Anglotedesco

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martedì 31 marzo 2020

Videonews 31 marzo 2020


Montaggio di Anglotedesco

CORONAVIRUS.A Las Vegas i senzatetto sono stati messi a dormire in un parcheggio



Le immagini di dozzine di senzatetto che dormono in un parcheggio a Las Vegas, Nevada, hanno sollevato accuse di insensibilità alle autorità locali.
"Il Nevada, uno stato in uno dei paesi più ricchi del mondo, ha fatto righe sul pavimento di un parcheggio per mantenere la distanza sociale tra i senzatetto", ha commentato un utente di Twitter.
“Las Vegas ha messo i senzatetto nei parcheggi mentre gli hotel della città sono completamente vuoti. Per qualche ragione, questa foto riassume tutto ciò che è sbagliato in questo paese e nella sua risposta alla crisi covid-19 ", ha detto un altro utente di Twitter.

La Commissione europea indagherà sull'Ungheria

Orban's allies want concessions ahead of critical vote

Le misure di emergenza progettate dai vari Stati membri dell'Unione europea in risposta alla nuova crisi del coronavirus devono essere "proporzionate" e limitate "a quanto strettamente necessario" per combattere la pandemia, ha avvertito il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che martedì ha firmato una dichiarazione che ricorda che in Europa "i valori di libertà, democrazia, stato di diritto e rispetto dei diritti umani" non si estinguono mai, nemmeno in momenti difficili come quelli che stiamo vivendo .
Senza mai menzionare il caso dell'Ungheria, in cui la maggioranza parlamentare del partito Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán ha approvato una legge che estende indefinitamente il regime di emergenza e conferisce poteri plenipotenziari al governo.
Il caso ungherese verrà valutato nella riunione settimanale del collegio dei commissari domani, ha confermato il portavoce della Commissione europea, sottolineando che, oltre ad analizzare il pacchetto legislativo approvato dal Parlamento di Budapest, i servizi della Commissione "monitoreranno anche tutti gli sviluppi nell'applicazione del diploma da parte del governo".
Bruxelles fa una chiara distinzione tra misure straordinarie che assicurano che "i governi dispongano degli strumenti necessari per agire rapidamente ed efficacemente per proteggere la salute pubblica e i cittadini" e le azioni che, sotto la copertura della crisi, mettono in discussione i meccanismi diritti democratici e umani.

CORONAVIRUS.La Cina rischia una seconda ondata?

Japanese doctor with focus in public health nominated as next WHO ...

Mentre alcuni paesi asiatici sembrano aver rallentato la diffusione del coronavirus, nessuna nazione dovrebbe abbassare la guardia,  cosi dicono gli esperti dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS).
"Vorrei essere chiaro. L'epidemia è tutt'altro che finita in Asia e nel Pacifico", ha detto ai giornalisti il ​​direttore regionale dell'OMS per il Pacifico occidentale Takeshi Kasai.
"Considerando che i paesi e le aree di questa regione hanno mostrato che la curva dei contagi si è appiattita, continuano a comparire focolai in nuovi luoghi e le importazioni continuano a destare preoccupazione".
Nel frattempo, i funzionari sanitari cinesi hanno riferito martedì scorso che non ci sono stati nuovi casi confermati di Covid-19 registrati nella provincia di Hubei ,dove è iniziata l'epidemia, per il settimo giorno consecutivo. Tutti i nuovi 48 casi segnalati sono stati collegati alle persone che arrivano dall'estero.
Le autorità cinesi hanno affermato che sebbene la trasmissione della malattia sia stata in gran parte interrotta, il numero crescente di casi importati rischia di innescare una seconda ondata.

EMILIANO BRANCACCIO:"Mario Draghi si rifiuta di rispondere su chi pagherà questa crisi"

Governo di unità nazionale e Draghi premier. Cosa può accadere ...


di Emiliano Brancaccio

Tra le inettitudini di chi insiste nel considerarla una recessione passeggera e ritiene di poterla gestire con i consueti strumenti di politica economica, Mario Draghi ha avuto il merito sul Financial Times di sgombrare il campo dalle illusioni e di riconoscere la dimensione effettiva di questa crisi senza precedenti.
L’ex presidente della BCE dichiara che siamo “come in guerra”, e come è sempre accaduto durante e dopo le guerre la risposta di politica economica “dovrà consistere in un aumento significativo del debito pubblico”. A suo avviso, “la perdita di reddito sostenuta dal settore privato dovrà essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici”. Draghi aggiunge che dalle finanze pubbliche bisognerà tirar fuori anche il capitale di cui le banche avranno bisogno per coprire i debiti privati divenuti inesigibili: un modo discreto per chiarire che gli Stati potrebbero esser costretti a riacquisire una parte consistente delle banche, e non solo di quelle. Per queste ragioni, “livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”.
Persino alcuni tra i più arcigni nemici del debito pubblico oggi riconoscono che quella suggerita da Draghi è l’unica via in grado di scongiurare una depressione di lungo periodo. Nell’indicarla, tuttavia, l’ex presidente della BCE elude una questione cruciale: anche se si eviterà la deflazione da debiti e la connessa depressione, i costi di questa crisi saranno pesanti. Chi li pagherà? Su quali gruppi sociali ricadrà l’onere del tracollo in corso? Sostenere che il debito pubblico assorbirà l’impatto non è sufficiente. Prendendo spunto da un’altra recente proposta pubblicata sul Financial Times, è possibile approfondire la questione sotto quattro aspetti cruciali.
In primo luogo, affinché l’espansione del debito pubblico sia governabile non basta sperare, come fa Draghi, che i tassi d’interesse resteranno bassi “probabilmente” anche in futuro. Come ho sostenuto in una discussione con Olivier Blanchard, diversamente da quel che pensano gli economisti mainstream il tasso d’interesse è questione non di “probabilità” ma di politica: si tratta cioè di una variabile che va tenuta ai minimi livelli possibili con una politica di governo dei mercati che consiste nel blocco della speculazione, nel controllo dei movimenti di capitale e più in generale in quella che va sotto il nome di “repressione finanziaria”. Questo tipo di politica sposta l’onere della crisi sui rentiers e sui gamblers della finanza mentre salvaguarda le attività produttive, i beneficiari del welfare e i lavoratori.
In secondo luogo, l’uso delle risorse derivanti dall’espansione del debito pubblico non può basarsi su forme più o meno surrettizie di “helicopter money”. Oggi questa formula viene considerata una benefica eresia ma pochi ricordano che essa trae origine da un approccio alla teoria e alla politica monetaria di tipo conservatore, che era fondato sulla “neutralità degli effetti distributivi”: ossia erogazioni uguali per tutti, ricchi o poveri che fossero. Attuare questa politica, come si tenta di fare negli USA, è sbagliato. Piuttosto, combinate con una politica fiscale nuovamente progressiva, le risorse finanziarie derivanti dall’espansione del debito pubblico dovrebbero esser distribuite in modo selettivo, sostenendo in primo luogo i redditi dei gruppi sociali più svantaggiati e la solvibilità delle imprese situate al centro delle catene input-output.
In terzo luogo, al di là dei problemi di debito, di solvibilità e di domanda, non va dimenticato che questa è una crisi che investe anche il lato dell’offerta. Se le misure di distanziamento sociale dureranno a lungo, ci sarà un impatto inevitabile sull’efficienza complessiva dei sistemi economici, con una caduta della produttività del lavoro e degli altri input e un conseguente aumento dei costi di produzione e distribuzione. Questi maggiori oneri potranno ricadere sulle rendite, sui profitti oppure sui salari a seconda del tipo di politica adottata. Minori saranno i tassi d’interesse rispetto all’andamento dei redditi nominali, maggiore sarà la possibilità di alleggerire le attività produttive da carichi fiscali, e quindi maggiore sarà il carico sulle rendite piuttosto che sui profitti d’impresa e sui salari. In ogni caso, una politica di salvaguardia dei salari, delle pensioni e di tutte le forme di sussidio contro eventuali fiammate inflazionistiche si renderà necessaria per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori e dei soggetti sociali più deboli.
Infine, c’è il rischio che prolungati distanziamenti sociali diano anche luogo a problemi di “disorganizzazione” dei mercati, con strozzature nelle catene della produzione e difficoltà di approvvigionamento che potrebbero estendersi ben al di là del settore sanitario. Per contenere tali strozzature e impedire che diventino occasioni di speculazione, è necessario provvedere a una “riorganizzazione” dei mercati tramite moderne forme di pianificazione pubblica, ove e quando necessario anche con amministrazioni mirate delle catene produttive e dei prezzi.
Ovviamente, maggiore sarà il coordinamento internazionale, maggiore sarà l’efficacia delle misure anti-crisi. Tuttavia, come sappiamo, il coordinamento non si sta verificando, men che meno nell’Unione europea. Eppure gli eventi presto saranno soverchianti, e bisognerà agire comunque. Credo sia indicativo, in questo senso, che proprio Draghi nel suo articolo non abbia mai accennato all’Europa unita: lui che la salvò dal tracollo, con questo silenzio sembra suggerire che stavolta potremmo vederci costretti a farne a meno per salvare noi stessi.
L’espansione del debito pubblico è dunque l’unica prospettiva razionale, ma non basta. Occorre chiarire come saranno gestiti i costi di questa crisi inedita e tremenda. Un piano che sposti l’onere principale sui rentiers, contrasti ogni forma di speculazione e salvaguardi i lavoratori e i soggetti sociali più deboli potrebbe rivelarsi necessario per la rinascita non semplicemente economica, ma civile e democratica. Proprio come accade alla fine di una guerra, quando le forze illuminate della società escono vittoriose.

La preghiera di Salvini dalla D’Urso fa infuriare i credenti

Covid-19, Salvini e la d'Urso pregano insieme: l'estrema unzione ...


da LA REPUBBLICA del 31 marzo 2020.Carmelo Lopapa

Pioggia di critiche sui social, il suo entourage parla di "conversione mariana"
di Carmelo Lopapa ROMA — Dal talk show alla telepredica è un attimo, per il "teo-social" Matteo Salvini. Succede tutto in pochi istanti, domenica sera, nel salotto amico di "Live Non è la D’Urso" su Canale5. «Tolgo dieci, venti secondi alle mie parole per pensare ai diecimila italiani che sono morti e ci seguono da lassù: mi taccio e dedico un Eterno riposo», è la premessa del segretario leghista in collegamento video da casa. Non fa in tempo a finire di dirlo che la regina del format domenicale, dallo studio, è già con le mani giunte in preghiera: «Se vuoi, io lo posso recitare perché tanto tutte le sere dico il rosario, non me ne vergogno». E parte in tandem l’antica preghiera cristiana in memoria dei defunti.
Pochi minuti e l’uscita televisiva diventa un caso, scatena le reazioni (in gran parte polemiche) sui social. Ancora ieri mattina l’hashtag #D’Urso era in cima alle tendenze Twitter con migliaia di commenti («Chiedo scusa ai morti», scrive Selvaggia Lucarelli, e tanti altri a seguire: «Abbiamo visto tutto», «squallido teatrino», «dovreste vergognarvi », oltre ai favorevoli). Il mondo cattolico, quello più vicino alla Chiesa di Papa Francesco, prende le distanze dalla sortita. Solo l’ultima di una serie per il leader dell’opposizione, dal rosario in tasca, esibito in tv e nei comizi, al ringraziamento alla "Beata Vergine" via Twitter per la fiducia al decreto sicurezza bis, dalla cover della Madonna di Medjugorje sul telefonino fino all’affidamento dell’Italia al «cuore immacolato di Maria» nel comizio di chiusura delle Europee da Piazza Duomo. Chi conosce e frequenta il segretario parla di un’effettiva conversione di Salvini a una dimensione di fede, soprattutto "mariana".
In ogni caso, questa dell’Eterno riposo è una «inaccettabile strumentalizzazione, una ricerca di visibilità fuori luogo», commenta con l’Adnkronos don Antonio Rizzolo, direttore di Famiglia Cristiana.
Così pure Giovanni D’Ercole, segretario della Commissione episcopale per le comunicazioni sociali: «Io ho cambiato canale». Il cattolico Graziano Delrio, capogruppo Pd, commenta quanto avvenuto con Repubblica citando i versetti di Matteo. «Mi vengono in mente le parole del Vangelo che dicono: quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa ». Barbara D’Urso festeggia su Instagram la sua: «3 milioni di spettatori e il 22 per cento di share», altro che polemiche. Provocatorio Vittorio Sgarbi: «Non critico il cristiano Salvini che recita l’Eterno riposo, ma il Papa prega in una piazza vuota ». Per la Bestia social leghista obiettivo comunque centrato: si è parlato ancora di lui, anche in piena emergenza.

FRANCESCO PUGLIESE (A.d Conad):"Povertà e tensioni sociali.La crisi può scoppiare"

Francesco Pugliese: “Così rilancio l'ex Auchan. Brianti sarà il ...


da LA REPUBBLICA del 31 marzo 2020.Intervista di Gad Lerner

Il serpentone in fila davanti al supermercato è l’ultimo luogo fisico d’incontro che ci è rimasto in tempi di segregazione obbligata. Da attraente vetrina di desideri e bisogni facili da soddisfare, rischia davvero, il supermercato, di trasformarsi nell’epicentro del malcontento sociale? Basteranno i buoni spesa distribuiti dai comuni ai non abbienti per scongiurare la minaccia di assalti alle merci divenute per molti inaccessibili? Lo chiedo a Francesco Pugliese, amministratore delegato di Conad, la prima azienda italiana della Grande Distribuzione Organizzata. Una galassia di cooperative e imprenditori che vede accrescersi i fatturati ma anche le tensioni derivate dalla psicosi dell’accaparramento. La risposta non è rassicurante.

È esagerato l’allarme razzie ai supermercati, dottor Pugliese?

«C’è brace sotto la cenere, sono preoccupato della tenuta generale del Paese. Nei punti vendita registriamo livelli d’ansia e di nervosismo crescenti, esasperati dalla prolungata costrizione in luoghi chiusi. Vede, io vivo a Parma ma sono un uomo del Sud, dove si registrano tassi di disoccupazione che in certe zone superano il 25%. Se finora non abbiamo vissuto rivolte sul tipo dei riots londinesi del 2011 è stato solo grazie alla liquidità del lavoro nero. Ma oggi quei flussi di denaro invisibile sono in via di esaurimento. Chi non percepisce il reddito di cittadinanza, e sono la maggioranza, fra poco sentirà il duro».

Come vi attrezzate a fronteggiare queste tensioni?

«Eleviamo i livelli di vigilanza e i rapporti con le autorità, ma diamo anche indicazione a chi sta alla cassa: ascoltate, registrate le situazioni di bisogno, segnalatele all’imprenditore e alle istituzioni perché si intervenga tempestivamente. Da anni noi collaboriamo con la Caritas. La domenica anch’io e altri dirigenti frequentiamo le mense popolari, dove s’incontrano pensionati vestiti bene, padri separati, mica solo gli extracomunitari».

Basteranno i buoni spesa previsti dal governo?

«Avevo consigliato la distribuzione di carte prepagate, magari con un taglio da 100 euro. Ma ci adeguiamo ai buoni spesa: Conad praticherà uno sconto del 10% sul carrello, e confido che anche le altre catene seguiranno il nostro esempio. Non vorrei che limitandosi alla promessa di tenere fermi i prezzi si finisca per scaricare i costi sui fornitori, penalizzando una catena già fragile».

Gli aumenti a doppia cifra dei vostri fatturati nelle ultime settimane rischiano di farvi passare per imprenditori che lucrano sulla disgrazia del coronavirus...

«Se Atene piange, Sparta non ride. Su base annua il nostro incremento di fatturato è del 5% e alla fine nei bilanci dovremo calcolare i costi accresciuti di assetti logistici sempre più precari e di spese per il personale aumentate. Non è il momento dell’egoismo, i nostri margini verranno condivisi nella tenuta di un sistema distributivo che, per esempio, comporta tenere aperti anche 515 negozi nei comuni con meno di cinquemila abitanti».

Però avrà avvertito anche lei una certa euforia del venditore, quasi uno spirito animale del capitalismo che stride col sentimento comune...

«Sono infortuni da evitare, lo sappiamo bene noi che già prima dell’epidemia sapevamo di fornire nel supermercato non solo delle merci ma anche un punto di aggregazione sociale, perfino uno sfogatoio. Come dico sempre ai miei nipoti di Taranto: si divide la ricchezza, non si può spartire la povertà. Ma oggi la nostra priorità è corrispondere a un bisogno primario di comunità, rinnovare sui territori lo spirito mutualistico senza cui non ne verremo fuori. Siamo un’impresa sociale, non degli speculatori, e come tali dobbiamo saperci presentare. In stretto rapporto col volontariato sociale che è bene in palla, conosce chi versa in stato di reale bisogno».

Non bastano le donazioni importanti, come i 10 milioni di Giuseppe Caprotti?

«E’ un atto di generosità apprezzabile, anche se va comparato ai 900 milioni incassati da Giuseppe Caprotti come liquidazione da Esselunga. In proporzione, forse non dovrei dirlo, sono i cinquemila euro che ho devoluto di tasca mia. Ma qui si tratta di ben altro: sostenere l’intera filiera dell’agroalimentare italiano in un momento difficilissimo, sfuggendo nel contempo a un impraticabile sovranismo all’italiana».

Devo chiederglielo: voi non fate solo i conti con consumatori sempre più poveri; anche fra i vostri oltre cinquantamila dipendenti c’è molto lavoro scarsamente retribuito, precario, interinale.

«Se fossimo degli sfruttatori, degli affamatori delle nostre maestranze, lei crede che darebbero la splendida prova di abnegazione che è sotto gli occhi di tutti? Sono quasi 400 mila gli addetti della grande distribuzione che stanno lavorando col sorriso sulle labbra dietro la mascherina.
Dallo scaffalista al macellaio, che è un po’ il nostro chirurgo. In questi giorni forniamo polizze assicurative aggiuntive per il coronavirus e buoni spesa anche per i magazzinieri esterni».

Dunque vi sentite pronti ad affrontare le tensioni?

«Certo non spetta a noi la gestione dell’ordine pubblico. Le autorità non possono venirci a chiedere, com’è successo in alcune regioni, di misurare la temperatura dei clienti all’ingresso, o di vietare la vendita di una parte dell’assortimento come i pennarelli o le mutande. L’altro giorno a Parma mi sono assunto io stesso il rischio di una multa regalando la biancheria a un trasfertista bloccato in città senza ricambio».

Anti-malarico introvabile:bloccato dalla burocrazia




da IL FATTO QUOTIDIANO del 31 marzo 2020.Natascia Ronchetti

È un antimalarico: il principio attivo è l’idrossiclorochina, il nome commerciale Plaquenil. Associato a un antibatterico, l’az it rom ic in a, sembra essere efficace contro il Covid-19, se somministrato alla comparsa dei primi sintomi. Ma il farmaco sul mercato italiano non è reperibile. La denuncia arriva dallo Smi, il sindacato dei medici, che ha scritto al premier Giuseppe Conte, al ministro della Salute Roberto Speranza, alla Protezione civile e all’Aifa, l’agenzia del farmaco, per chiedere “l’urgente diffusione sul territorio nazionale di linee guida validate, rivolte ai medici di famiglia, sull’uso di tali farmaci rapportato alle varie fasi della malattia”. Il Plaquenil è introvabile. “Perché l’Aifa ha dato sì il via libera alla distribuzione, ma solo nelle farmacie ospedaliere: sul territorio non c’è”, dice Giuseppina Onotri, segretaria generale dello Smi. “Eppure sembra ridurre sensibilmente la percentuale di pazienti le cui condizioni evolvono in polmonite interstiziale. Di fronte al collasso del sistema ospedaliero e di quello di urgenza ed emergenza, i medici di famiglia devono essere messi nelle condizioni di prescriverlo anche off label, vale a dire anche se è previsto per altre patologie con procedure semplificate”.
Il Plaquenil è utilizzato contro la malaria da circa 70 anni. In Francia lo produce il gruppo Sanofi. A Marsiglia, l’infettivologo Didier Raoult, direttore dell’istituto ospedaliero-universitario, ha realizzato la prima sperimentazione in Europa di una terapia che lo combina all’azitromicina, utilizzata per le infezioni delle vie respiratorie. A Marsiglia, lo studio su 26 pazienti Covid ha dimostrato che dopo sei giorni di trattamento il virus aveva una carica virale negativa. Anche per il virologo Roberto Burioni il Plaquenil potrebbe avere una reale efficacia. Test effettuati nel laboratorio di virologia del San Raffaele di Milano, “hanno dimostrato – ha scritto Burioni sul sito Med ic al F a ct s –, che il farmaco può bloccare il virus se somministrato prima e dopo l’infezione, associando profilassi e terapia”.
DA CATANIA arriva una conferma: “Lo abbiamo utilizzato su 60 pazienti, notando un significativo miglioramento clinico”, spiega Bruno Cacopardo, che dirige il reparto di malattie infettive dell’ospedale Garibaldi. “Su nove di loro, nell’arco di otto giorni, abbiamo poi rilevato la negatività al tampone. È importante la precocità del trattamento. Se infatti viene somministrato otto o dieci giorni dopo la comparsa dei sintomi, è molto meno efficace. I dati raccolti sinora lasciano ben sperare...”.
Eppure nelle farmacie italiane non ce n’è traccia. La produzione c’è, ma non da soddisfare la domanda (l’idrossiclorochina è utilizzata anche come antireumatico) e, come rilevano i medici, c’è chi ha evidentemente fatto incetta di scorte, depauperando il mercato. La soluzione potrebbe essere in India, dove c’è infatti un’azienda che lo produce. Diverse imprese italiane, già contattate dal centro studi dello Smi, sarebbero pronte a importarlo e a distribuirlo in Italia. Solo che lo stabilimento indiano, che ha l’autorizzazione della Food and Drug Administration americana, è privo del via libera da parte dell’Ema, l’agenzia europea del farmaco. Come se non bastasse, un altro vincolo è rappresentato dalla chiusura delle esportazioni da parte dell’India. “Solo una richiesta specifica da parte del nostro ministro degli Esteri potrebbe risolvere il problema”, dice Onotri. Una alternativa, secondo i sanitari, potrebbe essere la produzione del principio attivo nello stabilimento chimico-farmaceutico militare di Firenze.
Ma bisogna fare presto, avverte Federico Anselmucci, direttore del centro studi dello Smi. “Il Governo si attivi per un’urgente approvazione de ll’importazione e della commercializzazione del farmaco. ll momento impone una gestione che deve essere scevra dall’ordinaria burocrazia: è in gioco la salvaguardia della vita dei cittadini”.

STEFANO PATUANELLI:"Ragioniamo su come riaprire.Prestiti da restituire in 30 giorni"




da IL FATTO QUOTIDIANO del 31 marzo 2020.Intervista Luca De Carolis

L’emergenza ha il suono delle telefonate: “Imprenditori e industriali mi chiedono innanzitutto una cosa, la possibilità di ricominciare. Sono convinti di poter recuperare, come ne sono convinto io: prevale il senso di responsabilità di tutti di fronte a questa crisi”. Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli risponde dal Mise, la sua trincea.

Il presidente della Federacciai ha chiesto di valutare un “leggero” riavvio degli impianti, “perché in Francia, Germania e Spagna si continua a produrre”.

Il governo ha adottato determinate misure in base al principio di precauzione, perché il primo bene da tutelare è la vita umana. Germania e Spagna ci stanno imitando, chiudendo la maggior parte delle attività, e presto lo farà anche la Francia. Noi ci consultiamo quotidianamente con il Comitato scientifico e con l’Istituto superiore di sanità e la conclusione è che è troppo presto per riaprire.

Ma industrie e imprese rischiano il collasso. 

Abbiamo lasciato aperte tutte le filiere essenziali per questa fase. Ma è giusto cominciare a ragionare su come riaprire. Non avverrà oggi, ma non è una cosa così lontana.

Ecco, come?

È evidente che la riapertura dovrà essere graduale. E per capire come farlo dovremo basarci sul protocollo firmato il 14 marzo dal governo con sindacati e imprese, un ottimo accordo che permette di lavorare in sicurezza nelle aziende rimaste aperte. Alcune filiere hanno parte dei settori chiusi, ma tra un po’ dovremo riaprirli gradualmente perché ciò che oggi non è essenziale presto lo sarà.

Quando? Speranza ha detto che la serrata andrà avanti almeno fino a Pasqua.

È presto per dare date. Le misure cominciano a funzionare, ma bisogna attendere l’evoluzione dei contagi.

Al Fatto risulta che in complessi industriali a Brescia e Bergamo siano rimasti aperti anche i settori che andavano chiusi secondo il decreto. Interi impianti sono operativi, incuranti della norma.

A me sono arrivati segnali su una generale applicazione della normativa. Dopodiché, le autorizzazione a eventuali deroghe e i controlli spettano ai prefetti e all’Inps. Singoli casi possono avvenire, ma imprenditori e lavoratori stanno dimostrando grande responsabilità. Di certo i protocolli vanno rispettati.

Matteo Renzi vorrebbe riaprire subito. Ed è contrarissimo ad allargare il Reddito di cittadinanza.

La stragrande maggioranza del mondo scientifico ha dato un’indicazione chiara: ora sarebbe troppo presto. Quanto al reddito, è fondamentale avere delle norme di salvaguardia dei più deboli in un momento come questo.

Avete stanziato 400 milioni per i Comuni, ma diversi sindaci li hanno bollati come “briciole”. Magari bisognava fare di più, no?

Non penso che si possa continuare a ragionare sulle singole misure. Abbiamo stanziato questi 400 milioni perché erano gli unici soldi che potevamo destinare subito ai Comuni senza fare ricorso a una norma di rango primario. Nel decreto di aprile ci saranno altri fondi, ma queste risorse sono già uno sforzo importante. Per capirci, non sono 7 euro a testa come dice qualcuno: in certi Comuni si arriverà a 200 euro pro capite.

Voi 5Stelle, assieme a Iv, chiedevate più soldi per partite Iva e piccole imprese già nel primo dl. Rimedierete? 

Abbiamo già stanziato risorse importanti nel primo decreto, ma non sono sufficienti. Dobbiamo garantire liquidità a tutte le imprese e far sì che i prestiti possano essere restituiti in 30 anni, senza interessi. Il fondo di garanzia va potenziato e per questo dobbiamo chiedere all’Unione europea che lo Stato possa garantire per il 100% i prestiti alle imprese. Non possiamo aspettare le procedure di valutazione delle banche. Infine, serve una rinegoziazione dei prestiti già erogati.

Le partecipate e gli asset strategici dello Stato sono sotto assedio dei fondi stranieri. Conferma?

Non servono prove, basta ragionare sul piano logico per capire che il rischio esiste.
Le autorizzazioni agli impianti le danno i prefetti: non escludo singole violazioni, ma le imprese devono rispettare i protocolli

Varerete il golden power di governo per blindarli?

Ci stiamo lavorando, noi e il ministero dell’Economia, con dei provvedimenti ad hoc.

Quando arriveranno?

In coincidenza con il decreto di aprile.

Il governo smetterà di litigare con le Regioni?

Nelle riunioni ho sempre visto massima collaborazione dai governatori. Poi nella dialettica mediatica, in certi programmi, si assiste a qualcosa di diverso.

Brescia, in 21 giorni raddoppiati i morti Ecco i veri numeri sulle città colpite

Coronavirus: a Brescia un ospedale da campo al Centro fiera

da LA REPUBBLICA del 31 marzo 2020.Michele Bocci

In tre settimane quasi 100 morti in più di quelli attesi a Brescia e 300 a Milano. I dati di alcuni Comuni del Nord iniziano a mostrare gli effetti del virus se vengono confrontati con quelli degli anni precedenti. Più avanti i numeri delle amministrazioni saranno fondamentali, perché permetteranno di comprendere il reale impatto dell’epidemia e il peso dei decessi che le sono, anche indirettamente, collegati. Come quelli di persone con altre patologie, soprattutto anziane, morte perché il sistema sanitario, quasi monopolizzato dal Covid-19, non è riuscito ad assisterle in modo adeguato.
Intanto, i numeri delle anagrafi iniziano a dare l’idea dell’enormità di quello che sta succedendo. A raccoglierli è il Sistema di sorveglianza della mortalità del ministero della Salute, gestito dal Dipartimento di epidemiologia del Lazio che da anni controlla la mortalità in 33 città campione, capoluoghi di provincia o con più di 250mila abitanti, per capire l’impatto dell’influenza.
«L’eccesso di mortalità è calcolato come differenza tra la mortalità osservata e quella attesa, utilizzando come dato di riferimento la serie storica dei 5 anni precedenti», spiega Marina Davoli, che dirige il Dipartimento. Per il momento lo studio valuta i decessi fino al 18-20 marzo, una decina di giorni fa. Verrà aggiornato ma già un po’ di cose si capiscono. Brescia è il caso più eclatante e del resto è stata una delle città più colpite dal virus. In 22 giorni ha visto l’88% in più delle morti attese: i decessi avrebbero dovuto essere 112, sono stati 210. A Milano l’incremento è stato più basso, del 36%, ma l’epidemia dal 19 marzo ad oggi ha continuato a viaggiare. In quel periodo la città ha contato 289 morti in più, 1.102 contro gli 813 attesi. Restando sulle variazioni percentuali più alte, Bolzano è al 34%, Torino al 16% (105 morti in più). Anche a Genova i decessi sono stati molti più di quelli attesi (il 38%), 634 invece di 459. Bologna invece non ha visto alzarsi il dato particolarmente (+11%) mentre Roma, dove l’epidemia al momento non è drammatica, è rimasta stabile. Stesso discorso per le due città venete monitorate, Venezia e Verona (+7 e +12%).
La differenza comunque è netta se si confrontano Nord e Sud. Poi c’è l’aspetto degli anziani. «Al Nord — dice sempre Davoli — da inizio marzo c’è stato un forte incremento della mortalità nella classe di età 75-84 e sopra gli 85 anni. A partire dalla seconda settimana di marzo, l’aumento supera il valore della mortalità totale attesa, mortalità che nei mesi precedenti è stata più bassa del previsto, probabilmente sia per un minore impatto dell’influenza che per una minore esposizione alle basse temperature». Anche in questo caso la conta non riguarda solo i colpiti dal virus, ma anche le "vittime collaterali" dell’epidemia.

Mutui congelati per 18 mesi.Ora si pensa a rinviare l'Imu

Imprese laziali: mutui congelati per un anno - PMI.it

di PAOLO BARONI

Si possono congelare le rate del mutuo da un minimo di 6 mesi ad un massimo di 18, se si è finiti in cassa integrazione o se la propria attività a causa del coronavirus ha subito un calo superiore al 33%; commercianti e artigiani avranno un credito di imposta pari al 60% dell'affitto pagato a marzo: gocce in un mare di scadenze da rispettare e pagamenti da fare tra questa fine marzo e inizio aprile. Un vero incubo per famiglie, operai in cassa, precari, lavoratori autonomi e piccole imprese (con e, soprattutto, senza bonus) alle prese con la crisi, col lavoro che non c'è più ed i conti magari già in rosso. Per molti i soldi non bastano già più. «I circa 900 euro di cassa integrazione sono insufficienti per avere una vita dignitosa, pagare le bollette, il cibo ed ogni spesa necessaria in questa situazione drammatica» alza il tiro il segretario dei metalmeccanici della Uil Rocco Palombella.Lo stesso vale per i 600 euro (destinati forse a salire a 800 da marzo) assegnati a lavoratori autonomi e professionisti che han dovuto chiudere per effetto delle misure di contenimento dell'epidemia o sono stati colpiti dalla crisi. Risorse che, oltre ad essere giudicate da tutti troppo scarse, non sono state ancora nemmeno erogate mentre questo mese bollette, affitti e rate dei mutui sono ovviamente già andati in pagamento ed ora si prospetta già una nuova ondata di scadenze. Solo in Toscana, segnala il sindacato inquilini Sunia, 150 mila famiglie faranno fatica a pagare l'affitto. Su scala nazionale non ci sono stime, ma ovviamente non saranno pochi. Scadenza inevitabile quella della pigione con la classica, ineluttabile scadenza del 5 del mese. Pagamento mensile inevitabile e spesso automatico anche per web e telefoni vari, mentre per luce e gas in virtù della fatturazione rimasta bimestrale la «botta» in molti casi sarà rinviata a maggio. Va meglio per chi tra il 5 ed il 15 deve pagare il mutuo perché da ieri, praticamente in extremis, il ministero dell'Economia ha messo on line i moduli per chiedere alla propria banca, che non può rifiutarsi, di congelare le rate.Per tutto il resto si naviga a vista, si aspetta il prossimo decreto del governo e l'eventuale varo del reddito di emergenza. Difficilmente le nuove misure possano però avere effetto immediato sulle spese di marzo e comunque difficilmente si riuscirà ad accontentare tutti.Il grido di dolore delle famiglie Gigi De Palo, presidente del Forum delle famiglie, chiede «aiuti immediati e facilmente percepibili».«Oggi - spiega - ascoltando le grida di dolore di migliaia di famiglie del paese reale, siamo sempre più convinti che l'assegno universale sia rimasta l'unica soluzione concreta ed efficace per risollevare tutti i nuclei familiari con figli e genitori. Va fatto ora, senza se e senza ma».Sono molte le questioni in sospeso a cominciare dalle utenze per luce e gas: il governo finora ha esentato solo i comuni lombardo-veneti classificati «zona rossa». Ma di suo l'Autorità per l'energia (Arera) ha disposto stop a sospensioni e distacchi per morosità e poi di loro iniziativa tutti i maggiori operatori del settore, da A2a a Iren, da Acea ad Hera, hanno deciso di rinviare i pagamenti e rateizzare le bollette di tutti i clienti in difficoltà. Ma questa non è una misura automatica: sono gli utenti a doverlo chiedere altrimenti si paga. Sul fronte del credito, oltre ai mutui, c'è anche il problema dei finanziamenti privati e del credito al consumo su cui al momento non è stato previsto nulla. E poi c'è il nodo delle tasse. Il bollo auto, in quanto tassa di possesso, va pagato; ma molte regioni a iniziare da Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Campania l'hanno sospeso fino a giugno. I versamenti di imposte e contributi da parte delle imprese più colpite dal coronavirus e per quelle sotto i 2 milioni di euro di fatturato sono già state rinviati sino a fine maggio. C'è l'idea di arrivare a settembre/ottobre e poi di rateizzare, come pure la possibilità di far slittare a fine anno il pagamento dell'Imu previsto a giugno, ma poi restano da definire tutti gli altri pagamenti dovuti ai comuni (Tari, Tasi, gli affitti di alloggi e negozi e le rette degli asili, altra palla al piede delle famiglie).

MIRKO TASSINARI:«Troppi malati lasciati a casa.Non c'è più la sanità pubblica»

Mirko-Tassinari - FIMMG


l'intervista di Giuseppe Salvaggiulo 

«Io sono solo un medico di base e non un professorone - dice Mirko Tassinari, segretario dei medici di famiglia in provincia di Bergamo - ma so che i numeri ufficiali non sono credibili. Si fanno tamponi solo ai ricoverati, ma qui stimiamo 100mila positivi non censiti su 1 milione di abitanti».

Il calo dei ricoveri non è un buon segnale?

«Calano perché non c'è più posto in ospedale. Talvolta non si ricovera più nemmeno con 85 di saturazione. Gestiamo a domicilio situazioni che due mesi fa avremmo ricoverato alla velocità della luce. Altrimenti non avremmo 1200 pazienti in ossigenoterapia domiciliare».

Cosa cambia?

«A casa non c'è la stessa assistenza, né diagnostica né farmacologica. In ospedale hai più possibilità di cura».

Quanto dura una bombola di ossigeno?

«In media da 12 a 24 ore».

E poi?

«Bisogna cambiarla».

Provvede la Asl?

«No, deve vedersela il paziente».

Come?

«È una caccia al tesoro. Chi ha parenti, li manda in giro nelle farmacie. Dieci, venti tentativi. Poi magari una la trovi».

E se non la trovi?

«Da una settimana ci hanno dato la possibilità di fornire ossigeno liquido, ma è contingentato».

Che cosa suggerite ai vostri assistiti?

«Di munirsi di un saturimetro. Avevamo detto alla Regione di darlo con l'ossigeno, niente».

E quindi?

«Chi l'ha comprato sul web, chi in farmacia, chi se lo fa prestare dal vicino di casa. Ci si arrangia».

È un sistema giusto?

«Non è più un sistema sanitario universalistico e uguale per tutti».

Lei ha pazienti in queste condizioni?

«Un centinaio di pazienti malati su 1500. Cinque a casa con l'ossigeno, una decina di polmoniti monitorate per telefono».

Niente visite a domicilio?

«Ho smesso quando mi sono ammalato anch'io, uno dei primi medici di Bergamo positivi».

Com'è andata?

«All'inizio di marzo, con tosse febbre e forte astenia, ho chiesto il tampone. Me l'hanno fatto il 10 e dato l'esito il 15. Ora lavoro da casa, dodici ore al giorno sabato e domenica compresi».

Quanti sono i medici di base ammalati a Bergamo?

«Su 600 medici di famiglia ce ne sono 145 ammalati, di cui 5 morti. L'ultimo, Michele, due giorni fa. Non avrei mai pensato di dover aggiornare una lista di colleghi morti. Mandati a morire sul lavoro. È una strage di Stato».

Cosa non ha funzionato?

«Per un mese tutti gli sforzi si sono concentrati sulla moltiplicazione dei posti ospedalieri in rianimazione. Il territorio è stato trascurato. Questo è il risultato».

Non bisognava ampliare gli ospedali?

«Certo, era indispensabile. Ma gli ospedali non sono la prima linea. In questi giorni i medici di base lombardi ricevono 500mila telefonate al giorno. Noi siamo la prima linea. Eppure ci hanno mandati incontro allo tsunami a mani nude».

In che senso?

«Non sono stati fatti i tamponi al personale sanitario. Molti di noi hanno l'impressione di aver contribuito alla diffusione del virus, da asintomatici. Io ho avuto madre e moglie a casa con l'ossigeno».

Avete avuto i dispositivi di protezione?

«Pochi e tardi. Niente tute, visiere, sovrascarpe. Dopo un mese venti mascherine chirurgiche, alcuni pacchi di guanti, un saturimetro che non ci serve. E una settimana fa sei mascherine filtranti».

Quanto durano?

«In teoria quattro ore. Per farle durare di più mettiamo sopra le mascherine chirurgiche».

Funzionano le unità speciali per le visite a domicilio, istituite dalla Regione una settimana fa?

«Dovrebbe esserci una postazione con due medici ogni 50mila abitanti, quindi in provincia di Bergamo 20. Invece al momento ce ne sono sei».

Quante visite riescono a fare sei postazioni?

«Al massimo 60 visite al giorno su 1 milione di abitanti e almeno 100mila ammalati. Ne servirebbero almeno cinque volte tante».

Qual è il problema?

«Mancano medici e mezzi di protezione. Ci siamo impuntati: non stiamo a casa per mandare a morire i neolaureati».

Ne avete parlato con la Regione, con la Asl?

«Raramente la nostra opinione è stata richiesta. Peccato, a fine febbraio avevamo capito che la situazione era fuori controllo».

Non c'è un coordinamento?

«In due mesi ci sono stati un paio di incontri ufficiali. L'ultimo il 5 marzo».

La sua voce sembra avvilita ma non rabbiosa. Perché?

«Che senso avrebbe ora mettersi a urlare contro i nostri carnefici? Siamo medici, dobbiamo cercare di salvare quante più vite è possibile».

LORENZO GUERINI:"L'emergenza richiede che tutte le articolazioni dello Stato diano il massimo del contributo"

Difesa / Lorenzo Guerini - Il Sole 24 ORE


Intervista di Francesco Grignetti 

In questi giorni di emergenza, le forze armate sono impegnatissime e si vede. Gli ospedali da campo tirati su in una notte. I soldati in strada che controllano il rispetto dei divieti. Medici e infermieri militari. Elicotteri e aerei per la consegna di mascherine, farmaci, e per il trasporto di malati. E naturalmente i carabinieri. «Un impegno complessivo, a 360 gradi, doveroso. Le forze armate fanno la propria parte quando il Paese chiama», dice il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, Pd. E se servisse aumentare lo sforzo, «noi siamo pronti anche a fare di più. Le forze armate faranno il loro dovere».

Che cosa si aspetta? 

«Chiaramente la speranza di tutti è che le misure portino a un contenimento efficace della propagazione del virus. E i segnali danno qualche luce di speranza. Se dovesse esserci un'esigenza maggiore di ulteriore controllo sul territorio presenza sul territorio, in ausilio alle forze di polizia, daremo il nostro contributo. Ma mi pare che la situazione sia sotto controllo. Gli italiani stanno rispondendo con grande senso di responsabilità».

I numeri sono finalmente positivi. Ora, con arrivo della bella stagione e della Pasqua, come convincere gli italiani? Serviranno più controlli, specie in un Sud che ribolle e minaccia assalti ai forni? L'esercito dovrà impegnarsi più di prima? 

«I numeri incoraggiano gli italiani. Gli effetti dei sacrifici a cui sono stati chiamati, cominciano a dare segni positivi. E questa è la migliore forma di persuasione. La strada è quella giusta. Gli italiani hanno dimostrato maturità e comunque nei casi di trasgressione delle regole, i controlli hanno funzionato. Dove ci sono elementi di maggior disagio, il governo, anche con gli ultimi provvedimenti, ha messo in campo risposte efficaci che saranno implementate con le prossime misure».

Perché l'intensificazione dei vostri sforzi? Non funzionava la catena logistica? 

«L'emergenza richiede che tutte le articolazioni dello Stato diano il massimo del contributo. Per la specificità delle forze armate, siamo in grado assolvere al meglio una serie di compiti. Dalla mobilità delle persone alla capacità logistica, dalle competenze, alla catena di comando. Ci siamo confrontati con uno scenario inedito, in continua evoluzione. Questo ha comportato un di più d'impegno. Ma credo che il commissario Borrelli e la Protezione civile vadano solo ringraziati. Non credo ci siano state deficienze organizzative. Ci siamo trovati di fronte a una situazione complessa, specie per le forniture dall'estero, in un momento in cui la domanda è esplosa a livello mondiale. Possono esserci state criticità, ma oggi sono superate. Lo Stato ha dimostrato di esserci».

Le missioni all'estero stanno andando avanti? 

«In questo momento abbiamo concentrato una parte significativa delle nostre forze nella battaglia contro Covid-19 e quindi abbiamo sospeso la partecipazione ad esercitazioni nazionali e internazionali. Dopodiché rimane inalterato il nostro impegno per le capacità operative delle forze armate, che non possono essere mai pregiudicate, neanche nel momento di emergenza in cui stiamo vivendo. E rimane inalterato l'impegno nelle missioni internazionali».

In questi giorni si dibatte molto su nuovi amici e vecchi alleati, militari russi e medici cinesi. Che cosa significa tutto ciò? 

«In questa fase di emergenza stiamo ricevendo aiuto da tanti Paesi, da Stati Uniti, Germania, Francia, e sì, anche dalla Cina, dalla Russia, da Cuba, ora dall'Albania. Quando c'è una emergenza, scatta un meccanismo di solidarietà della comunità internazionale molto importante e chi è oggetto di solidarietà non può che esserne grato e riconoscente. Ciò però non c'entra nulla con la nostra postura internazionale. Un conto è l'emergenza, altro i fondamentali della nostra politica di sicurezza, i cui pilastri sono la Nato e l'Unione europea».

Per quanto riguarda l'Unione europea, è evidente che anche le personalità più europeiste sono deluse e arrabbiate dalle risposte di questi giorni. Lei come vede questa Unione così gelida? 

«Parte della scommessa della nostra ripartenza passa anche dalle scelte della Ue. La battaglia che stiamo conducendo è per un'Europa che con coraggio assuma pienamente la consapevolezza che la ripartenza dei singoli Paesi colpiti dall'emergenza non è disgiunta dal destino dell'Europa stessa. C'è bisogno di lungimiranza e di una visione che, prima che economico-finanziaria, è tutta essenzialmente politica. Il confronto è duro perché il passaggio è decisivo. Dobbiamo essere capaci di portarlo avanti senza mettere in discussione l'architettura complessiva europea».

Tutti dicono: nulla sarà più come prima. 

«Dovremo confrontarci con una lunga fase di semi-normalità prima di tornare alla quotidianità a cui eravamo abituati. E dedicare tutti i nostri sforzi alla ripartenza del Paese, sia per le famiglie, sia per le imprese».

Il sindaco di Milano, Beppe Sala, su questo giornale ieri affermava che dovremmo ridisegnare uno Stato obsoleto e ha lanciato l'idea di una Costituente.

«Il tema dell'ammodernamento del nostro sistema istituzionale è innegabile. Non a caso una parte consistente della scorsa legislatura era stata dedicata a una parziale riforma delle istituzioni, pur con gli esiti che sappiamo. Ed è giusto, come dice Sala, ripartire anche da una riflessione sul Titolo V della Costituzione. Ma parlarne oggi sotto l'urto di emozioni drammatiche rischia di essere non dico prematuro, ma di cadere nel vuoto. Ciò non toglie che una riflessione debba porsi. Più che lo strumento mi appassiona il tema, che mi auguro possa diventare centrale nel dibattito politico».

Distanza di un metro e mascherina anche a emergenza finita


Coronavirus: Speranza: 'Misure estese fino a Pasqua'

da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 marzo 2020.Di Fiorenza Sarzanini

L’indicazione degli esperti è chiara: anche quando si potrà uscire bisognerà mantenere la distanza di almeno un metro e indossare la mascherina nei luoghi pubblici. Per arrivarci e poter dichiarare di aver vinto il coronavirus, serviranno però settimane. Gli ultimi dati fanno ben sperare, ma l’indice di contagio «R0» non è ancora sotto l’1 e dunque la strada è lunga. Per questo il consiglio dei ministri che si riunirà tra mercoledì e giovedì decreterà una serrata totale fino a Pasqua indicando poi il percorso che — se davvero il numero dei malati continuerà a calare — comincerà ad esaminare possibili spiragli. Con la consapevolezza che prima di maggio non si potrà andare a passeggiare, né saranno aperti bar e ristoranti. E anche negozi di abbigliamento e centri estetici dovranno mantenere le serrande abbassate.
Il nuovo provvedimento entrerà in vigore sabato prossimo e durerà fino al 18 aprile. Gli esperti del comitato tecnico scientifico sono al lavoro per consegnare il parere, ma le indicazioni fondamentali sono già state date e dicono che fino al 12 aprile nulla sarà diverso da ora, come ha confermato il titolare della Salute Roberto Speranza: «Nella riunione del Comitato tecnico scientifico è emersa la valutazione di prorogare tutte le misure di contenimento almeno fino a Pasqua. Il governo si muoverà in questa direzione». Nei giorni successivi potrà invece essere valutata la riapertura di alcune attività imprenditoriali collegate alla filiera alimentare e farmaceutica finora non comprese tra i servizi essenziali. Ad esempio le imprese di meccanica legata all’agroalimentare oppure quelle chimiche che dovranno comunque dimostrare di essere in regola con le norme sulla distanza di sicurezza tra i dipendenti e la dotazione dei dispositivi di protezione.
Il governo sta elaborando diversi scenari, tenendo in alta considerazione sia le difficoltà di chi si ritrova senza lavoro e dunque senza stipendio, sia il disagio che deriva dall’obbligo di rimanere in casa. Ma con la consapevolezza che soltanto la rigidità delle misure può aiutare a dichiarare finita l’emergenza. Ieri il viceministro alla Salute Piepaolo Sileri ha ipotizzato che il picco possa arrivare «nel giro di 7, 10 giorni». Da quel momento dovrebbe dunque calare il numero dei nuovi contagiati, ma per raggiungere un R0 pari 0,7 o 0,8 potrebbero volerci anche due o tre settimane, dunque si arriverebbe a fine aprile. E solo allora si potrà valutare quali altre attività far ripartire. Già nei giorni scorsi gli scienziati avevano «suggerito» di lasciare in fondo alla lista delle riaperture i luoghi dove maggiore è l’affollamento — discoteche, pub, eventi, sale convegni — ma anche per bar e ristoranti la possibilità di tornare in attività non sembra essere all’orizzonte. L’arrivo della bella stagione e la possibilità di poter stare all’aperto non servirà ad accelerare i tempi: il problema riguarda infatti il contatto tra le persone.
Ecco perché, anche quando l’emergenza sarà finita i locali dovranno avere requisiti molto diversi da quelli richiesti prima dell’epidemia da Covid-19. Il primo riguarda la distanza tra i clienti che dovrà essere sempre di almeno un metro sia per quanto riguarda i tavoli, sia per le aree comuni. E grande attenzione sarà dedicata agli impianti di aereazione che dovranno garantire una purezza degli ambienti.
La ripresa delle attività produttive viene tenuta in altissima considerazione dal governo perché soprattutto da questo dipende la tenuta sociale. Ma gli esperti sono già stati espliciti nel mettere in guardia dal fatto che una ripresa troppo veloce rischia di far ripartire il contagio con danni che sarebbero incalcolabili. Ecco perché viene esclusa per ora sia la riapertura dei negozi che non vendono generi essenziali, sia quella di palestre, centri estetici, parrucchieri: troppo alto il pericolo di vicinanza tra le persone, troppo forte la possibilità di avere nuovi malati. «Il pericolo — avvertono gli scienziati — è una nuova trasmissione del virus all’interno delle famiglie e che ciò crei una nuova, grave emergenza. La ripresa deve essere lenta, graduale e tale da escludere che i “positivi” vadano in giro». Un risultato che richiede ancora molto tempo.

Gli scienziati

«Evitare il rischio di una nuova diffusione del virus all’interno delle famiglie».

LUCA RICHELDI:«La discesa delle infezioni sarà lenta. Nessuno pensi di mollare la presa ora»

Fibrosi polmonare idiopatica, dimezzata la progressione della ...


da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 marzo 2020.Intervista di Margherita De Bac

«La pressione dei giorni scorsi si è attenuata e la sensazione è che si stia andando verso una fase migliore». Prevede una settimana meno pesante della precedente Luca Richeldi, ordinario di malattie dell’apparato respiratorio alla Fondazione Gemelli (che ha aperto nell’attiguo Columbus un centro Covid-19), consulente esterno del comitato tecnico scientifico di supporto alle decisioni del governo.

Si temeva che l’ondata dei contagi, dopo aver raggiunto l’apice nelle regioni del Nord, non avrebbe risparmiato il Centrosud. Invece?

«La sensazione è che a Roma e nelle grandi aree metropolitane la situazione non tenda a ricalcare quella che si è verificata più di un mese fa nelle ex zone rosse di Lodi e altri comuni della Lombardia. Quello che oggi è stato comunicato dalla Protezione civile è il segnale che aspettavamo. Gli esperti di epidemiologia indicavano questa settimana come cruciale per capire l’evoluzione della pandemia».

Segnale che le misure stanno funzionando?

«I virus respiratori non si spengono da soli, i focolai epidemici non perdono forza spontaneamente se non viene imposto il blocco dei contatti interumani. Il distanziamento sociale è una regola che dobbiamo continuare a osservare con estremo rigore. Ho molta paura».

Proprio adesso che stiamo per superare mesi bui?

«Non vorrei che leggendo i dati che parlano di diminuzione di nuovi positivi e ricoverati in terapia intensiva la gente arrivi a concludere che sia venuto il momento di riconquistare la libertà perduta. Non è così, non deve essere così. Se abbiamo raggiunto questi risultati, e speriamo che vengano confermati nei prossimi giorni, è grazie alle misure di contenimento. Il fatto che funzionino significa che dobbiamo stringere ancora, mantenere le distanze di sicurezza, rinunciare alla vita normale. Il mio messaggio è di non lasciarci andare proprio ora che stiamo per farcela. Anzi bisogna essere ancora più severi con noi stessi. La discesa delle infezioni non sarà veloce come è stata la salita».

Questa malattia nelle forme più gravi si esprime con polmonite virale che porta i pazienti in terapia intensiva. Che polmonite è?

«Sono polmoniti interstiziali. Ad essere colpita è dunque la parte del polmone che serve a ossigenare il sangue. Ecco perché il rischio è che si arrivi velocemente e in modo imprevedibile a insufficienza respiratoria: un peggioramento rapido, anche nel giro di poche ore. I pazienti per questo vanno monitorati attentamente e devono ricevere un corretto apporto di ossigeno».

Dimezzato l’aumento dei contagiati, più guariti. Bonus di 800 euro per le Partite Iva




da il CORRIERE DELLA SERA del 31 marzo 2020.Mariolina Iossa

Il virus sembra rallentare la sua corsa. Non è ancora la svolta, ma un segnale incoraggiante sì. Dimezzato il numero dei contagiati, aumentano i guariti. «Ma non bisogna allentare la presa». Resta purtroppo ancora alto il dato dei morti: 812 nelle ultime ventiquattr’ore. Gli esperti: solo dopo Pasqua sarà fatta una nuova valutazione sui divieti e saranno prese le decisioni del caso. Anche se l’uso delle mascherine sarà consigliato, o obbligatorio, ancora per mesi. Dal governo è pronto un bonus di 800 euro per le Partite Iva.
La speranza degli italiani è aggrappata ad una percentuale, ogni giorno più bassa, quella della crescita del contagio. E quella percentuale, che è sempre stata in discesa negli ultimi giorni, è calata ancora. Domenica era il 5,6%, ieri il 4,1. «Dal 20 marzo ad oggi siamo passati da 40 mila a 75 mila contagiati, 4.050 persone in più nell’ultimo giorno. Ma ciò che è importante è la percentuale dei nuovi contagi su base quotidiana, passata dall’11 del 20 marzo all’attuale 4,1», ha detto il capo dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli. Abbiamo sempre meno nuovi contagiati ma c’è anche il dato del numero di guariti in un solo giorno che dà fiducia: sono 1.590, ed è il più alto dall’inizio dell’epidemia, che porta a 14.620 i malati che hanno sconfitto il virus.
Fa ben sperare anche il numero (e la percentuale) dei nuovi ricoveri in terapia intensiva, altra spia importante di un allentamento della pressione sugli ospedali: ieri solo 71 persone in più sono state ricoverate in intensiva, sono 3.981 in tutta Italia, con un incremento dell’1,9%.
Purtroppo è sempre alto il numero dei morti, ieri 812, che porta il totale delle vittime a 11.591. Quello dei decessi sarà anche l’ultimo numero a migliorare. L’italia, dice Borrelli, «sta vivendo l’emergenza sanitaria più grande degli ultimi 100 anni. Solo nella Grande guerra il Paese ha avuto una crisi sanitaria simile a questa». Ma i sorrisi e i volti più distesi del capo Dipartimento e del presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli, in conferenza stampa, parlavano di fiducia, di ottimismo. Non ne siamo fuori, è presto per ragionare su scenari sociali e politici post emergenziali. Ma è proprio adesso che va mantenuto «il comportamento tenuto fino ad ora dai cittadini — dice Locatelli —. Le misure restrittive ci hanno portato a questi primi risultati. Una riapertura del Paese? Ne riparliamo dopo Pasqua». «Oltre 6.500 persone sono state denunciate in un giorno — ha aggiunto Borrelli — per aver violato l’obbligo di quarantena,e tra loro ci sono anche positivi al virus. Sono comportamenti gravissimi».
Anche in Lombardia il governatore Fontana e l’assessore regionale Giulio Gallera mostravano ieri cauto ottimismo. «Siamo sulla buona strada», ha detto il presidente della Regione. In Lombardia, in particolare a Lodi e a Bergamo, rispetto alla metà di marzo si è dimezzato il numero di chiamate ai mezzi di soccorso per ricoveri d’urgenza.
Va meglio anche a Milano città, che domenica aveva registrato 546 nuovi contagi mentre ieri erano 154. In tutta la regione ci sono 1.154 casi in più. «I dati confermano fortunatamente una riduzione costante e omogenea in quasi tutto il territorio regionale dei nuovi casi e degli accessi nei Pronto soccorso», ha detto Gallera, anche perché ci sono 1.082 dimessi e questo «è un segnale molto bello».
L’oms guarda oltre. «La stabilizzazione dei contagi in Italia e in Spagna è importante ma il virus non se ne andrà da solo e serve uno sforzo ulteriore. Oltre a chiudere bisogna concentrarsi su una strategia da adottare per spingere giù il virus». Ora, cure e vaccino.

lunedì 30 marzo 2020

CORONAVIRUS IN GERMANIA.Certificato di immunità per tornare alla vita normale

After one infected 16 at Berlin nightclub, coronavirus fears grow ...

Chiunque abbia avuto il covid-19 può, dopo un test che dimostra il pieno recupero, tornare alla vita normale con un "certificato di immunità". Questa è l'idea che si sta studiando in Germania per evitare che le misure per contenere il coronavirus colpiscano l'economia più di quanto sia strettamente necessario.
L'obiettivo dei ricercatori del Centro Helmholtz per l'indagine sulle malattie infettive che stanno sviluppando il piano è quello di testare 100.000 persone, fornendo certificati a tutti coloro che, nel frattempo, hanno sviluppato anticorpi e, quindi, l'immunità al nuovo coronavirus, e che saranno quindi in grado di tornare al lavoro in modo normale. Con questa misura, la Germania spera di essere in grado di aprire gradualmente le scuole e consentire incontri pubblici più ampi.
Fino ad ora, gli esami del sangue eseguiti su pazienti infetti hanno dimostrato che solo il grado di immunità che hanno sviluppato in relazione ai coronavirus in generale e non a covid-19 in particolare. Il lavoro dei ricercatori del Centro Helmholtz di Braunschweig, un team guidato dall'epidemiologo Gerard Krause, consentirà di identificare gli anticorpi contro il covid-19, il che aiuterà anche a capire esattamente quante persone sono state infettate anche senza avere sintomi. Sarà inoltre possibile calcolare in modo più affidabile il grado di mortalità causato dal coronavirus .
Il progetto dovrebbe essere approvato all'inizio di aprile con i primi risultati previsti alla fine del mese. I dati più recenti indicano che il numero di infetti in Germania raggiunge i 62 mila, con 541 morti finora. Il modello tedesco è stato considerato un buon esempio per essere riuscito a mantenere un basso tasso di mortalità . E i sondaggi di popolarità mostrano che il modo in cui il governo ha affrontato la pandemia sta aumentando il sostegno da parte di Angela Merkel.
Come in altri paesi, la questione di come iniziare ad allentare le misure per contenere la pandemia è, al momento, centrale per i funzionari del governo.In Germania c'è stata una divisione tra i difensori della linea dura, tra i quali vi sono governatori di alcuni stati, e il più moderato, un gruppo che include Angela Merkel. Sostengono che l'impatto delle misure già in vigore dovrebbe essere misurato e, di conseguenza, passare a quelle più restrittive, se necessario.

La Federal Reserve ha stampato 3 trilioni di dollari...ma potrebbero non essere sufficienti

Federal Reserve System - Wikipedia

La Federal Reserve ha stampato più di  3 trilioni di dollari in prestiti e acquisti di asset nelle ultime settimane  ma non ha ancora aiutato direttamente grandi parti dell'economia reale.
Ciò è in parte dovuto al fatto che alla banca centrale americana non è consentito assumere molto rischio di credito in sé e che i prestiti a mutuatari con rating più basso hanno maggiori possibilità di perdite. Il rischio è aggravato dagli sforzi per fermare la diffusione del coronavirus che ha portato l'attività economica a una brusca frenata.
Per alleviare questo vincolo, il Ministero del Tesoro degli Stati Uniti - il cui compito è gestire le finanze del governo e aiutare la Fed a mantenere stabile l'economia - ha assunto parte del rischio che i prestiti della Fed non vengano rimborsati.
Ha contribuito per circa  50 miliardi di dollari da un hedge fund chiamato Exchange Stabilization Fund. Quel denaro verrà utilizzato per assorbire le perdite dai prestiti della Fed che vanno male. Supponendo che solo una frazione dei prestiti diventi inadempiente, il contributo del Tesoro ha permesso alla Fed di prestare molto di più senza assumersi ulteriori rischi.
Venerdì scorso il Ministero del Tesoro ha ricevuto circa 450 miliardi di dollari in più dal Congresso nell'ambito di un pacchetto di stimolo da 2,2 trilioni di dollari USA, aumentando notevolmente la sua capacità di sostenere l'economia. Prima che passasse il conto, alla fine di febbraio il fondo di stabilizzazione aveva attivi per circa  93 miliardi di dollari.
Il segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha detto a Fox News ieri che ritiene che i fondi aggiuntivi possano aiutare la Fed e il Ministero del Tesoro a fornire prestiti per circa 4 trilioni di dollari.
Ma gli investitori e gli economisti hanno affermato che anche questo denaro aggiuntivo potrebbe essere insufficiente, e il Congresso probabilmente avrà bisogno di accumulare migliaia di miliardi di dollari in più prima che la Fed e il Tesoro possano incidere significativamente sull'economia reale. In caso contrario, molte società statunitensi e governi locali sono a rischio di inadempienza sul debito o addirittura di andare sotto.

L'economia cinese è finita in terapia intensiva

Coronavirus, l'imprenditore cinese che criticò Xi Jinping sparito ...



Venerdì, il Fondo monetario internazionale ha dichiarato  "recessione" globale, mentre un crollo della crescita per la seconda economia del mondo sembra inevitabile.
“Sebbene le misure draconiane sembrano, per ora, aver posto fine all'acuta crisi della salute pubblica in Cina, hanno inaugurato una crisi economica. La Cina sta affrontando la prospettiva non solo di una crescita drammaticamente più lenta ma di una crescita potenzialmente negativa per la prima volta da quando Deng Xiaoping ha iniziato ad aprire l'economia cinese [nel 1978] ” , ha dichiarato Dan Baer, ​​del Carnegie Endowment for International Peace .
“Un'economia in contrazione rappresenta un'enorme minaccia per la legittimità politica interna del Partito Comunista Cinese. Nella misura in cui esiste un contratto sociale in Cina, per una generazione lo è stato: non ottieni diritti, ma ottieni un'economia in crescita ”, ha scritto per ChinaFile .
La scorsa settimana, i leader politici al vertice del 20 hanno deciso di iniettare 5 trilioni di dollari USA nell'economia globale per fermarla dopo che vaste fasce di Europa, Nord America e parti dell'Asia sono state bloccate nella battaglia per sconfiggere il coronavirus
Già i timori di una "profonda" recessione mondiale sono stati messi a fuoco in modo approfondito dal Fondo monetario internazionale e dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ,  OCSE.
“Ora è chiaro che siamo entrati in una recessione piuttosto profonda. I costi umani della pandemia del coronavirus sono già incommensurabili e tutti i paesi devono lavorare insieme per proteggere le persone e limitare il danno economico ", ha detto Kristalina Georgieva, amministratore delegato dell'FMI.
Angel Gurria, segretario generale dell'OCSE, è stato altrettanto schietto, avvertendo che lo tsunami economico della catastrofe di Covid-19 sommergerà la comunità globale.
"[Non avremo nessuna crescita o crescita negativa in molte delle economie del mondo, comprese alcune di quelle più grandi, e quindi quest'anno si avrà solo una bassa crescita, ma anche impiegherà più tempo a riprenderlo in futuro ", ha detto.
JP  è andato oltre, prevedendo che il PIL globale del primo trimestre si sarebbe contratto del 12% con l'Europa che si sarebbe sbriciolata del -15%.
"Ora pensiamo che l'attività si contrarrà più severamente nelle principali economie mentre il virus interromperà l'attività nei principali settori. A seguito di una recessione nel [primo semestre 2020], cerchiamo ancora un rimbalzo nel [terzo trimestre] ", ha sottolineato la banca di investimento  all'inizio di marzo.
I dati ufficiali rilasciati dal National Bureau of Statistics per gennaio e febbraio mostrano che la produzione industriale è diminuita del 13,5% nei primi due mesi dell'anno. Anche le vendite al dettaglio sono crollate del 20,5% mentre l'occupazione urbana è salita al 6,2% il mese scorso dal 5,3% di gennaio. .
Per completare una serie spaventosa di cifre, nello stesso periodo i profitti delle imprese industriali sono crollati del 38,3% da un anno prima a 410,7 miliardi di yuan, ovvero  58,15 miliardi di dollari. Inoltre, quello era il livello più basso registrato in un decennio.

SILVIO GARATTINI:Siamo arrivati tardi sull’epidemia. Non arriviamo tardi sulla ripresa"




da LIBERO del 30 marzo 2020.Intervista di Pietro Senaldi

Professor Garattini, muoiono centinaia di persone ogni giorno ma le autorità sono moderatamente ottimiste perché i contagi rallentano: dobbiamo soffrire ancora o possiamo sperare?

«Chi muore adesso per la maggior parte si è ammalato prima delle chiusure forzate. Questi decessi non sono rappresentativi della situazione attuale. Quanto ai contagiati, essi aumentano con il numero dei tamponi eseguiti, ma non ci sono impennate, la crescita è stabile, il che solitamente avviene appena prima che inizi la discesa. È confortante peraltro che ci sia una tendenza alla diminuzione dei ricoveri ospedalieri».

Tutti chiedono una data per la fine dell’emergenza: qual è la sua opinione?

«Bisogna avere un mese di dati confortanti prima di dire di intravedere la luce in fondo al tunnel. Ma bisogna fare attenzione a riaprire troppo presto, quando la gente non è ancora guarita».

I primi di maggio è l’ipotesi più ottimista?

«Sarebbe bello anche aprile, ma è presto per dirlo».

Il dottor Estate guarirà il virus? 

«Questo lo sapremo in estate. Ma il Covid-19 sarà davvero sconfitto quando si troverà il vaccino o dei farmaci efficaci».

Nel frattempo come si cura il Covid-19, professore?

«Per l’80% dei casi esso è asintomatico o basta una semplice tachipirina per controllare la febbre. Poi ci sono le situazioni drammatiche, quando manca il respiro. E allora servono le bombole o, nei casi più disperati, l’intubazione. Se non basta il paziente riceve un’ossigenazione in varie modalità, anche senza passare attraverso i polmoni».

L’ossigeno è l’unica cura allora, in attesa che il corpo si riprenda o si arrenda?

«La reazione del paziente all’ossigenazione è individuale, e dipende naturalmente molto dalle condizioni di salute generali precedenti l’infezione. Se essa non basta, si può ricorrere in via estrema a tre farmaci che si stanno sperimentando. Sono promettenti ma non bisogna dimenticare che mostrano anche forme di tossicità, per cui non possono essere somministrati a tutti, né prescritti da tutti».

Quali sono questi farmaci miracolosi?

«La clorochina, un antimalarico che hanno utilizzato in Cina, e ora anche in Francia e in Italia, si sta rivelando promettente, ma non può essere somministrato a soggetti cardiopatici. L’Agenzia Italiana del Farmaco poi ha iniziato una sperimentazione sul Remdesivir, farmaco anti-ebola per cui non esistono ancora dati scientificamente accettabili. Infine c’è il Tocilizumab, un antinfiammatorio per l’artrite che toglie l’infiammazione, che è un elemento importante nella gravità della polmonite. Però anch’esso è pericoloso se lo si dà a pazienti già debilitati in precedenza».

Chi ha fatto il vaccino influenzale è più protetto rispetto al Corona?

«Il vaccino anti-influenzale è certamente utile per una buona percentuale di soggetti che sviluppano influenza. Qualcuno pensa che possa servire a mitigare la potenza del Covid-19. Tutti attendono il vaccino e speriamo che questo attenui la posizione dei no-vax. In questo Paese crediamo troppo agli stregoni e troppo poco nella ricerca».

Inizialmente si pensava che il virus uccidesse solo gli anziani. Poi quelli che avevano problemi di diabete o di cuore o i malati di tumore. Ora vediamo che muoiono quarantenni, ma in Francia anche una sedicenne…

«I dati più recenti indicano che esiste una proporzionalità rispetto all’età. Sono molti pochi i casi di letalità nei soggetti più giovani e poi, piano piano, aumentano esponenzialmente in rapporto con l’età, soprattutto tra chi ha più di 65 anni e presenta una o più malattie gravi. Molto spesso nei decessi degli anziani è difficile stabile se il virus è stato la causa o solo una concausa».

E quanto ai giovani?

«Le cause delle morti giovani andrebbero analizzate caso per caso. In realtà si scoprirebbe che c’è sempre una ragione specifica alla base. Se, ad esempio, avviene un infarto in un giovane soggetto al virus, non è detto che esso non sarebbe avvenuto comunque».

Quanto è letale il Covid-19? 

«Per capirlo bisogna analizzare l’azione del virus in una popolazione ben definita. Sulla Diamond Princess, la nave da crociera dove si sviluppò l’epidemia, la letalità è stata calcolata intorno all’1%. E così anche nel comune bergamasco di Nembro, il sindaco, che è un fisico, stima che la letalità sia la medesima percentuale. Anche, l’Ispi, in una sua relazione è arrivato alla stessa conclusione».

A proposito, perché la Lombardia è la regione più colpita?

«Innanzitutto perché essa rappresenta un sesto della popolazione italiana ed è quella con maggiori attività e relazioni internazionali, inclusa la Cina. Poi perché non sono stati identificati rapidamente i cosiddetti focolai, come quello di Codogno. A differenza della cittadina lodigiana, l’area dei comuni di Alzano Lombardo e Nembro non è stata chiusa e, data la sua vicinanza con Bergamo, ha determinato un contagio diffuso. Molti hanno sottolineato la possibilità che uno scambio di contagi sia avvenuto il 19 febbraio in occasione della partita a San Siro tra Atalanta e Valencia».

La sanità lombarda è finita sotto accusa: lei cosa ne pensa?

«Credo che se non ci fosse stato il servizio sanitario pubblico lombardo la carneficina avrebbe avuto ben altre dimensioni. Nessun ospedale al mondo sarebbe stato in grado di fare quello che è stato fatto qui, con un volume di lavoro così elevato».

Piena assoluzione, dunque? 

«L’impegno eccezionale di tutto il personale sanitario non impedisce di rilevare che è mancato il rapporto tra medici di medicina generale e ospedali. Quello lombardo è un modello troppo ospedale-centrico. Ha prodotto tante eccellenze, ma l’ospedale non può fare tutto, deve avere un contatto con i medici del territorio, che devono fare da filtro ai ricoveri ospedalieri. Penso anche che si sarebbe dovuto fare come in Cina, radunare in strutture i malati di Covid-19 che non necessitavano di ospedalizzazione, in modo da limitare il dilagare del virus».

Il governo ha commesso degli errori?

«Come tutti, ha sottovalutato. Il 5 gennaio il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza, ma poi non è stato fatto nulla per un mese e mezzo. È mancata una cabina di regia che gestisse l’emergenza in arrivo. Protezione Civile e governo dovevano dare disposizioni alle Regioni, procurare mascherine, elaborare un codice di comportamento, istruire i medici, procacciarsi respiratori, creare strutture intermedie dove alloggiare i positivi che non necessitano di ricovero, così da non affollare gli ospedali ma evitare che le persone si contagiassero in famiglia».

Mi spiega perché è così difficile reperire mascherine? Non viviamo in un Paese sottosviluppato.

«Ne servono 90 milioni al mese; e di quelle buone, non come tante che si vedono in giro. Noi non siamo autonomi, dobbiamo ricorrere ad altri Paesi, che ne hanno a loro volta bisogno e ci mettono in coda. Un tempo le producevamo poi c’è stata la pratica dell’appalto al massimo ribasso e i nostri imprenditori hanno smesso. Si parla tanto, a sproposito, di guerra, ma nessuno ha pensato ai rifornimenti sanitari in caso di pandemia, perciò ora siamo senza munizioni».

È mancata anche la guida dei medici, ognuno diceva la sua?

«Questo capita quando non c’è un coordinamento centrale. A livello politico è successo con le Regioni, ciascuna ha fatto le proprie scelte. Il caos però non è colpa solo di questo governo».

E di chi altri è colpa?

«Dei governi degli ultimi dieci anni che hanno tagliato fondi alla ricerca. Se si sopprimono i letti e i medici competenti, quando arriva l’emergenza si hanno meno risorse per affrontarla. Abbiamo un numero di ricercatori troppo basso, quindi è impossibile fare massa critica per affrontare i problemi. Nella miseria attuale, ognuno cerca di sopravvivere guadagnandosi la propria visibilità».

Ma la voce autorevole non dovrebbe essere quella dell’Istituto Superiore di Sanità?

«È un istituto eccellente, ma anche i suoi ricercatori hanno fatto parte delle carenze di sostegno alla ricerca scientifica».

Capisco, ma non è che da noi si muore di più rispetto alla Germania semplicemente perché abbiamo meno respiratori?

«Questa situazione è figlia degli errori storici commessi dalla politica. Accanto al taglio selvaggio dei fondi per la ricerca c’è la spesa bassa per la sanità, inferiore di due punti percentuali di Pil rispetto alla media Ue. Naturale che poi ci siano meno macchinari».

E qui c’è chi punta il dito contro la sanità privata…

«In Lombardia essa è molto importante, ma è sempre il sistema pubblico che, pagando, dovrebbe decidere ciò che gli ospedali privati devono fare. Le strutture private potevano essere obbligate a tenere più posti di terapia intensiva, che sono costosi e poco remunerativi».

Professore, siamo in guerra, come va di moda dire?

«Io sono del ’28, la guerra la conosco. Se oggi si parla di guerra è perché sono rimasti in pochi quelli che hanno visto quella vera. La si evoca per rimandare l’immagine di qualcosa di terribile, ma in guerra non ti chiedevano di stare a casa, ti bombardavano casa e ti mandavano al fronte, il cibo era razionato, non c’era carne e il pane era pieno di paglia. Questa è una tragedia, che avrà conseguenze economiche pesanti, ma non è paragonabile a un conflitto bellico».

Quando potremo ripartire?

 «Sarà un problema complicato. Dovrà essere graduale e le scelte vanno ponderate attentamente. Si possono fare test del sangue per scoprire chi ha gli anti-corpi. Dovremo già pensare adesso, che si spera in una soluzione sanitaria, a individuare i soggetti che possono tornare al lavoro e darci delle regole per riprendere l’attività. Ci vorrà tempo ma bisogna iniziare a pensarci, per non trovarci ancora una volta senza progetto».

Che disastro. È ottimista?

«Se non lo fossi non sarei al lavoro alla mia età».