Anglotedesco

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sabato 30 novembre 2019

I dubbi 5 Stelle sulla linea del capo: basta parlare sempre di una crisi





da IL CORRIERE DELLA SERA del 1 dicembre 2019-Alessandro Trocino

La più preoccupata dalla situazione, dicono nel Movimento, è la neolaureata in Scienze politiche Paola Taverna. Pasionaria di Torre Maura, sponsor dell’accordo con la Lega (disse «abbiamo fatto bingo»), ora la raccontano terrorizzata dalle voci che circolano, cioè dall’ipotesi che Luigi Di Maio voglia, presto o tardi, staccare la spina del governo e quindi (forse) della legislatura. Non che sia mai stata una fan del Pd: li ha definiti «buffoni», «infami», «ladroni». Ma mai come ora il Movimento si è frantumato. Certo, ci sono i dimaiani, i sostenitori di Fico, i seguaci di Conte, gli adoratori dell’elevato (Grillo), i casaleggiani, gli ortodossi più o meno ultra (ma la definizione si è sfumata sino all’incomprensibile). Eppure la vera distinzione è quella di sempre: da una parte i governisti e dall’altra gli sfascisti, ovvero chi vuole far saltare tutto, sperando di trovare un posto comodo sulle macerie.
La vicenda del Mes, il fondo salva-stati, è solo l’ultima di una lunga serie di campanelli d’allarme. Di Maio ha cominciato con l’incoronazione di Grillo, ha proseguito circondandosi di un drappello di fedelissimi, ma dopo aver scoperto che quelli che credeva fossero yes man gli hanno voltato le spalle, ha fatto il giro completo ed è tornato alle origini. Ovvero ad Alessandro Di Battista. Giravolta tattica, secondo i suoi nemici. Perché tra i due c’è stata una rottura vera, qualche mese fa. E ora l’asse sarebbe funzionale al progetto politico di Di Maio: appigliarsi a un incidente di percorso per far saltare tutto.
Lui nega, naturalmente. Ripete di sostenere con forza il governo. Ma nel Movimento in pochi gli credono. Riccardo Fraccaro è sparito dai radar. Vincenzo Spadafora gli è ancora vicinissimo, ma è critico. Ed è di ieri la conferma del nervosismo di un altro (ex?) fedelissimo, il Guardasigilli Alfonso Bonafede: «Non mi piace questo continuo riferimento a far saltare il governo».
Non piace a molti. Anche se la situazione del Mes, a quanto risulta, al di là delle tattiche e delle fughe in avanti, non sarebbe così esplosiva. Di Maio starebbe lavorando per il rinvio, ben sapendo che difficilmente otterrà una modifica della riforma. Uno slittamento al nuovo anno sarebbe possibile anche in base alle difficoltà di altri Paesi, da Francia a Germania e otterrebbe solo un collegamento con l’unione Bancaria.
Con Di Maio, oltre a Spadafora, ci sono il sottosegretario Manlio Di Stefano e l’europarlamentare Ignazio Corrao. Oltre, naturalmente, a Di Battista. E a Gianluigi Paragone. Quest’ultimo era in rotta, non condividendo l’alleanza con il Pd, ma è rientrato nell’inner circle e non è escluso che, mercoledì, torni alla ribalta come presidente della Commissione banche (dalla quale, peraltro, si era chiamato fuori con toni molto polemici).
Grillo è sul punto di esplodere. Ha il dito sul grilletto ma ha le polveri bagnate e non può o non vuole sparare. Casaleggio sta a guardare. C’è chi scommette su una rottura in primavera e chi pensa che Di Maio voglia solo contrastare mediaticamente Salvini e rintuzzare la leadership morale di Conte sui Cinque Stelle. Lo scontro sul Mes andrebbe inquadrato in questa chiave. Il capo politico del M5S subisce l’autorevolezza del premier e non perderebbe occasione per contrastarlo.
Poi c’è la nebulosa dei gruppi. Difficile capire come la pensano i peones. Più che correnti, ci sono manipoli di amici, disorientati. E la frammentazione sta rendendo difficile anche la scelta del capogruppo. Una farsa, ormai: continue assemblee e voti che si infrangono sull’irraggiungibile maggioranza assoluta. Mercoledì si riprova, ma con poche speranze: più probabile che alla fine slitti tutto a gennaio.

venerdì 29 novembre 2019

I patetici tentativi di frenare l'ascesa della Cina

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I tentativi di frenare l'ascesa della Cina non sono iniziati con Donald Trump, né probabilmente finiranno con la sua amministrazione fintanto che la nazione "comunista" sarà in grado di sfidare l'egemonia economica, tecnologica e militare degli Stati Uniti. Forse perché è in gioco così tanto per gli Stati Uniti, nessuna amministrazione o Congresso consentirà a nessuna nazione di acquisire quella posizione. Era l'Unione Sovietica alla fine della seconda guerra mondiale, il Giappone negli anni '80, e ora è la Cina. Chi sa quale nazione sarà presa di mira in futuro?
L'ex presidente Barack Obama ha avviato la politica del "pivot to Asia", progettando di collocare il 60% delle risorse militari statunitensi nella regione Asia-Pacifico, il cui scopo era di imbottigliare la Cina all'interno della "prima catena di isole". Poco dopo, si è assicurato il Partenariato Trans-Pacifico, il cui scopo era impedire alla Cina di "scrivere le regole commerciali del mondo". Né la politica di Obama riuscì a contenere la Cina. Il contrario, infatti, potrebbe essere vero in quanto la Cina sembra essere in grado di respingere le intrusioni statunitensi e potrebbe essersi rafforzata alla luce dei suoi risultati economici, tecnologici e militari.
Sebbene la crescita annuale sia rallentata a circa il 6%, in gran parte a causa del calo della domanda esterna dovuta alle guerre commerciali di Trump, l'economia cinese è andata ancora meglio di qualsiasi altro grande paese quest'anno. La crescita del PIL dell'India è calata in modo particolarmente duro, da oltre il 7% a circa il 5%, secondo i dati della Banca mondiale. La Banca prevede che le economie degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e del Giappone cresceranno di circa il 2% o meno nei prossimi anni se lo spazio commerciale tra Stati Uniti e Cina non si esaurirà presto.

Inoltre, un numero crescente di paesi, tra cui fedeli alleati statunitensi come il Regno Unito, sta abbracciando la Cina partecipando alla sua Belt and Road Initiative e sfidando la pressione americana a non utilizzare i prodotti di telecomunicazione cinesi nelle loro implementazioni 5G (tecnologia di quinta generazione).
Sul fronte militare, la Cina ha mostrato una serie impressionante di armi convenzionali e nucleari avanzate alla sua parata del 70 ° anniversario di ottobre. Sebbene potrebbero non essere letali o avanzati come quelli dell'arsenale americano, l'America e i suoi alleati potrebbero subire impensabili perdite di vite umane e proprietà se i politici statunitensi spingessero i due paesi in una guerra.
Trump ha firmato la legge sui diritti umani e la democrazia di Hong Kong, forse scommettendo che la Cina non farà nulla o potrebbe persino capitolare alle richieste dei manifestanti di Hong Kong
E non c'è fine in vista alla politica anti-cinese di Washington. Trump ha firmato la legge sui diritti umani e la democrazia di Hong Kong, forse scommettendo che la Cina non farà nulla o potrebbe persino arrendersi alle richieste dei manifestanti di Hong Kong. Ma se gli Stati Uniti seguiranno le minacce delineate nella legislazione, molto probabilmente il governo cinese istituirà contromisure tit-to-tat, perché il pubblico cinese non solo lo sosterrebbe, ma lo richiederebbe.
Ma c'è un'ironia nelle politiche statunitensi in quanto danneggiano le imprese americane e il popolo di Hong Kong più della Cina. Le molte imprese statunitensi nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong (SAR) stanno già ferendo il loro futuro in dubbio a causa del prolungato periodo di proteste violente. La legislazione degli Stati Uniti incoraggerà solo i manifestanti a diventare più violenti, una posizione che la terraferma probabilmente non permetterebbe a lungo. In caso di intervento di Pechino, Hong Kong sarà sull'orlo di un abisso, spazzando via il futuro della sua giovinezza e distruggendo le prospettive commerciali degli Stati Uniti.


MATTEO SALVINI:"Mario Draghi al Quirinale? Perchè no..."




da LA STAMPA DEL 29 novembre 2019-intervista Andrea Malaguti

Senatore Salvini, non le pare eccessivo accusare il presidente Conte di alto tradimento per la firma annunciata sul meccanismo europeo di stabilità?

«Secondo lei si può accusare il governatore della Banca d'Italia di essere un sovranista, cattivo, catastrofista e anti-europeista?».

No. Ma che c'entra?

«C'entra. Perché Visco sostiene che la modifica del trattato esporrebbe il Paese a grossi rischi».

Lasci stare Visco.

«Allora glielo dico con una sintesi semplice: la riforma metterebbe in mano a un organismo privato la possibilità di decidere a chi dare e a chi togliere i soldi. E le assicuro che con questi parametri in Italia di soldi ne vedremmo pochi».

Almeno le banche sarebbero al sicuro.

«Soprattutto quelle tedesche, che sono certamente più in crisi delle nostre».

Basta per l'alto tradimento?

«Ebbè, sì. Conte dal vecchio governo Lega-Cinque Stelle ha avuto il mandato a non autorizzare nulla di quanto stiamo parlando. Per altro ci ha sempre rassicurato anche verbalmente. E invece buonanotte ai suonatori».

Buonanotte ai suonatori?

«Ci sono documenti e messaggi che confermano quello che dico».

Me lo gira un messaggio?

«Non sono solito girare conversazioni private. Ma basta guardarsi gli atti parlamentari. Ho buona memoria di tutto e non lo dico come minaccia. Semplicemente non mi piace passare bugiardo o per fesso».

Conte ha annunciato di volerla querelare.

«Si metta in fila. Prima viene Carola».

Il punto sul Mes non dovrebbe solo essere: come fa l'Italia a ridurre il debito?

«Dovrebbe. Ma questo trattato il debito lo aumenta».

È un'opinione. Il ministero del Tesoro nega. Perché invocare l'intervento del presidente della Repubblica?

«Il presidente Mattarella è da sempre, giustamente, molto attento al rispetto della Costituzione e in questo caso siamo di fronte a un atto del parlamento che il presidente del Consiglio ha ignorato. Se firmasse il trattato sancirebbe una cessione di sovranità nazionale non equilibrata. Siamo molto interessati al parere del Presidente».

Il trattato prevede la firma a febbraio e Gualtieri ha assicurato che c'è il tempo per passare dal Parlamento.

«Allora ci passino. Vediamo come si comporteranno i 5 Stelle. E anche buona parte del Pd. Attorno a questo governo e al suo presidente del consiglio c'è un'aria di menzogna che non fa bene al Paese. Penso alle vicende personali di Conte. E anche alle questioni Ilva, Alitalia e Autostrade. Mi pare che la situazione sia fuori controllo».

Conte vuole fare causa a lei e lei vuole fare causa a lui. Triste, no?

«È l'ultima strada che voglio percorrere. Preferisco che siano i cittadini, attraverso il voto, ad esprimere il proprio giudizio su come sono governati. Ma qui stiamo parlando dei risparmi degli italiani, non di un dibattito politico. E c'è poco da scherzare».

Si aspetta di trovare anche Luigi Di Maio al suo fianco?

«Di Maio l'ha sempre pensata come noi. Quello che le dico io ora lo diceva lui con le stesse parole e con gli stessi contenuti. Nel programma dei Cinque Stelle si parla di liquidazione del trattato. Erano anche più arrabbiati di noi e mi auguro che non abbiano cambiato posizione».

Non è strano passare da una richiesta di pieni poteri a quello di un ritorno al voto parlamentare?

«Pieni poteri significa poter governare nel rispetto della Costituzione e passando attraverso un voto. Ma continuo a ritenere che servano decisioni rapide ed efficaci. Pensi a Roma, dove per fortuna l'esperienza della Raggi è alla fine e ci stiamo preparando al cambiamento».

Con la Bongiorno sindaco?

«È presto per i nomi. Con una buona squadra. Che ripeta il lavoro che stiamo facendo in Lombardia o in Veneto».

Davvero le piacerebbe Draghi al Quirinale?

«Lo ripeto: why not. Da governatore ha fatto un lavoro pos…, ha fatto quello che doveva».

Stava per dire positivo.

«Se lo spread non è esploso è merito suo».

Prodi?

«Mamma mia».

Che cosa pensa dell'inchiesta sulla fondazione Open?

«Non la conosco e non ne parlo. Io voglio battere Renzi politicamente, non con l'intervento dei magistrati».

Ha paura che si torni a parlare dei 49 milioni di euro?

«Ma si figuri. Vicenda chiusa. Ci hanno già condannati con una sentenza assurda».

Briatore ha detto a La Stampa che vedrebbe bene un governo Salvini-Renzi.

«Impossibile siamo troppo diversi. L'alleanza di centrodestra sta vincendo ovunque. Vinceremo anche in Calabria e in Emilia Romagna: vuole scommettere un caffè?».

Scommetto. Ma perché in una Regione dove il Pil è più alto di quello tedesco, la disoccupazione è sotto il 5% e la sanità funziona, dovrebbero cambiare?

«Perché si può fare meglio. Giro l'Emilia Romagna in lungo e in largo e tutti mi dicono la stessa cosa. Sanità, traporti, infrastrutture, burocrazia, liste d'attesa. Si può migliore ogni cosa».

Sta chiedendo il voto per lei o per la Borgonzoni?

«Per la Borgonzoni, per la Lega e per la nostra squadra. Noi almeno abbiamo una candidata che non si vergogna di tenere il simbolo del proprio partito nei cartelloni pubblicitari».

Magari lo sgambetto glielo fanno le sardine? Si moltiplicano ogni giorno.

«Al voto non ci vanno solo le sardine, ma anche i farmacisti, gli artigiani, gli agricoltori, gli operai, la gente comune. Si fidi, siamo di più noi. Dopo 50 anni di sinistra la voglia di cambiamento è enorme».

Che effetto le fa Grillo che si intrattiene con l'ambasciatore cinese?

«Un brutto effetto. Non si capisce a che titolo lo faccia. Chi rappresenti. Un conto è vedere un ministro, un conto è vedere un signore che non ha ruoli».

Non ne ha?

«È evidentemente il capo dei Cinque Stelle, come si è visto in questi giorni. Ma nessuno lo ha mai votato».

Diffida più dei cinesi che dei russi?

«Con i cinesi bisogna parlare, ma senza mai dimenticarsi della sicurezza nazionale. Non sono una democrazia».

La Russia lo è?

«In Russia si vota. Ci sono i giornali e i giudici. È diverso».

Senatore, che cosa dice al collega Flavio Di Muro che ha usato la Camera per chiedere in sposa la fidanzata?

«Auguri e figli maschi».

Lei l'avrebbe fatto?

«Io sono più discreto con la mia vita privata. E quando posso la tengo al riparo».

SILVIO BERLUSCONI "Al governo eviteremo l’isolamento in Europa"

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da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 novembre 2019-intervista di Francesco Verderami

ROMA L’ematoma «esteso e profondo» che si è procurato a Zagabria «si sta riducendo», e Silvio Berlusconi è pronto a rientrare in campo la prossima settimana: «Magari — scherza — mi metteranno a giocare sulla fascia». Resta da capire a che gioco si giocherà, dato che il governo «delle quattro sinistre» barcolla ma non cade. Eppure il Cavaliere è certo che «a breve entrerà in crisi, per ragioni politiche e per l’assoluta incapacità di gestire i problemi del Paese. Il fatto è che nel Ventunesimo secolo pensare di guidare l’italia con le vecchie ricette della sinistra novecentesca, con le nazionalizzazioni, le tasse, la spesa assistenziale, il deficit, significa condannarci al disastro. Ho detto qualche volta, con un affettuoso paradosso, che “gli italiani devono imparare a votare”: perché paghiamo a caro prezzo aver dato alle ultime elezioni tanto consenso a degli incompetenti assetati di potere».

Il vicesegretario della Lega Giancarlo Giorgetti propone un «tavolo» bipartisan per risolvere i più intricati nodi nazionali, sostenendo che il centrodestra potrebbe vincere le elezioni ma sarebbe poi impossibilitato a «governare sulle macerie»: quel «tavolo» potrebbe essere funzionale a un’operazione di responsabilità nazionale, se in presenza di una grave crisi l’attuale governo dovesse cadere?

«Se il governo cadesse, l’unica strada sarebbero le urne. Non credo che Giorgetti intendesse proporre altre soluzioni o prefigurare maggioranze diverse. In ogni caso noi siamo radicalmente alternativi alle sinistre: da quella di Renzi, da quella di Di Maio e da quella di Zingaretti».

Ma se il centrodestra vincesse le elezioni, Matteo Salvini avrebbe già una rete di relazioni tale da evitare il rischio di un isolamento internazionale dell’italia?

«Questa domanda non va rivolta a me. Posso dire però che in quel momento noi, in quanto membri autorevoli del Ppe, la più grande famiglia politica europea, avremo una funzione fondamentale per evitare l’isolamento del nostro Paese».

In realtà il neopresidente del Ppe, Donald Tusk, ha escluso qualsiasi forma di collaborazione con la Lega.

«Non è esattamente così. Tusk, che io ho votato a Zagabria la scorsa settimana, ha detto una cosa ovvia: cioè che la Lega è diversa dal Ppe. Chi ha immaginato un suo ingresso tra i Popolari ha lavorato di fantasia. Non credo interessi nemmeno a loro. Però la collaborazione in sede europea con i sovranisti ragionevoli, come con i conservatori, i liberali e altre forze democratiche alternative alla sinistra, è la strada da seguire. Come noi facciamo in Italia con il pieno sostegno del Ppe».

Il fatto è che sulla linea politica e sul rapporto con la Lega, il suo partito è attraversato da forti tensioni. A giugno lei aveva nominato Giovanni Toti e Mara Carfagna coordinatori di Forza Italia, e la vicepresidente della Camera sembra tentata di staccarsi come ha fatto il governatore della Liguria.

«Non farei paragoni, Mara non se n’è andata da Forza Italia né mi risulta abbia intenzione di farlo. La nostra prospettiva, chiarissima, è nel centrodestra, rigorosamente alternativa a ogni tipo di sinistra e distinta dai nostri amici e alleati della destra. Noi siamo i soli rappresentanti delle grandi trazioni politiche dell’occidente: la tradizione liberale, la tradizione cristiana e la tradizione garantista».

Come vive la nuova condizione di leader di un partito che non è più la locomotiva dell’alleanza?

«Con la consapevolezza che dobbiamo fare un duro lavoro per riportare al voto gli italiani delusi, disgustati dall’attuale politica, che non vanno neppure più a votare, ma che si sentono di centrodestra. A loro penso quando parlo dell’altra Italia. Secondo i sondaggi sono 7 milioni di elettori: da soli farebbero la differenza. Ovviamente non sono soddisfatto delle attuali dimensioni numeriche di Forza Italia, che sono il risultato di molte invenzioni processuali — quasi cento processi — che mi sono state rivolte contro. Ma come sempre nella vita non bisogna perdersi in recriminazioni: dobbiamo lavorare sodo. E lo stiamo facendo».

A proposito di questioni «processuali», il suo amico Marcello Dell’utri l’aveva chiamata a testimoniare per difendersi nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Ma lei si è avvalso della facoltà di non rispondere.

«Ero disponibilissimo a rispondere a qualsiasi domanda ma i miei avvocati me lo hanno tassativamente vietato. Io non ho nulla da temere, ma i miei difensori ritenevano che essendovi un’indagine in corso — indagine che non potrà che concludersi con un’archiviazione, com’è già accaduto precedentemente — non fosse quella la sede corretta dove rendere dichiarazioni. Del resto avevo detto pubblicamente più volte che non vi era mai stata alcuna pressione o minaccia, né diretta né indiretta, da parte della mafia o di chicchessia durante i miei governi. Se fosse accaduto avrei immediatamente avvertito l’autorità giudiziaria».

Vuole dire cioè che Marcello Dell’utri, durante il suo primo governo, non le chiese di assumere provvedimenti legislativi in favore della mafia?

«L’ipotesi è talmente risibile che non meriterebbe neppure di essere commentata. La risposta è assolutamente no. Vorrei tra l’altro ricordare che l’allora ministro della Giustizia, Alfredo Biondi, ha sempre escluso interferenze dirette o indirette in tema di mafia e che mai sono state approvate leggi che potessero favorirla. Vorrei ricordare a tal proposito che sono stati i nostri governi, nel 2002, a stabilizzare il regime carcerario duro per i mafiosi, e nel 2008 a inasprirne le misure restrittive».

Ma c’è chi sostiene che nel decreto definito «salvaladri» vi fossero norme che potessero favorire i mafiosi, sia per la carcerazione preventiva sia per le informazioni riguardanti la pendenza dei procedimenti.

«Sono tesi false, assurde, storicamente infondate. Intanto contesto nel modo più fermo la definizione di decreto “salvaladri”, coniata nel clima giustizialista dell’epoca per bollare ingiustamente un provvedimento che costituiva invece un atto di civiltà giuridica, limitando gli abusi della custodia cautelare in carcere. Eppoi l’iter di un decreto legge è particolarmente complesso: le norme prima di essere presentate al Parlamento o sottoposte al capo dello Stato per la firma, soggiacciono a un lungo e complesso esame che vede coinvolti non solo i ministri competenti ma anche i sottosegretari, i funzionari addetti, i capi degli uffici. Per non parlare del vaglio delle Commissioni e delle Aule di Camera e Senato...».

Esclude altri interventi di Dell’utri?

«Escludo che vi sia stato qualsiasi intervento da parte di Marcello Dell’utri, così come escludo totalmente e categoricamente che si volesse favorire la criminalità organizzata. Certamente Marcello non mi chiese mai nulla in tal senso e altrettanto certamente non chiese nulla neppure a nessuno dei protagonisti di quel decreto, che altrimenti l’avrebbero già dichiarato. Sono convinto che Marcello, per il quale ho da sempre un grande affetto e una profonda stima, sarà assolto».

Presidente, lei ha diradato le sue apparizioni televisive e i suoi impegni pubblici: sta forse pensando che non valga più la pena fare politica?

«Io non ho mai amato la politica ma l’ho sempre sentita come un dovere verso il Paese che amo. E questo dovere lo sento ancora oggi. Perché l’italia ha un assoluto bisogno di uomini di governo capaci, saggi, competenti, esperti, coerenti. Esattamente l’opposto di quelli che ci governano attualmente».

NORD STREAM 2.Inviato un reclamo per motivi ambientali

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L'UE ha approvato le modifiche alla direttiva gas. Cosa significa questo per Nord Stream 2?
"Una denuncia relativa al progetto Nord Stream 2 è stata presentata entro la scadenza per i ricorsi", ha dichiarato Ellen Evig Jörgensen, portavoce dell'agenzia.
In precedenza ha spiegato che un reclamo di solito non sospende un caso. Il rappresentante del dipartimento ha anche aggiunto che in media il consiglio prende una decisione entro 17 mesi, cifra media per ottobre 2019.
L'intenzione di inviare un reclamo in tribunale per l'autorizzazione per motivi ambientali è stata fatta il 22 novembre in Ucraina. Il termine per la presentazione di un reclamo era il 27 novembre alle 17:00, ora di Mosca, a quel tempo la richiesta TASS per la presenza o l'assenza di un ricorso rimaneva senza risposta.

Il 30 ottobre, la DEA ha concesso a Nord Stream 2 l'autorizzazione a posare il gasdotto Nord Stream 2 lungo la rotta a sud-est dell'isola di Bornholm. La società stessa ha affermato che i lavori preparatori e la posa del gasdotto inizieranno in Danimarca nelle prossime settimane. Oggi, Nord Stream 2 è stato costruito all'80%.
Nord Stream 2 prevede la costruzione di due condotte con una capacità totale di 55 miliardi di metri cubi. m di gas all'anno dalla costa della Russia attraverso il Mar Baltico fino alla Germania. I partner europei di Gazprom nel progetto sono Uniper e Wintershall tedeschi, OMV austriaco, Engie francese e Shell anglo-olandese. Il gasdotto aggirerà gli stati di transito - Ucraina, Bielorussia, Polonia e altri paesi dell'Europa orientale e del Baltico - attraverso le zone economiche esclusive e le acque territoriali di Russia, Finlandia, Svezia, Danimarca e Germania.

Jens Stoltenberg non ha digerito quello che ha detto Macron sulla NATO

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Di rimpianti, niente. Il presidente francese, Emmanuel Macron, è molto lieto di aver provocato una forte reazione tra i partner dell'Alleanza atlantica affermando, all'inizio del mese, che la NATO era in condizioni di "morte cerebrale" . Un "campanello d'allarme" che è servito, ha detto , per smettere di discutere solo di budget e concentrarsi sugli elementi essenziali, le sfide "strategiche" dell'organizzazione difensiva alla vigilia del suo vertice a Londra la prossima settimana, con occasione del settantesimo anniversario della sua costituzione.

"Suppongo pienamente di aver finito con le ambiguità", ha detto in una conferenza stampa a Parigi dopo essersi incontrato all'Eliseo con il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg . Il norvegese è stato uno di quelli che hanno reagito criticamente dopo che il presidente francese ha diagnosticato una "morte cerebrale" della NATO evidenziata, ha detto, nella mancanza di coordinamento con gli Stati Uniti dopo il ritiro unilaterale dall'est della Siria settentrionale e ha avvertito, in un'intervista a The Economist , secondo cui anche l'Unione Europea è “al limite del precipizio” e rischia di “scomparire geopoliticamente”.
"Gli alleati europei stanno aumentando la loro disponibilità di forze e investendo di più nella difesa", ha risposto immediatamente Stoltenberg a Macron. Non era il solo indignato con i francesi. Anche il cancelliere tedesco Angela Merkel ha respinto le "parole drastiche" dell'inquilino Elysium e ha sottolineato ciò che funziona bene all'interno dell'Alleanza atlantica, come il fatto che "stiamo lavorando molto più politicamente ora rispetto a dieci anni fa. ". Le critiche sono arrivate anche da Varsavia, Londra o Ankara, ricorda l'agenzia France Presse.

giovedì 28 novembre 2019

Anche in Uruguay vince il centrodestra.Il nuovo premier sarà Luis Lacalle

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Il senatore del Partito Nazionale (PN, centrodestra) Luis Lacalle Pou sarà il prossimo presidente dell'Uruguay, dopo che le percentuali del secondo controllo effettuato dalla Corte elettorale hanno confermato giovedì la sua vittoria nel secondo turno di domenica scorsa.
Il vicepresidente del tribunale, Wilfredo Penco, ha confermato a Efe che lo stesso "non effettua calcoli" e che l'agenzia non proclamerà il presidente "fino all'apertura dell'ultimo scrutinio", ma la differenza tra Lacalle e il candidato del Fronte Broad (FA, sinistra), Daniel Martínez, è già impossibile da superare .

Logistica, 130.000 schiavi in più negli ultimi 7 anni

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da IL SOLE 24 ORE del 28 novembre 2019-Ilaria Visentini

Oltre 130mila nuovi posti di lavoro: sono le opportunità occupazionali create negli ultimi sette anni dal settore dei trasporti e della logistica in Italia, con un balzo dai 503mila lavoratori dipendenti del 2011 ai 634mila di fine 2018, pari a un trend del 26% (+146% nel segmento dei corrieri) che non ha uguali in altri comparti dell’industria e dei servizi tricolore. Un dato che proiettato nei prossimi anni, sulla scia dell’exploit dell’e-commerce, lascia intuire enormi prospettive di lavoro nella supply chain domestica.

Ai numeri della Fondazione Itl (Istituto sui trasporti e la logistica), che ieri a Bologna ha organizzato un incontro su “Competenze e professionalità a supporto del settore”, fa da contraltare il dato che domani presenterà a Piacenza Randstad Research Italia: un posto di lavoro su cinque rischia di essere cancellato da qui al 2027 per l’impatto dirompente della digitalizzazione nella logistica in senso allargato (quindi non solo nella supply chain ma in tutte le funzioni logistiche nei diversi settori dell’economia).

«I nuovi occupati potrebbero però superare le professioni sostituite, perché l’innovazione in atto sta accelerando la richiesta di profili inediti, dall’addetto al controllo delle emissioni, ai magazzinieri digitali fino ai manager esperti di sostenibilità», precisa il centro di ricerca indipendente creato a inizio anno dal gruppo Randstad e stima saranno 600mila i lavoratori, sui 2,5 milioni di occupati in Italia in funzioni logistiche, che dovranno radicalmente aggiornare le proprie competenze per rispondere al cambiamento in atto nella filiera.

Tema, quello delle competenze, al centro della giornata di ieri organizzata da Itl nel capoluogo della via Emilia, in occasione della consegna dei primi diplomi della neonata Corporate Academy di rete creata da Eric-Emilia-Romagna Intermodal Cluster, l’ecosistema intermodale che da marzo 2018 mette assieme tutti gli operatori di hub pubblici e privati della regione (oltre 10mila imprese, più di 77.300 occupati, 12,3 miliardi di euro di fatturato solo sulla via Emilia), per spingere il trasporto sostenibile.

«La formazione di competenze in ambito logistico e intermodale (ferroviario in primis) è il primo dei tre obiettivi che l’assessorato ai Trasporti della Giunta Bonaccini si è prefissato nel promuovere la nascita di Eric - sottolinea il vicepresidente Raffaele Donini - seguito dalla volontà di sostenere l’internazionalizzazione delle nostre aziende logistiche e, terzo punto, dall’impegno a presentarci assieme alle grandi fiere internazionali. Tutti e tre gli obiettivi sono stati raggiunti con sperimentazioni riuscite che nei prossimi anni dovranno essere potenziate e implementate».

Nel suo primo anno di attività l’Academy del cluster emiliano-romagnolo ha dato vita a due progetti per la formazione di figure professionali tecniche e manageriali (corso per “Terminal operator” e per “Intermodal terminal manager”) percorsi gratuiti finanziati dalla Regione seguiti da 24 ragazzi, il 60% dei quali ha già un contratto in mano a meno di un mese dalla fine del corso. «L’Academy forma una figura che sul mercato oggi non esiste, quella di operatore intermodale; i ragazzi condensano in un anno di preparazione (a fronte dei due anni di formazione normalmente previsti) conoscenze tecniche su che cosa è l’intermodalità ferroviaria o su come si organizzano treni di trasporto merci e sono pronti per lavorare operativamente in azienda appena usciti dall’aula. Mancano solo le skill delle lingue e dell’informatica», precisa Sergio Crespi, direttore generale di Interporto Bologna.

«In ambito logistico e intermodale servono sempre più figure non solo tecniche (manovratore, macchinista) ma anche profili manageriali capaci di gestire il day by day e nel contempo di progettare nuovi servizi evoluti supportando l’azienda nello sviluppo del business a fine processo», conclude Daniela Mignani, project manager della Fondazione Itl.

Gli schiavi di Amazon.Si consegnano 130 pacchi al giorno

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da LA STAMPA del 28 novembre 2019-Giuseppe Bottero e Andrea Bucci

Lavoro per Amazon. Consegno 130 pacchi al giorno e sono schiavo di un algoritmo». Area industriale di Brandizzo, mezz'ora da Torino. Walter Ghiron, rappresentante sindacale della Uil Trasporti, trent'anni da compiere, gli ultimi tre e mezzo passati a fare su e giù per la città con un furgone, oggi si è fermato. E assieme a lui almeno cento colleghi. Sono corrieri, gli uomini «dell'ultimo miglio». Quelli costretti a sfidare il traffico infernale con in tasca il contratto di una delle tante ditte esterne a cui si affidano i signori dell'e-commerce. I figliastri del boom 2.0: un click, una corsa.
Si parte presto, racconta Ghiron, che ha un contratto a tempo indeterminato con una società di trasporti, «tra le 7,45 e le 8 devi essere in azienda, in questo caso a Brandizzo dove ha sede il polo logistico da cui partono i viaggi. Prima di mettermi al volante ricevo dal nostro responsabile le consegne affidate da Amazon. Quando salto sul furgone, però, l'applicazione che ognuno di noi ha sul telefonino in dotazione controlla il nostro percorso, ma il software informatico non tiene assolutamente conto degli imprevisti: il semaforo rosso, il traffico e la macchina che ti si spegne davanti con il "nonnino" alla guida. Ma tu devi consegnare e basta» Ghiron si ritiene fortunato, perché la rotta è sempre la stessa: precollina e Gran Madre. E' una vita frenetica, per 1600 euro al mese. Con l'incubo delle multe, che abbattono gli stipendi.
«Una consegna, una seconda e un'altra ancora senza guardare dove parcheggi: in doppia fila, sul marciapiede o in divieto di sosta. Mi capita di non allacciare nemmeno la cintura perché perderei troppo tempo tra una consegna e l'altra. Tra uno stop e l'altro prendo dal cassone del furgone il pacco per la prossima consegna e me lo metto nel sedile a fianco. Non dovrei farlo, ma così guadagno ancora qualche minuto. Non hai nemmeno il tempo per fermarti e andare in bagno». Qualcuno dei suoi colleghi s'è attrezzato: bottigliette nel cofano, e i bisogni sono sistemati. Pausa pranzo? «Mai fatta. Ordino per telefono un toast al bar più vicino, lo mangio davanti al cliente mentre consegno il pacco. Certi clienti non li vedo nemmeno, soprattutto quelli che vivono nei condomini perché per velocizzare la consegna lascio il pacco in ascensore». La grande rincorsa finisce alle sette di sera: «Torni a casa e non riesci a smaltire lo stress». E allora è nata questa protesta, proprio nei giorni del Black Friday. Con una manifestazione davanti al polo logistico. «Perché la nostra vita è a repentaglio tutti giorni, e non vengono riconosciuti gli straordinari».
È una ricostruzione che da Amazon contestano. «Il numero dei pacchi da consegnare è assegnato ai corrieri in maniera appropriata e si basa sulla densità dell'area nella quale devono essere effettuate le consegne» spiega il colosso. E i turni? «Circa il 90% degli autisti termina la propria giornata di lavoro prima delle 8 ore e 45 minuti come previsto dal contratto Trasporti e Logistica. Nel caso in cui venga richiesto straordinario, viene pagato il 30%. E chi lavora la domenica ha diritto al riconoscimento del riposo compensativo e alla maggiorazione del 50% dello stipendio».
Ghiron, è sufficiente? L'uomo delle consegne si confronta con gli altri, dopo una lunga assemblea. E alla fine si vota una protesta che non s'era quasi mai vista. Si va avanti, ma d'ora in poi rispettiamo le norme imposte da Amazon, spiega: rispetto del codice della strada, firma del cliente da apporre sul ritiro del pacco. Tutto secondo le regole. A scapito della velocità.

Trump punta su Giorgia Meloni?

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da LA REPUBBLICA del 28 novembre 2019-Claudio Tito

Donald Trump scende in campo. Non solo negli States per la corsa al secondo mandato presidenziale. Ma anche in Italia. Ovviamente non in prima persona, ma per interposta leadership. Il suo passo, infatti, sta tastando anche il nostro terreno in vista di eventuali elezioni anticipate. E le sue scelte sono state già compiute. La preferenza rimane nel perimetro cosiddetto "sovranista". Il favore, però, non è per Matteo Salvini bensì per Giorgia Meloni.
Che ci fosse del feeling tra l’universo "trumpiano" che si muove nel nostro Paese e la capa di Fratelli d’Italia, lo si era capito. Ma due settimane fa, per la precisione nel tardo pomeriggio di martedì 12 novembre, è accaduto qualcosa di più: è stata invitata dall’ambasciatore statunitense a Roma, Lewis Eisenberg, ad un incontro super riservato. Il faccia a faccia si è svolto nella residenza del diplomatico Usa, Villa Taverna. L’esito del colloquio è stato tanto pragmatico quanto fondamentale per il partito in ascesa della destra postmissina: l’amministrazione di Washington trasmette il suo apprezzamento. Al punto da rendersi disponibile a collaborare per un nuovo viaggio negli Stati Uniti della Meloni all’inizio del 2020. Una missione organizzata per farle varcare i cancelli della Casa Bianca per parlare direttamente con Trump o in alternativa con il vicepresidente Pence. L’agenda e le date sono ancora definire. Nelle intenzioni della presidente di Fdi ci sarebbe anche il tentativo di fare conoscenza, nella stessa occasione, con i pezzi forti del Grand Old Party, ossia del Partito Repubblicano.
Il secondo effetto è probabilmente ancora più concreto. Fare affidamento sull’amicizia americana significa, ad esempio, poter contare su un sostegno potente in una futura campagna elettorale. A partire dalle piattaforme che costituiscono il vero trampolino per agevolare le vittorie: web e social media. Insomma, la cosiddetta "bestia" salviniana potrebbe ritrovarsi un concorrente più efficiente rispetto a quelli che fino ad ora l’hanno sfidata.
Il placet di Washington, del resto, non solo è potenzialmente in grado di esercitare un peso sugli equilibri politici prossimi venturi ma, soprattutto, di ridefinire i rapporti di forza della destra italiana. Fino ad ora sostanzialmente egemonizzata da Matteo Salvini.
Anzi, proprio il segretario leghista sta svolgendo un ruolo, in negativo, nella costruzione delle nuove gerarchie "trumpiane" in Italia. Il nodo è sempre lo stesso: i rapporti del leader lumbard con la Russia e con gli "ambasciatori" di Putin. Il presidente americano non si fida di chi ha intavolato relazioni intense con Mosca. I documenti e gli audio pubblicati solo pochi mesi fa sugli incontri all’Hotel Metropole di Mosca hanno acceso i riflettori della magistratura italiana e hanno suscitato - come ultimo fattore di riflessione - l’attenzione degli analisti che lavorano per The Donald.
L’Amministrazione Usa punta a sollecitare e sostenere in Europa interlocutori certamente di stampo sovranista, preferibilmente antieuropeisti e sicuramente fedeli alla Nato. Il conflitto commerciale con la Cina, infatti, non viene considerato una banale lite economica. Lo scontro con Pechino accompagnerà gli assetti mondiali nei prossimi anni . E allora si punta su alleati capaci di prestare le garanzie massime. E Salvini non sembra garantirle a pieno. Non per la vicinanza alla Cina ma per quella alla Russia. Che nella diatriba sino-americana difficilmente si schiererebbe con gli States.
Non è un caso che quando, a marzo scorso, la Meloni volò per la prima volta negli Usa per partecipare al CPAC, la Convention dei Conservatori statunitensi, se la prese essenzialmente con l’Unione Europea («un’entità non democratica imposta alle nazioni europee da élite globali nichiliste guidate dalla finanza internazionale»).
La simpatia statunitense per la Meloni sarà dunque un fattore non trascurabile nei prossimi mesi. Tutto si muove nella previsione che le elezioni in Italia non si terranno a scadenza naturale, ossia nel 2023. Ma ben prima. L’appoggio di Trump, gli strumenti che una macchina tanto potente può mettere a disposizione, non saranno indifferenti. In primo luogo per le gerarchie dentro la destra italiana. E infatti il leader leghista ha iniziato a manifestare una qualche insofferenza nei confronti della sua alleata che non chiama mai per nome ma facendo ricorso a un paio di fiabe disneyane: quella dei sette nani e quella più recente di Malefica. Difficilmente le risponde al telefono (come accaduto per l’organizzazione della manifestazione del mese scorso a Piazza San Giovanni). Salvini spera di accelerare il ritorno alle urne proprio per evitare che si consolidi il rapporto di Fratelli d’Italia con i conservatori a Stelle e strisce. Il suo iperattivismo si sta così concentrando sul Senato e sulla possibilità di conquistare alla causa populista un plotone di parlamentari grillini al fine di mettere in crisi il Conte2.
Del resto, «competition is competition ». Quindi anche la guida della nuova coalizione di destra è in palio. Sia Salvini sia Meloni ne sono consapevoli. Semmai non trovano ancora una risposta ad un altro interrogativo: con chi si schiererà Berlusconi?
Di certo adesso risuonano in modo diverso le parole che poco più di un anno fa, alla festa di partito di Fdi, pronunciò Steve Bannon, lo stratega di Trump ed ex vicepresidente di Cambridge Analytica: «Io vi posso aiutare focalizzandoci sulle prossime europee per vincerle. Vi possiamo fornire e far realizzare sondaggi, analisi di big data, preparare cabine di regia, tutto quello di cui si ha bisogno per vincere le elezioni. Vi aiutiamo in modo gratuito ». E in un’altra occasione, proprio rivolgendosi alla stessa Meloni, le consegnò una specie di massima elettorale: «Dai un volto razionale al populismo di destra. Verrai eletta».
Resta il fatto che l’Italia sembra tornare ad essere una delle piattaforme su cui combattere la guerra fredda del XXI secolo. O più semplicemente diventerà una prateria per ingerenze o occulte scorribande straniere.

Stefano Patuanelli:"L'Iri spingerà l'industria"

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da IL CORRIERE DELLA SERA del 28 novembre 2019- intervista di Emanuele Buzzi

Ministro Patuanelli, si parla di lei come possibile leader 5 Stelle.

«Il Movimento ha già un capo politico e si chiama Luigi Di Maio. Non vorrei si fraintendesse la fase di cambiamento che il M5S sta mettendo in campo con il dibattito sulla leadership, che mi sembra più gossip che altro».

Sulle Regionali avete sbagliato a votare su Rousseau? Una sconfitta elettorale mette a rischio il governo?

«Penso fosse importante prenderci una pausa per organizzare al meglio gli Stati generali del Movimento, l’ho detto pubblicamente in massima tranquillità e onestà intellettuale. La nostra base ha scelto diversamente. È la democrazia bellezza, direbbe qualcuno. Il voto non metterà a rischio il governo, così come non lo rafforzerà, sarà semplicemente quello che è: il voto per la presidenza di Emiliaromagna e Calabria».

Ha ipotizzato un ritorno dell’iri: non sarebbe un’operazione di retroguardia?

«Viviamo in un momento nel quale il sistema industriale italiano è stretto tra la voglia di conservazione e il desiderio del cambiamento: fare politiche di innovazione in un mondo conservativo è complicato, lo è al contempo conservare il know-how in un mondo in costante evoluzione. Per questo occorre trovare un equilibrio attraverso un soggetto pubblico, chiamiamola nuova Iri o come volete voi, capace di evitare choc al sistema produttivo e choc occupazionali».

Come?

«Occorre una protezione del tessuto industriale del Paese, della filiera e dell’indotto di determinati settori. Non perché ci sia bisogno di nazionalizzare, ma perché le sfide che si pongono davanti, anche in termini ambientali, necessitano di un accompagnamento. Per le piccole e medie occorre mettere in campo una banca pubblica degli investimenti che garantisca un’erogazione del credito più efficace».

È ancora al palo il Fondo nazionale innovazione?

«Partirà tra domani e l’inizio della prossima settimana, sono contento di poter dare questa notizia. Abbiamo definito la governance e il fondo è pronto a partire come nuovo strumento di politica industriale per start-up e scale-up. Si tratta di un’operazione senza precedenti, un miliardo di euro, che l’ecosistema dell’innovazione aspettava da anni».

Su Alitalia ha detto che non ci sono soluzioni di mercato...

«Non ci sono soluzioni di mercato perché Atlantia ha deciso di uscire dalla cordata il giorno prima della scadenza. In questo senso il mercato ha fallito. Sul futuro di Alitalia stiamo valutando a livello di governo diverse ipotesi».

Il governo punta su Delta o Lufthansa? I tedeschi chiedono 4-5 mila esuberi.

«In queste settimane ho letto i numeri più stravaganti. Non solo sono cifre su cui non si può ragionare, ma non risulta nemmeno fossero previsti in alcuna delle ipotesi. Detto questo, la base del ragionamento è che manca un partecipante al Consorzio — Atlantia — che aveva manifestato l’intenzione di rilevare oltre il 30% della newco».

Per vendere la compagnia bisogna spacchettarla?

«Come ho già dichiarato lo spezzatino non è un’ipotesi sul tavolo del governo».

L’uscita di scena di Atlantia a suo avviso è legata alle concessioni autostradali? Lei è favorevole alla revoca?

«Il sistema delle concessioni ai privati doveva portare a più investimenti, più manutenzione e tariffe più basse. L’esatto contrario della realtà. La revoca è un processo amministrativo in corso, ma qui l’intero sistema delle concessioni va rivisto. La ministra De Micheli sta facendo un ottimo lavoro e ha tutta la mia fiducia».

Anche per Ilva si parla di esuberi: ci sarà un accordo?

«Lo vedremo nelle prossime settimane. Per l’ex Ilva e Taranto nulla dovrà essere più come prima: vogliamo provare a discutere di un piano industriale che veda al centro l’implementazione di nuove tecnologie e l’affiancamento dello Stato nel risanamento di un’area che ha sofferto troppo. Dal Mise, con il tavolo istituzionale permanente, abbiamo circa un miliardo da spendere per accelerare gli interventi in cantiere».

E per lo stabilimento?

«Nel breve periodo il ciclo integrale è necessario ma vanno fatti interventi importanti sugli impianti e sulle parti più inquinanti di questi. Sono scelte che devono essere prese con l’azienda e sono dirimenti per il proseguo del tavolo».

Alcune tasse come la sugar e la plastic tax sono state criticate: cosa farete?

«Stiamo andando verso la rimodulazione di quelle misure. Ora mi aspetto la stessa attenzione mediatica verso il piano Transizione 4.0, con cui daremo nuovo impulso agli incentivi 4.0 per le aziende con ben 7 miliardi di euro per le imprese, ponendo le basi del Green New Deal».

Centinaia di manifestanti si sono radunati nel centro di Hong Kong per ringraziare gli Stati Uniti per il loro sostegno

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Centinaia di manifestanti di Hong Kong si sono radunati giovedì sera nell'area del centro per celebrare l'adozione del Democracy and Human Rights Act degli Stati Uniti a Hong Kong. L'azione si svolge in Edinburgh Place Square con il permesso delle autorità ed è di natura pacifica. Gli attivisti stanno sventolando bandiere americane e cantando canzoni.

"Siamo grati al presidente Donald Trump e agli Stati Uniti per il loro sostegno nella nostra lotta per la libertà e la democrazia. Siamo contenti che l'America sia con noi", ha detto uno studente di 22 anni di nome Lee. Molti giovani manifestanti sono entrati in maschera, ma dichiarano che non intendono creare caos e buffonate radicali. Gli organizzatori dell'evento prevedono  fino a 10 mila persone.

Le autorità di Hong Kong hanno espresso condanna e profondo rammarico per la firma da parte del capo della Casa Bianca della legge, considerandola un'interferenza nei loro affari interni. Questo atto "invia falsi segnali ai manifestanti" e non contribuirà in alcun modo a migliorare la situazione in questa regione amministrativa speciale, ha sottolineato il governo.
La legge firmata da Trump imporrà all'amministrazione statunitense di riferire regolarmente ai legislatori sulla situazione a Hong Kong e prevede la possibilità di imporre sanzioni ai responsabili, secondo Washington, delle violazioni dei diritti umani in questa regione autonoma. Il documento prevede anche una valutazione annuale di come Hong Kong sia indipendente da Pechino come parte della sua politica del sistema a due paesi per estendere il regime commerciale preferenziale, economico, doganale e di investimento per gli Stati Uniti.
Le autorità di Hong Kong hanno ripetutamente messo in guardia sul fatto che l'inasprimento delle politiche commerciali colpirà gli interessi commerciali degli stessi Stati Uniti, dato che 85.000 cittadini e imprenditori americani si sono stabiliti nella metropoli e che sono in servizio 1.344 aziende americane.

La Cina ha aumentato significativamente le sue importazioni di petrolio saudita

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La Cina ha aumentato significativamente le sue importazioni di petrolio saudita, parte di un tentativo di trascinare il principe ereditario Mohammed bin Salman nella sua orbita nel mezzo di una guerra commerciale in corso con gli Stati Uniti.
Le importazioni di petrolio greggio di Pechino sono aumentate a quasi 2 milioni di barili al giorno (bpd) in ottobre, in aumento di 24 milioni bpd o del 76,3% rispetto al mese precedente, secondo il quotidiano saudita Asharq al-Awsat, citando l'Amministrazione generale delle dogane della Cina.
Due nuove raffinerie cinesi - Hengli Petrochemical e Zhejiang Petrochemical - hanno svolto un ruolo importante nell'urto, ha riferito il quotidiano saudita.
Mentre le sanzioni statunitensi al Venezuela e, in misura minore, all'Iran, hanno avuto un ruolo nella tendenza cinese ad appoggiarsi all'Arabia Saudita per la merce fondamentale, Pechino guarda anche a Riyad come un baluardo chiave contro la guerra commerciale di Trump.
"La Cina ha interesse a far gravitare maggiormente i sauditi verso di essa", ha detto  un economista con sede nel Golfo a condizione di anonimato, poiché non era autorizzato a parlare della questione.
Pechino ha aumentato le sue importazioni di petrolio saudita, ha detto, "nel contesto della guerra commerciale".
La propensione al rischio nei mercati asiatici si è inasprita giovedì dopo l'approvazione della legislazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a sostegno dei manifestanti democratici di Hong Kong, scatenando il timore di ritorsioni da Pechino.
Gli Stati Uniti e la Cina sono bloccati in un'aspra guerra commerciale che ha dislocato le catene di approvvigionamento e colpito la crescita economica in tutto il mondo, e si prevede che l'approvazione della legislazione di Hong Kong da parte di Trump provocherà una forte risposta da parte della Cina.
"Sollecitiamo gli Stati Uniti a non continuare a seguire la strada sbagliata, altrimenti la Cina prenderà delle contromisure e gli Stati Uniti dovranno sopportare tutte le conseguenze", ha dichiarato il Ministero degli Esteri cinese.
Per l'Arabia Saudita, corteggiare la Cina è altrettanto importante per assicurare il suo futuro in quanto legami con l'Occidente, e in particolare gli Stati Uniti - l'alleanza più importante della sua storia moderna - diventano sempre più sfilacciati.
Durante una visita storica a Pechino nel febbraio di quest'anno, il potente principe ereditario dell'Arabia Saudita Mohammed bin Salman ha stretto stretti legami economici con la Cina, scartando la difficile situazione dei musulmani uiguri che affrontano la repressione e l'internamento sulle loro credenze religiose.
Parallelamente, l'Arabia Saudita ha siglato un importante accordo con le società cinesi NORINCO e Panjin Sincen per costruire una raffineria di petrolio integrata e un complesso petrolchimico nella provincia nord-orientale di  Liaoning come parte di una nuova società, Huajin Aramco Petrochemical Co Ltd.
Ha inoltre firmato un protocollo d'  intesa  con Zhejiang Petrochemical, uno dei principali importatori di greggio saudita responsabile dell'urto del mese scorso.
Il colosso statale saudita ha annunciato il primo accordo, valutato a 10 miliardi di dollari, come una joint-venture sino-estera senza precedenti. I sauditi sono previsti per fornire il 70% dei 300.000 bpd di greggio a una raffineria pianificata e un complesso petrolchimico, che dovrebbe iniziare le operazioni nel 2024, secondo un  comunicato stampa .
Amin Nasser, CEO di Saudi Aramco, ha definito gli accordi, "una chiara dimostrazione della strategia di Saudi Aramco di passare da un rapporto acquirente-venditore a uno in cui possiamo fare investimenti significativi per contribuire alla crescita e allo sviluppo economico della Cina".

Gli Stati Uniti accusano la Russia di aiutare la Siria a nascondere l'uso di armi chimiche

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 Kenneth Ward, rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l'Organizzazione per il divieto delle armi chimiche (OPCW), ritiene che la Russia abbia aiutato la Siria a nascondere il presunto uso di armi chimiche nella città di Duma nell'aprile 2018
"Sfortunatamente, la Federazione Russa ha giocato un ruolo centrale in questo occultamento. Sebbene Russia e Siria siano seduti qui accanto a noi, in un senso fondamentale, siamo molto distanti", ha detto Ward.
"Queste dichiarazioni non sono convincenti. Non siamo d'accordo", Alexander Shulgin, ambasciatore russo presso l'organizzazione, ha risposto a una dichiarazione della parte americana. Ha nuovamente condannato la creazione all'OPCW nel giugno 2018 di una squadra per indagare e identificare gli autori dell'uso di armi chimiche, definendo questa decisione illegale e politicizzata. I rappresentanti siriani, a loro volta, hanno dichiarato di non collaborare a questa indagine.
I rapporti sull'uso di armi chimiche nella Duma siriana il 7 aprile 2018 sono stati distribuiti da diverse organizzazioni non governative, tra cui White Helmets. I rappresentanti del Centro russo per la riconciliazione delle parti in guerra hanno condotto un sondaggio sulla città il 9 aprile, ma non hanno trovato tracce dell'uso di armi chimiche. Il rapporto OPCW su questo argomento è stato distribuito il 1 ° marzo tra gli stati membri dell'organizzazione e presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Nota che nella Duma c'era un uso di una sostanza chimica tossica contenente cloro come arma, mentre il documento afferma che i cilindri con sostanze chimiche sono stati fatti cadere dall'aria.




mercoledì 27 novembre 2019

Beneficenza natalizia negli Usa.Quest'anno si accettano donazioni anche tramite Apple Pay e Google Pay

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Le donazioni natalizie vengono modernizzate negli Stati Uniti  con Apple Pay e Google Pay
Il segretario della divisione dell'Esercito della Salvezza per San Francisco, il "Capitano" Matt Madsen, mostra il sistema di pagamento chiamato "Kettle Pay" mercoledì a San Francisco, California.
I volontari dell '"Esercito della salvezza" chiedono donazioni per i bisognosi con una campana per le strade  da oltre un secolo, ma quest'anno si sono modernizzati e accettano anche pagamenti da Apple Pay e Google Pay.
Questa è la prima volta che l'organizzazione di beneficenza utilizza questi sistemi di pagamento digitali a livello nazionale, e lo fa in una campagna, quella di Natale, che di solito raccoglie diversi milioni di dollari in tutto il paese che sono destinati all'acquisto di cibo, vestiti e giocattoli per i bisognosi.

Edilizia scolastica, per la sicurezza servono 200 miliardi di euro


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da IL SOLE 24 Ore del 27 novembre 2019-Eugenio Bruno

Il Rapporto annuale stima gli investimenti necessari per rinnovare gli edifici
Le strutture in Italia sono circa 40mila con un’età media di 52 anni
Una sfida nella sfida. È quella che attende la complessa, costosa e per certi versi farraginosa macchina dell’edilizia scolastica per cercare di raggiungere due obiettivi non più rinviabili: rendere più sicure e al tempo stesso più sostenibili le 40mila scuole italiane. Ma per riuscirci serve un iniezione di liquidità senza precedenti. Circa 200 miliardi di investimenti pubblici, tre volte le risorse dedicate all’intero comparto dell’istruzione, secondo le stime contenute nel Rapporto sull’edilizia scolastica, che la Fondazione Giovanni Agnelli presenta oggi a Torino. Oltre 250 pagine di analisi, tabelle, contributi che individuano nell’incrocio tra architettura, pedagogia e didattica la bussola da seguire. In un piano, quanto meno di medio periodo, che ripeta su scala nazionale quanto avvenuto, in piccolo, nel capoluogo torinese.

Lo stato delle nostre scuole

Il rapporto parte dalla fotografia dello stato dei luoghi. Gli edifici scolastici in Italia, ci racconta l’Anagrafe dell’edilizia scolastica del Miur, sono circa 40mila; hanno un’età media avanzata (52 anni) e in due casi su tre sono stati costruiti più di 40 anni fa. Molte scuole sono fragili e insicure, edificate senza attenzione ai criteri antisismici e con l’impiego di materiali scadenti. Con diverse carenze sia nelle strutture portanti, sia negli impianti; così come sono numerosi i casi in cui non sono state adottate misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Non solo. Sia gli edifici degli anni Settanta sia quelli antecedenti mancano dal punto di vista della sostenibilità ambientale e dell’efficienza energetica: materiali non isolanti, vetrate e infissi che disperdono il calore, fonti di riscaldamento o raffreddamento inquinanti e inefficienti.

A tutto questo si aggiungono gli spazi scolastici che sono stati (e sono tutt’ora, in larga parte) pensati per una didattica tradizionale, trasmissiva: cattedre rialzate, lavagne al muro, banchi disposti in fila di fronte al docente, attaccapanni nei corridoi. Con una disposizione che, peraltro, penalizza innovazioni e metodi didattici diversi dalla lezione frontale. A pesare sull’intero quadro c’è anche una scarsa manutenzione ordinaria e straordinaria, che dipende pure dalla frammentazione di responsabilità e competenze distribuite tra Stato, regioni, enti locali e singole scuole in merito alla proprietà e alla conduzione degli edifici.
All’aspetto edilizio si lega, a doppio filo, anche l’aspetto demografico. Da cui discende un’altra considerazione: più che di nuove costruzioni, nei prossimi anni, l’Italia avrà bisogno di intervenire soprattutto sul patrimonio scolastico esistente. Rendendolo bello, sicuro, sostenibile e innovativo. Ciò accadrà - evidenzia ancora la Fondazione Agnelli - perché da qui al 2030 la popolazione nelle classi perderà 1,1 milioni di studenti: «Sarebbe pertanto velleitario - è scritto nello studio - immaginare nel nostro Paese un’importante stagione di nuove costruzioni».

I costi di un possibile intervento

E se, come annuncia l’attuale governo, a breve, partirà un maxi piano di investimenti pubblici in infrastrutture per spingere la crescita, allora, occorre inserire subito un capitolo ad hoc dedicato all’edilizia scolastica. Sul tema Fondazione Agnelli e Compagnia di San Paolo si sono già cimentate, intervenendo per rinnovare, a Torino, le scuole medie Enrico Fermi e Giovanni Pascoli. Qui, accanto a interventi pensati per rendere gli spazi di apprendimento funzionali a un modo diverso di fare didattica, sono stati necessari significativi interventi strutturali sia di consolidamento e sicurezza delle strutture sia di efficientamento energetico. A consuntivo, il costo complessivo dell’intervento sul Fermi, incluse le opere edili, gli arredi e i compensi professionali, è stato di circa 1.350 euro al metro quadro, Iva esclusa.
Applicando lo stesso costo, la Fondazione Agnelli stima che per ristrutturare e rinnovare i 40mila edifici scolastici oggi attivi, corrispondenti a circa 150 milioni di metri quadrati, servirebbero 200 miliardi di euro. È una cifra pari a qualcosa di più dell’11% del Pil, equivalente a tre anni dell’attuale spesa complessiva per l’istruzione.
«Si tratta di un investimento imponente, che non può che essere realizzato in molti anni - sottolinea il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto -. Ma proprio per questo è importante che l’ambizioso programma di riqualificazione delle scuole italiane venga programmato sin da adesso e perseguito senza incertezze e cambiamenti di rotta nei prossimi decenni». A beneficiarne sarebbe anche la collettività se è vero che, nell’arco di un decennio, il consumo di acqua si ridurrebbe di un quinto, quello di energia termica di un terzo e quello di elettricità addirittura del 50 per cento.

Così Grillo fermò i ministri nel processo al capo politico (salvando 5 Stelle e governo)




da IL CORRIERE DELLA SERA del 27 novembre 2019-Francesco Verderami

Beppe Grillo è stato costretto a intervenire, perché la scorsa settimana stava per saltare tutto: il Movimento, il governo e forse anche la legislatura. Pochi giorni prima che il fondatore di M5S arrivasse a Roma, infatti, si era tenuto un incontro durante il quale il sottosegretario alla presidenza Fraccaro e il Guardasigilli Bonafede avevano apertamente puntato l’indice contro Di Maio, additato per aver accumulato troppi errori e troppi incarichi. Al termine di un autentico processo politico, imbastito alla presenza dei maggiorenti grillini — dal ministro Spadafora, alla Taverna, a Di Battista — Di Maio aveva rinfacciato ai suoi accusatori di averlo offeso personalmente, con toni violenti ed espressioni ritenute ingiuriose: di fatto, sciolta la riunione, la delegazione 5 Stelle al governo non esisteva più.
Così, per quanto possa apparire paradossale, l’uomo del «vaffa» ha dovuto interpretare il ruolo dello «stabilizzatore», si è assunto cioè l’onere di placare gli animi nel Movimento e di tranquillizzare — incredibile ma vero — Zingaretti, prima di adottare in pubblico le parole che i dorotei usavano solo nei colloqui riservati: «Non rompete più i c...». Ma Grillo è consapevole che il cessate il fuoco avrà una durata limitata, perché a dividere M5S è un problema culturale che non potrà essere sempre risolto utilizzando categorie pre-politiche: il suo «volemose bene» basterà per un po’ a sedare le tensioni, non a cancellarle.
E sarebbe un errore derubricare le divergenze a questioni di governo e di potere, con il blocco «contista» da una parte e la fronda «anticontiana» dall’altra. Anche se è talmente sensibile la materia, da aver imposto ieri al portavoce del premier di smentire manovre di Conte contro il leader dei grillini. Per quanto il Pd tifi per questa soluzione, e lo sussurri pure. Se regge l’equilibrio, è perché (per ora) nel Movimento Di Maio non ha alternative, e anche perché (per ora) Di Maio non vede alternative. Tuttavia è evidente quale sarebbe la sua linea: basta mettere in sequenza la sparata contro il Mes, l'affondo contro Renzi sui fondi alla politica e il pressing per approvare la prescrizione. «Cerca pretesti», secondo i democratici. O, per dirla con il vicesegretario pd Orlando, perché «non ha più niente da perdere».
Insomma, il cuore porterebbe Di Maio da un’altra parte, al punto che la Meloni si è stufata dell’andazzo e l’ha messo in piazza: «Salvini dica chiaramente “mai con i grillini”». E Salvini candidamente ha risposto: «Mai con i grillini alleati del Pd». «Qualcosa è rimasto tra Luigi e Matteo», ammette un autorevole esponente 5 Stelle, e non è solo la chat di Whatsapp rimasta aperta. Stretto nella morsa del bipolarismo, Di Maio prova a resistere evocando la «terza via». Ma in prospettiva M5S sembra la Polonia del ‘39, vittima predestinata delle mire di Pd e Lega che vorrebbero spartirsi ciò che resta del Movimento: nei suoi sondaggi riservati non va oltre il 10%.
In questa situazione, regola politica vorrebbe che i grillini si aggrappassero al governo come roccaforte. Però siccome coi cinquestelle le regole della politica non valgono, proprio tra i cinquestelle c’è chi teorizza che l’esecutivo «potrà arrivare fino a primavera». Le urne sarebbero il regalo più bello per Salvini, che non può certo stare tre anni ad aspettarle senza correre il rischio di logorarsi. E nel Pd monta il pessimismo: d’altronde fino a quando Conte potrà resistere a Palazzo Chigi, nascondendosi dietro le emergenze? Perché con l’emergenza ligure è riuscito a distogliere l’attenzione dall’emergenza Venezia, che aveva distolto l’attenzione dall’emergenza Alitalia, che aveva distolto l’attenzione dall’emergenza Ilva... Che travaglio.
E mettere anche l’emergenza Conte sulle spalle di Grillo sarebbe eccessivo: il fondatore di M5S può limitarsi a un appello, non può curarsi dei dettagli politici quotidiani. E il diavolo si annida lì. Ma non tutto è perduto, anzi per il ministro Speranza c’è speranza, e le Sardine starebbero dando un grande contributo, siccome «in quelle piazze c’è anche gente grillina, che spinge a un’intesa tra le forze democratiche». Così il Movimento verrebbe sospinto da un altro movimento. Forse.


ALEXEY GONCHARUK:"Dal 2020 la maggior parte dei servizi medici del nostro paese saranno gratuiti"

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Il primo ministro ucraino Alexey Goncharuk ha dichiarato che nel 2020 la maggior parte dei servizi medici nel paese sarà gratuita. Lo ha scritto sulla sua pagina Facebook.
Secondo lui, dal 1 ° aprile 2020, lo stato inizierà a finanziare tutte le spese per la fornitura di cure mediche di emergenza, i servizi di un medico specializzato, l'assistenza medica per malattie complesse e incurabili, nonché per la necessaria riabilitazione.
Si noti che anche il trattamento dei bambini di età inferiore a 16 anni e le cure ostetriche diventeranno gratuite.
"Perché ciò funzioni, prima del 1 ° aprile 2020, le istituzioni mediche devono stipulare accordi con il Servizio sanitario nazionale. È con l'aiuto dell'NHRI che lo stato finanzierà tutti questi servizi ”, ha aggiunto Goncharuk.
Il 10 novembre, i russi hanno dichiarato che il 30% di loro ha sostenuto costi aggiuntivi durante il trattamento in ospedale. Di questi, quasi il 10% non ha ritenuto che ciò costituisse una violazione dei propri diritti e il 16% ha ammesso di non essere a conoscenza dell'elenco dei medicinali che dovrebbero ricevere gratuitamente. Si noti che solo il 35% degli intervistati ha espresso la propria disponibilità a lottare per i propri diritti a ricevere i farmaci prescritti dalla legge.

Spie russe e cinesi hanno preso di mira la Repubblica Ceca

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Spie russe e cinesi hanno preso di mira ripetutamente la Repubblica Ceca lo scorso anno, secondo quanto riferito dal servizio di intelligence del paese (BRI) nel suo rapporto del 2018 pubblicato martedì, che dettagliava gli attacchi informatici e la disinformazione.

Il rapporto arriva poco più di un mese dopo che la BRI e la polizia ceca hanno annunciato di aver rotto una rete di spionaggio russa che operava attraverso la sua ambasciata di Praga, lanciando attacchi informatici contro obiettivi cechi e stranieri.
La Russia era probabilmente dietro all' attacco alla rete di computer non classificata del ministero degli Esteri ceco, secondo il rapporto della BRI, pubblicato sul suo sito web.

"Gli aggressori hanno cercato di garantire l'accesso permanente al sistema interessato", ha detto.
E un gruppo cinese di spionaggio informatico era probabilmente dietro un attacco alla rete non classificata del ministero degli Esteri che utilizzava malware - software dannoso - ha aggiunto la BRI.
Ha affermato che un terzo incidente, un attacco di malware agli account di posta elettronica privati ​​dei soldati cechi, è stato effettuato dal gruppo APT28, che l'FBI collega al governo russo.
"I servizi di intelligence della Federazione Russa e della Repubblica popolare cinese svolgono le attività più attive e più aggressive", ha affermato la BRI.
La Russia aveva cercato di "manipolare il processo decisionale e le persone responsabili del processo decisionale", afferma il rapporto. Lo staff di tutti i servizi di intelligence russi era attivo sul territorio ceco nel 2018, ha aggiunto.





SPAGNA.Vox si rifiuta di votare una legge che punisce la violenza sulle donne

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Vox ha replicato questo mercoledì al Congresso la strategia del blocco istituzionale per combattere la violenza sessista. La formazione presieduta da Santiago Abascal ha rifiutato di sostenere un testo promosso dai socialisti a favore dell'eliminazione della violenza contro le donne e che ha cercato il sostegno di tutti gli altri gruppi parlamentari, ma non ha ancora spiegato i motivi della sua decisione.
Il Congresso richiede l'unanimità nei gruppi parlamentari in modo da poter approvare qualsiasi dichiarazione istituzionale. Non partecipando Vox all'accordo, il testo non serve a nulla .
L'iniziativa era intesa per il Congresso di esprimere "il suo fermo impegno per lo sradicamento della violenza contro le donne, il suo profondo rifiuto di aggressori sessisti e omicidi e il pieno sostegno alle donne vittime e ai loro figli e figlie".
"Il Congresso dei deputati vuole alzare la voce contro la violenza di genere consapevole che di fronte alla violenza, il silenzio è complice " , ha continuato il testo. Per concludere, la dichiarazione frustrata ha richiesto la responsabilità di tutte le autorità pubbliche , organizzazioni e cittadini per garantire che tutte le donne possano vivere una vita uguale senza violenza sessista.

Presto 6 lavori su 10 saranno automatizzati

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L'Ansa il 17 luglio 2016 ha battuto una strana notizia:manager e igienisti dentali per ora stiano sereni:i lavori che l'uomo potrebbe vedersi "rubare" a stretto giro dai robot sono altri,in primis nei settori della ristorazione e dalla produzione industriale:a sostenerlo è un rapporto di McKinsey A Future that works:Automation,employment and productivity che analizza l'impatto dell'automatizione e della robotica sul mondo del lavoro sul lungo periodo (50 anni) considerando scenari evolutivi a diverse velocità.Il rapporto ha anche stilato una classifica dei lavori che nel prossimo futuro hanno più probabilità di altri di essere automatizzati.
Un dato interessante che emerge dall'analisi è che solo il 5% dei lavori potrà essere completamente automatizzato,ma l'automazione avrà un impatto in una misura pari al 30%,su circa il 60% delle mansioni lavorative.In altre parole, in 6 tipologie di lavoro su 10 una buona parte dei compiti sarà eseguito da macchine.Secondo lo studio,in tutto il mondo 1,2 miliardi di posti di lavoro sono sostituibili,in tutto o in parte, con le tecnologie disponibili a livello commerciale,di cui 700 milioni in India e Cina nei soli cinque Paesi europei esaminati ,Francia, Germania,Italia,Spagna e Uk, i posti full-time a rischio sono 54 milioni,pari a un monte stipendi di 1700 miliardi.
A una conclusione simile (il 47% dei lavori sostituibili) sono giunti Benedikt Frey e michael Osborne della Oxford University,già autori del Paper dal titolo The Future of Employment:how susceptibile are jobs to computerisation? A loro volta hanno curato un rapporto analogo Technology at work.The future of innovation and employment.La tesi principale del lavoro del 2013 è che circa la metà degli occupati statunitensi,il 47%,per essere precisi, sia attualmente ad alto rischio "sostituzione".L'automazione porterà cioè a decine e decine di milioni di disoccupati nel corso dei prossimi due decenni,senza però spiegare,al di là delle stime pessimistiche,che cosa avverrà dopo che l'effetto di "disboscamento degli umani" sarà concluso.

martedì 26 novembre 2019

ELEZIONI BRITANNICHE.La comunità ebraica spera che non vinca Jeremy Corbyn

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È insolito che i leader spirituali siano coinvolti nel dibattito politico in vista delle elezioni parlamentari, ma Mirvis non voleva tacere. Il 63enne ha scritto che c'è una grande paura all'interno della comunità ebraica se Corbyn dovesse accedere a Downing Street.
Negli ultimi quattro anni ci sono stati numerosi episodi antisemiti all'interno del Labour, il partito operaio su cui tradizionalmente molti ebrei britannici votano. Le legittime critiche alla politica israeliana nei confronti dei palestinesi sono regolarmente accompagnate da commenti maliziosi sul popolo ebraico, riferimenti all'olocausto e teorie cospirative . Ora c'è persino un'indagine della commissione britannica per i diritti umani.
Anche durante questa campagna elettorale, alcuni parlamentari laburisti sono stati screditati per dichiarazioni antisemite, per lo più espresse sui social media. All'interno del partito c'è stata una piccola deflazione dei parlamentari ebrei lo scorso anno. Una di loro, Luciana Berger, è ora candidata ai liberaldemocratici in un quartiere di Londra con una grande comunità ebraica.
Il rabbino capo non ha invitato gli inglesi a non votare per il Labour, ma ha condiviso le sue paure sulla "bussola morale della nazione" se Jeremy Corbyn dovesse vincere le elezioni. "Cosa accadrà agli ebrei e all'ebraismo in Gran Bretagna se ai laburisti sarà permesso di formare il nuovo governo?" È una domanda che ha spesso sentito durante i suoi viaggi attraverso il paese.


Almeno 17 morti nel nord-est della Siria a causa di un attacco con autobomba

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Un'autobomba attribuita alle milizie curde YPG ha ucciso 17 persone e lasciato più di 20 feriti nei pressi della città di confine siriana di Ras al Ain, controllata dalle milizie alleate di Ankara, ha detto il governo turco.
La bomba è esplosa nel villaggio di Tel Halef, a ovest della città di Ras al Ayn, occupata dalle forze alleate della Turchia dopo un'offensiva lanciata contro l'YPG il mese scorso

Kyriakos Mitsotakis:"Io sono l’anti populista,ridurrò le tasse e aumenterò il potere d'acquisto dei greci"

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da IL CORRIERE DELLA SERA del 26 novembre 2019-intervista di Federico Fubini

Kyriakos Mitsotakis all’ora di pranzo resta in maniche di camicia alla scrivania che per anni, forse per una vita, si è preparato ad occupare. Nel suo albero genealogico è il quarto primo ministro greco: suo padre Konstantinos fu terzo, sua sorella Dora Bakoyannis è stata ministra degli Esteri. Essere venuto al mondo in una famiglia così non è stato solo un privilegio per quest’uomo di 51 anni, con diplomi a Harvard e Stanford e una carriera a Mckinsey nel curriculum. Quand’era neonato, i suoi vivevano relegati agli arresti domiciliari dalla giunta dei colonnelli; quand’era studente, suo cognato fu trucidato da un gruppo armato comunista. Dev’essere anche per questo che Mitsotakis nel Maximou, la residenza dei premier, non mostra affatto la noncuranza di uno che sente di esercitare un diritto naturale; è motivatissimo, carico di energia quando dice: «Io sono l’anti populista. Darò alla Grecia una direzione nuova dopo l’era della crisi».

Mitsotakis, lei è premier da cinque mesi. Che strategia ha?

«La priorità è garantire che la Grecia si lasci alle spalle la crisi e raggiunga una crescita sostenibile e inclusiva che faccia leva sui nostri punti di forza. Vogliamo ridurre le tasse, sostenere il potere d’acquisto,I vincoli imposti dall’ue rendere il Paese attraente per gli investimenti esteri e per i capitali del Paese. Vogliamo raggiungere tassi di crescita significativamente più alti di come sarebbe stato con il governo di prima (di Alexis Tsipras, ndr)».

Come fa se l’accordo con l’unione europea prevede che manteniate un forte surplus di bilancio — il 3,5% del Pil — al netto degli interessi?«stiamo legiferando sui tagli alle tasse proprio ora. Abbiamo appena presentato un nuovo pacchetto fiscale che taglia l’aliquota sulle imprese dal 28% al 24%, i dividendi dal 10% al 5% e taglia notevolmente il carico sul settore immobiliare. In più, creiamo un sistema di vantaggio per gli stranieri che fanno della Grecia la loro residenza fiscale e rendiamo fiscalmente conveniente la spesa in ricerca e sviluppo. È tutto concordato con l’europa e riteniamo che non metta a rischio il surplus primario di bilancio al 3,5% nel 2020. Quest’anno e il prossimo lo rispettiamo, anche se abbiamo già ridotto la pressione fiscale».

Come fa a controllare i conti tagliando tanto le tasse?

«Perché l’economia crescerà di più, dunque avremo più entrate. Inoltre stiamo allargando la base fiscale e spingiamo sui pagamenti digitali. Ma ho detto ai miei interlocutori: conquisterò credibilità, dimostrerò che quando parlo di riforme faccio sul serio e l’anno prossimo discuteremo di ridurre gli obiettivi di surplus di bilancio del 2021 e 2022».

Pensa ci sia spazio in Europa per darvi concessioni?

«È chiaro. L’obiettivo di surplus primario al 3,5% oggi non ha senso. Ormai abbiamo tassi sul debito molto più bassi e cresciamo più di quando furono fissati quegli obiettivi. E c’è una ragione politica: non c’era fiducia nel governo di prima, ce n’è molta nel mio. Non rischiamo di tornare all’indisciplina di bilancio».

L’otto novembre lo spread sui titoli greci è stato più basso di quello dell’italia. È perché, a differenza dell’italia, la Grecia oggi segue una rotta precisa?

«Gli investitori si sono convinti che non c’è un reale rischio politico sulla Grecia e che abbiamo lasciato la crisi alle spalle».

Dunque, chiunque governi a Atene, l’euro non è in discussione?

«Oggi questa è una domanda irrilevante. Non ce lo chiede più nessuno. La domanda è: chi avrà una storia di crescita positiva nell’area euro? È se confrontiamo la Grecia con altri Paesi del Sud Europa, ciò che conta è che abbiamo un solo partito al governo, con un mandato forte, una maggioranza assoluta in parlamento e un impegno sulle riforme. Un governo anti-populista».

Lei si vede come l’incarnazione dell’anti populismo?

«Sono stato eletto come anti populista, certo. Volevo batterli, i populisti. Quando nel 2015 o nel 2016 Tsipras era il cocco dell’establishment europeo e certa gente pensava che sarebbe rimasto per sempre, io dicevo: lo vedrete, populisti sono incompetenti, non hanno soluzioni e a un certo punto i greci se ne accorgeranno. La Grecia ha sofferto, ma ora sta uscendo dalla crisi e ha un governo riformista. Noi come Paese avremmo potuto disintegrarci, uscire dall’euro e andare alla catastrofe. Invece abbiamo dimostrato tenuta e perseveranza e ne usciamo più forti e maturi come società. Quando è così, non serve molto per cambiare l’atmosfera».

Lei è il primo in Europa a battere un governo populista alle elezioni. Che lezione ne trae?

«Che saremo vaccinati contro il populismo per un pezzo».

Crede che l’italia debba passare attraverso lo stesso ciclo politico?

«Non so. Ma se lei chiede a me, spero di no. Può essere distruttivo».

L’europa sta lasciando la Grecia da sola a gestire i rifugiati?

«L’europa deve accelerare e non è solo questione di soldi. Va cambiato l’accordo di Dublino, trovando un quadro di condivisione degli oneri nel gestire le domande di asilo. Abbiamo regole uniformi ovunque, non c’è ragione per cui debbano essere gestite solo in Grecia o in Italia. Poi l’europa deve anche proteggere i suoi confini esterni con un sistema Frontex più forte».

I vostri centri di accoglienza nell’egeo sono in condizioni inaccettabili, lo sa vero?

«Abbiamo accelerato le procedure di asilo e stiamo mettendo su centri di detenzione pre-ritorno in Turchia. Ora, poiché la situazione è chiaramente molto difficile, abbiamo preso una decisione politica anch’essa delicata: spostare 20 mila persone dalle isole alla terraferma. Ma l’europa deve smettere di nascondere la testa nella sabbia e fingere che questo sia solo un problema greco, italiano o spagnolo. È una questione europea».

Trova che sui rifugiati l’europa abbia dato troppa attenzione all’italia invece che alla Grecia?
Il surplus primario al 3,5% non ha più senso. C’è spazio per concessioni? È chiaro

«Assolutamente sì».

Stanno torturando e uccidendo lentamente Julian Assange

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In combutta con il regime di Trump, la Gran Bretagna sta uccidendo Assange lentamente per il "crimine" di giornalismo che dice la verità come dovrebbe essere.
Isolato in isolamento di massima sicurezza, negato il necessario trattamento medico e dentistico di vitale importanza , è un crimine contro l'umanità "causando intenzionalmente grandi sofferenze o gravi lesioni al corpo o alla salute mentale o fisica" - secondo lo statuto di Roma del Tribunale penale internazionale.
L'isolamento a lungo termine dietro le sbarre è una tortura secondo qualsiasi standard, una flagrante violazione degli Otto emendamenti degli Stati Uniti, che vieta "punizioni crudeli e insolite".
La Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura definisce la pratica come qualsiasi azione statale, "causando un forte dolore o sofferenza, sia fisica che mentale ... intenzionalmente inflitta a una persona" per informazione, punizione, intimidazione o discriminazione intenzionale.
I prigionieri isolati per lunghi periodi subiscono attacchi di panico, letargia, insonnia, incubi, vertigini, ritiro sociale, perdita di memoria e appetito, delusioni e allucinazioni, profonda disperazione e disperazione, pensieri suicidi e paranoia.

L'isolamento a lungo termine è come essere sepolto vivo, a volte causando un trauma irreversibile, i prigionieri diventano disfunzionali e simili a zombi.
BZ è un farmaco potente che altera la mente. Secondo il Manuale di tossicologia degli agenti di guerra chimica, è "usato come un CWA allucinogeno e inabilitante (agente di armi chimiche)". Le
sue proprietà tossiche possono danneggiare o invalidare chiunque sia esposto a esso anche a piccole dosi. BZ colpisce il sistema nervoso centrale e periferico.
Quando esposti al farmaco, i sintomi includono disorientamento, agitazione, tremore, atassia (perdita di controllo dei movimenti corporei), stupore, coma, convulsioni, nausea e vomito.
Le accuse fabbricate dagli Stati Uniti contro Assange, la sua prigionia e gli orribili maltrattamenti sono tutte incentrate sul volere dire la verità su illeciti del governo.
Si tratta di mettere in guardia i giornalisti indipendenti dall'esporre alti crimini di stato. È una guerra aperta alla democrazia digitale, l'ultima frontiera dell'espressione libera e aperta, l'unico spazio indipendente affidabile per notizie, informazioni e analisi reali - che consente a chiunque di esprimere liberamente o avere accesso a opinioni su qualsiasi argomento.
In seguito all'accusa di Assange dello scorso maggio su molteplici finte spionaggio dello Spionage Act del 1917, l'Electronic Freedom Foundation (EFF) lo ha denunciato come "un chiaro e presente pericolo per il giornalismo, la libertà di stampa e la libertà di parola".


Vladimir Zelensky:"La relazione con la Russia è molto complicata"

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 Il presidente dell'Ucraina Vladimir Zelensky ha descritto le relazioni dell'Ucraina con la Russia come molto complesse.

"Abbiamo rapporti complicati con la Russia", ha detto, rispondendo alle domande dei giornalisti durante un briefing congiunto con il presidente estone Kersti Kaljulajd a Tallinn. "Abbiamo avviato un dialogo [con la Russia]", ha affermato, "a dire il vero, sarà lanciato durante la" riunione normanna di quattro leader (Germania, Russia, Ucraina, Francia) ".
Zelensky ha menzionato la conversazione con il presidente russo Vladimir Putin il giorno prima. "Abbiamo discusso del fatto che l'anno sta finendo e dobbiamo concordare la firma di un nuovo accordo sul gas a lungo termine. Per noi, questa è una priorità. È anche necessario per la sicurezza energetica di tutta l'Europa", ha affermato il presidente.
Il vertice dei Norman Four si terrà a Parigi il 9 dicembre.

Il disboscamento degli umani

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Riccardo Staglianò nel suo libro AL POSTO TUO parla di "disboscamento dagli umani" in quanto il supercapitalismo digitale,in particolare in settori come la logistica,non solo ha "assunto magazzinieri,pagandoli poco e facendoli trottare tanto",ma ora punta alla progressiva sostituzione dei lavoratori umani con le macchine,come confermato oltreoceano dallo stesso ma invece di "progredire",di evolverci e di migliorare non solo la produttività ma anche le condizioni e i diritti dei lavoratori,siamo ripiombati indietro nel tempo,registrando ritmi di lavoro,tematica di certo non nuova.Prendiamo per esempio la nuova moda di impiantare chip demali,per "comodità" ,sui luoghi di lavoro senta minimamente pensare alle conseguenze sociali del gesto (per esempio il caso della Three Square Market i cui manager avevano proposto ai propri dipendenti l'innesto di un microchip negli scarponi e negli elmetti degli operai per implementare la sicurezza sul lavoro e conoscere sempre la posizione dei dipendenti.I sindacati intervennero dichiarano inaccettabile la richiesta.Non è necessario infiltrarsi come Malet in un'azienda per immaginare la situazione in alcuni lavoratori immigrati sono arrivati da noi sperando di guadagnare di più.La miseria con cui venivano pagati gli immigrati è diventata poi il parametro cui adeguare la nostra paga,livellando cosi verso il basso su tutti i salari.Il lavoro è diventato sempre più disumano e precario.Ovviamente non è finita.Il passo successivo è la sostituzione dei lavoratori con i robot,come denunciato da Jack Ma.La Terza Rivoluzione Digitale è in atto e Ma invita a non "competere con le macchine" ma a sviluppare ciò che i robot non possono ancora rubarci:la creatività e lo spirito di collaborazione per evitare che lo sviluppo tecnologico ci schiacci è fondamentale mettere la tecnologia al servizio dell'uomo,invece che contro di esso,migliorando la vita di tutti puntando al benessere collettivo e non alla mera produttività e alla ricchezza di pochi.Pochi perchè secondo le stime degli economisti,molti verranno soppiantati,disboscati appunto,dalle macchine.

da CYBERUOMO -Enrica Perucchietti (Arianna editore)

lunedì 25 novembre 2019

Chi deve modellare la nostra società?


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L'esuberanza di beni e servizi riversati sul mercato,l'alimentazione dei desideri di massa,l'adeguamento degli stili di vita alle esigenze di consumo e smaltimento,finiscono per essere forze determinanti i caratteri della società.La politica e il diritto ne risultano annichiliti.La tecnologia,cioè la scienza alleata all'economia o l'economia alleata alla scienza,le quali si alimentano reciprocamente,avendo come fine l'incremento della conoscenza scientifica e lo sviluppo economico attraverso le inevitabili applicazioni pratiche delle conoscenze scientifiche? La risposta deve essere no.
Il fatto che tecnica ed economia siano oggi un problema serissimo per la democrazia impone dunque un nuovo costituzionalismo,garantista ma anche prognostico.Cosa significa prognostico?  Capace cioè, sulla base delle riflessioni ad esempio di Hans Jonas sul principio responsabilità,di guardare avanti, praticando lungimiranza sugli effetti domani delle decisioni e degli atti assunti o non assunti ,oggi, portando tra i diritti da riconoscere e da tutelare con responsabilità anche quelli, appunto, dell'ambiente,della sostenabilità e delle generazioni future,ma ponendo anche il principio di precauzione come base di ogni agire responsabile,premessa di ogni valutazione su una nuova tecnica ma introdurre nella società e nell'ambiente naturale.
Perchè il cambiamento è inscritto nelle cose umane,ma chi governa il cambiamento? E chi oggi lo produce? Indipendentemente dagli uomini? Perchè la connessione e l'integrazione delle parti nel tutto sono elementi appunto tipici del capitalismo tecnico fin dalle sue origini a partire dalla prima rivoluzione industriale.Capitalismo connesionista ieri e oggi,oggi più di ieri,oggi meni di domani per la tendenza appunto innata nell'apparato tecnico a connettere,e far convergere le parti verso il tutto/uno e insieme accrescere il tutto/uno.Evoluto/accresciuto è solo il tasso di connessione/connettività/integrazione richiesto/imposto/possibile grazie ai nuovi messi di connessione come la rete.E per questo accrescimento,utile è anche il nuovo feticismo della connessione.Producendo il desiderio,il feticismo di voler essere connessi,mentre ieri questa connessione,la si doveva imporre con la forza,con la disciplina ,con l'efficacia del comando.