Anglotedesco

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sabato 13 febbraio 2021

E così Draghi scelse il realismo politico (di Bruno Manfellotto)

 



Alla fine, e come al solito, Mario Draghi, complice la saggezza di Sergio Mattarella, ha scelto la strada maestra del realismo politico: i ministeri determinanti per il Recovery plan, a uomini di sua fiducia e di provata competenza (Economia, Transizione ecologica, Transizione digitale, Infrastrutture); e per il resto, che la politica abbia ciò che chiede, niente prime linee però, piuttosto scelte oculate: Giancarlo Giorgetti allo Sviluppo economico, stella polare di ogni leghista del nord, inchioda Salvini alle sue responsabilità; Luigi Di Maio, confermato agli Esteri, gratifica l'ala governista del movimento uscita vittoriosa dalla piattaforma Rousseau; Andrea Orlando al Lavoro premia la parte più vivace del Pd; Dario Franceschini riproposto alla Cultura (ma senza il Turismo) gli conferma il ruolo di azionista di riferimento del Pd. Tecnici dove occorrono, politici quando servono. Specie se la miscela è utile a garantire una durata meno asfittica di un governo d'emergenza. Bene. Ora però comincia la navigazione. In Parlamento, nell'amministrazione, nel Paese. Quanto durerà il primo Draghi, certo nessuno può dirlo, ma è sicuro che Covid e Recovery saranno le prime emergenze da affrontare, subito e bene. Per il resto, facile prevedere che il tragitto non sarà né tranquillo né agevole. Per più di una ragione.La maggioranza che lo sostiene è tanto ampia quanto eterogenea, e dunque turbolenta. L'azionista di riferimento, l'alleanza Pd-M5S-Leu, è insidiato da fattori interni ed esterni. Il M5S ha scelto la strada della responsabilità, ma il voto su Rousseau, e l'uscita del leader movimentista, Di Battista, svela un nervosismo che si rifletterà nelle truppe parlamentari. Circostanza che indebolisce anche il Pd che sull'abbraccio con i grillini aveva scommesso tutto, e che proprio sulla bontà di questa alleanza si ritrova ora diviso e dubbioso. L'altro fattore di rischio è Salvini che, forte della svolta, intenderà giocare nell'alleanza un ruolo decisivo, e tanto più lo sarà quanto più debole si mostrerà l'asse Pd-M5S-Leu. È probabile però che, per paradosso, all'inizio il cammino del governo sia agevolato dalla necessità di affrontare le emergenze che contribuiranno ad allentare la pressione dei partiti. Ma poi arriveranno altri trabocchetti. Il primo riguarda Draghi stesso, o meglio le enormi aspettative legate al suo nome e alla sua storia eccezionale, e le esaltazioni agiografiche che lo accompagnano da quando è salito la prima volta al Quirinale: meglio stare con i piedi per terra e lasciare i miracoli ai santi. L'altra incognita riguarda la sua capacità di ottenere dalla pubblica amministrazione lo stesso slancio, la stessa disponibilità, la stessa responsabilità che metterà nella guida del governo: insomma, il sistema reagirà allo stimolo del governo del presidente?Da oggi, dunque, basta chiedersi se Renzi ha sbagliato o ha cambiato il destino del Paese, o se Salvini è davvero europeista o tifa ancora per Orbàn. Da oggi ciò che conterà saranno non più le parole, ma le azioni, i fatti, le decisioni. Speriamo che il Paese lo capisca. 

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