Anglotedesco

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giovedì 11 febbraio 2021

Draghi atteso oggi al Colle.Nella nuova maggioranza la mina vagante è Salvini


di Ilario Lombardo 

Mario Draghi parla molto attraverso i suoi silenzi. Concede, al massimo, un saluto di cortesia ai giornalisti davanti casa. Per il resto, il premier incaricato passa la giornata in attesa che il M5S decreti la fine della propria storia e l'inizio sofferto di qualcos'altro. Incassato il sì dei grillini, il premier incaricato arriva alla Camera, dopo le prime 24 ore trascorse senza qualcuno dall'altra parte del tavolo delle consultazioni. Per tutto il giorno Draghi lavora al programma, alla squadra dei ministri e al discorso che terrà per la fiducia. I funzionari di Camera e Senato sono stati preallertati per lunedì e martedì. In teoria, secondo i vertici dei partiti, l'ex banchiere centrale sarebbe pronto a salire già oggi al Quirinale per sciogliere la riserva. Se la lista dei ministri sarà chiusa, il giuramento al Colle potrebbe essere domani, al massimo domenica. La probabilità che avvenga si ferma di fronte a una delle poche voci che parlano a nome dell'ex presidente della Bce: «Si prenderà tutto il tempo che serve». Draghi vuole minimizzare le incognite, anche se ha già capito, come lo hanno avvertito sia il Pd, sia il M5s sia il Colle, che rischia di ritrovarsi una mina vagante dentro il governo. Basta vedere il primo commento che spunta appena vengono pubblicati i risultati del voto degli iscritti del M5S: «Preoccupa la spaccatura. Nonostante i sì di Beppe Grillo, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Vito Crimi. In questa situazione è ancora più importante il ruolo della Lega e di Forza Italia»: una dichiarazione prima affidata genericamente a fonti della Lega e poi confermata in tv dal segretario Matteo Salvini. Per un attimo il nastro scorre all'indietro e torna a prima dell'agosto 2019, agli estenuanti botta e risposta tra il capo leghista e Di Maio che finirono per logorare il primo governo Conte. Salvini è incontenibile e in serata è costretto a smentire di avere detto, pochi minuti prima, di essere assolutamente a disposizione entrare come ministro nell'esecutivo del banchiere. Il leader del Carroccio ha ritrovato i riflettori che si dirigono quasi naturalmente su chi siede nella maggioranza. Non a caso, al Colle hanno tenuto incrociate le dita tutto il tempo perché il voto grillino andasse a buon fine. La presenza del M5S, primo partito in Parlamento, spezza il potere di veto di chiunque, compresa la Lega. Certo, la maggioranza così è incredibilmente estesa e, a parte il piano vaccini e la gestione dei 209 miliardi del Recovery fund, rischia di restare impigliata nei buoni propositi per le grandi riforme. Ma come sanno bene al Quirinale la letteratura sui precedenti governi del presidente racconta che le maggioranze possono assottigliarsi nel corso dei mesi e perdere pezzi. Non è escluso che, alzando ancora di più l'asticella dell'europeismo, Draghi possa a un certo punto liberarsi di Salvini. Al momento però il leghista è intenzionato a restare, anche a costo di bruciare l'identità degli ultimi anni: vuole sfruttare l'autorevolezza di Draghi per entrare nello spazio di Forza Italia, di una destra non più sovranista, ma moderata, con la quale accreditarsi nel salotto buono dei popolari europei. Che sia costretto a farlo dall'asse leghista del Nord, poco importa: questo sta avvenendo. Da parte sua, Draghi lavora sin dal primo giorno di sponda con la presidenza della Repubblica, che triangola poche, pochissime informazioni con i leader e i possibili ministri, prosciugati dall'ansia di conoscere il proprio destino. Si galleggia sulle suggestioni e sulle speranze. I partiti fanno avere, informalmente, una propria rosa di candidati, ben divisi tra uomini e donne. Il M5S lavora sui nomi più del Pd e in una riunione ai vertici rispunta l'idea di proporre Conte ministro. Sembra ormai certo che la composizione del governo sarà un mix tra tecnici e politici. Con qualche sorpresa. Per esempio, per quanto riguarda il superministero della Transizione ecologica, il pegno pagato da Draghi per ottenere il via libera Grillo. Dovrebbe nascere sulla struttura del solo ministero dell'Ambiente, senza fondersi con lo Sviluppo economico, integrato con altri dipartimenti presi altrove, come l'Energia. Per guidarlo Draghi vuole un tecnico di «altissimo profilo», che però non sarà indicato dai 5 Stelle. Il premier non intende partire con un primo evidente compromesso che potrebbe costargliene altri, se tutti i partiti dovessero poi pretendere di decidere chi mandare dove.

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