruire un suo terzo governo: offrendo più posti e nuovi innesti di persone e cose da fare. «Ma se va male giovedì - gli fa notare Mastella - tutti saranno più deboli e costretti al compromesso». Niente, per ora il premier non mette sul piatto un "Conte ter", almeno fin quando non avrà i voti per blindarlo. Resta fermo nella volontà di andare in aula anche stavolta. Dove però i numeri ancora scarseggiano. «Perché non solo è difficile allargare, ma anche tenere insieme quelli che abbiamo», avverte Andrea Orlando, il vice di Zingaretti. «Servirebbe un fatto politico nuovo». Tradotto, Bonafede deve annunciare un cambio di rotta sulla Giustizia, con una torsione garantista nel suo discorso. «Tempi rapidi per i processi civili e tempi ragionevoli, massimo sei anni, per i tre gradi del penale». Ecco la richiesta del Pd per bocca di Walter Verini. Si vedrà, certo fino a 24 ore prima del d-day, i responsabili non usciranno allo scoperto. Cercasi voti«Si va avanti nella ricerca di costruttori», allargano le braccia quelli che nell'esecutivo hanno in mano la pratica. Sapendo che se pure «qualcosa si muove» sul fronte di Forza Italia e Iv, «la situazione è drammatica» e rischia di sfuggire di mano. Da 156 voti ottenuti per la fiducia, si rischia di scendere a 151 se non ci saranno quelli della moglie di Mastella, dei due di Forza Italia e dei due senatori a vita. Conte ne uscirebbe azzoppato. Ma un ritorno a Canossa da Renzi, per riaprire una trattativa, non lo digerisce nessuno a Palazzo Chigi, così come ai piani alti del Pd e dei 5stelle. Diversi però gli umori dei gruppi parlamentari e di alcuni ministri. «Alzi la mano chi ha il coraggio di dire che Renzi garantisce credibilità e durata ad un governo», lancia il guanto di sfida uno dei parlamentari più vicini al segretario in una delle molteplici riunioni. Zingaretti infatti è convinto che con l'ex premier non si possa fare più nulla. Per tacitare quelli che nel Pd (dalla Madia a Delrio, da Marcucci a Orfini, da Guerini e tanti altri) riaprirebbero le porte a Italia Viva, scendono in campo Goffredo Bettini e Andrea Orlando. Con un argomento forte: perché dobbiamo suicidarci? «Se il disegno di Renzi è l'omicidio politico del Partito Democratico, si può tornare insieme con chi cerca di ucciderti? ». Lo spettro dei Dem infatti sono le larghe intese. Un gorgo dentro il quale Renzi vuole affogare il Pd, togliendo di mezzo Conte. Il quale concorda con Orlando quando dice che «rimettere insieme i cocci ci porterebbe al punto in cui eravamo una settimana fa».La paura del gruppo dirigente del Pd è questa: «Anche se torniamo con Renzi per un Conte ter, il 3 giugno, con il semestre bianco, lui fa cadere Conte e ci schiaccia in un governo istituzionale con Salvini e Forza Italia: da dove usciremo sconfitti alle elezioni, senza avere più un'alleanza con i 5stelle guidata da Conte. Quindi no alle larghe intese». Ma i fautori del dialogo a oltranza, Marcucci e i tanti che tifano per un Conte ter con Renzi, non disperano: il Pd sta facendo di tutto per sostenere questa operazione disperata di Conte - dicono - ma se giovedì non dovesse esserci una maggioranza, il pallino non lo avrebbe più lui, ma Mattarella e i partiti. E nei partiti, specie tra i Dem, sono decine e decine quelli pronti a tornare con Renzi. «Un partito di Conte non è un'idea geniale per la sinistra», dice Enrico Borghi. «Ma senza Conte finisce l'alleanza Pd-5Stelle», ribatte Orlando. 

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