Anglotedesco

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venerdì 5 febbraio 2021

Salvini pronto a tornare ministro.L'ipotesi leader dentro il governo

 


di  Amedeo La Mattina e Ilario Lombardo 

Caro presidente Mario Draghi, più grande e affollato sarà il governo, più piccolo sarà il programma e breve la sua vita. In estrema sintesi, è quello che ha spiegato il capogruppo di Leu Federico Fornaro al premier incaricato di fronte allo scenario di una convivenza forzata con Matteo Salvini. E la frase è la perfetta bussola di una giornata che ha visto tornare prepotentemente protagonista la Lega e il suo leader. Nessuno ha posto veti su nomi e alleati, perché il primo giro di consultazioni è servito a studiarsi. Ma di sicuro Leu, Pd e M5S sperano che siano i forti paletti fissati sul programma - fisco progressivo, reddito di cittadinanza, tutela dei diritti, europeismo - a espungere di fatto Salvini. Tenerlo dentro, al contrario, offrirebbe il vantaggio di spezzare l'asse sovranista e di non esporre il governo all'ansia da consenso del capo del Carroccio e alle sue martellate quotidiane. In un senso o nell'altro, il fattore Lega è determinante. Come sa chi ha parlato con Draghi durante le telefonate che il banchiere ha avuto nelle ultime 72 ore, sorta di consultazioni parallele a quelle in corso a Montecitorio. «Siete il primo partito secondo i sondaggi» è stata l'esortazione rivolta a Salvini e a Giancarlo Giorgetti, il vero garante di Draghi nella galassia degli ex padani. Imbarcare la forza che al momento è in testa alle intenzioni di voto è importante perché offre una cornice di senso a un'operazione politica che si vuole ammantata di responsabilità nazionale. Ma non è così semplice. Giorgetti teme che Salvini possa decidere all'improvviso di rimanere all'opposizione. Il segretario del Carroccio è spaventato dalla prospettiva di perdere consensi a destra, a favore di Giorgia Meloni, e di non avere abbastanza garanzie sui temi per lui identitari: immigrazione e pensioni. Per esempio, che farà Draghi di Quota100, una delle riforme più detestate dall'Europa? La risposta gliel'ha già fornita Giorgetti: perché dovrebbe cancellarla proprio adesso, se scade tra un anno? Il leader sa che la maggioranza schiacciante del suo partito si è espressa a favore di Draghi, parlamentari, capigruppo, governatori del Nord, il veneto Luca Zaia in testa. C'è un'enorme pressione da parte degli imprenditori e dei mondi economici vicini al Carroccio. E «all'apostolo delle élite» (copyright Alessandro Di Battista) alla fine si sono convertiti persino gli ex no-euro leghisti come Alberto Bagnai e Claudio Borghi. Ma c'è anche un altro movente a determinare le scelte di Salvini: potrebbe essere lui in persona a entrare come ministro per la quota leghista, e non Giorgetti come sembra scontato ai più. Va fatta una premessa: secondo fonti di Forza Italia Draghi avrebbe sondato in maniera informale, nelle telefonate private ai leader dei partiti intenzionati a sostenerlo, la disponibilità degli stessi - o di qualcuno che ne sia espressione - a far parte della sua squadra. Per il banchiere sarebbe il miglior modo di blindarsi. Dieci anni fa tentò di farlo il professor Mario Monti ma fallì: i vertici dei partiti non volevano mettere la faccia su misure che sarebbero state drastiche e impopolari. Ora, la situazione è un po' diversa e non è escluso che possano esserci vantaggi da un governo che, per via del Recovery fund, sarà anche di spesa. Certo sarebbe l'ennesimo colpo di teatro della legislatura. Il capo dei sovranisti italiani ed europei siederebbe in un governo di forte impronta europeista, accanto a Luigi Di Maio per il M5S, a un anno e mezzo dal rumoroso divorzio dei gialloverdi, e magari anche a Nicola Zingaretti per il Pd. Certo, nulla al confronto di vedere allo stesso tavolo i grillini e l'uomo - probabilmente Antonio Tajani - che tratterà per conto di Silvio Berlusconi. Non che all'ex Cavaliere vada a genio di più ma ha garantito di persona a Draghi che l'operazione non fallirà. Berlusconi gli ha spiegato ieri al telefono le ragioni della sua assenza alle consultazioni (di fatto non poteva venire a Roma dopo che ai magistrati di mezza Italia che lo attendono a processo ha detto che non può presentarsi per motivi di salute), poi ha elencato all'ex Bce le priorità di Fi: proposte economiche soprattutto, senza però dimenticare l'eterna questione della Giustizia. Per Berlusconi è imprescindibile una netta inversione di tendenza rispetto alla politica giustizialista dei 5 Stelle. Basterebbe anche solo questo argomento per capire quanto sia complicato il puzzle per Draghi. Zingaretti non può permettersi di sedere con Salvini e infatti tra i dem leggono come una «provocazione» la mossa del leghista di proporsi in prima persona, e pensano che se lo farà davvero, sarà per sfilarsi. Il M5S scosso al suo interno deve tenere a bada chi, soprattutto i senatori, trovano impensabile reggere con Lega, Matteo Renzi e Berlusconi, addirittura tutti assieme. Al momento pare che nemmeno Beppe Grillo porrà alcun veto oggi a Draghi. Ma tra i 5 Stelle sanno che con Grillo di certezze non ce ne sono mai. 

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