Anglotedesco

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venerdì 22 gennaio 2021

Scatta l'allarme numeri in Senato.Pressing Pd-5 Stelle per il Conte ter



di Carlo Bertini e Federico Capurso 

«Stallo totale, facciamoli decantare due-tre giorni», sogghigna Matteo Renzi con i suoi. «Il bluff delle elezioni è fallito e anche la caccia ai nostri, ora vediamo che fanno». E, infatti, l'allarme rosso suona al Nazareno, «dove sono i voti dei centristi?» e rimbalza a Palazzo Chigi, dove invece, non si sa se per tattica, regna l'ottimismo. Allarme rosso rilanciato anche da Bruno Tabacci, il leader dei reclutatori: che va da Conte e Di Maio appunto per dire che la chiamata di «costruttori» non decolla, che serve un progetto ampio e un nuovo governo, insomma un Conte ter, con nuovi posti e nuovi innesti da offrire, non un semplice rimpasto. E su questa linea del Conte ter, tra mille cautele, visto che il premier dovrebbe accettare di dimettersi al buio, si attestano anche i Dem: non tutti, visto che i governisti come Dario Franceschini frenano, «senza numeri non si può far nulla». Graziano Delrio dice esplicitamente che «quella sarebbe la soluzione più chiara e meno pasticciata, ma lo deciderà il Colle». E anche i 5 Stelle, come il Pd, si attestano su «o Conte o il voto», sanno che ogni mossa va subordinata a un patto ferreo: prima si trovano i numeri, poi Conte può andare al Colle a dimettersi. Ma c'è fretta, mercoledì ci sarà il d-day, il voto sull'informativa del Guardasigilli Bonafede sulla Giustizia. E i voti mancano. Se in quella sede i numeri non ci saranno, il governo potrebbe rimettersi all'aula al momento del voto, scaricando così eventuali conseguenze nefaste sul ministro, immolato sull'altare del premier, anche con il placet di una parte dei grillini. Bonafede dimissionato dopo aver ricevuto una «sfiducia» in aula. Il capodelegazione dei 5 Stelle. Insomma, il panico. E Renzi gongola. Per questo spunta un'ipotesi, rilanciata dai Cinque Stelle più smaliziati, tendenza Di Maio, secondo cui piuttosto che cadere su Bonafede e dover trattare poi con Renzi indeboliti non conviene: meglio evitare lo show down e andare al Colle martedì, per avere un reincarico e trattare da una posizione di maggior forza. Mai tema fu più divisivo della Giustizia e, infatti, la previsione sul voto di mercoledì è nera nei partiti che sorreggono il governo e tra i ministri. «Nel voto di fiducia al Senato eravamo a 156 - ragiona un membro del governo - ma sulla Giustizia non avremo i due voti della Segre e di Cattaneo, di certo mancherà quello della Rossi di Forza Italia, vista la sua storia, poi forse quello della Leonardo e di qualche altro. Insomma, rischiamo di finire a 150». «Mia moglie è molto incerta», avverte infatti Mastella. Aiuti dagli ex 5 Stelle, come Giarrusso, non ci saranno. E Italia Viva è di traverso, quindi le opposizioni con 156 voti potrebbero prevalere e schiacciare il premier. Ecco, se così fosse, l'esito sarebbe disastroso, anche se i Dem cercano di smorzare il pessimismo. Della serie, anche se si va sotto, non succederà nulla, sarà un monito per far uscire allo scoperto gli indecisi. A Palazzo Chigi hanno pensato di rinviare l'informativa di Bonafede, ma ormai la situazione non è più quella di prima: per farlo serve una maggioranza nella capigruppo del Senato. Che non c'è più. Senza quella, si finirebbe per votare il calendario in aula col rischio di andare sotto. Quindi niente. E in questa partita a scacchi, rientra in gioco Renzi, con la sua contromossa. Fa firmare a tutti i suoi deputati e senatori la richiesta di un governo forte, un memo per compattare i suoi e blindarne le uscite. «Dal Pd si agitano, alzano la posta, ma non li prendono i nostri», dice Renzi. Ed è vero che nel Pd si agitano: quattro senatori (Nannicini, Pittella, Stefano, Verducci), ex renziani e della corrente Orfini, si staccano dalla linea ufficiale, «niente ammiccamenti alle elezioni, bisogna parlare con tutti», anche con Matteo Renzi. Convinzione che si fa strada anche tra i 5 Stelle. Pure se Crimi, come Zingaretti, la esclude. 

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