Anglotedesco

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venerdì 22 gennaio 2021

Restano pochi giorni per evitare la crisi numero 67 (di Bruno Manfellotto)

 



Il fascino della politica - che a molti piace per questo - è che ciò che si dice o si fa può significare perfino il suo contrario. Renzi e i suoi, per esempio, dopo aver tuonato contro il governo fino a creare questo po' po' di casino, giurano ora che basta un niente e si ricomincia come prima. Può essere vero, certo, ma può anche trattarsi solo di un paracadute per poter dire domani, in caso di showdown: «Noi ce l'abbiamo messa tutta, gli altri invece...». Oppure: dopo aver parlato di elezioni anticipate come di un'altra pestilenza, ecco tanti pentiti invocare il voto come panacea di tutti i mali. E magari sperano solo che lo spauracchio convinca una decina di senatori a essere più responsabili, volenterosi, costruttori. E si potrebbe continuare.L'altro strumento psico-retorico di grande charme è il veto. Per dire: Renzi aborre Conte; il Pd non vuole più Renzi; i Cinque Stelle rifiutano l'aiuto di Lorenzo Cesa, Udc, un responsabile in pectore, ma anche presunto colluso di 'ndrangheta; il Pd grida «mai con la destra», la destra «mai con 5S e Pd», veto bipartisan a un governo istituzionale, tutti insieme appassionatamente, che pure molti dicono di apprezzare.Che Babilonia, direte voi. Giusto. E che paralisi, aggiungiamo noi. Ora, per uscire dallo stallo, ci sono tre strade possibili. La prima: il premier fa finta di niente, continua così raccattando voti al Senato, sapendo che ogni occasione è buona per finire in una trappola. Mercoledì prossimo, per esempio, il Parlamento sarà chiamato ad approvare la relazione sulla giustizia del ministro Bonafede, che secondo Renzi non brilla certo per garantismo. Per questo voterà contro, così la destra - ecco il secondo esito possibile -, con questi voti più i suoi, potrebbe buttare giù Conte. Che a questo punto sarebbe costretto a presentarsi dimissionario al Capo dello Stato, che deciderà il da farsi: o cercare una maggioranza per un nuovo governo, con Conte o senza; o incaricare un tecnico; o sciogliere le Camere. Qualcosa si chiarirà, ma la paralisi continuerà per un bel po'.C'è poi una terza possibilità. Che Bruno Tabacci, democristiano tenace e mai pentito, guru del Centro Democratico, realizzi il progetto al quale lavora da anni: far nascere in extremis, prima dell'imboscata di mercoledì, un nuovo cartello, moderato e di centro, che accolga defezionisti di ogni religione (la prima è stata Renata Polverini, ex Forza Italia, neo-iscritta al CD, ora si punta su qualche renziano dissidente). Se riuscirà il miracolo della moltiplicazione dei voti, un Conte traballante ma salvo potrà continuare la sua corsa a ostacoli.Perché a tutti - profeti delle elezioni, della riconciliazione o del tirare a campare - deve essere chiaro che d'ora in avanti la strada del governo attraverserà scogli e salti nel vuoto: i progetti del Recovery plan cui sono legati finanziamenti per oltre 200 miliardi; le imprese in ginocchio e i lavoratori a casa; la sorte di Ilva, Alitalia, Mps, Autostrade; e lo stop della campagna di vaccinazione condizionata dai capricci (pro Biden) dell'americana Pfizer. Quindici giorni di cause legali per danni, ma senza provette. Mentre l'Italia fa le prove generali della crisi di governo numero 67.

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