Anglotedesco

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sabato 6 febbraio 2021

Salvini "l'europeista" spariglia tutto:"Ricostruire dalle macerie come nel 45"

 


di Amedeo La Mattina 

Nella Lega hanno battezzato il prossimo governo Draghi «Comitato di ricostruzione nazionale», sulla falsariga del Comitato nazionale di liberazione, dove i «signor No» dei 5S avranno pochi margini di manovra. Dal Papeete dei «pieni poteri» a De Gasperi il salto acrobatico fa paura. Ma Salvini spariglia, si mette «a disposizione del professor Draghi» per la ricostruzione dell'Italia come nel 1945. «Allora c'erano le macerie del conflitto armato - dice lasciando Montecitorio - oggi quelle economiche, sociali e sanitarie del Covid». Ieri come oggi bisogna fare come fecero i partiti antifascisti prima con il governo Parri, poi con quello De Gasperi dove i democristiani convivevano con Togliatti e Nenni. Citazioni che fanno venire la gastrite ulcerosa ai dirigenti del Pd che già immaginano con sgomento la photo opportunity nel salone degli Specchi al Quirinale: i loro ministri accanto a quelli del Carroccio. Il massimo del dolore sarebbe se ci sarà l'odiato «Capitano», l'uomo nero, il sovranista che chiudeva i porti e sequestrava migranti. Salvini aspetta quel giorno come la pentecoste mentre i Dem stanno cercando in tutti i modi di tenerlo fuori, semmai meglio Giorgetti, meno divisivo. Ma il capo leghista ora si veste da europeista, professa la fede atlantista, attirandosi i frizzi e i lazzi di molti, da uno dei fondatori della Lega come Leoni che lo definisce «un camaleonte», al Dem Orlando che parla di «un primo effetto miracoloso dell'incarico a Draghi: Salvini è diventato europeista in 24 ore». Ma la nuova narrazione da Cnl dell'ex ministro dell'Interno gli serve perché vede in Draghi una grande opportunità, più che una folgorazione, sulla via di palazzo Chigi. Ha visto inoltre salire dai territori, dagli amministratori locali, da una parte importante dei militanti una spinta a non lasciare che a governare rimanessero ancora il Pd e i grillini con la stampella di Berlusconi. Gli imprenditori, le associazione di categorie, i commercianti, le partite Iva, i mondi di riferimento tradizionali della Lega, soprattutto del Nord, hanno fatto sentire la loro voce. «L'obiettivo - ha spiegato Salvini nelle riunioni riservate - non è solo entrare nella cabina dei bottoni dove si decide come spendere i 200 miliardi del Recovery Fund, ma è di evitare che a metterci le mani siano la sinistra e quei scappati di casa dei 5 Stelle: abbiamo visto sulla nostra pelle come governano, con i no. Impedivano di far ripartire l'economia, i cantieri». Ecco, Draghi ha detto a Salvini e ai capigruppo Molinari e Romeo proprio questo, che non lo permetterà. I leghisti sono rimasti incantanti quando l'ex mangia-sovranisti della Bce ha detto che il Green Deal richiede importanti interventi anche sull'ambiente, ma «l'ambientalismo non va affrontato in chiave ideologica». Melodia per le orecchie leghiste: era quello che volevano sentirsi dire, come il via in tempi rapidi alle opere pubbliche. E quando Salvini gli ha posto il problema dell'immigrazione, ricordando che da ministro dell'Interno tutti in Europa gli ricordavano che l'Italia è il confine da proteggere del Vecchio Continente, Draghi avrebbe annuito e preso appunti. Comunque, Salvini è uscito dalla Sala dei Busti veramente soddisfatto dell'impostazione pragmatica di Draghi, desideroso di entrare in prima persona nel governo con l'obiettivo di neutralizzare i 5 Stelle. «Io non ho messo veti su nessuno e non accetto che vengano messi su di me o sul mio partito: quando Draghi ci chiederà uno o più nomi saremo noi a indicarli», taglia corto l'ex ministro dell'Interno. E via, con la nuova narrazione, con i paragoni storici azzardati. Ricorda il 1945: «Ci sono momenti drammatici, e questo di oggi mi sembra esserlo come quando si mettevano intorno a un tavolo comunisti, democristiani, socialisti e azionisti per fare poche cose, fatte bene. Poi si tornava a confrontarsi nelle elezioni». Le elezioni politiche non sono all'orizzonte ma le comunali sì e lui ricorda che «in primavera si votano i sindaci, ci sarà modo di sentire il polso del paese». Salvini non capisce come si possa rimanere a guardare, come sta facendo Meloni. «Non commento i sì e no degli altri. Li rispetto. Per me l'unità del centrodestra era ed è un valore. Ma questo è un momento di rinascita come nel dopoguerra. È una sfida ipotizzare un governo con chi mi ha mandato a processo. Farei un tratto di strada con loro. È chiaro che, se sarà, sarà un esperimento breve e limitato nel tempo e di carattere eccezionale». Breve? Meloni non ci crede e neanche Salvini ma accetta la sfida. Giorgia sostiene che lei potrà rappresentare quel 30-40% di italiani cui non piace Draghi. Matteo è convinto che, anche se perdesse a destra, guadagnerebbe consensi moderati e di credibilità governativa. 

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