Anglotedesco

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lunedì 8 febbraio 2021

Conte: bene Draghi, ma io non entro .Il malessere tra i senatori 5 Stelle

 



da IL CORRIERE DELLA SERA dell'8 febbraio 2021.Alessandro Trocino

La distanza tra parole e atti concreti, che a volte sembra siderale, in politica spesso diventa impercettibile. E così siamo passati dalle reazioni indignate contro il governo tecnico a un sì a Draghi un po’ meno stentoreo ma comunque netto. Anche dopo la visita romana di Beppe Grillo, restano molti i senatori indecisi tra l’etica della convinzione, per dirla con Max Weber, e quella della responsabilità. Sarebbero una trentina gli indecisi e una decina quelli pronti a votare no.Ma a dare una mano al governo Draghi entra con forza anche Giuseppe Conte, ormai parte integrante del Movimento, che si collega in assemblea e dice con chiarezza che «voltare le spalle a Draghi vorrebbe dire voltare le spalle al Paese». L’ex premier chiarisce: «Temo la Lega, come sa anche Crimi, ma noi dobbiamo rimanere al tavolo perché dobbiamo dare una prospettiva al Paese. Non dobbiamo auto isolarci ed essere autolesionisti». Conte sostiene di non avere intenzione di entrare nel governo: «Io ci sarò nelle forme che riterrete giuste, perché mi avete dato tanto».Un intervento salutato da applausi che rimette Conte al centro della partita, assegnandogli un ruolo decisivo. Intervento necessario, visto il punto di partenza spiegato da Vilma Moronese: «La sola possibilità di appoggiare il governo Draghi mi fa inorridire». Non c’è solo la parola «banche» a produrre sgomento, ma anche la presenza di Forza Italia. La senatrice conserva nella credenza «il tappo dello spumante aperto il 27 novembre 2013», quando fu decretata la decadenza da senatore di Berlusconi. Anche Matteo Mantero è duro: «Noi siamo nati contro il liberismo. Se non difendiamo noi quelle posizioni, la frustrazione di tante persone potrebbe prendere strade pericolose».Su posizioni simili sono altri senatori come Gianluca Ferrara, Alberto Airola, Matteo Crucioli. Tutta la classe dirigente è per il sì e si sono notate le inversioni di rotta di Paola Taverna e Riccardo Fraccaro, inizialmente critici.

Nel fronte degli irriducibili c’è Alessandro Di Battista. Altri cominciano lentamente a modificare le proprie posizioni. Nicola Morra vuole il voto su Rousseau. Barbara Lezzi dice sì ma solo a un governo elettorale fino a giugno. Danilo Toninelli prima fa fuoco e fiamme contro Draghi poi, con allegria di naufrago, dice «ma va bene, ci sto! Andiamo a vedere cosa ci propone Draghi. Con la nostra valigia piena di proposte».Una valigetta leggera, da viaggio, già riempita da Grillo, che non avrebbe intenzione di tornare al secondo giro di consultazioni. Potrebbe invece lanciare un messaggio pubblico dal suo blog se si decidesse di votare su Rousseau. La voglia di rilegittimare la piattaforma di Casaleggio è poca, ma un voto sarebbe utile per convincere i riluttanti. I «neogovernisti» pensano che il più sia fatto. Se ci fossero da 5 a 10 voti contrari, sarebbero probabilmente espulsi. Se fossero di più, sarebbe più probabile una vera scissione. Ma con chi? Per andare dove?L’impressione è che le coscienze degli irriducibili siano finite in un cul-de-sac. Un sì dei militanti li metterebbe con le spalle al muro. A quel punto l’astensione potrebbe essere una via di salvezza. Se gli ortodossi prevalessero, ma pare quasi impossibile, una scissione potrebbe avvenire al contrario. Come si evince dalle parole di Giorgio Trizzino: «Se si dicesse di no a Draghi, me ne andrei. Probabilmente al Pd, magari con un passaggio di decantazione al Misto».

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