Anglotedesco

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martedì 9 febbraio 2021

L'impegno di Mario Draghi:"Non vogliamo far salire le tasse"


di  Alessandro Barbera 

Mario Draghi ha una buona parola per tutti. Alla Lega spiega che le tasse non saliranno, al Partito democratico promette «un sistema fiscale progressivo», ai Cinque Stelle un governo «ambientalista». E poi c'è il Cavaliere. Per lui, che di questa soluzione fu sponsor ben prima di Matteo Renzi, si tratta del «coronamento di un sogno». «Ti sei preso una bella gatta da pelare», gli sussurra fra gomitate e pugnetti Covid-free. Il secondo giro di convenevoli e consultazioni è finito. Ora per Mario Draghi viene il difficile, la cosa che più importa ai partiti: assegnare le poltrone del suo governo. Matteo Salvini vorrebbe esserne parte, i grillini anche, il Pd non ha ancora deciso. Oggi l'ex banchiere centrale sarà impegnato tutta il giorno con imprese e associazioni (dai sindaci a Greenpeace passando per Confindustria e sindacati) poi sarà il momento delle decisioni. Il Quirinale vorrebbe il giuramento dei ministri nel week-end, perché ciò permetterebbe a un governo nella pienezza dei poteri di varare il decreto presidenziale di proroga del blocco di mobilità fra Regioni. Se Draghi avesse bisogno di più tempo, l'onere spetterebbe all'esecutivo in carica, quello di Giuseppe Conte. In mezzo c'è un ostacolo: il gradimento degli elettori Cinque Stelle attraverso la piattaforma Rousseau. Il voto era previsto per domani e giovedì, potrebbe slittare a venerdì. Una spada sulla testa di Draghi, messa ad arte dai grillini per avere garanzie sulle poltrone. Se si dovesse giudicare lo stato dell'arte dal clima emerso dalle consultazioni ci sarebbe di che essere ottimisti. Salvini esce dal secondo incontro con Draghi più che disponibile, con l'aria di chi si vuol lasciare alle spalle l'esperienza sovranista. Salvini ha di fronte a sé un'opportunità imperdibile: contribuire alla nascita di un governo di responsabilità nazionale con la prospettiva, fra un anno, di essere il leader di una destra responsabile. Durante l'incontro con Berlusconi l'ex banchiere centrale dà soddisfazione alle ragioni di quella che fino a ieri era l'opposizione: ammette che sui contratti alle case farmaceutiche la Commissione europea «ha fatto errori», ammette che la gestione commissariale di Domenico Arcuri può fare molto «meglio di così». Evoca il "modello inglese", «tanto fallimentare nella gestione della pandemia quanto efficace nella predisposizione del piano vaccinale». Dice che «occorre fare uno sforzo logistico», «introdurre una piattaforma digitale nazionale», un "call center" nazionale per le prenotazioni. Ammette che «occorre ridurre il carico fiscale sul lavoro», promette «un tavolo per la riduzione delle tasse sulle persone fisiche». L'aveva fatto anche Conte, e le parole - fino a prova contraria - non costano nulla. Salvini vorrebbe diventare ministro. Si dice ambirebbe all'agricoltura. Anche i Cinque Stelle vorrebbero propri ministri. Nicola Zingaretti è più cauto, non è entusiasta all'idea di sedersi attorno allo stesso tavolo di governo con ministri leghisti. Un esponente del centrodestra che chiede di non essere citato fa una previsione: «Draghi avrà ministri essenzialmente tecnici, e i partiti sceglieranno vice e sottosegretari, come accadde con Dini». Avremo la risposta a questa previsione solo nel week-end, quando l'ex presidente della Bce sarà salito al Quirinale per sciogliere la riserva. Dalla composizione del governo si intuirà il suo orizzonte temporale. «Durerà il tempo necessario a superare la crisi», profetizza il Cavaliere. Draghi, che sull'arte del realismo ha costruito enormi successi, si accontenterebbe di chiudere la trattativa sul Recovery Plan, completare rapidamente la campagna vaccinale, firmare la prossima legge di bilancio. L'orizzonte di Salvini è al massimo un anno, il tempo necessario a eleggere il prossimo presidente della Repubblica. Dopo di allora per lui verrà il tempo delle urne, che conta di conquistare alla guida del centrodestra. Per questo non vuole di sentir parlare di riforma elettorale. La scena che si consuma all'uscita delle delegazioni è eloquente. Mentre il leader Pd Nicola Zingaretti invoca «una riforma in senso proporzionale», il segretario della Lega lo stronca: «Non mi pare un argomento che appassiona gli italiani. Spero non sia in agenda». 

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