Anglotedesco

Anglotedesco

lunedì 18 gennaio 2021

Il piano:ecco i nuovi Popolari.Squadra di ministri entro il 30

 



di Ilario Lombardo 

Sabato mattina, prima che l'operazione costruttori subisse una frenata, nei colloqui in corso tra Palazzo Chigi e il Senato si ragionava sul nome da dare al nuovo gruppo dei responsabili, o volenterosi che dir si voglia. "Popolari europei" o "Popolari d'Europa", questa era un po' l'idea: un brand che richiami alla grande famiglia europea del Ppe (anche se c'è chi ancora insiste sul nome "Insieme"). D'altronde un gruppo in Senato che possa essere l'embrione di una nuova forza politica europeista, liberale e moderata, che accolga chi da destra è stanco del vassallaggio ai sovranisti, è un punto fermo di un progetto politico che Conte ha intenzione di portare avanti anche dopo la votazione di oggi in Senato. Se il premier strapperà la maggioranza, ancorché non assoluta come è stato alla Camera ma relativa, da domani partirà la seconda delicata fase delle trattative che puntano ad allargare la coalizione in Parlamento. È vero, l'Udc si è sfilato, ma gli uomini di Conte continuano a negoziare giorno e notte, sono fiduciosi di poter convincere i centristi a rientrare in un secondo momento, e ai loro occhi la disponibilità offerta da Paola Binetti è un segnale evidente, anche se la senatrice oggi voterà no alla fiducia. Dopotutto il leader Lorenzo Cesa lo ha detto senza troppo girarci intorno a Riccardo Fraccaro, sottosegretario inviato a trattare per conto del premier: «Io faccio politica da tanti anni, non basta che vieni qui e mi proponi un ministero». Per Cesa il dicastero dell'Agricoltura, lasciato libero da Italia Viva, è una bella tentazione, ma ha bisogno di una garanzia di eleggibilità che guardi oltre questa legislatura. E gli strumenti sono due. Primo: un partito centrista affiliato alla coalizione europeista e per lo sviluppo sostenibile (con Pd, M5S e la sinistra ambientalista) che il presidente del Consiglio intende mettere assieme un po' alla Romano Prodi.Secondo: la legge elettorale proporzionale, esplicitamente citata nel discorso in Aula. Per il Pd una riforma non più rinviabile, che la segreteria nazionale chiedeva da mesi. Per i responsabili un segnale inequivocabile e un'assicurazione per il futuro, soprattutto se la soglia sarà più bassa del 5%. Ma la legge elettorale è anche un'esca per gli indecisi di oggi che sono ormai sull'uscio del centrodestra. L'addio della deputata Renata Polverini da FI potrebbe non essere il solo e al Senato sarebbero pronti a votare la fiducia anche gli azzurri Andrea Causin, Anna Carmela Minuto e Barbara Masini. Tutti potenzialmente assoldabili nel nuovo gruppo dei liberal-popolari. Se così fosse, secondo gli ultimi calcoli di Palazzo Chigi, il governo potrebbe anche sfiorare i 160 senatori favorevoli. Al momento la conta è ferma a 154-156 certi (a seconda se la fonte è il Pd o il M5S), compresi tre senatori a vita. A 90 anni Liliana Segre sfiderà il Covid e prenderà un treno per essere in Aula a votare. Non lo faranno Carlo Rubbia e Renzo Piano. Restano ancora da convincere due ex M5S mentre le defezioni da Italia Viva sono in forse. Riccardo Nencini, del Nuovo Psi, affiliato al partito di Matteo Renzi, deciderà all'ultimo. Molto dipenderà anche dal tono della sfida tra il leader di Iv e il presidente del Consiglio. L'ex rottamatore appare paralizzato sull'astensione. I nervi dei suoi senatori sono al limite e sa che spingersi fino alla decisione di votare contro potrebbe costargli la spaccatura del gruppo e la fuoriuscita di almeno quattro eletti. L'appello del premier sarà ancora una volta rivolto anche a loro. Il discorso di ieri alla Camera è stato rimaneggiato, per farlo apparire meno un freddo elenco e un j'accuse «più pop e più appassionato». Disseminerà il discorso di messaggi indirizzati agli ex grillini strenuamente corteggiati, che chiedono prove d'amore su temi come l'Antimafia, le infrastrutture sostenibili e l'addio definitivo ai Benetton su Autostrade. Conte rivolgerà parole ancora più dure a Renzi, alla sua «irresponsabilità», per aver aperto una crisi ora, ma di nuovo ha intenzione di evitare di citarlo. È consapevole che il senatore lo toccherà nei punti più deboli, a partire dall'incerta presa di distanza da Donald Trump e dall'adesione al presidente americano democratici Joe Biden, considerata tardiva e artificiosa dal leader di Iv. Conte scommette sulla ripartenza del governo su un perimetro europeista più ampio, da costruire nei prossimi giorni. Il patto di legislatura fisserà un percorso, ma saranno le poltrone dell'esecutivo a puntellare il percorso. Il Pd gli chiede di fare in fretta, preferirebbe chiuderla con un Conte ter: il passaggio al Quirinale, le dimissioni e il reincarico. Conte promette di mettere la parola fine a questa crisi entro fine gennaio, massimo due settimane. Però non intende lasciare e continua a puntare al rimpasto, anche corposo ma senza il passo indietro. La trattativa sarà su questo: i ministeri vacanti e lo scorporo di Cultura/Turismo e Trasporti/Infrastrutture serviranno a tentare i costruttori incerti e a guadagnare consensi in Parlamento. Molto dipenderà da quale sarà la soglia della maggioranza raggiunta oggi in Senato. Perché tra i 5 Stelle e Palazzo Chigi è grande il sospetto che più basso sarà il numero dei senatori a favore, più sarà indebolito Conte dalla fiducia, più forte sarà il potere del Pd di negoziare e fare pressione sul premier e gli alleati. Sui tempi e le vie d'uscita dalla crisi, sui ministeri, sulle dimissioni. 

Nessun commento:

Posta un commento