Anglotedesco

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mercoledì 3 febbraio 2021

Navalnyj condannato :“Non metterete in cella tutta la Russia”



da LA REPUBBLICA del 3 febbraio 2021 di Rosalba Castelletti

Tre anni e mezzo di carcere. Sentenza scontata. Eppure nel silenzio pesante del tribunale di Mosca irrompe come uno squarcio. Aleksej Navalnyj ascolta il verdetto in piedi, calato in una felpa blu, le mani in tasca nei pantaloni beige. Poi sorride, punta il dito verso la moglie Julija e traccia un cuore sul vetro dell’acquario, la gabbia di vetro che lo separa dall’aula. «Andrà tutto bene», le urla mentre le guardie lo portano via. Era tutto scritto. Sopravvissuto al Novichok, l’infaticabile censore dei circoli del potere che negli ultimi dieci anni si è imposto come il principale oppositore di Vladimir Putin aveva scelto il carcere nel momento in cui il 17 gennaio aveva scelto di tornare in patria dalla Germania dove lo avevano salvato dal coma.La giudice Natalija Repnikova ha impiegato più di due ore per elaborare un verdetto che non ha sorpreso nessuno. E schierarsi con i pubblici ministeri e il servizio penitenziario federale che avevano chiesto di convertire in detenzione una pena sospesa di tre anni e mezzo che non solo risale al 2014 ed è scaduta lo scorso dicembre, ma è già stata giudicata “motivata politicamente” dalla Corte europea dei diritti umani. Per un caso di appropriazione indebita nella filiale russa del gruppo francese Yves Rocher tramite una compagnia di trasporti di cui Aleksej era proprietario insieme al fratello Oleg. Ai tre anni e mezzo di carcere, andranno sottratti i mesi già trascorsi ai domiciliari. Promettendo appello, l’avvocata Olga Mikhailova ha stimato che Navalnyj dovrà stare in cella «circa» due anni e otto mesi. Ma ci sono altri due processi aperti che potrebbero trattenerlo dietro le sbarre per una decina di anni.

«Ne imprigioniamo uno per spaventare milioni» di persone, ha proclamato Navalnyj nella sua arringa difensiva che ben presto è diventata un atto di accusa. Contro le migliaia di arresti durante le manifestazioni di sostegno degli ultimi due fine settimana: «Non potrete imprigionare l’intero Paese!». E contro colui che accusa di aver ordinato il suo avvelenamento lo scorso agosto. Un «burocrate meschino», lo ha chiamato, rimasto al potere solo uccidendo i suoi nemici. «Avete sentito parlare di Alessandro il Liberatore e di Jaroslav il Saggio. Bene, quest’uomo passerà alla storia come Vladimir l’avvelenatore di mutande», ha detto Navalnyj dopo aver ribattuto per tutto il processo alla procura che lo accusava di essersi nascosto e di avere eluso l’obbligo di presentarsi davanti al giudice di sorveglianza durante la libertà vigilata: «Ero in coma, poi in terapia intensiva. Vi ho mandato le cartelle mediche. Avevate il mio domicilio e i miei numeri di telefono. Che cos’altro dovevo fare?».Nonostante l’esito scontato, l’udienza non è stata priva di colpi di scena: sede del tribunale, giudice e ora di inizio tutti cambiati all’ultimo minuto. Prima dell’avvio anticipato di tre ore, Navalnyj aveva avuto solo pochi minuti per parlare con i suoi avvocati e con la moglie. «Julija, in carcere ti mostrano in tv. Dicono che sei una piantagrane. Ragazzaccia. Sono orgoglioso di te». In aula c’erano anche una ventina di diplomatici occidentali: «Non è più solo interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano, ma autodenuncia del tentativo illegale dell’Occidente di contenere la Russia», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova. Fuori un intero distretto bloccato. Nel dispiegamento eccezionale di autoblindo e Omon si perdevano i cartelli dei sostenitori che, dopo la sentenza, rispondendo all’appello dei collaboratori di Navalnyj, si sono sposati in piazza del Maneggio, alle spalle del Cremlino, per trovare altre falangi di agenti anti-sommossa. Ben 679 i fermati, anche giornalisti, secondo l’ong Ovd-info. In tribunale Navalnyj aveva lanciato un ultimo appello a resistere. L’aula non è una «manifestazione», lo aveva reguardito la giudice. «Ma è esattamente dove mi trovo», aveva risposto Aleksej.

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