Anglotedesco

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lunedì 30 dicembre 2019

NAOMI KLEIN:capitalismo vs clima

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NOVEMBRE 2011

Il signore in quarta fila ha una domanda da porre.
Si presenta.Si chiama Richard Rotschild,e spiega al pubblico che si è candidato alla carica di commissario per la contea di Carroll,nel Maryland,perchè era arrivato alla conclusione che le misure per combattere il riscaldamento globale sono in realtà "un attacco al capitalismo borghese americano".La domanda che pone ai partecipanti al dibattito,riuniti al Marriott di Washington,è:"Fino a che punto l'intero movimento è soltanto un cavallo di Troia verde con la pancia zeppa di dottrina socioeconomica rossa e marxista?
In questa sede,al sesto convegno internazionale dell'Heartland Institute sul cambiamento climatico,il più importante consenso scientifico sul fatto che l'attività dell'uomo stia riscaldando il pianeta,sa di domanda retorica.Come chiedere a un congresso di banchieri centrali tedeschi se i greci sono inaffidabili.Eppure i partecipanti al dibattito non si lasciano sfuggire l'occasione di gridare allo spettatore quanto ha ragione.
Chris Horner,senior fellow del Competitive Enterprise Institute specializzato nella fustigazione dei climatologi a suon di denunce per molestie e spedizioni di pesca di Freedom for Information,sposta davanti alla bocca il microfono sul tavolo."Può pensarlo per quanto riguarda il clima,come tante persone,ma non è una convinzione ragionevole",risponde incupito Horner,che con quei capelli perturamente ingrigiti sembra un Anderson Cooper di destra, ama citare Saul Alinsky dicendo:"Il problema non è il problema".A quanto pare il problema è che "nessuna società libera farebbe a se stessa ciò che richiede questo programma...il cui primo passo consiste nell'eliminare quelle fastidiose libertà che continuano a mettersi di mezzo".
Sostenere che il cambiamento climatico è un complotto per sottrarre la libertà degli americani è abbastanza pacato per gli standart dell'Heartland.Durante i due giorni della conferenza,apprenderò che la promessa elettorale di Obama di sostenere le raffinerie locali di carburante era in realtà "comunitarismo verde" simile al programma "maomista" di installare una fornace di ghisa in ogni giardino.Che il cambiamento climatico è la copertura del nazional-socialismo (l'ex senatore repubblicano e astronauta in pensione Harrison Schmitt).E che gli ambientalisti sono come i sacerdoti aztechi,sacrificano un'infinità di persone per tener buoni gli dei e influenzare il meteo (Marc Morano,direttore del sito web preferito dai negazionisti,ClimateDepot.com).
Però mi toccherà ascoltare sopratutto tante varianti dell'opinione espressa dal commissariato di contea in quarta fila:il cambiamento climatico è il cavallo di Troia progettato per abolire il capitalismo e sostituirlo con qualche variante con lo stato dell'ambiente e molto con i ceppi imposti al capitalismo e con la trasformazione del modo di vita americano a favore della redistribuzione globale della ricchezza".
Si,certo,si fa finta che il rigetto della scienza climatica da parte dei delegati si basi su un serio disaccordo sui dati.E gli organizzatori ce la mettono tutta a mimare un credibile convegno scientifico,assegnando al consenso il titolo "Ripristinare il metodo scientifico" e adottando perfino l'acronimo IPCC,diverso solo per una lettera da quello della principale autorità mondiale sul cambiamento climatico,l'International Panel on Climate Change.Però le teorie scientifiche presentate in questa sede sono vecchie e screditate da tempo.E non si fa il minimo tentativo di spiegare come mai ogni oratore paia contraddire il successivo.(Non esiste il riscaldamento,oppure esiste ma non è un problema? E se non esiste,allora perchè si parla tanto delle macchie che fanno salire la temperatura?).
In realtà,parecchi membri del pubblico composto per lo più da anziani sembrano schiacciare un pisolino mentre vengono proiettati i grafici delle temperature.Si rianimano soltanto quando salgono sul palco le rockstar del movimento,non gli scienziati della squadra primavera bensi i titolari,i guerrieri ideologici come Morano e Horner.E' il vero scopo dell'incontro:fornire una tribuna affinchè i negazionisti duri e puri dispongano della mazza da baseball retorica con cui pestare gli ambientalisti e i climatologi nelle settimane e mesi a venire.I punti di discussione testati qui per la prima volta intaseranno le sezioni dei commenti sotto qualsiasi articolo e video su Youtube che contenga le parole "cambiamento climatico" o "riscaldamento globale".Usciranno anche dalle labbra di centinaia di commentatori e politici di destra ,dai candidati repubblicani alla Casa Bianca come Rick Perry e Michele Bachmann fino ai commissari di contea come Richard Rothschild.In un'intervista a latere, Joseph Bast,presidente dell'Heartland Institute,si assegna orgoglioso il merito di "migliaia di articoli e editoriali e discorsi...motivati o informati da qualcuno che ha frequentato una di queste conferenze".
L'Heartland Institute,un pensatoio con base a Chicago dedito a "promuovere soluzioni liberiste",organizza queste chiaccherate dal 2008,certe volte anche due all'anno.E sembra che la strategia funzioni.Morano noto per aver fatto trapelare la storia della swift boat dei Veterans for Truth che affondò la campagna presidenziale di John Kerry nel 2004,trascina il consesso in una serir di giri d'onore dopo una vittoria.Cap-and-trade,quello dei massimali e degli scambi di emissioni:morto!Obama al summit di Copenaghen:un fallimento! Movimento sul clima:suicida! Proietta persino un paio di citazioni di attivisti climatici che si autofustigano.

domenica 29 dicembre 2019

Un aereo da carico militare turco è atterrato in Somalia per portare aiuti dopo la strage di sabato di sabato

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Un aereo da carico militare turco è atterrato domenica nella capitale somala per aiutare persone gravemente ferite in un devastante bombardamento  nella città il giorno prima che ha ucciso almeno 90 persone tra cui due cittadini turchi.
L'aereo ha anche portato personale medico e forniture di emergenza, secondo un tweet dell'ambasciata turca, aggiungendo che questi erano stati trasferiti in un ospedale a gestione turca a Mogadiscio.
Il ministro dell'informazione somalo Mohamed Abdi Hayir Mareye ha dichiarato ai media statali che 10 somali gravemente feriti sarebbero stati trasportati in Turchia. Ha aggiunto che la Turchia ha inviato 24 medici per curare i feriti.
Dallacarestia del 2011 in Somalia, la Turchia è stata uno dei principali fornitori di aiuti per il paese mentre Ankara cerca di rafforzare la sua influenza nel corno strategico dell'Africa in concorrenza con rivali del Golfo come l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.
L'esplosione di sabato, a un intenso checkpoint durante l'ora di punta a Mogadiscio, è stata la più mortale nella Somalia devastata dalla guerra negli ultimi due anni. Nessuno ha immediatamente rivendicato la responsabilità, anche se il sindaco della città ha incolpato il gruppo islamista al Shabaab di Al Qaeda.

Tsai Ing-wen (presidente Taiwan):"Lo stile di vita democratico dell'isola è a rischio a causa del pericolo che la Cina ha posto a Taiwan"

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Citando una lettera di un giovane Hong Konger che fa appello alla gente "per non credere ai comunisti", la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen ha detto  che lo stile di vita democratico dell'isola è a rischio a causa del pericolo che la Cina ha posto a Taiwan.
I mesi delle proteste antigovernative a Hong Kong, governata dalla Cina, hanno preso il centro della scena a Taiwan prima delle elezioni presidenziali e parlamentari dell'11 gennaio, con Tsai in particolare che Taiwan sarebbe il prossimo se cedesse alla pressione cinese e accettasse il governo di Pechino.
Parlando a un dibattito presidenziale televisivo, Tsai ha letto alcuni estratti di una lettera che ha dichiarato di aver ricevuto da un giovane di Hong Kong. Non nominò la persona né disse quando fu scritta la lettera.
Tsai ha letto dalla lettera: "'Chiedo al popolo di Taiwan di non credere ai comunisti cinesi, di non credere a nessun funzionario pro-comunista e di non cadere nella trappola della Cina."
Il popolo di Taiwan ha attraversato i propri traumi sotto la legge marziale prima di adottare la democrazia e ora vede "la fine di Hong Kong", ha detto Tsai citando la lettera.

Bonaccini all’Autodromo col sostegno di Sala



da IL RESTO DEL CARLINO del 29 dicembre 2019

Uno degli uomini più amati del centrosinistra italiano a Imola, per sostenere la campagna di Stefano Bonaccini. Il governatore uscente della Regione sarà oggi, a partire dalle 10, all’Autodromo, in piazza Ayrton Senna (con ingresso da via Fratelli Rosselli). Con lui ci sarà Beppe Sala, sindaco di Milano, chiamato per l’occasione a presenziare all’appuntamento in cui verranno presentati tutti candidati delle sei liste che sostengono la candidatura di Stefano Bonaccini alle elezioni regionali, in programma il 26 gennaio. Partito Democratico, Lista Bonaccini Presidente, Emilia-Romagna Coraggiosa Ecologista Progressista, Europa Verde, Volt Emilia-Romagna, Più Europa PSI PRI: queste le sei compagini che verranno presentate ufficialmente all’Autodromo. L’incontro sarà aperto da Bonaccini stesso, che snocciolerà le proprie proposte programmatiche, i quattro pilastri sui quali si basa il progetto ‘Emilia-Romagna. Un passo avanti’: fare di quest’ultima la regione della conoscenza, dei diritti e dei doveri, della sostenibilità – attraverso una svolta ecologica che deve accelerare tenendo insieme ambiente e lavoro –, e «delle opportunità per chi oggi si sente ancora ai margini e per le nuove generazioni». A seguire, il dibattito che coinvolgerà anche il sindaco di Milano. Emerge, intanto, il sondaggio svolto dal consorzio ‘Opinio Italia’, che mostra un incremento del vantaggio del governatore uscente su Lucia Borgonzoni, senatrice della Lega e candidata per il centrodestra. Il report mostra Bonaccini attestato intorno al 48,5%, in vantaggio su Borgonzoni (ferma al 45,4%). Più staccato Simone Benini, candidato del Movimento 5 stelle, al 9,5%. Il sondaggio si è svolto il 19 dicembre scorso, su un campione di mille intervistati: al 15 novembre, i dati attestavano una forbice tra il 44% e il 48%. Il 19 dicembre invece, data dell’ultima rilevazione, Bonaccini ha aumentato il proprio consenso fino al 48%,5, guadagnando quel mezzo punto percentuale perso dalla candidata di centrodestra.

GIANLUIGI PARAGONE:"il Movimento ha rinnegato se stesso. E io farò di tutto per metterli davanti a questo tradimento"

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da QUOTIDIANO NAZIONALE del 29 dicembre 2019-intervista Elena Polidori


«Che cosa ci faccio oggi io nel Movimento? Io sono come Spirit, il cavallo selvaggio, e d’altra parte loro mi avevano preso per questo. Io sono oggi quello che loro erano alle origini e che ora non sono più perché il sistema li ha addomesticati...». Il senatore M5s Gianluigi Paragone promette battaglia. Non vuole essere domato e ce la metterà tutta – giura – per dimostrare al Movimento 5 stelle che oggi ha perso la sua anima e che così com’è ora «non serve a nulla».

Paragone, la espelleranno comunque?

«Ci proveranno, certo. Forse ce la faranno pure, ma poi metterò in evidenza che il collegio dei probiviri è composto da persone che sono incompatibili, come la ministra Dadone che non può essere ministro e probiviro insieme, poi mi appellerò all’espulsione e a quel punto se la prenderanno comoda e io dovrò andare dal ministro della Giustizia Bonafede a dirgli che lui non è in grado di garantire tempi certi di giustizia neanche all’interno del Movimento. E se tutto questo poi non dovesse bastare, allora resterà sempre la giustizia ordinaria. Perché se tutti quelli che non hanno pagato, come, invece, ho fatto io, hanno disatteso la regola della rendicontazione non verranno espulsi, allora vorrà dire che tutto questo è solo una truffa».

Lei è duro, Paragone. Ma dove sta andando adesso il Movimento?

«In questo momento si è accucciato – nella sua parte di governo – all’area progressista di questo Paese, mentre un’altra parte non sa di preciso dove andare e c’è ancora una terza parte che, come me, è rimasta alle radici di nucleo politico antisistema che a mio giudizio stava meglio con la Lega perché insieme rappresentavano meglio le forze antisistema. Non ha visto come l’Europa si interfacciava con il precedente governo? E invece, guardi come parla a questo...».

Quindi lei ritiene che il Movimento stia meglio a destra? 

«Io non voglio un Movimento organico alla destra o alla sinistra, si può stare anche a sinistra ed essere antisistema comunque, ma oggi vedo solo un M5s a cui il sistema è riuscito tranquillamente a mettere il guinzaglio e la museruola e che non considera più pericoloso, ma solo come una forza politica di passaggio. La rabbia del Paese, quella che ci aveva dato forza all’inizio, però sta ancora tutta lì. E le sardine sono prive di rabbia politica, per questo non mi piacciono, hanno una narrazione poetica della politica che non può rispondere a chi vede che si tutelano ancora le élite e non chi lavora».

Se il Movimento oggi ha perso la forza delle origini è anche perché la leadership di Luigi Di Maio è fragile... «Ma la forza di Luigi sta nel fatto che la sua debolezza è comunque più forte della somma delle debolezze di tutti gli altri. È per questo che non c’è alternativa oggi a Luigi anche se lui non controlla più i gruppi e di fatto non sa dove portare il Movimento. E perde progressivamente peso».

Fioramonti potrebbe essere un leader anti-Di Maio? 

«Lo escludo, anche se non spetta a me dare giudizi, ma non vedo in lui un anti-Di Maio. Certo, fa sorridere che proprio il Movimento, che era contro il poltronificio, alla fine abbia spacchettato il Miur in due solo per una questione di poltrone. Anche questo mi pare un paradosso rispetto a quello che era il Movimento alle origini».

Fatte tutte queste considerazioni, quanto può durare ancora il governo se Di Maio non controlla più i gruppi e si sta per formare un gruppo dei ‘contiani’? 

«Questo governo può durare un giorno o tre anni, ma resta il fatto che il Movimento ha rinnegato se stesso. E io farò di tutto per metterli davanti a questo tradimento».

IL PROFESSOR MARCO ROSSI:""Sono 100 mila i consumatori che coltivano canapa in casa"

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da LA STAMPA del 29 dicembre 2019-Intervista di Gabriele De Stefani

Macché ragazzini squattrinati o spacciatori. Sono ricchi, istruiti e over 35. E tanti, quasi centomila. È l'esercito di chi a casa - sul balcone o dentro un armadio - coltiva una piantina di cannabis per sé. E ora può sorridere per la sentenza della Cassazione secondo la quale il reato non c'è più: se la quantità prodotta è modica e gli strumenti utilizzati sono rudimentali, via libera. Marco Rossi, docente di Economia politica, insegna anche Economia della cannabis, caso unico in Italia, alla facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione della Sapienza di Roma. Il popolo dei coltivatori fai da te l'ha studiato a fondo: un lavoro di ricerca, il suo, basato sull'incrocio tra centinaia di interviste a frequentatori di fiere di settore e modelli economici applicati alla filiera dei cannabis shop.

«I consumatori e i coltivatori in casa sono in aumento costante da un decennio e stimiamo che siano tra i 50 e i 100mila. Del resto il boom dei negozi, moltiplicati per sette, basta a farlo capire. Ma con le nostre analisi siamo andati oltre e abbiamo delineato il profilo del settore, naturalmente escludendo chi coltiva per vendere e limitandoci all'autoconsumo – spiega Rossi –. E il profilo che emerge è diverso da quello che si è soliti immaginare».

Cioè?

«Più il consumatore gode di una buona posizione sociale e lavorativa, più è probabile che coltivi la cannabis in casa. Anche l'età tende ad essere più alta tra chi sceglie il fai da te rispetto a chi compra altrove: tra gli over 35, almeno un consumatore su tre sceglie di far crescere la piantina in casa anziché acquistare in giro, mentre tra i giovanissimi lo fa solo il 5%».

Come lo spiega?

«Comprare da uno spacciatore espone a pericoli che chi ha un elevato capitale sociale non vuole correre: un professionista ha una reputazione da proteggere e trova più sicuro fare da sé piuttosto che rischiare grane. Questo nonostante nella sub-cultura dei grower non ci sia la percezione di essere al di fuori della legge, anzi molti vivono la loro scelta come una contrapposizione al mercato illegale. C'è un valore simbolico positivo che, ad esempio, è facile rintracciare nei forum e nelle chat online. Quella del grower è un'identità».

C'è anche un valore economico. Quanto si risparmia?

«Un grammo si può produrre ad un costo che va da uno a tre euro, contro i 10 che servono per acquistare su altri canali. Consideri poi che a coltivare in casa sono perlopiù consumatori assidui, dunque il risparmio è notevole. Anche se possono servire fino a mille euro per comprare strumenti di qualità».

La Cassazione dice che si può coltivare in casa per autoconsumo, a patto che la quantità sia moderata e gli strumenti rudimentali. Cosa ne pensa?

«Non sono un giurista, ma mi pare che la sentenza cristallizzi una realtà di fatto. Certo quei paletti non sono secondari: ad esempio, per avere la produzione costante che cerca un consumatore abituale, determinati strumenti servono. Da economista, mi limito a dire che si può dare uno stimolo importante contro il mercato illegale e far emergere un intero settore».

Cosa accade negli altri Paesi? La coltivazione in casa è solo una risposta ai divieti?

«Ci sono situazioni molto diverse in ragione delle differenze storiche, legislative e climatiche. In Italia il fenomeno è recente: le coltivazioni clandestine, anche per l'autoconsumo, in passato erano solo nei campi per tenerle nascoste e per sfruttare il clima mediterraneo, che è un alleato del fai da te diffuso anche in Spagna. In Olanda, nonostante la disponibilità di cannabis nei negozi, la coltivazione in casa è da sempre sviluppata per ragioni culturali ma anche per il basso costo dell'energia, come in Canada».

Il fisco francese va a caccia di evasori anche sui social

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da LA STAMPA del 29 dicembre 2019-Leonardo Martinelli

I social network spazio di libertà assoluto per mostrare il proprio stile di vita, eventualmente all'insegna del lusso e dell'esibizione della ricchezza? Certo, ma in Francia a rischio e pericolo degli evasori. La Finanziaria per il 2020 autorizza il Fisco a utilizzare i contenuti postati su Facebook, Twitter, Instagram ma anche Leboncoin, sito di ecommerce, per stanare gli illeciti.
La nuova norma (contenuta nell'articolo 154 della legge) ha scatenato polemiche a non finire per mesi e mesi da parte dei difensori della privacy. Ma non c'è stato niente da fare: il Consiglio costituzionale (equivalente a Parigi della nostra Corte costituzionale) ha approvato sostanzialmente la novità, salvo una piccola eccezione. In un comunicato reso noto giovedì sera, l'organismo sottolinea che «il legislatore ha abbinato alla norma una serie di garanzie» per conciliare «il diritto al rispetto della privacy e l'obiettivo dal valore costituzionale di lotta contro la frode e l'evasione fiscale».
Insomma, ha dato il via libera all'articolo 154, censurando solo un comma abbastanza marginale della norma. Si tratta dei casi di cittadini che abbiano fatto un errore nella dichiarazione dei redditi o che ritardino a presentarla ma che abbiano già ricevuto un sollecito. Solo in tale contesto gli ispettori del Fisco non potranno basarsi sui dati ricavati dai social.
Durante il lungo e ostico dibattito parlamentare sulla norma, deputati e senatori, prima dell'approvazione della Finanziaria, hanno anche definito meglio quando poter aprire il rubinetto dei social a disposizione dell'amministrazione delle imposte. Ebbene, lo strumento verrà utilizzato soprattutto per le infrazioni gravi come attività occulte, traffici illeciti e pure una domiciliazione fiscale fittizia (ad esempio, in un Paese estero, paradiso fiscale o meno, mentre i social mostrano che il contribuente continua a risiedere costantemente in Francia). Da sottolineare: era stata addirittura la Commissione dell'informatica e delle libertà (Cnil), un organismo pubblico, a criticare la novità e a chiedere l'intervento della Corte costituzionale d'Oltralpe.
La norma sarà applicata a livello sperimentale per tre anni. I social saranno utilizzati anche da alcuni algoritmi predisposti dal Fisco per una ricerca veloce e automatica delle frodi. Come già annunciato da Gérald Darmanin, ministro del Bilancio, la Francia vuole accrescere il ricorso all'intelligenza artificiale da parte dell'amministrazione fiscale, passando dal 13,85% degli interventi totali nel 2018 al 35% l'anno prossimo. Un software ad hoc (Cfvr) è stato predisposto. E passerà al setaccio anche Facebook, Instagram e compagnia.

Marco Travaglio.Funeral Party

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da IL FATTO QUOTIDIANO del 29 dicembre 2019

Quando, tra qualche anno, le università studieranno la morte del giornalismo, non potranno prescindere dalla fine del 2019. In quei giorni – spiegherà il prof ai suoi attoniti studenti – la prima notizia sui principali quotidiani era un tragico ma ordinario incidente stradale, identico a quelli che accadono ogni giorno in tutte le metropoli del mondo. I loro siti trasmettevano in diretta streaming i funerali delle giovani vittime, falciate nottetempo da un giovane automobilista alticcio mentre attraversavano a piedi una strada buia col semaforo rosso, in una specie di roulette russa piuttosto diffusa nella zona. E l’indomani le prime pagine aprivano con l’omelia del parroco, dai contenuti davvero sconvolgenti: tipo che non bisogna guidare sbronzi. Negli stessi giorni l’Italia rischiava di darsi un sistema processuale semi-civile, adottando il sistema di prescrizione vigente da sempre nei paesi sviluppati: se lo Stato non dà un nome e un volto al colpevole di un reato, dopo tot anni il reato si prescrive; ma, se lo Stato individua il presunto colpevole, il processo arriva in fondo senza più prescrizione che tenga: se il tizio è innocente verrà assolto, se è colpevole verrà condannato e le vittime avranno giustizia. Questa norma di minima civiltà era stata invocata per 20 anni da tutti gli esperti in buona fede, scandalizzati da quell’amnistia selettiva, classista e censitaria che consentiva ai colpevoli ricchi e potenti di farla franca allungando ad arte i tempi dei processi con ricorsi, eccezioni, cavilli, ricusazioni, rimessioni e impedimenti pretestuosi fino alla prescrizione, magari dopo due condanne e un giorno prima della terza e ultima, con tanti saluti alle loro vittime.

Così, negli ultimi 10 anni, si erano prescritti 1,5 milioni di processi, cioè l’avevano scampata oltre 2 milioni di colpevoli (i processi di solito hanno più imputati) ed erano rimaste senza giustizia almeno 3 milioni di vittime. La prescrizione, infatti, è riservata ai colpevoli: gli innocenti il giudice è tenuto ad assolverli, non a prescriverli (se non c’è reato, non c’è nulla da prescrivere). Per vent’anni i maggiori quotidiani avevano raccontato e deplorato questo sistema scandaloso, che aveva miracolato addirittura due ex premier: Andreotti (prescritto per mafia) e Berlusconi ( 9 volte prescritto per corruzione di giudici, senatori e testimoni, finanziamenti illeciti a politici, falsi in bilancio e frodi fiscali). E avevano ospitato giuristi e magistrati che chiedevano di riportare la prescrizione al suo spirito originario: se a un reato non segue un processo, dopo un po’si volta pagina; ma se il processo è partito, deve arrivare alla fine.

Non per nulla, la prescrizione durante il processo esisteva solo in Italia e in Grecia, finchè una norma della legge Spazzacorrotti voluta dai 5Stelle, ma annunciata per anni anche dal Pd, la bloccò dopo la sentenza di primo grado per i reati commessi dal 1° gennaio 2020. Ma la cosa, anziché rallegrare quanti avevano sempre sostenuto quella riforma di puro buonsenso, li gettò nel panico e nella costernazione. I giornali che avevano sempre denunciato lo scempio dei 150 mila processi prescritti all’anno, cominciarono a difendere la vecchia prescrizione unica al mondo (Grecia a parte). La Stampa, che un tempo ospitava gli editoriali di grandi giuristi come Alessandro Galante Garrone e magistrati come Giovanni Falcone, pareva la parodia degli house organ berlusconiani, con titoli del tipo: “Prescrizione, per salvare Conte il Pd cede alla riforma dei 5Stelle. Gli avvocati prevedono una pioggia di ricorsi: norma punitiva,così si torna al Medioevo”, “Zingaretti si arrende al giustizialismo”, “I dem sperano nella Consulta” (come se farla franca fosse un diritto costituzionale). Il Corriere della sera, facendo rivoltare nella tomba le sue grandi firme del passato nemiche della prescrizione, da Vittorio Grevi in giù, si affidava ai delirii di Angelo Panebianco: il noto giurista per caso sosteneva, restando serio, che bloccare la prescrizione “è quanto di più vicino ci sia all’introduzione della pena di morte” (che dunque vige in tutto il resto d’Europa all’insaputa dei più); vìola “il principio di non colpevolezza” (ma agli innocenti si dà l’assoluzione, non la prescrizione); infrange “l’equilibrio fra potere politico e ordine giudiziario” (ma la prescrizione riguarda tutti i reati, mica solo quelli dei politici: forse per Panebianco tutti i politici sono colpevoli?). E lanciava uno straziante Sos alla Consulta (senza precisare quale articolo della Costituzione imporrebbe la prescrizione fino all’ultimo grado di giudizio).

Ma il meglio, come sempre, lo dava Repubblica: dopo aver pubblicato migliaia di articoli per chiederne lo stop, affidava l’encomio solenne di Santa Prescrizione a Luigi Manconi, che la definiva “prezioso istituto di garanzia del singolo”, scavalcando a destra persino B. e bollando di “populismo penale” vent’anni di battaglie del suo giornale. Poi definiva la prescrizione “uno dei maggiori fattori di accelerazione del processo” ( infatti gli avvocati, quando manca poco alla decorrenza dei termini, chiedono al giudice di fare udienze a oltranza, anche di notte, inclusi i festivi, per scongiurarla). E, dopo un corso accelerato di diritto presso il Divino Otelma, spiegava agli stupefatti lettori di Repubblica che, con la “sciagurata” norma Bonafede, “potrà succedere che chi sia stato assolto dopo 29 anni e mezzo dall’accusa infamante di voto di scambio, venga condannato al limbo dell’in ce r te zz a processuale per un altro lustro”. Cioè restare imputato per 35 anni. Peccato che il voto di scambio, punito dai 10 ai 15 anni con la riforma del 2018, si prescriva dopo 18 o 19: la metà di 35. I funerali dell’informazione si svolgeranno in luogo e data da destinarsi. In diretta streaming sui siti dei migliori quotidiani, ça va sans dire.

ANDREA SCANO:"Punito perché mi ribello al registro elettronico. Così provo a tutelare i miei alunni più fragili"

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 da LA REPUBBLICA del 29 dicembre 2019-intervista di Monia Melis

Si rifiuta di usare il registro elettronico per non violare la privacy dei suoi alunni. E così per Andrea Scano, 56 anni, maestro in una scuola elementare di Cagliari, arriva la sospensione dal lavoro senza stipendio. Non è la prima volta: è il quarto provvedimento disciplinare, per lo stesso motivo, in dieci mesi. Ma lui non molla, vuole andare avanti fino al giudice del lavoro.

A quando risale il provvedimento?

«Mi è stato comunicato ad agosto, ma senza l’indicazione del periodo, a discrezione della dirigente. Poi il silenzio, fino a pochi giorni fa: dal 23 dicembre all’8 gennaio, quando la scuola è chiusa per le vacanze. Un modo — probabilmente — per evitare clamore e l’attenzione dei genitori, nonché la nomina di supplenti. Sarà uno dei rilievi che muoveremo con il Cobas Scuola Sardegna, la riunione per il contradditorio all’ufficio scolastico provinciale è il 9 gennaio».

Perché insiste col suo no?

«Il registro elettronico si utilizza a cuor leggero — a volte addirittura fin dalla scuola dell’infanzia — ma non c’è alcuna garanzia sul trattamento.
Non è stato dato il consenso dal Garante della privacy (ora in proroga, ndr ). Ed è in contrasto con il Regolamento europeo che prevede uno studio di impatto per simili sistemi che non c’è... Il risultato è un’enorme raccolta di dati, anche sensibili, simile a una schedatura di massa. In caso di violazione bastano pochi clic per diffonderli e incrociarli».

Quali i casi più a rischio?

«Le assenze per malattia, i commenti sull’andamento scolastico, le scelte sull’ora di religione. Ma di certo sono sempre i più deboli a essere esposti e vulnerabili: gli alunni con disabilità, ritardi o problemi in famiglia.Informazioni che avrebbero bisogno di protezione».

E il cartaceo può assicurarla?

«È di accesso più difficile, è un oggetto fisico chiuso in un cassetto. Ora vogliono farci digitalizzare, e inserire nel registro elettronico, anche il resoconto delle riunioni di programmazione. Noi le facciamo una volta a settimana e, anche lì, emergono osservazioni: spesso sui bimbi con difficoltà».

I suoi colleghi lo utilizzano?

«Sì, ma con una certa varietà di posizioni. Alcuni si ritengono soddisfatti, altri (la maggioranza) lo fanno senza riflettere sulle conseguenze, solo perché ci è stato imposto».

E come?

«C’è il decreto legge 2012 ma non è completo, manca il piano di "dematerializzazione". Nel frattempo, i presidi hanno pressato con circolari e disposizioni perché si passasse al registro elettronico, riuscendoci. Nella mia scuola, poi, è stato fatto passare attraverso una delibera del collegio docenti».

Ci sono sono altri ribelli al registro di nuova generazione?

«Tanti, non solo in Sardegna. Anche per loro provvedimenti disciplinari; molti hanno ceduto, io resisto.Alcuni sono casi limite: insegnanti cui era stato imposto di usare il registro elettronico in scuole senza internet. Avrebbero dovuto aggiornare da casa, con connessione privata».

Pensa che la sospensione sia una ritorsione?

«Sì, un intestardimento dovuto a una visione da dirigente-sceriffo.
Vent’anni fa sarebbe stato impensabile».

C’è stata solidarietà?

«A maggio i genitori dei miei alunni hanno scritto alla preside.
Condividono le mie preoccupazioni, supportano la mia richiesta e chiedono un clima di serenità. Poi ci sono stati sit-in in città e ho ricevuto tanti messaggi».

E dai colleghi?

«Dalla maggioranza silenzio, ed è l’aspetto più triste. C’è tanto timore unito a scarsa consapevolezza.Eppure da questo meccanismo passa la libertà di tutti, e dei minori che dobbiamo tutelare».

Le spie distratte di Sua Maestà. Sparita la mappa degli uffici di 007

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da LA REPUBBLICA del 29 dicembre 2019-Enrico Franceschini

Nello stereotipo dei romanzi alla Agatha Christie, l’assassino è il maggiordomo. Nel giallo andato in scena in questi giorni al quartier generale dell’Mi6, il servizio di spionaggio britannico, il colpevole è probabilmente un geometra. O comunque un dipendente della Balfour Beatty, la più grande ditta di costruzioni nazionale, che è riuscita a perdere centinaia di documenti riservati all’interno dell’edificio più sorvegliato del Regno Unito. Beninteso, il responsabile dell’incidente non è un agente segreto straniero. E le carte in questione, peraltro in gran parte successivamente ritrovate, non sono "top secret": si tratta soltanto della planimetria dello stabile, necessaria per compiere lavori di ristrutturazione da tempo in programma.
Ma l’episodio ha creato comunque imbarazzo, tanto da spingere l’Mi6 a rescindere immediatamente il contratto con l’azienda a cui aveva affidato il restauro. «Se quelle mappe fossero finite in mano a un nemico, sarebbero un tesoro», confida al Sun una fonte dell’intelligence, «contengono informazioni importanti sull’intera struttura, tra cui la dislocazione degli ingressi e delle uscite, dei sistemi di allarme e di altre misure di sicurezza. Un errore irresponsabile». Non è il solo valore dei documenti in sé, oltretutto, a suscitare preoccupazione, bensì il fatto che qualsiasi incartamento possa andare perduto nel luogo teoricamente meglio protetto di tutto il paese: il palazzo delle spie sulla riva meridionale del Tamigi, un avveniristico castello impenetrabile a ogni sistema di intercettazione, con tripli vetri alle finestre, selve di antenne sul tetto e un vasto labirinto di passaggi sotterranei.
Chi scrive ci è passato davanti a piedi, qualche mese fa, per andare a intervistare uno scrittore che vive lì di fianco: Jeffrey Archer, autore di thriller, tanto per restare in tema. Nessuna targa indica che è la sede del Secret Intelligence Service, più comunemente noto con l’acronimo Mi6 (Military Intelligence, Section 6), ovvero l’agenzia di spionaggio della Gran Bretagna. Un alto muro esterno e pesanti portoni d’acciaio impediscono di vedere alcunché all’interno. I vetri delle finestre sono oscurati. Si dice che dentro ci siano palestre, ristoranti e perfino un asilo nido a disposizione dello staff. Il paradosso è che, per la sua caratteristica architettura e la visibilità sulla sponda sud del fiume, a Londra tutti conoscono questo fabbricato. Ed è altrettanto noto nel resto del mondo grazie ai film di James Bond, che lo hanno elevato a un culto: è qui che l’agente 007 incontra M, il direttore dell’Mi6 (una volta i giornali potevano indicarlo soltanto con questa iniziale, oggi si sa chi è quello della realtà e si può scriverlo: sir Alex Younger), scherza con Miss Moneypenny, la segretaria, e impara ad usare i letali gadget per le sue imprese.
Sebbene più gaffe o distrazione che complotto, la scomparsa della planimetria non depone a favore di una rete di controlli che dovrebbe essere letteralmente a prova di bomba. I vertici dello spionaggio sono «furiosi» per l’accaduto, dicono le indiscrezioni. Non farà piacere nemmeno a Boris Johnson, che ha recentemente promesso di rafforzare i servizi di sicurezza. Ufficialmente il Foreign Office, il ministero degli Esteri, che ha la responsabilità dell’Mi6, tace: «Non facciamo commenti in materia di intelligence », afferma un portavoce. No comment pure dalla Balfour Beatty, che si consola con 7 miliardi di sterline l’anno di fatturato.
Il peggio è che ci sono dei precedenti. Nel 2012 Stella Remington, capo dell’Mi5, il servizio di controspionaggio e antiterrorismo, perse il proprio computer all’aeroporto di Heathrow. Nel 2009 la moglie di John Sawers, allora capo dell’Mi6, postò online foto di famiglia che potevano rivelare l’ubicazione della loro abitazione privata. E nel 2000 un agente dimenticò una valigetta di documenti segreti su un treno. "No time to die" s’intitola il prossimo e venticinquesimo film su James Bond, nelle sale nel 2020: non è il tempo per morire. Ma è ora, forse, che gli 007 di Sua Maestà siano meno disattenti.

Basta libri americani. La nuova sfida di Pechino agli Usa

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da LA REPUBBLICA del 29 dicembre 2019-Paul Mozur e Lin Qiqing

Cercando dei modi per sferrare una rappresaglia ai dazi in aumento voluti dal presidente Trump, la Cina ha preso di mira le aziende americane più importanti. Finora ha messo nel mirino le automobili, la carne e i fagioli di soia e, pure, anche l’ultimo racconto di Bob Woodward sugli intrighi di Washington.
Fear: Trump in the White House . Il libro, che Woodward ha scritto nel 2018, è uno delle centinaia di volumi americani bloccati dai responsabili dell’editoria cinese da quando quest’anno la guerra commerciale tra i due Paesi si è inasprita. Fuori e dentro la Cina, gli editori dicono che i libri americani sono arrivati alla paralisi completa, e non sono più accessibili al grande mercato. «Gli scrittori e gli studiosi americani sono molto importanti in ogni settore» dice Sophie Lin, direttrice di una casa editrice privata di Pechino. «Questo blocco sta avendo un impatto tremendo su di noi e sull’intero settore editoriale».
Sotto Xi Jinping, leader supremo della Cina, il Partito Comunista è intervenuto per ridurre l’influenza dei media stranieri e far spazio a libri, film e spettacoli televisivi Made in China . Anche prima che si intensificasse la guerra commerciale, dicono alcuni, i censori cinesi addetti ai controlli avevano assunto posizioni molto rigide nei confronti dei libri stranieri. Gli addetti ai lavori del settore editoriale sono riluttanti a parlare apertamente di quali libri sono stati proibiti nel timore che Pechino li prenda di mira, e molti hanno chiesto di potersi confidare in forma anonima. In ogni caso, è sufficiente passare in rassegna l’elenco dei libri che avrebbero dovuto essere pubblicati quest’anno per rendersi conto che una grande varietà di bestseller e di titoli accademici non è arrivata alla fase di stampa. Oltre al libro di Woodward, compaiono una traduzione del romanzo Figlio di dio del 1973 di Cormac McCarthy; Asimmetria , il primo romanzo di Lisa Halliday; Marriage: A History , di Stephanie Coontz; China and Japan sulla turbolenta storia tra i due colossi asiatici dell’illustre sinologo Ezra Vogel.
Le motivazioni per il rinvio della pubblicazione di ciascun titolo non sono chiare. Alcuni addetti ai lavori si chiedono se, più che la guerra commerciale, non sia il contenuto politico del libro di Woodward ad averne ostacolato la pubblicazione. Eppure, si parla di un vero e proprio congelamento delle normative di approvazione, che potrebbe portare il settore editoriale ad essere ancor più riluttante nei confronti dell’acquisto dei diritti dei libri americani per poterli vendere in Cina. «Gli editori cinesi dovranno modificare i loro interessi», afferma Andy Liu, direttore di una casa editrice pechinese, aggiungendo che gli Stati Uniti erano una delle fonti più redditizie di libri. «Ormai, pubblicare i libri americani è un’attività rischiosa ».
Se è nota per la sua drastica opera di censura, la Cina è anche un mercato enorme per i libri, compresi quelli internazionali. Secondo l’Associazione Internazionale degli Editori, è diventata il mercato editoriale più grande al mondo subito dopo quello statunitense, dato che il Paese sempre più istruito e benestante cerca qualcosa di avvincente da leggere e su cui meditare. Nei negozi ci sono addirittura alcuni libri stranieri che sembrerebbero far supporre di aver eluso la censura. 1984 di George Orwell è letto ovunque perché è considerato un classico della letteratura internazionale. Numerosi libri di Ayn Rand, santo patrono del capitalismo di estrema destra, sono stati tradotti in cinese.
Nel 2017, gli editori cinesi hanno comprato i diritti di oltre seimila libri americani, pari a più di un terzo di tutti i libri stranieri acquistati. Negli ultimi anni, tuttavia, nell’ambiente ci si è fatti più guardinghi. Il Dipartimento della Pubblicità del Partito Comunista quest’anno ha comunicato agli editori che il numero complessivo dei libri che saranno approvati per la pubblicazione sarà diminuito, che si dovrebbe dare la preferenza agli autori locali e che si incoraggerà la pubblicazione di titoli che promuovono il partito e la versione di socialismo cinese intrisa di capitalismo. Alcuni editori hanno descritto gli sforzi fatti per aggirare le regole, per esempio chiedendo agli autori sino-americani di modificare la loro nazionalità. La pubblicazione di libri in Cina ha sempre comportato un iter molto discutibile. Per ottenere l’approvazione governativa, gli editori cinesi spesso hanno eliminato o tagliato espliciti contenuti sessuali o politici. Un mese fa, Edward Snowden, ha scritto un post su Twitter nel quale racconta che dalla versione cinese della sua autobiografia sono state rimosse le parti in cui si citavano la censura cinese e le proteste delle Primavere arabe.
In molti dicono di assistere a un rallentamento nella pubblicazione dei libri americani in Cina che potrebbe portare a un gelo preoccupante. Sebbene i due Paesi restino collegati dal punto di vista economico, i rispettivi leader parlano apertamente del giorno in cui ciascun Paese diventerà meno dipendente dall’altro. E di quando, forse, diventeranno rivali più agguerriti.

Pizzo ai talebani, sotto accusa le agenzie di sicurezza

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da LA REPUBBLICA del 29 dicembre 2019-Anna Lombardi

Decine di contractor, società private impegnate in progetti di ricostruzione in Afghanistan, fra 2009 e 2017 pagarono il pizzo ai talebani per garantire la sicurezza dei loro cantieri. Con buona pace del fatto che quei soldi, spesso ricevuti dal governo degli Stati Uniti, vennero utilizzate per finanziare attacchi contro i militari statunitensi. È la denuncia, contro almeno dieci compagnie, depositata venerdì in un tribunale federale di Washington dai familiari di 143 vittime di quegli attentati. Compresi i genitori del tenente Andrew Looney, ucciso da un kamikaze nel 2010 mentre presidiava un checkpoint. E la vedova del colonnello David Cabrera, il cui convoglio fu colpito da un autobomba nel 2011. «Compagnie impegnate in redditizie attività di ricostruzione e controllo del territorio pagarono per anni i talebani affinché non prendessero di mira i loro interessi economici», si legge nella denuncia. «Quei pagamenti finanziarono il terrorismo dei talebani sostenuti da Al Qaeda determinando la morte di centinaia di americani».
Le accuse si basano su testimonianze, rapporti di intelligenze e perfino documenti aziendali interni. Una vicenda che l’ambasciata americana di Kabul ha definito «azioni alla stregua di quelle della criminalità organizzata». Anche perché almeno due di quei contractor, DAI Global LCC e Louis Berger, lavoravano proprio per conto dell’Agenzia governativa americana per lo Sviluppo Internazionale: da cui avevano ottenuto appalti per almeno 1 miliardo di dollari. «Le tangenti erano una pratica standard, che avveniva attraverso società di subappalto locali», sostiene la denuncia. Citando la giustificazione data all’epoca proprio da un manager di Louis Berger: «I talebani non sono tutti cattivi, i nostri soldi vanno a gruppi moderati». Sotto accusa ci sono, fra le alter, Black & Veatch Special Projects, Palm Beach Gardens, Canterra Group e Janus Global Operation. Ma non mancano imprese straniere come l’inglese G4SPLC e la Sudafricana MTN Group. «Queste pratiche vergognose in zone di guerra devono cessare», dice August Cabrera, vedova di una delle vittime, parlandone al Wall Street Journal . «Basta arricchirsi sulla pelle dei soldati».

La prescrizione Il premier non convince il Pd "Ci ascolti o si decide in aula"

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da LA REPUBBLICA del 29 dicembre 2019-Liana Milella

Sulla prescrizione Giuseppe Conte non convince gli alleati. Né il Pd, né Italia viva. Come ha sempre detto, il premier condivide la prescrizione "corta" del Guardasigilli Alfonso Bonafede (stop dopo la sentenza di primo grado), ma promette novità sul sistema del processo penale per accelerarne i tempi. È un niet alla proposta presentata dal Pd che vuole azzerare la Bonafede (che entrerà in vigore dal primo gennaio e riguarderà solo i reati commessi da quel giorno in avanti) per ripristinare la prescrizione dell’ex ministro della Giustizia Dem Andrea Orlando (sospensione della prescrizione per 42 mesi tra appello e Cassazione).
È un ginepraio da cui non si esce, mentre Bonafede insiste nel suo silenzio e non reagisce alla proposta del Pd. Gli basta la piena copertura di Conte che giocherà un ruolo il 7 gennaio quando si terrà il prossimo vertice sulla giustizia. In cui Bonafede dovrà presentare un pacchetto per accelerare i processi. L’unica strada per salvare non solo la sua legge, ma pure la sua poltrona. Perché è chiaro che sono pronti alla sfida non solo i forzisti di Enrico Costa, ma anche il Pd e i renziani di Italia viva.
Dice Costa: «L’avvocato del popolo, difendendo la Bonafede, assesta un sonoro ceffone al Pd e alla sua proposta tardiva». Poi suggerisce a Conte e al Pd «di accettare che sia al Parlamento a esprimersi, invece di legare le mani ai tanti garantisti che considerano uno scempio la riforma Bonafede». Infine una minaccia neppure velata: «Prima e poi arriverà un voto segreto...ci sono temi sui quali i parlamentari devono potersi esprimere liberi dai vincoli di maggioranza». Costa parla della sua proposta di legge per cancellare la Bonafede che l’8 gennaio arriva agli emendamenti in commissione Giustizia. Il renziano Ettore Rosato ha subito detto ieri che se la Bonafede non cambia «noi voteremo quella di Costa». E su Conte aggiunge: «Abbiamo posto il tema del superamento della legge sulla prescrizione voluta da Lega e M5S da subito. Confidiamo in un accordo. Altrimenti in aula saremo coerenti con quanto abbiamo sempre detto». E va ricordato che Italia viva per tre volte ha già votato in difformità con il governo.
Nella maggioranza la crisi della giustizia cresce. Tant’è che il responsabile Giustizia Dem Walter Verini su Conte dice: «Ha ammesso che la norma sulla prescrizione così com’è non offre garanzie ai cittadini. Ha riproposto il tema della durata dei processi. Ma a queste parole non corrisponde niente di concreto. La prescrizione è sbagliata e va cambiata, tre forze su quattro della coalizione insistono su questo, e ce ne sarà una ragione». Poi un nuovo appello a Bonafede: «Il primo che deve uscire dalla rigidità e dare ascolto al Pd e alle altre forze della coalizione dev’essere lui. Altrimenti sarà il dibattito parlamentare a decidere». Anche qui, come per i renziani, si profila una netta spaccatura in aula della maggioranza.

Garlasco e il Dna «rubato» L’indagato scagionato contro i detective di Stasi

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da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 dicembre 2019-Luigi Ferrarella

Chi beve un caffè al bar o si soffia il naso per strada e getta il fazzoletto di carta nel cestino, è meglio si porti via la tazzina o tenga per sé i propri rifiuti: un paradosso ma nemmeno troppo, visto che altrimenti — stando alla motivazione con la quale la Procura di Milano chiede di archiviare una inedita coda del giallo di Garlasco — gli potrebbe capitare di essere catapultato (come indagato) dentro un procedimento penale da qualcuno che ritenga di esercitare il proprio diritto di difesa carpendogli il Dna anche senza consenso e persino a sua insaputa.
Nel 2015 Alberto Stasi viene condannato in via definitiva a 16 anni per l’assassinio, il 13 agosto 2007, della fidanzata Chiara Poggi a Garlasco. Ma a fine 2016 sue indagini difensive lo ritengono scagionabile dall’asserita corrispondenza tra il materiale genetico sotto le unghie di Chiara e il Dna di un amico del fratello, Andrea Sempio. In tutti i processi quel Dna sotto le unghie era risultato inidoneo a qualunque comparazione, inoltre l’assassino calzava il 42 mentre Sempio ha il 44: i magistrati di Pavia comunque indagano in lungo e in largo su
Sempio alla luce delle novità proposte dal difensore Angelo Giarda, e alla fine nel 2017 nell’archiviare Sempio sono trancianti sulla sua estraneità al delitto e sulla «inconsistenza» della tesi di Stasi «totalmente priva di valore scientifico». Fin qui la storia nota. Che ora si scopre non finita.
L’incolpevole additato presenta un esposto ritenendo violata la sua sfera più sensibile, il Dna: il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale lascia il fascicolo a ignoti e chiede direttamente l’archiviazione, ma la gip Elisabetta Meyer non la accoglie e anzi gli ordina iscrivere nel registro degli indagati i detective della «Skp Investigazioni srl» e l’allora avvocato di Stasi. De Pasquale a quel punto lo fa, ma prima di Natale chiede per la seconda volta l’archiviazione, con due motivi interessanti per le implicazioni generali che avrebbero.
Il primo è che la procedura, «anche se eseguita senza il consenso» di Sempio e «a sua insaputa», sarebbe stata «non invasiva e non lesiva della sua integrità personale» perché il materiale biologico (asseritamente appartenentegli) sarebbe stato recuperato dall’investigatore privato di Stasi su «la tazzina di caffè e il cucchiaino presso il bar dove erano stati lasciati da Sempio, mentre la bottiglietta di plastica veniva recuperata da un sacchetto di rifiuti gettati da Sempio in un cassonetto dell’ipermercato»: quindi, per il pm, era «già separato» da Sempio e «lontano dalla sua disponibilità, senza alcuna modalità coattiva, né con violenza, né contro la sua volontà, senza incidenza sulla sua sfera di libertà».
Il secondo motivo del pm è che i detective di Stasi avrebbero trattato i dati genetici di Sempio «per le sole finalità connesse all’investigazione difensiva» (il tentativo di revisione della condanna di Stasi) «e per il tempo strettamente necessario»: diritto di difesa «quantomeno di rango equivalente alla tutela della privacy di Sempio», e che rientrerebbe nel Codice della Privacy senza bisogno di previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria alla luce di un provvedimento del Garante in vigore dal 30 dicembre 2014 al 15 dicembre 2016 (quando ne è intervenuto un altro).
Ora sull’archiviazione — alla quale si oppone il legale di Sempio, Massimo Lovati, anche per l’assenza di garanzie su chi-dove-come abbia prelevato e conservato e esaminato i reperti — deciderà il gip. Nel corso della verifica di queste notizie il Corriere ha peraltro provato a fare una di quelle richieste di «accesso agli atti» di recente contemplate in pubblico a parole dal procuratore Francesco Greco, ma la risposta è stata un rigetto per asserita «mancanza di rilevante interesse pubblico»: evidentemente non ravvisato nel tema del delicato equilibrio tra diritto di qualcuno a difendersi in giudizio anche con indagini difensive, e diritto alla tutela dell’altrui privacy nel trattamento di dati genetici di persone non consenzienti o inconsapevoli, se da essi derivino il coinvolgimento in indagini e quindi conseguenze su libertà e reputazione.

MARIA ELENA BOSCHI:"«Il governo deve lavorare o gli italiani si chiederanno che cosa resta a fare»




da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 dicembre 2019-Intervista di Maria Teresa Meli


Maria Elena Boschi, il premier ha annunciato che siete in dirittura d’arrivo sulla velocizzazione dei processi. Questo vi rassicura sull’abrogazione della prescrizione ?

«No. Apprezzo l’ottimismo del premier ma entrerà in vigore la sciagurata riforma Bonafede-salvini che cancella la prescrizione: non si abbreviano i processi e si lasciano i cittadini nel limbo. Da avvocato sono sconvolta, da cittadina amareggiata per questa forma di populismo giudiziario. Se Conte ha una soluzione accettabile e credibile, saremo lieti di condividerla. Altrimenti voteremo la proposta Costa».

Quali richieste farete al momento della verifica?

«Noi non abbiamo richieste ma prendiamo atto che la crescita è scomparsa. Coi nostri governi abbiamo sfiorato il +2%. Ora siamo a 0. Possiamo indagare sui perché — e noi crediamo che quota 100 e reddito di cittadinanza siano stati due errori — ma forse è più utile provare a uscirne. Il piano «Italiashock» prevede lo sblocco di 120 miliardi. Facciamo lavorare le persone anziché elargire sussidi (che finiscono anche nelle mani di furbetti o peggio ancora delinquenti), mettiamo in sicurezza il territorio, le scuole, i ponti. Meno polemiche e più cantieri se vogliamo far crescere il Paese. Poi ovviamente c’è molto altro: dall’impegno di Elena Bonetti per le famiglie alla grande riforma dell’irpef. Ma la priorità per noi è sbloccare i cantieri».

D’accordo sulla decisione di due ministeri per Scuola e Università ?

«Lo dirà il tempo. Speriamo intanto che questa ennesima riforma dell’organizzazione del ministero non faccia perdere altro tempo perché nell’ultimo anno e mezzo ne è stato perso fin troppo. Il professor Manfredi è persona di grande valore, che personalmente stimo molto. E rispetto a Fioramonti, ovviamente, un enorme passo in avanti. Finalmente parleremo di università e ricerca anziché di merendine e crocifissi a scuola».

Zingaretti dice che se cade Conte si vota, lo stesso Conte sostiene che un altro governo sarebbe inverosimile.

«Questa legislatura arriverà al 2023. Dobbiamo lavorare,però, perché ci sia un vero rilancio dell’azione del governo, altrimenti, una volta messi in sicurezza i conti pubblici e scongiurato l’aumento dell’iva, i cittadini si chiederanno cosa resta a fare questo governo. Iv c’è: obiettivo principale per il 2020 che l’italia torni a crescere».

Nel prossimo vertice si parlerà delle concessioni autostradali, una mediazione è possibile?

«Non so. Noi non stiamo difendendo Autostrade o giustificando il crollo del ponte, anzi. Per noi chi ha sbagliato deve pagare. Ma fare scelte affrettate e contro ogni principio di diritto come si è cercato di fare con la norma del Milleproroghe è indice di un populismo normativo pericoloso. Le cose vanno fatte bene, altrimenti l’italia perde credibilità: dobbiamo evitare di diventare una barzelletta a livello internazionale perché nessuno investe in un Paese in cui si cambiano le regole in corsa. E poi dobbiamo preoccuparci di tutelare i lavoratori di Autostrade e garantire gli investimenti».

Ma per Iv che ha un’impostazione culturale opposta quanto sarà possibile ancora convivere con i grillini?

«Mi pare che dentro il M5S sia in atto un regolamento di conti. Aspettiamo di vedere come va a finire e poi capiremo se ci sono i margini per andare avanti con il governo. Certo è che noi non possiamo seguire i loro capricci. Abbiamo lavorato con l’obiettivo di evitare la crisi finanziaria e abbiamo un triennio molto interessante davanti a noi: se vogliamo fare l’interesse dell’italia, noi ci siamo. Noi siamo pronti al dialogo ma non accettiamo diktat populisti».

Dal Pd dicono che alcuni vostri parlamentari li hanno contattati...

«Renzi ha aperto la riunione di gruppo dicendo: chi vuole tornare nel Pd, vada, amici come prima. Nessuno se n’è andato e anzi è arrivato Davide Bendinelli. Credo che nel 2020 il gruppo parlamentare di Italia viva aumenterà e crescerà il radicamento sul territorio. Saremo la sorpresa delle prossime elezioni».

Quando ci saranno vi alleerete con il Pd?

«In alcune regioni sì, come in Emilia-romagna e in Toscana. Altrove no. A livello nazionale è ancora presto per dirlo: dipenderà da molti fattori, compreso la legge elettorale e il giudizio sul governo. Noi non pensiamo che Conte sia il punto di riferimento dei progressisti, ad esempio, come invece ha detto Zingaretti. Vedremo. Oggi pensiamo a lavorare e a dare risposte ai cittadini, alle famiglie, alle imprese. Abbiamo evitato l’aumento dell’iva, ora rilanciamo sulla crescita».

L’ultimatum del M5S ai morosi Ma è allarme transfughi: «Fino a 15»




da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 dicembre 2019-Alessandro Trocino

Hanno tempo un paio di giorni i molti morosi dei 5 Stelle. Il Blog delle Stelle avverte i distratti — tipo «C’è posta per te» — che è stata inviata una mail per ricordare agli inadempienti che devono pagare entro l’anno. Non si tratta — è scritto — solo di «un impegno morale», ma di «una vera obbligazione giuridica».
Parole tardive che arrivano su un gruppo da mesi in rivolta. Non piace, naturalmente, l’idea di restituire dei soldi. Piace ancor meno il ruolo di Davide Casaleggio e dell’associazione Rousseau. A mettere sale sulla ferita ci pensa l’ex ministro Lorenzo Fioramonti che, accusato di non aver versato 70 mila euro, rilancia: «Sulle restituzioni c’è il risentimento dei parlamenti e l’imbarazzo dei gruppi dirigenti: il sistema è gestito da una società il cui ruolo rimane a tutti poco chiaro». Il Movimento non trova altra risposta che la minaccia di intervento dei probiviri, ben consapevole che non basterà. L’arma della multa, più volte sventolata, non è mai stata usata, ed è di dubbia legittimità. Anche sulle espulsioni il meccanismo si è inceppato. La macchina sanzionatoria ha funzionato a pieno regime nella scorsa legislatura ma in questa ha rallentato il suo zelo. Il motivo è semplice: già molti parlamentari sono sul punto di lasciare e incentivarli con espulsioni vorrebbe dire rendere più facile la creazione di un nuovo gruppo alternativo ai 5 Stelle. Per non parlare della difficile situazione del Senato, dove i numeri ballano e non ci si possono permettere altre defezioni.
Quanto alle fuoriuscite, diversi deputati confermano la loro tentazione. Massimiliano De Toma spiega all’adnkronos che «i deputati critici, a vario titolo, sono da 10 a 15». Il deputato non si sente di escludere «la possibilità che venga formato un nuovo gruppo o componente del Misto, qualora i numeri ci fossero». Anche Roberto Cataldi, indicato come uno dei possibili transfughi, conferma la tentazione: «Sono in una fase di riflessione, parlerò con Luigi Di Maio».
Fioramonti tace, ma cresce il risentimento contro di lui. A criticarlo arriva anche Ignazio Corrao: «Come avrete visto, lo scherzetto di Fioramonti — che se non si dimette sarà un altro responsabile alla Scilipoti"
Da segnalare, tra le polemiche, quelle contro la deputata Yana Ehm. Che posta una sua foto — in costume e in altalena — da Thoddoo, Maldive. La Ehm si dice affascinata dall’isola: «Ma seguo gli avvenimenti in Italia e nel Mondo». Postilla che non le evita una raffica di critiche di chi le chiede anche conto delle restituzioni.

Chi sono i due nuovi ministri Gaetano Manfredi e Lucia Azzolina?

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GAETANO MANFREDI. Innovazione e merito (di Roberto Giovannini)

«Ricorderò questa mattina per tutta la vita», commenta a caldo il nuovo ministro dell'Università e della Ricerca Gaetano Manfredi. Il rettore dell'Università Federico II di Napoli ieri mattina - dopo la telefonata del premier Conte - ha mantenuto il programma che prevedeva la cerimonia della firma di un accordo istituzionale delle due cattedre Unesco della Campania nell'Aula magna dell'ateneo. «Sono rimasto molto sorpreso quando Conte mi ha chiamato per informarmi, ma sono felice - dice - che l'annuncio avvenga in quella che considero casa mia».Nato a Ottaviano, in provincia di Napoli, 55 anni, ingegnere, Manfredi oltre a dirigere il prestigioso ateneo napoletano dal 2014, dal 2015 ha presieduto la Conferenza dei rettori delle università italiane. Sposato, con una figlia, 20 anni di carriera da professore - sempre alla Federico II, dove nel 1988 si era laureato con 110 e lode - è autore di nove libri e oltre 400 pubblicazioni scientifiche. Da sempre si occupa di ricerca nel campo dell'ingegneria sismica: comportamento delle strutture murarie tradizionali, strutture in materiale polimerico e composito, rischio sismico di impianti industriali, sistemi di monitoraggio avanzati, vulnerabilità e riabilitazione dei beni culturali, innovazione tecnologica nell'ingegneria strutturale. È stato coordinatore e responsabile di molti progetti scientifici finanziati dall'Ue, dal Miur, dal Cnr, dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.La nomina di Manfredi è molto gradita al Partito democratico. Il nuovo ministro non si è mai impegnato politicamente, ma è vicino al Pd; suo fratello, Massimiliano Manfredi, è stato a lungo dirigente dem e deputato tra il 2013 e il 2018. La sua nomina è stata accolta peraltro con plauso anche da molti esponenti del partito di Matteo Renzi.Certamente il nuovo ministro conosce perfettamente - avendo trattato molte questioni dal versante dei rettori, oltre ad aver collaborato in diverse occasioni con i titolari del ministero che oggi dirige - i problemi davvero drammatici che vive il mondo dell'università nel nostro Paese. Già dalle sue prime parole è facile immaginare quali saranno le linee direttrici che cercherà di concretizzare nel corso del suo mandato: l'ingresso di giovani di qualità nell'università, un forte processo di innovazione, la riduzione del divario che separa gli atenei del Nord da quelli del Sud, e dunque la battaglia per accrescere le risorse destinate dallo Stato. «Servono più fondi - ha detto al termine della cerimonia di ieri mattina - conosciamo bene la situazione difficile della finanza pubblica, ma università e ricerca non possono essere la Cenerentola del Paese. Occorre un grande investimento sui giovani, affinché le migliori energie italiane e anche estere trovino casa nei nostri atenei e nei nostri enti di ricerca».Come rettore della Federico II, Manfredi ha tenuto a battesimo a Napoli la nascita della Apple Academy, con sede a San Giovanni a Teduccio. «L'università - ricorda - è oggi un driver di primaria importanza per attrarre investimenti e creare occasioni di lavoro qualificate». Sulla questione dei fondi all'università Manfredi si dice «convinto che il presidente Conte sosterrà queste richieste per fare in modo che poi si possano realizzare delle cose concrete». In una recentissima intervista, il neoministro aveva difeso le ragioni del suo predecessore, Lorenzo Fioramonti, e definito come «priorità indispensabile» un Piano straordinario pluriennale per i ricercatori, per garantire nuovi ingressi di giovani di qualità e rientri dall'estero. Ancora, la necessità di risorse a copertura delle esenzioni delle tasse universitarie per i meno abbienti. «Quel miliardo che manca - aveva affermato - è il gradino minimo da cui riguadagnare prospettiva».


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LUCIA AZZOLINA.L'insegnante che vuole una scuola più inclusiva (di Federico Capurso)

Poco più di 24 ore fa, la Cinque stelle Lucia Azzolina aveva in tasca la sua nomina a ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Luigi Di Maio si era convinto rapidamente che la giovane sottosegretaria siciliana, biellese d'adozione, fosse la scelta giusta e Giuseppe Conte era d'accordo con lui. Sarebbero però arrivate a palazzo Chigi delle pressioni, provenienti dall'ambiente accademico. Si racconta ci fosse preoccupazione, perché si temeva che il mondo universitario, di cui lo stesso Conte fa parte, potesse finire per essere "trascurato" da un ministro specializzato soprattutto sulla scuola. E così, Conte si è convinto a ricorrere a uno spacchettamento, affidando l'Università e la Ricerca al rettore della Federico II di Napoli, Gaetano Manfredi, vicino al Pd. I ministri saranno dunque due, ma nella sostanza non cambierà poi molto - si dice in ambienti pentastellati -, rispetto alle dinamiche instaurate ai tempi dell'ex ministro Lorenzo Fioramonti. Lui era molto attento alle questioni universitarie, mentre Azzolina, da sottosegretaria ed ex docente, si concentrava sui dossier della scuola facendo quasi le veci del ministro. Schema che si ripeterà, provando a far convivere i due. «Lei non avrà problemi», sostengono dal Movimento, perché «è molto più in sintonia con il mondo del centrosinistra di quanto non fosse con i leghisti». E con Anna Ascani, che da sottosegretaria si occuperà di scuola per i dem, si sottolinea da più parti «l'ottimo rapporto» instaurato in questi mesi.D'altronde, con Matteo Salvini, Azzolina ha sempre sofferto: «Non avrei mai potuto essere un membro di governo con la Lega», diceva pochi giorni fa ad Agorà. «Ho sempre criticato Salvini per il suo linguaggio aggressivo, mentre con il Pd lavoro bene». E la diversità di pensiero non la nascondeva neanche ai tempi dei gialloverdi, votando sul caso della nave Diciotti a favore dell'autorizzazione a procedere nei confronti del leader leghista. Ora, da ministro, avrà tra i suoi obiettivi primari quello di «far diventare la scuola più inclusiva, per tutti». Quasi un avamposto dell'integrazione, se si volesse rispolverare un vocabolario di sinistra. E Azzolina, in effetti, non è molto distante da quel mondo. Anzi, è affascinata dalle Sardine. Pubblica spesso sui suoi social le foto delle piazze anti-Lega o gli interventi in televisione di Mattia Santori, uno dei leader delle Sardine, commentando: «Ha ragione Mattia», o «questa piazza è davvero un bel segnale».Lo spirito progressista, però, da ministro verrà dosato con moderazione. Anche per rasserenare un clima che - spiegano dal Movimento - Fioramonti aveva «esacerbato con alcune uscite, come quella sulla necessità di togliere i crocifissi dalle scuole». Si partirà con i dossier già aperti al ministero, a cominciare dai due bandi da scrivere il prima possibile per poter stabilizzare i docenti precari, e si procederà con l'assegnazione delle cattedre per il prossimo anno scolastico, da chiudere entro gennaio. Poi, Azzolina si potrà concentrare su una delle sue battaglie da parlamentare, quella contro le cosiddette "classi-pollaio". Profilo basso, dunque, almeno all'inizio. E questo nonostante il suo sia uno dei volti nuovi sul quale i vertici M5S puntano molto, perché incarna quella «competenza» che Di Maio ha sempre cercato per dare una nuova veste al suo Movimento. Spiccano le due lauree alle spalle, una in Storia della filosofia e l'altra in Giurisprudenza ottenuta mentre insegnava. Poi una breve esperienza nel mondo sindacale. Anche così sono arrivate le numerose frequentazioni dei salotti tv - che nel M5S sono segno di stima dei vertici -, così come la volontà di affidarle il decreto Scuola, che le è poi costato le minacce e gli insulti di alcuni docenti sui social.

LUCIA AZZOLINA:"Mi aspetta un compito grande,non vedo l'ora di cominciare"

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da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 dicembre 2019-Claudia Voltattorni

«Emozionata e commossa». Anche se il suo nome è stato fin da subito il più accreditato a succedere a Lorenzo Fioramonti in viale Trastevere, Lucia Azzolina non nasconde la sorpresa e soprattutto la gioia per essere diventata il nuovo ministro della Scuola del Conte bis. «Per me un grande onore» scrive su Facebook la ormai ex sottosegretaria del ministro dimissionario dopo appena 4 mesi. Siciliana di Siracusa ma piemontese di adozione, classe ’82, due lauree (Filosofia e Giurisprudenza), insegnante di ruolo di Storia e filosofia, ex insegnante di sostegno, ex sindacalista e dallo scorso agosto neopreside (ha appena vinto il concorso).
Ma soprattutto parlamentare alla sua prima legislatura e grillina convinta e molto fedele al capo Luigi Di Maio, che subito ringrazia «per avermi sostenuto». Ringrazia il premier Giuseppe Conte «per la fiducia» e «tutti i colleghi parlamentari del Movimento Cinque Stelle» e rivolge «un pensiero deferente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, garante della Costituzione e dell’unità nazionale».
«Mi aspetta un compito grande» scrive e ripete a chi le sta intorno, «non vedo l’ora di cominciare». Ma in realtà lei al ministero dell’istruzione ha cominciato già da un pezzo il suo cammino verso la poltrona più importante. Appena nominata sottosegretaria lo scorso settembre, non perde tempo e si butta a capofitto sul nuovo decreto scuola che, approvato dopo appena 4 mesi (proprio ieri la pubblicazione in Gazzetta ufficiale), assume 48 mila tra docenti precari e nuovi. Non perde una riunione e il suo attivismo le procura anche non pochi fastidi, tra cui insulti e perfino minacce di morte da parte di gruppi di precari rimasti fuori dalla sanatoria. E lei è in aula alla Camera il 3 dicembre mentre si vota e approva il Decreto scuola. Il ministro titolare dell’istruzione no. Al Miur per la sua squadra ha scelto esperti e tecnici del ministero. «Furba e scaltra, ma intelligente e preparata» la descrive chi la conosce e però la teme anche un po’.

Perché questa neopreside ora alla guida di uno dei ministeri più ostici e spesso più criticati, rischia di diventare una figura difficile da gestire, soprattutto da parte degli alleati di governo, che infatti dopo i complimenti di rito, si precipitano a ricordarle che «esiste una maggioranza che non è disposta a stare a guardare» e chiedono «tavoli di lavoro dove discutere di scuola per migliorarla insieme» (Gabriele Toccafondi, Italia Viva) . E pure dal Pd, l’ex ministra dell’istruzione Valeria Fedeli le augura «buon lavoro» sottolineando come «al fianco di Anna Ascani potrà offrire un contributo importante per rafforzare la centralità della scuola». Ecco, la convivenza con la deputata pd, che doveva diventare ministra dell’istruzione e poi invece è stata nominata vice di Fioramonti, potrebbe risultare difficile. Così come potrebbe pesare quel concorso da dirigente scolastico vinto da parlamentare, che ha provocato polemiche. I sindacati le danno «fiducia» , gli studenti le chiedono il doppio dei finanziamenti («ora i ministeri sono due»). Per ora Azzolina pubblica la sua foto alle elementari con grembiule e cartella e promette: «Metterò tutto il mio impegno».