Anglotedesco

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venerdì 12 febbraio 2021

Ecco il governo Draghi tecnici nei post-chiave per gestire i fondi Ue

 


di Alessandro Barbera e Ilario Lombardo 

Matteo Salvini, colui che aveva evocato il primo governo del Dopoguerra, è stato preso alla lettera. Quando - sono ormai le venti - Mario Draghi legge la lista dei ministri davanti alle telecamere restano stupiti in molti, dentro e fuori i partiti. Non solo perché molti di loro sono avvertiti della nomina pochi minuti prima, quando il premier è già al Quirinale. E nemmeno per alcuni esperti lontani dalla politica che il totoministri non aveva intercettato, come Vittorio Colao e Roberto Cingolani. Fino all'ultimo sembrava impossibile comporre il puzzle. Draghi a modo suo ha quadrato il cerchio: ventritré ministri, solo un terzo tecnici (otto), un terzo donne, ben nove parte dell'esecutivo uscente. L'ex governatore ha composto, malgrado i partiti, quello che si potrebbe definire un governo di pacificazione post-pandemia. Salvini è insoddisfatto, gran parte dei Cinque Stelle è irritata, un pezzo di Forza Italia è in subbuglio. Ma c'è poco da fare: la nave è ormai salpata, e sono tutti a bordo. Giovedì, mentre sulla piattaforma Rousseau si consumava la spaccatura nei Cinque Stelle, l'ex governatore della Banca centrale europea ha passato la giornata in una foresteria dei Carabinieri, non lontano da casa, per ragionare sul tipo di squadra da comporre. Ne è uscita è una perfetta rappresentazione del suo stile realista. I partiti hanno avuto ciò che potevano legittimamente chiedere, lui ha altrettanto legittimamente messo la sua credibilità al servizio di nomine che non ha discusso con nessuno, se non con Sergio Mattarella. Gli amanti dei dettagli hanno notato che Draghi è salito al Quirinale con una delle cravatte preferite, la deep taupe che indossò al forum dei banchieri centrali di Jackson Hole nel 2014, l'occasione in cui annunciò al mondo l'avvio del piano di acquisto titoli della Banca centrale europea. Le scelte fatte in autonomia riflettono le sue priorità. Al ministero dell'economia e delle finanze va l'ex Ragioniere generale dello Stato Daniele Franco, fino a ieri numero due di Ignazio Visco in Banca d'Italia. Spazzate le voci che volevano il ministero spacchettato in Tesoro e Finanze per aumentare le poltrone, Draghi ha scelto per il ministero chiave il tecnico più bersagliato dai Cinque Stelle durante il primo governo Conte. Il braccio di ferro fu talmente pesante da costringerlo a lasciare la poltrona di custode dei conti pubblici per rientrare a via Nazionale. Non solo: sottosegretario alla presidenza - ovvero braccio destro di Draghi a Palazzo Chigi - sarà l'ex direttore generale del Tesoro Roberto Garofoli, secondo a Franco nella lista nera dei Cinque Stelle. Ci sono altri due nomi lontani dalla politica ma decisivi nella squadra di Draghi. Il primo è Vittorio Colao, già gran capo di Vodafone e leader del gruppo che inutilmente lavorò nella task force per la ricostruzione post-pandemia: sarà ministro della transizione tecnologica. L'altro, meno noto ma ancor più decisivo, è Roberto Cingolani, già direttore scientifico dell'Istituto italiano di tecnologia e fino a ieri capo della ricerca a Leonardo. Cingolani sarà ministro della transizione ecologica, il nuovo superdicastero voluto dai Cinque Stelle che accorperà Ambiente, le competenze dell'energia oggi in capo allo Sviluppo economico e un pezzo di Infrastrutture. Lui avrà il delicatissimo compito di coordinatore dell'attuazione del Recovery Plan, dal cui successo dipende quello del governo Draghi. Non è un caso che nella squadra manchi un ministro degli Affari europei: di quelli si occuperà personalmente il premier. Gli altri tecnici della squadra sono vecchie conoscenze dei palazzi: la presidente uscente della Consulta Marta Cartabia avrà il delicatissimo compito di gestire la giustizia in una maggioranza che tiene insieme l'avvocato di Berlusconi e i teorici della trattativa Stato-mafia. Luciana Lamorgese resta agli Interni e dovrà mediare fra Salvini e la sinistra di Liberi e uguali. Il prodiano Patrizio Bianchi la scuola, una donna - Cristina Messa - andrà all'Università, l'ex ministro del Lavoro e presidente Istat Enrico Giovannini guiderà le Infrastrutture. Quest'ultima poltrona avrebbero voluto ottenerla i Cinque Stelle, si sono dovuti accontentare di un tecnico ritenuto "di area". L'ultimo ministero di spesa decisivo - lo Sviluppo economico - va a un politico, gaurdacaso il meno lontano da Draghi: Giancarlo Giorgetti. Giorgetti è peraltro molto legato agli altri due ministri in quota Lega: Massimo Garavaglia (al Turismo) ed Erika Stefani, alla disabilità. Nell'esecutivo Draghi non c'è un solo posto a disposizione per le ragioni sovraniste. Draghi ha scelto accuratamente le colombe fra i leghisti, e pure dentro Forza Italia: Renato Brunetta (Draghi dovrà contenere il più radicale e funambolico ministro della Funzione pubblica), Maria Stella Gelmini (alle Regioni) e Mara Carfagna (al Sud). Nicola Zingaretti può tirare un sospiro di sollievo, perché Draghi ha accontentato tutti e tre i leader delle correnti interne al Pd: Andrea Orlando (al Lavoro), Lorenzo Guerini (confermato alla Difesa con grande soddisfazione di Mattarella, che ne ha stima e l'ha difeso) e Dario Franceschini, che resta alla Cultura. Con Roberto Speranza (confermato alla Salute) i due rappresentavano insieme l'ala dura della lotta al Covid. Su questo è probabile si trovino in sostanziale sintonia con il premier, a sua volta piuttosto prudente nella gestione delle restrizioni. La contabilità dei partiti riflette esattamente quella che oggi esprimono i numeri in Parlamento: quattro ai Cinque Stelle, tre a Pd, Forza Italia e Lega, uno a Leu, uno al partito di Matteo Renzi. Per un caso - o forse no - nel governo Draghi rientra come ministro della Famiglia Elena Bonetti, le cui dimissioni fecero da innesco alla crisi del governo Conte.

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