Anglotedesco

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giovedì 11 febbraio 2021

Transizione ecologica,un mistero col tesoretto

 


di Paolo Baroni 

L'idea non è nuova: già nel 2018 il portavoce dell'Alleanza per lo sviluppo sostenibile, l'ex ministro del Lavoro Enrico Giovannini, in un saggio pubblicato da Laterza intitolato L'Utopia Sostenibile, proponeva di creare un ministero per la Transizione ecologica. E non a caso oggi Giovannini è dato in pole position per guidare questo nuovo dicastero, il classico coniglio tirato fuori dal cilindro da Draghi giusto in tempo per tenere bene agganciati i 5 Stelle e che a tutti gli effetti rappresenta la vera novità del nuovo governo che si sta formando. Non solo questa operazione segna un netto salto di qualità delle politiche di governo ma metterà a disposizione del nuovo ministro una potenza di fuoco notevole, sia termini di competenze che di risorse. Ai 68-70 miliardi stanziati col Recovery plan, posto Bruxelles che raccomanda di investire non meno del 37% delle risorse nelle politiche green, vanno infatti aggiunti altri 19 miliardi di sussidi «ambientalmente dannosi» che ora si conta di cancellare e reimpiegare meglio.Nel suo saggio, oggi quanto mai attuale, Giovannini proponeva di «ripensare la distribuzione delle competenze dei diversi ministeri alla luce del "modello" dello sviluppo sostenibile» richiamando esplicitamente la scelta fatta dalla Francia dove «il ministero dell'Ambiente è stato trasformato in ministero della Transizione Ecologica e Inclusiva, con competenze anche nei campi dell'energia, della prevenzione dei rischi, della tecnologia e della sicurezza tecnologica, dei trasporti e della navigazione, della gestione delle risorse rare». Un altro modello a cui ispirarsi potrebbe essere anche quello spagnolo, dove il «vecchio» ministero dell'Ambiente è diventato ministero della Transizione ecologica e della Sfida demografica, con competenze che vanno dalla lotta al cambiamento climatico alla prevenzione delle contaminazioni, dalla protezione del patrimonio naturale allo spopolamento dei territori.Nel nostro caso si tratterebbe come minimo di accorpare al ministero dell'Ambiente le competenze nel campo dell'energia che oggi fanno riferimento al ministero dello Sviluppo e volendo aggiungervi le competenze sui trasporti in capo al Mit e le politiche forestali che oggi sono sotto il Mipaf. Ma non si esclude nemmeno la possibilità di fondere Ambiente e Sviluppo e creare per davvero un nuovo superministero. La formula finale, come per tutte le altre alchimie di governo, ce l'ha in testa però solo Draghi e per ora se la tiene ben stretta. Di certo non si parte da zero perché già oggi all'Ambiente c'è un Dipartimento per la transizione ecologica, mentre da inizio anno il Comitato per la programmazione economica si è evoluto nel nuovo Comitato Interministeriale per lo Sviluppo Sostenibile col preciso scopo di assicurare un migliore orientamento degli investimenti pubblici agli obiettivi dell'Agenda 2030.Il primo obiettivo del nuovo dicastero sarà quello di allineare il nostro Piano di ripresa e resilienza al Green new deal europeo che di qui al 2030 punta a ridurre del 55% le emissioni di gas con programmi spazieranno dall'agricoltura sostenibile all'economia circolare, dalle energie rinnovabili allo sviluppo della filiera dell'idrogeno e la mobilità sostenibile, dall'efficienza energetica degli edifici alla tutela del territorio e delle risorse idriche.«Un ministero della transizione ecologica alla francese - ha spiegato la vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera Rossella Muroni - aiuterà a coniugare il rispetto dell'ambiente con lo sviluppo sostenibile, a tenere insieme programmazione, investimenti pubblici, politiche di sviluppo, lavoro di qualità e tutela degli ecosistemi ed ad affrontare con una visione complessiva e competenze trasversali tutte le questioni ambientali aperte, a cominciare dalla crisi climatica». In pratica la «rivoluzione verde» interesserà tutti i settori produttivi, la manifattura, la meccanica, l'acciaio. «Per noi - sostiene la responsabile ambiente del Pd Chiara Braga - l'emblema è il rilancio dell'ex Ilva di Taranto dove accanto al rilancio della produzione e del lavoro è necessario gestire le ricadute ambientali e sulla salute dei cittadini». Dopo l'annuncio arrivato mercoledì sera al termine dell'incontro del premier incaricato con Wwf, Legambiente e Italia nostra tutto il mondo ambientalista ha festeggiato la svolta green. Qualcuno ha però avanzato anche dubbi sull'efficacia dell'operazione come il presidente dei costruttori dell'Ance Gabriele Buia «molto preoccupato» per la creazione di un superministero. «E' un sforzo titanico - ha spiegato - e conoscendo i tempi con cui si muovono i nostri ministeri io avrei paura ad unificare così tante competenze. Immaginatevi la bolgia». 

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