Anglotedesco

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giovedì 4 febbraio 2021

L’agenda in due minuti "Sconfiggere il virus e favorire la crescita"


da LA REPUBBLICA del 4 febbraio 2021.di Francesco Manacorda e Tonia Mastrobuoni

Meno di due minuti, ringraziamenti e saluti compresi, per un programma di governo. Appena congedato dal Capo dello Stato, il premier incaricato illustra quella che di fatto è l’Agenda Draghi. Intanto una constatazione: «È un momento difficile» per la «drammatica crisi sanitaria con i suoi gravi effetti sulla vita delle persone, sull’economia e sulla società ». Poi quattro priorità per l’azione di governo: «Vincere la pandemia, completare la campagna vaccinale, offrire risposte ai problemi quotidiani dei cittadini, rilanciare il Paese». Con il vantaggio di avere «a disposizione le risorse straordinarie della Ue», cioè i 209 miliardi del Recovery Fund. Infine gli obiettivi di lungo periodo: «il futuro delle giovani generazioni e il rafforzamento della coesione sociale».

Pochi secondi e poche parole, in un periodare semplice ma proprio per questo incisivo, tipico dei banchieri centrali. Una categoria che parla di rado e malvolentieri e quando lo fa maneggia le parole come armi: sa che qualsiasi eccesso potrebbe avere effetti indesiderati, perfino pericolosi. Ma anche il silenzio di Draghi, che finora è stato una risorsa, un’espressione di tacito – per l’appunto – potere, mentre tutto attorno il mondo della politica si affannava a parlare, puntualizzare, polemizzare, dovrà in qualche modo modificarsi. Il Draghi che nel suo breve discorso punta sul «confronto con i partiti e i gruppi parlamentari e il dialogo con le forze sociali» sa già che d’ora in poi dovrà parlare ben più che in passato, anche e soprattutto a quell’opinione pubblica che non lo ha mai legittimato con un voto.

Dove invece ci sono equivoci da chiarire è nell’immediato incasellamento di Draghi, soprattutto da parte di chi gli è ostile, nella casella dannata dei "tecnici" o peggio ancora dei "tecnocrati", associando subito la sua figura con quella per alcuni versi impopolare di Mario Monti - che prima di diventare presidente del Consiglio fu accademico e poi Commissario europeo - e del suo governo di professori. Non che il sapere tecnico sia estraneo all’economista Draghi, tutt’altro. Ma chi si consideri esattamente lo ha spiegato poche settimane prima dell’addio alla Bce, in un discorso dell’11 ottobre 2019 alla Cattolica di Milano in cui si autodefinisce un «policy maker. Ho avuto il privilegio di ricevere nelle varie posizioni che ho occupato un mandato da politici designati dalla volontà dei cittadini». Dunque qualcuno che fa comunque "politica".

E di politica, in effetti, ne ha fatta tanta e ad altissimi livelli; più di qualsiasi membro del governo uscente, specie nei suoi sette anni alla presidenza della Banca centrale europea, confrontandosi con i maggiori poteri mondiali. Dopo l’ennesima volta che spiega alla Cancelliera tedesca Angela Merkel la necessità di misure straordinarie della Bce, lei gli risponde alzando le braccia: «Mario, non mi hai convinto. Ma non posso fare altro che seguirti ». Quando il presidente francese Nicolas Sarkozy lo propone per la carica è già considerato un gigante a livello internazionale. L’Ecofin approva la sua nomina con un solo voto contrario: quello dell’allora ministro dell’Economia italiano, Giulio Tremonti.

Se ha dovuto guardarsi spesso dai suoi nemici, e non solo in Italia, è stato sempre anche attentissimo a tessere rapporti diplomatici con chi poteva garantirgli una sponda nelle sue traiettorie, spesso di rottura. Anzitutto con la Cancelliera. Per la salvezza dell’euro non è stato un dettaglio. Da presidente della Bce è stato rivoluzionario non soltanto nella politica monetaria, con il "Whatever it takes", lo scudo anti-spread o il "Quantitative easing" che ha inondato di liquidità i mercati. Le sue sono state anche rivoluzioni concettuali. Sette anni fa un discorso al simposio estivo dei banchieri centrali a Jackson Hole: i Paesi che hanno la possibilità di farlo - dice - devono mettere mano al portafoglio per spingere la crescita. Si rivolge anzitutto alla Germania, ma che un banchiere centrale suggerisca di spendere è una novità.

Dunque un "policy maker" che finora ha lavorato il più possibile in silenzio, ma che certo non ha taciuto quando si è trattato di affermare idee anche eterodosse. Su quelle che saranno adesso le sue politiche per affrontare le emergenze nazionali molto si può intuire dai pochi (ovviamente) interventi dopo l’inizio della pandemia. Serve fare debito, senza dubbio, perché mentre la casa comune brucia non è certo il momento di pensare a risparmi, ma distinguendo - come ha detto - tra il «debito buono» che serve agli investimenti e quello «cattivo» che è improduttivo. E poi una certa freddezza per i «sussidi», che dovrà però conciliare con la tenuta sociale in un momento così difficile: nessuno se lo immagina a falciare gli aiuti che stanno arrivando alle famiglie e alle imprese, ma razionalizzarli e renderli più funzionali alla crescita è una missione che potrebbe intraprendere.

Anche perché quello della crescita è proprio il capitolo che finora la politica non è riuscita a scrivere. L’economista che nasce con studi keynesiani, ma che nel corso del tempo è diventato soprattutto un pragmatico risolutore di problemi, è attento ai temi sociali ma non è certo uno statalista - e qui si spiegano i terribili mal di pancia a 5 Stelle. Nel suo ultimo intervento, presentando uno studio fatto per il Group of Thirty, ha avvisato che anche in piena pandemia gli aiuti a pioggia non sono l’ideale e che bisogna andare «verso misure più mirate, focalizzate su quelle aziende che hanno bisogno di sostegno ma che ci si attende che siano affidabili anche nella fase post-Covid ». Questa la rotta - se il governo Draghi partirà - della navigazione. Le stelle che lo guideranno saranno quelle su cui insiste da decenni. Nelle sue prime Considerazioni finali da governatore della Banca d’Italia, dove arrivò nel 2005, avverte che i quindicenni italiani sono scarsi in matematica rispetto ai loro coetanei europei. A Rimini, sei mesi fa, è tornato sul tema del loro futuro. Eredità del passato sulle quali di sicuro non ha cambiato idea.

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