Anglotedesco

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lunedì 14 gennaio 2019

CESARE BATTISTI.ARMANDO.SPATARO:"Quarant’anni di diritti negati ai parenti delle vittime"

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Anche stavolta, dopo la cattura del criminale-infame Cesare Battisti, l'Italia ha dimostrato di essere parrocchiana e cretina.Il ministro dell'Interno Matteo Salvini per prima cosa ha detto che è  un criminale comunista, dimenticandosi che ci sono anche dei terroristi neri fuggiti e mai portati in Italia.Dall'altra parte, sono arrabbiati che è stato catturato un "compagno" tirando fuori la patetica, italiana, scusa, che è stato catturato per distrarre la gente.E me la prendo in particolare con Paolo Ferrero e Marco Ferrando che su certe cose economiche condivido ma qui no.Anzi, chi difende Battisti non è degno di presentarsi in piazza il 25 aprile.Non si può mettere sullo stesso piano un finto rivoluzionario criminale e gente che ha lottato veramente per la libertà.

Dottor Armando Spataro, lei ha catturato Cesare Battisti, terrorista dei Pac, e sono passati quarant’anni dal 16 febbraio 1979, quando avvengono gli omicidi di due negozianti, Pier Luigi Torregiani a Milano e Lino Sabbadin a Santa Maria di Sala, tra Mestre e Padova.

Ora l’ex terrorista è stato preso: qual è il senso della pena oggi, a distanza di così tanti anni?

«Citando il tempo che passa, sono anche 70 anni dalla dichiarazione universale dei diritti umani, che fa riferimento alla giustizia uguale per tutti e ai diritti delle parti offese. Venendo al caso concreto, Battisti è stato condannato in via definitiva per quattro omicidi, a due dei quali — il maresciallo Santoro e Udine e l’agente della polizia Campagna a Milano — ha partecipato materialmente, facendo il palo a quello di Sabbadin. Non abbiamo avuto modo di leggere, in questi anni, alcuna autocritica, solo accuse contro il sistema giudiziario italiano, tacciato del mancato rispetto delle garanzie, definito ingiusto perché lui era innocente e così via».

Una lunga attesa comunque...

«Quarant’anni di diritti negati ai parenti delle vittime, perché è un diritto che la pena venga scontata. Aggiungo che il nostro ordinamento penitenziario prevede per le fasi di esecuzione della pena una grande attenzione per il possibile ravvedimento, per il tempo trascorso dal momento dei reati, per le circostanze in cui il reato è avvenuto. Non sono un ottuso sostenitore della vendetta sociale se dico che quattro omicidi sono quattro omicidi».

Cosa risponde a Gherardo Colombo, magistrato come lei di rilievo per la storia italiana, che dice che il carcere, così com’è, non serve a niente?

«Stimo Colombo, gli sono amico, ma non sono d’accordo, anzi non si può neppure porre la domanda. Il carcere è finalizzato al recupero, ma non solo. Con il carcere si paga ciò che si è commesso, altrimenti vivremmo in società in cui una condotta illegale finirebbe per essere pensata come priva di conseguenze. Riflettiamo sui quattro decenni che ha trascorso semiparalizzato il figlio di Torregiani, e al dolore che accompagna altri parenti, con i quali ho avuto spesso occasioni di confronto. In nessuno ho letto sete di vendetta, ma di giustizia».

Lei, Spataro, prende per primo Battisti in zona Brera, nel giugno del ‘79. Come lavoravate?

«Ero pubblico ministero con Corrado Carnevali, i giudici istruttori erano Pietro Forno e Giuliano Turone. Sino a quel momento, Battisti non era conosciuto come terrorista. Fu trovato nel covo di via Castelfidardo, che era pieno di armi e di documenti, che servirono nelle successive indagini. Nella prima condanna dell’81, Battisti viene infatti condannato a 13 anni per banda armata e armi, mentre il suo livello emerge con il tempo».

E come?

«Grazie alla collaborazione di Pietro Mutti, terrorista, componente dei Pac. Parlò e scoprimmo così che Battisti apparteneva all’ala violenta dei Proletari armati per il comunismo. Avevano deciso di uccidere Sabbadin e Torregiani perché avevano sparato a dei rapinatori, il senso della rivendicazione era un "ma come vi siete permessi di reagire ai proletari che sono depredati dallo Stato?"».

Il volantino li bollava come "bottegai poliziotti" che diventano "agenti della controrivoluzione".

«Non ricordo le esatte parole, ma una motivazione simile non era mai stata data prima. Lo possiamo affermare perché a Milano, come altrove, copiando Torino, esisteva un gruppo di lavoro specializzato in Procura, del quale facevano parte anche Ferdinando Pomarici, Maria Luisa Dameno, e dopo Elio Michelini e Filippo Grisolia. Questo ci consentiva di saper distinguere le diverse sfumature di un’unica ideologia, quella di abbattere lo Stato per favorire il proletariato. Fu dai volantini che comprendemmo che, oltre a Brigate Rosse, Prima Linea e Autonomia, c’era un altro gruppo su cui lavorare».

A distanza di 40 anni, lei s’è fatto un’idea di come qualcuno potesse ritenere il progetto di "abbattere lo Stato" quasi a portata di mano?

«Sintetizzo quello che dice Marco Alessandrini. Era bambino quando venne ucciso suo padre, ma ha aggiunto che quello che gli fa più rabbia è che fu "ucciso da dei cretini". Ecco, ancora oggi è per me stupefacente che quei terroristi pensassero di smuovere le masse proletarie ammazzando decine di persone».

Nel ’79, quando arrestate Battisti, il terrorismo non era in fase calante?

«Per niente, lo diventa con i primi collaboratori di giustizia, ad aprire la diga fu nel dicembre ’79 Carlo Fioroni. Poi vennero Patrizio Peci, Roberto Sandalo, Michele Viscardi, Marco Barbone…».

Da un cittadino che individua la targa dell’auto usata durante la fuga dopo l’omicidio Torregiani arrivate al quartiere della Barona e alla pista, giusto?

«In parte, nel senso che erano già in corso le indagini per l’omicidio del maresciallo Santoro a Udine e stavamo già lavorando sul gruppo dei Pac».

I nostri governi italiani potevano far di più per l’estradizione di Battisti?

«Rispetto alla Francia, vi è stata una passività incomprensibile, nel senso che non rammento proteste da qualsiasi governo. E la tanto citata dottrina Mitterrand prevedeva condizioni precise per l’accoglienza, di cui due inapplicabili per Battisti.

Bisognava non aver commesso reati di sangue e non essere condannato in via definitiva.

Quanto a Lula, l’atteggiamento fu tiepido. Qualcuno sostenne che non dovevamo far l’amichevole Italia Brasile, ma non mi pare sia successo nulla, per altro giocammo e perdemmo 2 a 0».

da LA REPUBBLICA del 14 gennaio 2019.Intervista di Pietro Colaprico

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