Anglotedesco

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giovedì 4 febbraio 2021

I no pesanti dentro i 5 Stelle, è caos Di Maio: il governo sia politico



da IL CORRIERE DELLA SERA del 4 febbraio 2021.Alessandro Trocino

Martedì sera, una riunione improvvisata su Zoom dei senatori 5 Stelle finisce in lite, con il capogruppo Ettore Licheri in lacrime che implora: «Non ci dividiamo, vi scongiuro». Ieri mattina alla Camera, drappelli sparuti di deputati oscillano: «Non sappiamo ancora. Ma quando parla Di Maio?». L’ex ministro degli Esteri interviene nel pomeriggio, all’assemblea congiunta: per chi si aspettava un’apertura a Draghi è una mezza doccia fredda. Gli aruspici si mettono al lavoro e il risultato dell’esegesi è sorprendente: «Pare che speri ancora che Mattarella ci ripensi e dia un incarico politico a qualcun altro». Così pare. Per cominciare a trattare il Movimento vuole che ci siano anche ministri politici, sul modello del governo Ciampi. Ma non basta. Ci sono altri due ostacoli: Renzi, visto come l’aglio dal vampiro, e Forza Italia, che resta indigeribile.

Il caos, nel frattempo, regna sovrano nel Movimento. Il collante artificiale che li teneva insieme, Giuseppe Conte, è stato spazzato via dalla ruspa di Matteo Renzi. I 5 Stelle si trovano soli, con le mille anime, il movimentismo scapigliato, il governismo senza governo, la leadership decapitata, il terrore delle elezioni, poche idee e nessuna chiara. Non a caso si affaccia un’ipotesi ventilata di solito quando i dirigenti non vogliono prendersi la responsabilità di decidere: il voto su Rousseau.

All’annuncio dell’incarico a Draghi, tutti vengono presi di sorpresa. I leader si guardano sbigottiti. Pensavano a un altro premier politico e invece si ritrovano il turbotecnico. Chi conosce la storia dei 5 Stelle sa che sono nati sull’onda dell’insuccesso del governo Monti e che a lungo hanno contestato le competenze, i professori, gli esperti. L’ideologia dell’«uno vale uno» in fondo era questo. Non solo dire che tutti devono avere le stesse opportunità, ma che «Draghi vale Toninelli». E ora si vedono l’ombra di un governo tecnico, l’incubo peggiore di chi ha sempre creduto che le troike, la finanza, le banche,

Non sorprende, dunque, la reazione a caldo di Vito Crimi: «Non voteremo un governo tecnico presieduto da Draghi». Commento che scatena la rabbia di molti. «Ma come, così, senza parlare con nessuno? A che titolo». Crimi era già sotto accusa per aver condotto in solitaria le consultazioni, difendendo l’indifendibile, compresi diversi ministri, da Bonafede e Fraccaro. Ma prendere posizione così è uno sgarbo. E allora arrivano le prime correzioni di rotta, con mezze aperture da Stefano Buffagni, Carla Ruocco, Fedeica Dieni, Dalila Nesci.

La parola d’ordine si trasforma, da «no Draghi» a «no governo tecnico». Cambia molto, quasi tutto, perché la speranza è che Draghi voglia nominare ministri politici. E Beppe Grillo? Secondo l’Adnkronos, il garante avrebbe espresso così la sua linea ad alcuni big: «Restare compatti e leali a Giuseppe Conte, no a un governo tecnico guidato da Mario Draghi. Dunque nessun sostegno all’ex numero 1 della Bce».

Da Grillo nessuna conferma e nessuna smentita. Molti nel Movimento azzardano: «È una notizia uscita da Palazzo Chigi». Il fuoriuscito Marco Rizzone firma un appello a Conte: «Siamo i draghiani per Tabacci. Giuseppe sii responsabile anche tu, fai l’endorsement». Conte se ne guarda bene, anche se evita un’ostilità aperta per non irritare il Quirinale.

Al contrario, Roberto Fico sarebbe «entusiasta» del governo Draghi. Federico D’Incà, a lui vicino, invita tutti a sedersi al tavolo. Crimi fa la vittima: «Mi attaccano perché volevo tagliare i fondi all’editoria». Di Battista interviene su Fb: «Vi accuseranno di blasfemia perché davanti all’apostolo Draghi non vi siete genuflessi. Voi non cedete». Di Maio resta vago: «Dobbiamo trovare una sintonia. Serve un governo politico». Politico con Draghi o senza? Va bene anche «con», pare di capire leggendo Carlo Sibilia, Carla Ruocco, Stefano Patuanelli. Se mai andrà in porto, stavolta i dissidenti non saranno quattro gatti. Uno spossato Danilo Toninelli esala gli ultimi pensieri: «Non chiedetemi di votare Draghi, dopo che ci siamo perfino annientati di lavoro negli uffici». Paola Taverna è categorica: «Conte è l’unico premier che appoggeremo». E dunque? L’unica sarà chiedere all’oracolo Rousseau: «Siete favorevoli all’apostolo delle élite o volete andare al macello nelle urne?».

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