Anglotedesco

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venerdì 12 febbraio 2021

Prima a guidare la Consulta. L'obiettivo ora è accorciare i tempi infiniti della Giustizia

 


di Francesco Grignetti 

È stata la presidente della corte costituzionale dal 2019 al 2020, Marta Cartabia. E già la sua elezione aveva fatto gridare al tetto di cristallo che si rompe. Ma poi è stato un anno travagliato, segnato dalla pandemia, che ha fatto irruzione anche nella suprema corte e l'ha costretto a modificare di corsa antichi rituali per non restarne travolti. Lei stessa ne è stata contagiata. La milanese Cartabia, classe 1963, allieva di Valerio Onida, un passato inappuntabile di studi accademici in diritto costituzionale, cattolica con simpatie per Comunione e Liberazione, ha traghettato orgogliosamente e coraggiosamente l'istituzione nel digitale. «Abbiamo tutti vissuto un grande cambiamento e sono veramente fiera di sottolineare che questa istituzione ha assicurato il pieno funzionamento della giustizia costituzionale senza cedimenti», disse. Quest'anno di presidenza della Consulta, però, oltre un'inaspettata capacità gestionale verso la transizione digitale così attesa nei tribunali italiani, ci dà alcune indicazioni su quale sarà la sua gestione del ministero della Giustizia. Primo, un certo coraggio nel rompere gli schemi. Per la prima volta nella storia della Consulta, Marta Cartabia ha introdotto la possibilità per i giudici costituzionali di interpellare gli esperti nelle materie in esame. «I giudici costituzionali - ha riconosciuto il costituzionalista Oreste Pollicino - pur rappresentando il meglio del patrimonio giuridico italiano, noÈn sono onniscienti». Secondo, la capacità di dialogo. «Per navigare per l'alto mare aperto», che è la metafora che più le piace per designare la pandemia, ha richiamato spesso «alla leale collaborazione fra le istituzioni (citando qui anche la magistratura, ndr), che è la proiezione istituzionale della solidarietà tra i cittadini». L'ha detto e ripetuto anche a costo di apparire critica contro il proliferare dei Dpcm emanati da Giuseppe Conte. È la terza indicazione, però, quella forse più significativa: nella difesa dei principi costituzionali è una intransigente. Quando più la destra sovranista tuonava contro i migranti, ad esempio, lei ha voluto ricordare che «la Carta tutela tutti, a partire dagli ultimi: poveri, migranti e carcerati». E quando le chiesero, su «Repubblica», che cosa pensasse di due cavalli di battaglia grillini, ossia la Spazzacorrotti che equipara la corruzione alla mafia, e il blocco della prescrizione, fu cristallina: «Che il processo debba avere una ragionevole durata è un principio di civiltà giuridica scritto nelle norme internazionali ed esplicitato nella Costituzione dal'99». Ora tocca a lei far convivere i principi con la realtà, e cioè accelerare i tempi ma rispettando le garanzie.

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