Anglotedesco

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giovedì 11 febbraio 2021

Il mito (e il declino) della piattaforma M5S



da IL CORRIERE DELLA SERA dell'11 febbraio 2021.Marco Imarisio 

La tentazione di ricorrere a facili giochi di parole va sempre evitata. Ma che qualcosa potesse generare confusione fu chiaro fin dall’inizio, quando all’improvviso i bordelli divennero una priorità del M5S. La piattaforma Rousseau debuttò il 5 luglio 2016 chiedendo agli iscritti di formulare proposte da portare al più presto in Parlamento. Al secondo posto si piazzò a sorpresa la riapertura delle case chiuse.Quel risultato, accolto con qualche sconcerto dai vertici di allora, non scalfì la mitologia nascente della struttura tecnologica che all’epoca si definiva Sistema operativo del Movimento 5 Stelle. «Una formica non deve sapere come funziona il formicaio, altrimenti tutte le formiche ambirebbero a ricoprire i ruoli migliori e meno faticosi, creando un problema di coordinamento». Questo passaggio di Tu sei rete, il libro di Davide Casaleggio che è una summa del pensiero paterno, rappresenta anche l’ambiguità concettuale di una struttura che viene presentata come simbolo di democrazia diretta ma in realtà ha funzione di reclutamento, profilazione dei dati, raccolta di fondi. E non di vera e propria partecipazione. Perché a decidere infine sarà solo il Capo, al quale infatti è affidata la possibilità di capovolgere gli esiti sgraditi delle votazioni, oppure di indirizzarle scrivendo i quesiti in un certo modo.Rousseau nasce nella tempesta. Lo statuto dell’associazione viene scritto nella stanza dell’ospedale Auxologico di Milano dove Gianroberto Casaleggio si sta spegnendo. L’ultima telefonata con Beppe Grillo è una lite feroce, senza riappacificazione finale, il culmine negativo di un rapporto ormai logorato. La piattaforma, destinata a prendere il posto del blog dell’ex comico, risente di questo dissidio feroce, perché viene concepita soprattutto per blindare il Movimento da ogni tentativo di scalata, per conservarne lo spirito delle origini, e da ultimo per affidarne controllo e gestione in via dinastica. È uno strumento di potere interno, che come tale funziona alla perfezione, anche in tempi di declino e di relativa rappresentatività. All’interno del M5S non è certo un mistero il fatto che nel gennaio del 2020 Luigi Di Maio si dimetta da capo politico anche a causa dello scarso risultato ottenuto dalla votazione sul «team del futuro», il suo ultimo tentativo di mediazione con l’ala più radicale rappresentata da Davide Casaleggio. Poco riscontro, poco entusiasmo, addio.Eppure, c’è stato un tempo in cui queste tare così evidenti non contavano, e i destini del Movimento sembravano sovrapponibili a quelli di Rousseau. I primi due anni di vita sono il momento di massimo splendore. La piattaforma accoglie l’eredità del Sacro blog e dei Meet up, i 391 gruppi virtuali dai quali si è generato il M5S. Alla vigilia delle elezioni politiche del 2018, concentra il lavoro sulla selezione dei candidati, con le Parlamentarie che a oggi restano il suo maggior successo. Poco importa se la piattaforma presentata come un prodigio di tecnologia mostra falle e distorsioni evidenti.Nel 2017 tre attacchi hacker ne dimostrano la vulnerabilità, con tanto di sberleffi assortiti, come l’inserimento nel database di una falsa donazione da un milione di euro fatta dall’allora segretario del Pd Matteo Renzi o la finta vendita dei dati in cambio di bitcoin. Vengono cambiate le password, salvo poi scoprire che gli espulsi del Movimento, definiti «utenti dormienti» da un curioso comunicato, hanno ancora accesso a Rousseau. L’anno seguente, l’istruttoria del Garante della privacy stabilisce che i nomi degli iscritti sono stati comunicati «a soggetti terzi, in mancanza del consenso degli interessati», stigmatizza «l’indiscutibile obsolescenza tecnica» ed evidenzia come «le misure di sicurezza per il controllo delle operazioni di voto destino perplessità». Ma il garante si chiama Antonello Soro, ex deputato del «Pd meno elle», il nemico giurato. Così va la vita.A prevalere è piuttosto l’alone di purezza che circonda Rousseau. La piattaforma diventa un simulacro del vecchio M5S, è il cordone ombelicale che lega il Vaffa alle nuove grisaglie governative, le giustifica con la sua esistenza.E proprio per non toccare uno statu quo che va in direzione opposta all’intransigenza di Casaleggio, aumenta le sue contraddizioni. Il quesito sul caso della nave Diciotti, che vede coinvolto l’alleato Matteo Salvini, viene cambiato nottetempo per essere trasformato in un rebus da Settimana enigmistica, chi vuole dire sì all’imputabilità del ministro dell’Interno deve votare no, e viceversa.Ma siamo già nel 2019. L’era del bieco realismo è cominciata da un pezzo, le case chiuse non sono mai state riaperte. Tanto più che Rousseau non decolla. Gli iscritti sono sempre quelli, poco più di centomila, i parlamentari sono insofferenti a questo collo di bottiglia virtuale e ai suoi costi. La mitica piattaforma diventa ben presto un orpello, un passaggio obbligato utile giusto a togliere il M5S dall’imbarazzo certificando scelte indigeste. E comunque se qualcosa non va come deve, a norma di statuto non è solo possibile rivotare, ma anche annullare la decisione. Mario Draghi può dormire tranquillo.

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