Anglotedesco

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martedì 12 gennaio 2021

L'ultima follia.Picchiarsi per finire sul web

 


di Luigi Carletti

A guardarli nei video che loro stessi mettono online, si possono avere molte reazioni diverse, ma quella che predomina è di grandissima pena. Nessuna indulgenza, ci mancherebbe, ma questi adolescenti che sulle chat si danno appuntamento per picchiarsi, affrontandosi poi a decine nelle piazze italiane, sono il risultato di almeno vent'anni di amnesia di una società che non ha capito - e continua a non voler capire - che cosa le sta succedendo. Quello delle risse in piazza non è un fenomeno passeggero. Non è una moda del momento. E non è neanche la conseguenza delle limitazioni imposte dal lockdown. È solo una delle molte forme distorte in cui si può presentare la rivoluzione che stiamo vivendo ma della quale, purtroppo, sembra esservi scarsa consapevolezza. Perlomeno non sembra esserne cosciente la classe dirigente del Paese, né a livello politico, né a livello economico, dove l'impetuoso progresso tecnologico viene vissuto solo in termini di business e niente - ottusamente - viene declinato in termini di effettiva crescita culturale dei cittadini, visti come "consumatori" e assai meno come "agenti sociali".Le risse in piazza ci sono sempre state, sostengono quelli che invitano a non enfatizzare e a non drammatizzare. Può essere, ma quello che sta accadendo da alcuni mesi con sempre maggiore frequenza e con notevole intensità, non ha niente a che vedere con il passato. A cominciare da un dato: se a queste "orde di scalmanati violenti" togliessimo lo smartphone, tutto finirebbe rapidamente. Perché gli verrebbe a mancare lo strumento fondamentale, quello che assicura comunicazione immediata e diffusione multimediale su larga scala delle loro "imprese". Il problema è tutto qui, e mi rendo conto che questa sintesi rischia di apparire semplicistica perché, in realtà, il tema è gigantesco. Nel dire smartphone oggi evochiamo un mondo complesso e in continua trasformazione che significa iperconnessione globale, protagonismo (esibizionismo) sociale, amplificazione del messaggio, accesso istantaneo a una conoscenza non più perimetrata in cui i filtri, le protezioni, e anche le regole (con le responsabilità) sembrano non esistere più.La vera rivoluzione digitale non è databile - come qualcuno pensa - alla fine degli anni Novanta con la prima esplosione di Internet. L'anno in realtà è il 2007, quando Steve Jobs presenta il primo Iphone, e contestualmente Facebook (nato nel 2004) comincia a diffondersi nel mondo nelle diverse lingue (in Italia nel 2008). Seguiranno tanti smartphone sempre più evoluti e tanti social network sempre più affollati.Smartphone + social network: questa congiuntura in pochi anni determina l'accesso alla rete di milioni, di miliardi, di persone, prima tagliate fuori a causa dell'egemonia del Pc, strumento presente soprattutto negli uffici e nelle università. Con lo smartphone, Internet è alla portata di tutti. I social veicolano della rete una versione - per molti l'unica - dalle possibilità fino a quel momento inimmaginabili. Siamo tutti online. Una giostra straordinaria su cui si sale per emulazione, imparando come si può, scoprendo ogni giorno qualcosa di nuovo.Quei ragazzi che oggi si affrontano nelle piazze sono figli di genitori che spesso usano il "telefonino" peggio di loro. Che hanno imparato un codice infarcito di selfie e di like, ma non sembrano rendersi conto che insieme con i meravigliosi vantaggi di questa tecnologia, ci sono rischi e pericoli enormi. L'esuberanza cafona che in molti casi sui social diventa odio e calunnia, la goliardia che sfocia nel sessismo, le frustrazioni e le invidie che generano il cyberbullismo, perfino certe chat di classe in cui i genitori straripano in giudizi e polemiche al cianuro: tutto questo è il frutto di un'incultura digitale che poi si ritrova anche nei luoghi di lavoro, con numerose aziende che solo di recente hanno messo mano alla cosiddetta "social media policy", regole interne per cercare di creare un argine a comportamenti censurabili.Per vent'anni abbiamo lasciato che le persone imparassero da sole a usare strumenti che possono essere armi. Un'intera generazione è nata e cresciuta nella giungla digitale. Se adesso ce la ritroviamo nelle piazze (virtuali e reali) a spaccare tutto, non ci dobbiamo sorprendere. Semmai dovremmo capire dove abbiamo sbagliato. E pensare, molto rapidamente, alle soluzioni. 

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