Anglotedesco

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domenica 31 maggio 2020

da REGGIO EMILIA/ Chat Palamara-Mescolini, Paolo Bernini chiede di essere ascoltato-Il 40% delle vittime reggiane provengono dalle case per anziani-Indagati titolari della ditta Romei



DA IL RESTO DEL CARLINO

«Le chat di Palamara su Mescolini? Finalmente emerge la verità»

«Chiederò formalmente di essere ascoltato dagli inquirenti che indagano sulle nomine imposte dal magistrato Luca Palamara a Csm». Lo scrive Giovanni Paolo
Bernini, 57enne esponente di Forza Italia a Parma, ex assessore della giunta Vignali, postando su Instagram l’articolo che il Carlino ha dedicato alla chat intercorsa nel primo semestre 2018 tra il giudice reggiano Gianluigi Morlini e Palamara, in cui compare anche il nome di Marco Mescolini, allora pm della Dda di Bologna che diventerà nel luglio dello stesso anno procuratore capo a Reggio.
Bernini fu indagato nel processo ‘Aemilia’ per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio politico mafioso: fu prosciolto in primo grado e in
appello per prescrizione del reato, derubricato dai giudici in corruzione elettorale. Il dialogo via whatsapp è finito agli atti dell’inchiesta su Palamara, ora indagato per corruzione: in un passaggio Morlini scrive a Palamara, allora membro del Csm, di essere «pressatissimo da Mescolini» nel giorno stesso in cui si teneva una seduta del plenum del Csm in cui i membri si divisero sulla scelta tra il pm della Dda e Alfonso D’Avino, allora procuratore aggiunto a Napoli, entrambi in corsa per la carica di capodella Procura reggiana.
Il 18 maggio il giudice reggiano si raccomandava con Palamara:
«Mi raccomando di tenere tutto sotto controllo: Lucia Russo, Corinaldesi, Mescolini, Pasini, Treré ad Ancona». Morlini (e non Mescolini, come scritto erroneamente in un articolo apparso due giorni fa), ha spiegato questi dialoghi come «richieste di calendarizzazione al plenum del Csm di nomine già decise
all’unanimità o a larghissimamaggioranza in commissione».
Bernini interviene proprio su questi stralci: «Finalmente esce la verità che già pubblicai nel maggio 2019 nel capitolo ‘Il pm ritira il premio’ del mio libro ‘Storie di ordinaria ingiustizia’ con prefazione di Vittorio Feltri sul
ruolo che ebbe il pm Mescolini nel processo ‘Aemilia’. Un fiume di intercettazioni telefoniche e ambientali che coinvolgevano esponenti locali e nazionali del
Pd furono sottaciute dal pm, che nel 2006 fu consulente del governo Prodi e, dopo ‘Aemilia’, fu premiato dal Csm a capo della Procura di Reggio, città epicentro dei fatti mafiosi e di Graziano Delrio. Ecco come funziona la spartizione politica della giustizia italiana».
Da noi interpellato Bernini ricorda di aver anche presentato «un esposto al Csm»: «Non solo è grave che la sua nomina sia avvenuta in danno a D’Avino che aveva più requisiti, ma fu un premio per non aver considerato quelle intercettazioni. Dopo nove mesi arrivò la risposta del Csm: l’azione del magistrato è insindacabile, poteva intervenire solo il ministro per aprire un’indagine interna...».

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Nelle strutture per anziani il 40% delle vittime

All’11 maggio, data dell’ultima rilevazione della Regione, su
549 decessi causati dal Covid nella nostra provincia (ora sono
578), ben 219 (il 40%) arrivavano dalle strutture per anziani. Di
più: nell’intera Emilia Romagna, siamo la seconda provincia più
colpita dietro a Bologna. Numeri inquietanti che ben aiutano a
comprendere la tragedia consumatasi tra Cra e case di riposo.
Se andiamo ad analizzare nello specifico infatti, sui 219 vittime,
46 arrivano dalla val d’enza, 30 a Castelnovo Monti, 18 a Guastalla, 14 a Scandiano e 3 a Correggio tra strutture comunali e
privati.
Le restanti108 invece sono stati a Reggio, di cui 68 in quelle gestite dall’Asp comunale. Più precisamente, 15 alle Mimose (su
60 ospiti),19 alle Magnolie (122),16 a ’I Girasoli’ (su 102), 7 a Villa Erica (66), 1 a Villa Primula (126),2 ai Tulipani (su 60), e 9 nella casa di riposo Parisetti, che aveva 65 ospiti. A villa Margherita invece nessuna vittima su 42 pazienti.
«Sono numeri che spaventano, noi in primis - ha ribadito Sergio
Leoni, presidente di Asp Reggio - ma se andiamo a guardare il totale, sono il 10% circa di tutti i nostri ospiti. Siamo arrivati ad
avere fino a 276 positivi nel momento di massima emergenza
legata al Covid; attualmente ne rimangono invece 52. Di questi,
16-17 sono sintomatici, gli altri in sostanziale attesa del doppio
tampone negativo ma ormai completamente guariti».
Il presidente di Asp è passato in mezzo a una vera e propria
tempesta. E dopo più di due mesi di emergenza, ha ribadito il
proprio punto di vista: «Ho sentito spesso parlare di strutture
per anziani ’buone’, con zero casi, e altre ’cattive’. Ora: noi abbiamo avuto tre centri, Villa Primula, Tulipani e Villa Margherita
con zero casi conclamati, dato che i decessi sono avvenuti poi
in ospedale. E altre dove purtroppo è andata ben peggio. Ebbene, i protocolli di sicurezza erano identici (ribadisce scandendo bene le lettere, ndr).
Quindi addossare le colpe a scelte aziendali’ non ha senso.
E non lo faccio solo per difendermi».
La domanda allora è come il Covid sia entrato. «Ho individuato
almeno sei cause - attacca Leoni -. Primo, i possibili parenti
asintomatici. Fino alla chiusura governative degli accessi, entravano uno alla volta fino al 6 marzo. E il 12 abbiamo avuto un primo picco di contagi. Secondo, i pazienti stessi, come può essere avvenuto alla casa di riposoParisetti, dove sempre fino al
dpcm dell’8 marzo, gli anziani erano autorizzati a uscire. Inoltre, terzo, soprattutto quelli affetti da demenza senile sono difficili da controllare e limitare. Poi c’è il personale sanitario
(oss e medici) e quello di supporto (pulizie e cucine), dato
che i sierologici sono arrivati a fine aprile. Infine, dagli ospedali
sono arrivati ospiti purtroppopositivi senza saperlo».
Prima di concludere: «A metà marzo non era possibile fare
tamponi a tappeto, perché non ce n’erano. Quindi un paziente
asintomatico semmai rimaneva a contatto più giorni con le persone prima di aggravarsi. Ringrazio infinitamente l’Ausl locale; a livello regionale invece iprotocolli sono fermi a dieci anni fa e vanno cambiati».
Sono solo due i casi di positività al Covid-19 registrati nella nostra provincia nelle ultime 24 ore. Un dato estremamente positivo, così come positivo è anche l’assenza di decessi: il totale resta fermo a quota 578. L’unica nota stonata è che ieri un paziente si è aggravato ed è stato spostato nella terapia intensiva
proprio poche ore dopo che si era festeggiato per la dimissione dell’ultimo paziente. In totale i reggiani che si sono ammalati
per il Covid-19 risultano essere 4.947. Di questi solo 117 restano
ricoverati in una struttura ospedaliera mentre sono 453 i malati
in isolamento domiciliare. L’epidemia, insomma, sembra essere sempre più in fase calante.Proprio per questo l’ospedale e
l’Ausl stanno riprogrammando le visite mediche che erano state rinviate in questi mesi. Sono circa 130 mila le prestazioni che
vanno riprogrammate. E proprio su questo tema i consiglieri
regionali della Lega Nord Delmonte e Catellani hanno chiesto, con una loro nota, un’accelerazione: «Il ritardo si scarica
sull’allungamento delle liste di attesa per visite e interventi programmati e già sospesi per l’emergenza - dicono nel loro
documento -. Anche i servizi territoriali – hanno aggiunto Delmonte e Catellani - sono fermi e i tempi di riattivazione non sono certi. La situazione è delicata e deve essere ripresa in mano
quanto prima dal momento che i cittadini hanno già pagato a caro prezzo questa emergenza».
Emergenza Covid-19 Il presidente di Asp città delle
persone Raffaele Leoni messo a nudo vari problemi durante la pandemia
N

DA LA GAZZETTA DI REGGIO del 31 maggio 2020

La ditta Romei coinvolta in una inchiesta.Indagati i titolari Roberto e Maurizio

Sta facendo molto parlare anche sul versante reggiano del crinale appenninico l'inchiesta che negli ultimi giorni è esplosa con epicentro a Vagli, Comune della Garfagnana, dove risultano indagate 27 persone, tra le quali gli imprenditori di Castelnovo Monti Roberto e Maurizio Romei, della Romei Srl. Si tratta di un'impresa notissima in tutto l'Appennino reggiano, non solo per i tanti lavori condotti sul territorio, ma anche, appunto, per aver realizzato un luogo di forte richiamo turistico, il Vagli Park, proprio nella località garfagnina.In più, l'impresa reggiana aveva siglato pochi giorni fa un'intesa con il Comune di Vagli per lo svuotamento dell'omonimo lago, che dovrebbe avvenire nel 2021, riportando alla luce Vagli Sotto, il borgo ottocentesco che fu "sacrificato" con la costruzione della diga e che normalmente giace coperto dalle acque. Ora l'inchiesta che sta facendo tremare le fondamenta stesse del Comune lucchese e che coinvolge anche la Romei: nei giorni scorsi sono scattate perquisizioni e sequestri negli uffici comunali, e anche nelle residenze di alcuni amministratori attuali e degli anni passati: nell'inchiesta è coinvolta tutta l'attuale giunta. Ma sono state oggetto di perquisizione anche le sedi di diverse imprese di costruzione e il Parco delle Apuane. L'indagine sarebbe partita più di un anno fa da una segnalazione arrivata ai carabinieri forestali di Camporgiano, per una serie di lavori di somma urgenza condotti a Vagli Sotto. Gli inquirenti ipotizzano che siano state provocate situazioni d'allarme e sia stata amplificata la gravità di alcune emergenze naturali per giustificare l'assegnazione dei lavori di ripristino dello stato dei luoghi, affidati con procedura diretta a imprenditori già individuati. Ma nell'inchiesta rientrerebbe anche la compravendita di terreni adiacenti le zone scavabili in cave di marmo delle Apuane. Le accuse rivolte ai 27 indagati vanno dalla turbativa d'asta alla truffa, al falso ideologico e, solo per gli amministratori pubblici, la corruzione. Non è ancora noto con chiarezza quali siano quelle rivolte ai titolari della Romei Srl, ma da quanto emerso sta già suscitando fortissime tensioni anche politiche in Garfagnana. Il Comune è amministrato dal 2009 da liste civiche di centrodestra. In particolare, per 10 anni è stato sindaco Mario Puglia, anch'egli tra gli indagati, la cui abitazione è stata perquisita, mentre dal 2019 il sindaco è Giovanni Lodovici. Il centrosinistra locale, a seguito dell'inchiesta, ha parlato di «fatti di una gravità tale quali mai si erano riscontrati nella storia di Vagli», e ha chiesto al prefetto di valutare il commissariamento del Comune.

SVIZZERA.Stefan Kuster (Ufsp):"L'incremento dei casi sta a significare che la vicenda del coronavirus non è ancora finita




da LA REGIONE del 30 maggio 2020.

Un neonato che ha contratto il coronavirus all’estero è morto nel canton Argovia. Si tratta del primo decesso di un bambino in Svizzera da quando è scoppiata l’epidemia. Ieri in conferenza stampa a Berna Stefan Kuster – il nuovo responsabile del settore malattie infettive dell’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) – ha ribadito che i bambini si ammalano meno frequentemente e che sono meno contagiosi. Tuttavia, questo caso dimostra che «bisogna tenere alta la guardia». Dopo il definitivo pensionamento di Daniel Koch, ieri è stato per la prima volta Kuster a presentare i dati più recenti relativi alla situazione epidemiologica in Svizzera. E lo ha fatto annunciando il maggior numero di nuovi casi di Covid-19 registrati in 24 ore in questa settimana, ovvero 32. Il numero totale di decessi è salito a 1’657, due in più di giovedì (ieri in Ticino sono stati annunciati tre nuovi contagi e zero morti). L’incremento dei casi sta a significare che «la vicenda del coronavirus» non è ancora finita, ha ricordato Kuster. È quindi molto importante che si continuino a rispettare le norme d’igiene e, in particolare, a mantenere le distanze. Quest’ultima è infatti la misura che ha mostrato il «maggiore effetto» nella lotta contro il coronavirus. Nel caso in cui non è possibile stare a due metri di distanza, bisogna garantire il tracciamento dei contatti stretti e fare, inoltre, affidamento sulla responsabilità individuale (come indossare la mascherina sui mezzi pubblici).

Per quanto riguarda il lavoro ridotto, Boris Zürcher, direttore della Divisione lavoro presso la Seco, ha annunciato che dal 31 maggio gli apprendisti non potranno più beneficiarne. Il motivo? I tirocinanti devono recarsi sul posto di lavoro per essere formati, ha indicato Zürcher.
Fare acquisti in Italia resta vietato Davanti ai media era presente anche il segretario di Stato della migrazione Mario Gattiker che ha fatto il punto sulle frontiere (nessuna novità in merito ai colloqui in corso con l’Italia): dal 15 giugno vigerà nuovamente la libera circolazione delle persone con Germania, Francia e Austria. Ciò permetterà anche ad esempio l’entrata sul territorio svizzero di turisti olandesi in arrivo dalla Germania, ha precisato Gattiker. Sarà pure possibile recarsi in questi Paesi per fare acquisti, pratica che invece rimarrà vietata su suolo italiano (a meno che nel frattempo non si trovi un’intesa con Roma sulla riapertura delle frontiere). Dal 15 giugno potranno nuovamente entrare in Svizzera anche pensionati e disoccupati. L’obiettivo, ha ribadito il segretario di Stato, è di reintrodurre la libera circolazione in tutto lo spazio Schengen dal 6 luglio. A partire da questa data il Consiglio federale deciderà poi come comportarsi anche con le persone provenienti da Stati terzi: per reintrodurre il visto è necessario trovare un’intesa con tutti gli altri Paesi Schengen.
Per quanto riguarda le vacanze estive, ieri la Grecia ha annunciato che dal 15 giugno accoglierà i turisti di 29 Paesi, tra cui la Svizzera, senza l’obbligo di effettuare una quarantena (escluse per ora Italia e Gran Bretagna). Per il momento l’Ufsp continua a sconsigliare i viaggi all’estero “non necessari”. Tuttavia, non è vietato uscire dalla Svizzera: semmai è proibito entrare in un altro Paese che ha ‘chiuso’ le frontiere. In merito al rientro nella Confederazione, a chi è cittadino elvetico o ha un permesso di soggiorno non può essere impedito di tornare a casa.

Seconda ondata,in Ticino un mix che preoccupa




da LA REGIONE (giornale ticinese)del 31 maggio 2020.di Stefano Guerra

Dopo 48 giorni trascorsi in cure intense, ieri è stato trasferito in reparto l’ultimo paziente Covid intubato in Ticino (all’ospedale La Carità di Locarno; una persona resta in ventilazione alla clinica Moncucco di Lugano, ha riferito la Rsi). Ad altri è andata meno bene. Tre persone diabetiche sono state ricoverate in aprile con un’infezione a un piede, che poi ha dovuto essere amputato. Una di loro non ce l’ha fatta. Si fossero annunciate prima al loro medico o al pronto soccorso, forse il decorso sarebbe stato diverso. Forse. Sta di fatto che la pandemia ha avuto un risvolto non del tutto atteso: non poche persone, anche con malattie croniche, temendo di venir contagiate sono rimaste alla larga da studi medici e ospedali. Pagandone un caro prezzo. In un Paese come la Svizzera, nel quale in tempi normali si tende piuttosto a consumare in eccesso farmaci e prestazioni mediche, l’emergenza coronavirus ha rivelato anche il pericolo della sottomedicalizzazione. Un fenomeno del quale s’incomincia appena a misurare portata, implicazioni e potenziale impatto a corto-medio termine.
La cosa preoccupa. Perché in molti casi i problemi di salute trascurati (in Ticino sono calate le ammissioni in ospedale per emergenze come infarto e ictus) sono destinati a trascinarsi nel tempo. I pazienti riluttanti durante la fase acuta della pandemia potrebbero così andare a ingrossare le fila di coloro che in autunno – anche come vittime dell’influenza stagionale, da gestire ormai come casi Covid; o del coronavirus stesso, che resterà in agguato – busseranno alle porte di studi medici e servizi di pronto soccorso. Il pericolo che il sistema – a causa di una nuova ondata ‘mista’, di casi Covid e non-Covid – si ritrovi tra pochi mesi di nuovo al bordo del collasso, è dietro l’angolo. Lo ha evocato ieri Paolo Ferrari, capo dell’Area medica dell’Ente ospedaliero cantonale (Eoc), durante un incontro con i media organizzato a Lugano dall’associazione di assicuratori malattia Curafutura.
Se effettivamente tra ottobre e novembre una simile ondata si produrrà, “allora rischiamo veramente grosso”, ha detto Ferrari a ‘laRegione’. Le strutture dell’Eoc ad ogni modo già si stanno preparando. A marzo hanno fatto acrobazie: servizi e reparti in vari ospedali sono stati chiusi, smontati e rimontati altrove. Dal profilo logistico, non si faranno cogliere impreparate. Ferrari: “Sarà più facile. Perché tutto quello che abbiamo costruito a Locarno (alla Carità, trasformato in ospedale Covid, ndr), lo abbiamo mantenuto. Reparti sono stati chiusi, ma possono essere riattivati in poco tempo. Letti, monitor, ventilatori ecc., tutte le attrezzature che servono insomma, ci sono. In caso di seconda ondata, non dovremo più andare a cercarle”. La pandemia qualcosa ha insegnato. Che la ‘prossimità’ è relativa, ad esempio. In Australia l’ospedale più ‘prossimo’ è a 750 km, ha detto Ferrari mostrando un cartello stradale fotografato in quel Paese, dove ha vissuto per 15 anni. Durante la pandemia “l’ostetricia a Mendrisio è stata chiusa. E i parti sono stati seguiti a Lugano, con piena soddisfazione delle partorienti”. “Più ospedali – ha proseguito – non vuol dire per forza miglior qualità delle cure. Anzi. E il cittadino ha diritto alla qualità delle cure, non all’ospedale fuori dalla porta di casa”. Una qualità alla quale potrebbe giovare anche una più sistematica collaborazione pubblico/privato. Intanto quella “spontanea” tra Eoc e cliniche private sperimentata durante l’emergenza Covid è stata “molto positiva”.

Musica del futuro, casomai. Il presente vede ancora assicuratori malattia, ospedali, Confederazione e cantoni alle prese col nodo dell’assunzione dei costi della crisi. Non sono noccioline: un giorno in cure intense costa in media 6mila franchi (27 giorni di degenza media); il ‘tampone’ da 200 a 400 franchi (300-500 fino al 30 aprile), e in Svizzera fin qui ne sono stati fatti circa 400mila... Molte sono le “domande aperte” (come e quando si recupereranno le operazioni e gli interventi rimandati? Quali conseguenze avrà la sottomedicalizzazione? Come sarà la seconda ondata?), ragione per cui – ha spiegato Céline Antonini di Curafutura – non è ancora possibile calcolare le ripercussioni che tutto questo avrà sui premi di cassa malati 2021.

GIUSEPPE DE DONNO:"Ogni regione deve organizzarsi e fare una banca del plasma"



GIUSEPPE DE DONNO:

"E' assurdo sentire alcuni presidenti di Regione ,che non hanno competenze sanitarie, opporsi alle banche del plasma.E' stato dimostrato chiaramente che il plasma non ha effetti collaterali,non da reazioni avverse ed è più efficace di altre terapie.
I dati Usa ci dicono che il rischio di contrarre infezioni è di uno su venti milioni".

CARLO BONOMI:"«Questa politica rischia di fare più danni del Covid»,

Lavoro, Carlo Bonomi: questa politica rischia fare più danni del ...


da LA REPUBBLICA del 31 maggio 2020.Intervista di Roberto Mania

«Questa politica rischia di fare più danni del Covid», dice Carlo Bonomi, 54 anni, presidente di Confindustria da undici giorni. «Non voglio passare come una Cassandra — aggiunge — ma la narrazione secondo cui una volta passata la pandemia tutto tornerà come prima è una falsità bella e buona. La realtà è un’altra».

E, allora, com’è la realtà?

«Guardi, questo è un Paese che si è abituato ad essere anestetizzato. Io non sto cercando le polemica, non sono contro a priori. Sto cercando di mettere tutti davanti alla realtà: gli imprenditori sono fortemente preoccupati. In autunno molte imprese non riapriranno, altre dovranno ridimensionarsi. Non sappiamo cosa succederà domani, che ne sarà delle commesse, degli ordini, dei fornitori».

Ha detto che ci sarà un milione di licenziamenti? È una minaccia?
Una sfida al governo? E la responsabilità sociale delle imprese che fine fa?

«Ho detto quel che sanno tutti coloro che ogni mattina vanno in azienda a lavorare. Il governo ha bloccato i licenziamenti fino ad agosto. Ma il lavoro, i posti di lavoro, non si gestiscono e non si creano per decreto. Serve una strategia, una visione, un’idea di quale Paese vogliamo costruire. Bisogna smetterla di guardare esclusivamente al dividendo elettorale».

Dica lei quello che farebbe, visto che il ceto politico le appare tutto ripiegato su se stesso alla ricerca del consenso per il prossimo appuntamento elettorale.

«Lo ha detto molto bene il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Bisogna puntare sulla crescita: sono venticinque anni che il nostro Paese perde produttività, allontanandosi sempre più dai concorrenti. E la crescita dipende anche da dove si allocano le risorse: da decenni si aumenta la spesa corrente (il dividendo elettorale) a scapito degli investimenti nelle infrastrutture, nella sanità, nell’innovazione e nella ricerca, nelle politiche per la sostenibilità ambientale e sociale, nelle politiche attive per il lavoro anziché annegarle nel reddito di cittadinanza o nei navigator. A proposito qualcuno sa dove sono andati a finire? Non si fa così, è uno spreco di risorse inaccettabile».

Al netto del reddito di cittadinanza, che comunque ha dimostrato di essere utile in questa drammatica crisi, sono i settori in cui anche il governo dice di volere intervenire utilizzando la risorse che arriveranno dal Recovery Fund europeo.

«Siamo alla solita politica degli annunci. Servono i fatti. Ci sono stati già tre decreti per affrontare l’emergenza: soldi a pioggia, senza mai guardare al futuro. Il decreto liquidità non ha messo liquidità nelle casse delle aziende mentre la cassa integrazione la stanno anticipando le aziende. Le stesse che non hanno liquidità perché sono in crisi. È una follia.
Bisognerebbe cambiare passo perché ho la sensazione che il governo, e la politica in generale, tendano a comprare tempo, a prendere a calci la lattina e spostarla un po’ più in là».

Il governatore, che lei ha richiamato, non ha bocciato però gli interventi del governo.

«Ha giustamente evitato di essere strumentalizzato dalla politica. Ma noi i nostri compiti a casa non li abbiamo fatti. La politica dello struzzo alla lunga non paga e può fare peggio del Covid. Lo si vedrà quando scopriremo che il Pil è caduto di dieci punti, allora dovremo faremo tutti i conti con la realtà».

Non le pare un po’ esagerato paragonare il balbettio della politica al dramma del coronavirus?

«Senta, questo è un Paese, con la politica in testa, che si sta appassionando a una discussione surreale: quando e come andare in ferie. Un Paese bloccato che discute sulle vacanze! Mi auguro che il Parlamento italiano non chiuda ad agosto, sarebbe davvero una delusione. Sia chiaro: Confindustria resterà aperta».

Voi industriali siete sempre pronti a dare lezioni, a fissare l’agenda degli altri. Un’autocritica mai? La crisi, tra le altre cose, ha dimostrato la fragilità del nostro capitalismo: aziende piccole, sottocapitalizzate, indebitate, familiari e chiuse ai manager. Mi fermo.

«Il giorno in cui mi sono candidato ho detto ai miei colleghi: "Se vogliamo cambiare l’Italia dobbiamo cambiare noi per primi"».

Come?

«Anche noi abbiamo commesso degli errori. Il voto del marzo 2018 è stato un voto contro un intero ceto dirigente, dunque anche contro di noi».

Quali errori avete commesso?

«Uno, innanzitutto: il Sud. Ne abbiamo parlato tanto, ma avremmo dovuto fare di più. E poi non aver interpretato correttamente come stessero mutando le disuguaglianze, non più solo Nord-Sud ma anche centri urbani e periferie. Ci siamo attardati per troppo tempo sull’idea del "piccolo è bello". Invece non è politicamente scorretto chiedere di sostenere le medie e grandi imprese, anche le nostre "multinazionali tascabili" perché vuol dire aiutare tutta la filiera produttiva».

Mi permetta: anche qui poca visione. Però è apprezzabile, quasi un inedito, la sua analisi sui ritardi delle imprese. Cosa chiede al sindacato?

«Di cambiare epoca, di smetterla di guardare il lavoro dallo specchietto retrovisore: il mercato del lavoro è sottoposto ad un processo di transizione radicale. Nulla sarà come prima. Bisogna puntare sulla produttività ancor prima di parlare di aumenti retributivi».

Visco ha proposto un nuovo "contratto sociale". Che ne pensa?

«Favorevole. Con umiltà bisogna mettersi tutti intorno ad un tavolo per trovare la via d’uscita.Altrimenti ho paura che si metteranno le mani sui risparmi di imprese e famiglie per far fronte al debito pubblico».

Teme una patrimoniale?

«Non è una questione di patrimoniale. Ma una volta che la Banca centrale avrà diminuito gli acquisti dei nostri titoli pubblici dove pensa che si andranno a prendere i soldi?».

Diceva del sindacato. Pensa di proporre una revisione del modello contrattuale, riducendo il peso degli accordi nazionali?

«Il contratto nazionale va ridotto.Deve diventare una cornice esile per affidare al contratto di secondo livello, in azienda, un ruolo preponderante»,

Sa cosa le risponderà Landini?

«Immagino, ma il futuro è un altro.

«Troppi contagi». E i Paesi scandinavi isolano la Svezia

Coronavirus, in Svezia tutto aperto: «Contagio graduale» - Corriere.it


da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 maggio 2020.Luigi Offeddu

Il Coronavirus manda in frantumi anche la tradizionale solidarietà nordica. Danimarca e Norvegia hanno annunciato che dal 15 giugno apriranno ai rispettivi cittadini le loro frontiere, chiuse ormai da marzo. Ma non concederanno lo stesso al vero gigante scandinavo, la Svezia. Uno schiaffo politico, culturale e commerciale. E storico. Lo stesso «no» ai turisti svedesi era già arrivato da Grecia, Estonia, Lettonia. Ma al Nord, brucia ben diversamente.
Motivo dichiarato da tutti: è troppo presto, gli «altri» non si fidano, hanno paura, considerano troppo rischiose le statistiche di Stoccolma, dominate dal rifiuto del lockdown, cioè di quasi tutte le restrizioni anti-virus applicate dagli altri Paesi europei. Le cifre, aggiornate a ieri: Svezia, 10 milioni di abitanti, 36.476 contagi, 4.350 decessi, 4.971 guariti, 84 nuove morti solo da venerdì; Danimarca, 5,7 milioni di abitanti, 11.500 contagi, 568 morti, 10.200 guariti, nessun nuovo decesso negli ultimi due giorni; Norvegia, 5,4 milioni di abitanti, 8.425 contagi, 236 morti, 7.727 guariti, nessun decesso negli ultimi due giorni.
Anders Tegnell, l’epidemiologo capo di Stoccolma sostenitore del «liberi tutti» in assenza di sintomi evidenti (circolazione senza restrizioni, niente distanziamenti, e così via) confida ai media svedesi: «Pensavamo che il nostro sistema sanitario avrebbe dato risultati migliori di quello, per esempio, dell’italia». E poi, a domanda, illustra il suo hobby personale preferito, il giardinaggio. Gli replica l’ambasciatore italiano a Stoccolma, Mario Cospito: «Secondo l’organizzazione mondiale della sanità, il Sistema sanitario italiano si colloca al secondo posto al mondo come efficienza e funzionalità, dopo la Francia: la Svezia, in tale classifica, si colloca al 23mo posto. L’aspettativa di vita alla nascita per l’italia (83,4 anni) è la seconda al mondo dopo la Spagna; per la Svezia è 82,2 anni.
Nel frattempo, è esploso anche il terremoto politico interno che covava da settimane: l’opposizione conservatrice e populista reclama dal governo a maggioranza socialdemocratica una commissione di inchiesta, da istituirsi entro l’estate, per chiarire come la Svezia abbia gestito questa emergenza e come abbia potuto trasformarsi in un lazzaretto internazionale.
E sono in corso negoziati più o meno riservati fra tutti i Paesi scandinavi per ritrovare l’antica solidarietà infranta dal virus. Ma non c’è uno, primo ministro o monarca, che non tenga lo sguardo fisso alle statistiche di morti e contagi.

FRANCESCO LE FOCHE:«Seconda ondata forse a dicembre Ma stavolta sarà meno feroce»

Coronavirus, l'immunologo: Atalanta-Valencia partita zero ...


da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 maggio 2020.Intervista di Margherita De Bac


Arriverà la seconda ondata dell’epidemia?

«Non si può prevedere con certezza. Abbiamo a che fare con un virus nuovo, che ha un comportamento sorprendente», spiega Francesco Le Foche, responsabile del Day hospital di Immunoinfettivologia al Policlinico universitario Umberto I di Roma.

Potrebbe accadere in autunno, come ipotizza Silvio Brusaferro, presidente dell’istituto superiore di sanità?

«Sposterei l’arrivo di una possibile seconda ondata più in là, a dicembre, col freddo. Il virus deve avere il tempo di rialzare la testa dopo essere stato fermato dal lockdown. A luglio verosimilmente la circolazione sarà ancora più ridotta di adesso. Non credo che a settembre-ottobre l’epidemia sarebbe già in grado di riprendersi proprio per il limitato spazio temporale».

Il ritorno sarebbe feroce come la prima fase?

«Non credo che torneremo a vivere un’esperienza tanto tragica. Penso più a un’ondata paragonabile a quella prodotta da una forte influenza che è una malattia seria, non dimentichiamolo, con complicanze importanti ed esiti mortali. Abbiamo avuto epidemie influenzali caratterizzate da una letalità simile a quella da Covid».

Il Servizio sanitario è pronto a fronteggiare una nuova emergenza?

«Sì che lo è. La capacità di intercettare i focolai sul territorio è enormemente migliorata. La chiave del successo è evitare che i pazienti infetti arrivino in ospedale e dunque creare percorsi di cura alternativi, strategia che è stata applicata. Non ci possiamo più permettere di privare i malati di cancro, cuore e patologie gravi dei controlli e delle cure come è successo in questi 3 mesi. Non devono essere messi all’angolo».

Il virus si è attenuato?

«A giudicare dai sequenziamenti del genoma non è cambiato. Però troviamo sindromi meno aggressive. I nuovi pazienti stanno abbastanza bene tanto che si potrebbe pensare a una nuova espressione di malattia da chiamare Covid like, simil-covid. Sintomi lievi, febbriciattola che non se ne va per giorni, ma il tampone
Il virus lascia una traccia difficile da interpretare Non si può parlare di patenti di immunità resta negativo in quanto la carica virale è bassa e la positività non viene rilevata».

Come si spiega?

«Il virus può aver trovato la coabitazione con la cellula umana che ha infettato. Una convivenza pacifica che si è instaurata col lockdown. Il suo interesse ora è diventato quello di non uccidere l’ospite, perché deve sopravvivere e non ucciderlo».

Il Sars-cov-2 costringerà a rivedere i testi di medicina?

«Sì, è un virus strano, diverso. Noi immunologi sapevamo che solitamente un virus quando entra nell’organismo induce la produzione di anticorpi IGM (immunoglobuline) e poi di anticorpi IGG. Era una regola fissa. Invece adesso vediamo comparire le IGM senza che poi siano seguite dalle IGG. Oppure le IGM arrivano tardi, alla terza settimana dall’avvio dell’infezione, anziché subito dopo il contatto con l’agente estraneo. Prima era scontato che le IGM corrispondessero alla fase acuta della malattia e che le IGG indicassero un’infezione pregressa. Sappiamo per certo però che i pazienti gravi, ricoverati in terapia intensiva, sviluppano IGG che sono neutralizzanti, protettive».

E allora hanno un senso i test sierologici rapidi, che rilevano appunto la presenza dei due tipi di anticorpi e che alcune Regioni intendono proporre come patentino di accesso?

«Siamo sicuri che questo virus lascia una traccia ma non sappiamo come interpretarla. Quindi non ci sono i presupposti per parlare di patenti di immunità».

Come difendersi, allora?

«Sta a noi renderci immuni rispettando le regole di distanziamento interumano e di igiene e indossando le mascherine. Sono contrario ai guanti, veicoli di sporcizia».

Fino a quando dovremo mantenere le distanze?

«La vita è cambiata per sempre. Non sono più proponibili resse al ristorante, slalom tra i lettini sulla spiaggia e la calca in autobus. Comportamenti contrari alla salute pubblica. La promiscuità è da dimenticare per sempre. Ora valgono i sani principi di educazione civica».

A Minneopolis tra roghi e saccheggi:"Neri e bianchi contro i razzisti"

Minneapolis, arrestato poliziotto coinvolto nella morte di Floyd ...

di Paolo Mastrolilli

«Ficcati bene in testa una cosa», urla il ragazzo nero, a dieci centimetri dal caschetto di un poliziotto bianco, che in tenuta antisommossa difende il commissariato: «Stavolta non ci fermeremo. Puoi usare contro di me tutta la merda che hai addosso, bastoni, pistole, lacrimogeni. Puoi chiamare i tuoi amici suprematisti e farci sparare, mentre ti giri dall'altra parte. Ma anche noi abbiamo le armi, e stavolta siamo pronti ad usarle». Mancano venti minuti alle otto di sera, quando in teoria il coprifuoco ordinato dalle autorità di Minneapolis dovrebbe entrare in vigore. Una fila di agenti della State Patrol blocca l'accesso su Minnehaha Avenue, dove fumano ancora le macerie del 3rd Pricint. È il commissariato dove lavorava Dereck Chauvin, il poliziotto bianco che ha ucciso George Floyd, premendogli il ginocchio sul collo per 8 minuti e 46 secondi, anche se l'autopsia ha stabilito che non è morto per soffocamento, ma per una combinazione di fattori. Anche sua moglie lo ha scaricato, chiedendo il divorzio. Centinaia di manifestanti, parecchi bianchi, si accalcano contro la linea difensiva degli agenti. Li sfidano. Gli urlano in faccia: «Assassini!». Tra di loro c'è Israel Pitchford, nemmeno 30 anni, che non nasconde di essere venuto apposta da Milwaukee: «Certo, faccio parte di Black Lives Matter. E allora? Anche i suprematisti bianchi stanno pattugliando armati la città. Non avete ancora capito che questa protesta va oltre l'omicidio di Floyd? È la resa dei conti per decenni di abusi, che Trump peggiora perché a lui fa comodo. Gli serve lo scontro razziale, così eccita la sua base suprematista e la mobilita per le elezioni di novembre, visto il disastro che ha combinato col coronaviurs e l'economia». Israel accende lo smartphone, e mentre si avvicina al poliziotto inizia a riprendere: «Guardami negli occhi, stronzo! Non hai nemmeno il coraggio di guardarmi negli occhi? Pensi che siccome hai la divisa sei meglio di me? Ma non sai neppure chi sono, da dove vengo, cosa ho fatto nella vita. Sono laureato e ho una famiglia, come te. Mia madre a casa è preoccupata perché sa che sono qui, e sa che ci sono bastardi come te pronti ad ammazzarmi». Il poliziotto non fa una piega, e allora gli si avvicina un ragazzo bianco: «Perché mi guardi? Perché non ho la pelle scura? Te la dico io la verità: guardi me, e non lui, perché sei un fottuto razzista. Ma devi sapere che molti bianchi si sono rotti le palle dei suprematisti come te, e del presidente che vi protegge. Siamo pronti ad abbracciare i fratelli neri e a liberarci di voi». Un ordine, a noi impercettibile, indica agli agenti di ritirarsi. Sono quasi le otto, e la linea difensiva arretra verso il commissariato. È un attimo. Di colpo Israel inizia a correre, seguito da altri manifestanti. Allo scoccare del coprifuoco, i lacrimogeni iniziano a piovere sulla strada. Il governatore del Minnesota Tim Walz ha mobilitato l'intera Guardia Nazionale dello stato, 13. 200 uomini, mentre il Pentagono ha allertato i reparti di Fort Bragg e Fort Drum, che potrebbero essere chiamati a riportare l'ordine. Gli edifici vandalizzati in città sono almeno 232. Walz ha denunciato che la protesta non riguarda più la giustizia per Floyd, perché gli infiltrati venuti da altri Stati vogliono dirottarla e promuovere le loro agende. Non solo Antifa o Black Lives Matter, ma anche suprematisti bianchi e trafficanti di droga, decisi a sfruttare l'occasione offerta dal caos. Una miscela esplosiva, per tutti gli Stati Uniti. Ne vedo un paio, armati, davanti al negozio GM Tobacco. Quando gli chiedo il nome, rispondono così: «Chiamaci Free Americans». E cosa fate qui, coi fucili a tracolla? «Proteggiamo la libertà degli americani. Protestare sarà pure un diritto, ma saccheggiare no. Tolleranza zero». Supponiamo per un attimo che Free American spari ad Israel, e proviamo ad immaginare cosa resterebbe dell'Unione più perfetta, sollecitata dal preambolo della Costituzione Usa. Uno scenario da guerra civile. Davanti al Cup Foods di Chicago Avenue, dove è morto Floyd, un enorme murale già celebra la sua memoria. Ci sono fiori a terra e tributi, e nel parcheggio del distributore chiuso stanno cucinando hot-dog e pollo, come fosse il barbecue del 4 luglio. Inconfondibile, si diffonde l'aroma delle «canne». Una donna, che dice di chiamarsi Black Sunshine, spiega perché l'arresto di Chauvin non fermerà le proteste: «Omicidio di terzo grado, dopo che ha asfissiato un uomo per strada? Il procuratore Freeman si è sentito costretto a fare qualcosa, con una settimana di ritardo, perché siamo scesi in piazza. Altrimenti voltava pagina e basta, come sempre». I problemi sono assai più profondi. Una famiglia nera di Minneapolis guadagna in media 36. 000 dollari all'anno, ossia il 44% di una bianca, e solo una su quattro possiede la propria casa, contro i 76% dei bianchi. Se aggiungi i disastri del coronavirus tra gli afroamericani, capisci che sta avvenendo un collasso epocale: «Nella nostra comunità - si lamenta Black Sunshine - non c'è lavoro, e chi lavora guadagna una miseria. In città stanno costruendo quartieri nuovi bellissimi, ma solo i bianchi possono abitarci. Dopo di che vengono da noi, e ammazzano un poveraccio asfissiandolo, perché dicono che aveva usato una banconota falsa da 20 dollari. Che reazione vi aspettate? ». Verso le dieci, mentre Minneapolis brucia per la terza notte consecutiva, entro nel 3rd Precint saccheggiato. Due ragazzi vestiti di nero scagliano pietre contro le poche vetrate rimaste intatte: «Vieni con noi amico, andiamo a incendiare l'America». 

L'ondata di rabbia travolge gli Stati Uniti.Trump sfida le piazze

Donald Trump, la Camera ha votato contro la risoluzione sull ...


di Francesco Semprini 

L'America è in rivolta. L'onda di proteste per l'uccisione dell'afroamericano George Floyd, ucciso da un poliziotto bianco lunedì scorso a Minneapolis, nello Stato del Minnesota, travolge tutto il Paese sfociando in violenza. Mentre Donald Trump allerta il Pentagono a tenersi pronto, le forze di polizia e la Guardia nazionale potrebbero non essere sufficienti a domare la protesta. La Costituzione non prevede la mobilitazione dell'esercito in casi di volte interne, ma sulla base dell'Insurrection Act del 1807, questo intervento potrebbe essere invocato. L'unico precedente nella storia degli Stati Uniti risale alla rivolta di Los Angels del 1992, allarmante coincidenza storica, ma non l'unica. Anche a Barack Obama capitò tutto questo nell'ultimo anno del suo primo mandato: era il febbraio del 2012 quando Trayvon Marti, afroamericano 17enne, fu ucciso a colpi di arma da fuoco a Sanford, in Florida, da una guardia giurata. Prima di una serie di episodi in cui le vittime sono stati neri e gli autori poliziotti bianchi. E le proteste, otto anni dopo, sembrano ripercorrere lo «Spoon river» di quelle vittime.Tensione alle stelle ad Atlanta, dove un'auto è stata data alle fiamme e alcuni dimostranti hanno rotto i vetri del quartiere generale della Cnn, e hanno riempito di scritte il logo dell'emittente tv. Ma qui la protagonista è stata il capo della polizia, Erika Shields, scesa in strada per parlare ai manifestanti: si è detta disgustata e aggiunge che vuole vedere incriminato il poliziotto che ha ucciso Floyd. A New York i manifestanti si sono radunati davanti al Barclays Center dove la folla ha polverizzato ogni misura di sicurezza contro il Covid. Veicoli della polizia sono stati bersagliati, uno dato alle fiamme. Tante le vetture distrutte e le vetrine dei negozi infrante. A Lower Manhattan un uomo ha picchiato un agente con un tirapugni. In totale sono state arrestate oltre 200 persone, tra cui una donna accusata di tentato omicidio per aver gettato una bottiglia Molotov in un'auto della polizia con gli agenti a bordo. Il bilancio è drammatico ovunque. Un agente della polizia è stato ucciso e un altro è rimasto ferito da colpi di arma da fuoco ad Oakland, in California. Un altro agente è rimasto ferito a Los Angeles, mentre a Detroit, in Michigan, è stato ucciso un ragazzo di 19 anni da spari probabilmente indirizzati contro una folla che manifestava per la morte di Floyd. Trump tuona contro i gruppi organizzati: «Antifa e sinistra radicale». E aggiunge: «Come mai tutti questi luoghi che si difendono così male sono governati da democratici liberal?» E alle forze dell'ordine dice: «Siate duri, combattete (e arrestate quelli cattivi), forza». Lo stesso presidente venerdì sera è rimasto bloccato alla Casa Bianca circondata dai manifestanti e messa brevemente in lockdown per precauzione. Trump si complimenta con gli agenti del Secret Service: «totalmente professionali». E poi si lancia in un tweet destinato a dar fuoco alle polveri. «Se i dimostranti avessero superato la recinzione a dar loro il benvenuto sarebbero stati cani feroci e armi nefaste». Le manifestazioni di fronte al 1600 di Pennsylvania Avenue sono puntualmente riprese. Il presidente Trump, quando mancano cinque mesi al voto di Usa 2020, si sente assediato, contro di lui si è scatenata la tempesta perfetta, anche perché, oltre al contagio delle proteste, rischia di tornare il contagio da Coronavirus.

VITA DA RIDER."Migranti ingannati con la promessa di un permesso di soggiorno in Italia"

Extension à 160 villes, ouverture de sa 1ère cuisine-relais ...


di Davide Lessi 

«Quanto si prendevano per ogni mia consegna? Almeno 30 centesimi». Fatti i conti, Mattia si è accorto che qualcosa non tornava. «Prendevo 3 euro a viaggio». Il confronto con gli altri rider era impietoso. «Loro arrivavano a 4-5 euro. Allora ho mollato Uber Eats. Ma in tanti non l'hanno fatto. E i migranti sono stati ingannati con la promessa di avere i permessi di soggiorno».Promettevano i documenti e facili guadagni. Il reclutamento era veloce, dice chi l'ha vissuto sulla sua pelle. «Era il novembre 2018 - racconta Mattia -. A Torino era arrivato questo ragazzo da Milano. Diceva che lavorava per conto di Uber Eats e ci ha dato appuntamento a piazza Statuto».Tra ragazzi il tam tam corre veloce sui social: sono in tanti che cercano qualche soldo per arrotondare o vogliono mantenersi un minimo durante gli studi universitari. «Arrivati in piazza Statuto la prima sorpresa: non c'era nessun ufficio. Ci siamo seduti sui tavolini del McDonald's e quel ragazzo ci ha consegnato un foglio. Un pezzo di carta dove c'era da mettere nome, cognome e codice fiscale». Era quello il "contratto". «L'unica condizione? Non perdere lo zaino marchiato Uber Eats, altrimenti avremmo dovuto pagare una penale di 80 euro». Una firma, e arruolati. Nei tempi della gig economy (l'economia dei lavoretti) funziona così: a Torino come nel resto d'Italia. Sono circa 15-20mila i rider, secondo le ultime stime, che scorrazzano nelle nostre città. Lavorano per le piattaforme del food delivery: Glovo, Deliveroo e gli altri marchi delle multinazionali attive nelle consegne di cibo a domicilio. Le stesse che hanno garantito un servizio considerato «essenziale» durante il lockdown. Ma proprio in queste ore, mentre il confinamento - anche quello tra le regioni - sta per finire, si scopre che qualcuna di queste aziende non agiva nella legalità. Uber Italy, secondo le accuse, era «pienamente consapevole» del trattamento riservato ai fattorini. Un trattamento che, nelle parole di Mattia, sconfina nello sfruttamento: «Gli intermediari ci chiedevano la disponibilità di orari settimanali in una chat. Neanche fossimo dei dipendenti. Poi ci minacciavano di tagliarci la paga se non rispondevamo entro 30 minuti. Ho resistito un mese, poi sono scappato». Storie come quelle di Mattia hanno portato il pubblico ministero Vincenzo Pacileo ad aprire un fascicolo a Torino che ora potrebbe finire anche all'autorità giudiziaria di Milano. Sei rider torinesi nell'esposto parlano di «arruolamento su strada da parte di veri e propri caporali». 

Uber, il manager sotto accusa:«Sfruttatore? No, vittima»

Uber Eats commissariata in Italia per caporalato sui rider - Wired


Inchiesta di Monica Serra 

Lo ammette: «Alle condizioni dei riders non avrei mai lavorato». Ma non accetta di essere definito "schiavista" Danilo Donnini, manager di Flash Road City ed Frc srl, le società che assoldavano i fattorini in bicicletta per conto di Uber in Italia. Anzi rilancia e punta il dito contro il colosso americano: «Le prime vittime di Uber siamo stati noi: sfruttati, tenuti in pugno sotto minaccia, costretti a firmare un contratto vessatorio e unilaterale, in un rapporto di totale subordinazione». Donnini, due lauree, in lettere moderne e storia contemporanea, varie esperienze imprenditoriali alle spalle, ora «senza un lavoro e senza un euro, neanche i soldi per pagare le bollette», è uno degli indagati per caporalato nell'inchiesta del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano, che ha portato al commissariamento per un anno di Uber Italy. Il primo provvedimento che mette in amministrazione straordinaria una piattaforma di delivery food per lo sfruttamento dei lavoratori. Tenuti - scrivono i giudici - in un «regime di sopraffazione»: pagati 3 euro a consegna, privati di bonus e mance dei clienti, costretti a pagare assurde penali, dopo «turni massacranti di lavoro». Era proprio Donnini, per conto dei titolari delle società, Giuseppe e Leonardo Moltini, padre e figlio anche loro indagati, a ingaggiare i riders: «La società era di Giuseppe, ma dividevamo gli utili». Nei primi mesi, «noi stessi abbiamo effettuato le consegne». Ma le richieste aumentavano e, «dopo che Uber ha stretto un accordo con McDonald's il registro è cambiato». All'inizio «i ragazzi venivano pagati 6 euro a consegna, riuscivamo a trovare anche riders italiani». Poi, racconta Donnini, «i prezzi imposti da Uber si sono abbassati: 5 euro e 25 lordi a consegna. Noi siamo stati costretti a scendere a 3 euro netti, per ricavare 50, 60 centesimi». Così sono arrivati i primi migranti in difficoltà con storie molto tristi alle spalle. «Non siamo razzisti, li trattavamo bene, quando avevano bisogno gli anticipavamo i soldi, a qualcuno abbiamo regalato la bicicletta». Li reclutavate nei centri di accoglienza? «All'inizio con annunci su Facebook, poi con il passaparola siamo riusciti ad entrare nei centri di accoglienza di Mortara e Vigevano... A quel prezzo lavorava solo chi aveva bisogno». Intercettazioni telefoniche e chat dimostrano che i toni usati nei confronti dei riders da Donnini e Moltini erano a dir poco «vessatori»: «Ho solo minacciato di venirti a rompere la testa e lo ribadisco. Ti vengo a prendere a sberle, ti rompo il c...». L'ex manager ammette di aver usato quelle parole, «quando i fattorini arrabbiati arrivavano a minacciarmi. Ma non ero io a non pagarli. Io facevo i conteggi e non gli ho mai sottratto un euro, neanche delle mance. Dei pagamenti si occupava Moltini, titolare della società». Donnini nega di aver mai bloccato la app ai riders «disobbedienti», impedendogli di lavorare: «Solo Uber poteva farlo. Erano loro a imporre i "malus"», le penali applicate ai fattorini quando non erano "performanti", «per Uber sono solo puntini che si muovono su una mappa». Il 25 febbraio Uber ha chiuso il contratto con la Frc srl. Il colosso non ha voluto rispondere alle accuse. «Il presunto trattamento dei corrieri impiegati da Flash Road City è riprovevole e inaccettabile - scrive in una nota -. Stiamo avviando un'indagine interna per chiarire le responsabilità». Nel frattempo, nell'ambito di un'altra inchiesta milanese sui riders, in tutta Italia, i carabinieri del Nucleo Tutela del lavoro hanno fatto controlli a tappeto e perquisizioni per accertare condizioni di lavoro, regolarità dei contratti e rispetto degli standard di sicurezza dei fattorini in bicicletta.

Mutui, il dramma delle famiglie italiane.Quattro su dieci non riescono a pagare

Il dramma delle famiglie italiane: il mutuo è impossibile per 4 su ...


di Alessandro Barbera 

Consumi crollati. Timori per la tenuta dei redditi e del tenore di vita. E quattro su dieci in difficoltà con il mutuo. Il post Covid - e speriamo sia davvero tale - non è un problema enorme solo per i più poveri. Nella relazione di venerdì scorso il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ha sottolineato come il 20% dei meno abbienti perderà il doppio del 20% più ricco. Eppure basta scorrere la relazione completa per avere la percezione di un disagio che colpirà la gran parte di coloro che stanno fra quei due estremi. Un'indagine condotta da via Nazionale fra fine aprile e inizio maggio su un campione di tremila persone restituisce un quadro drammatico: la metà degli intervistati teme un peggioramento delle condizioni di vita. Se si prendono i soli autonomi, la percentuale sale al 70%. Quasi quattro persone su dieci - il 38% - ammettono di avere difficoltà a pagare il mutuo per la casa. La percentuale sale al 52% per chi ha una partita Iva, al 64% per chi lavora nel commercio o nella ristorazione. Per affrontare l'emergenza, il governo ha subito rifinanziato il fondo Gasparrini, dedicato a sostenere chi non è in grado di pagare le rate. Alle banche sono pervenute più di centomila domande, via Nazionale calcola che ne sono state accolte 32mila, ma c'è spazio per concedere altre trecentomila sospensioni. I numeri della crisi e le condizioni di accesso al fondo sono tali da non poter accontentare tutti: per chi è fuori dai requisiti minimi c'è comunque la moratoria firmata da Abi e associazioni dei consumatori. A dispetto delle apparenze, la crisi per le famiglie italiane è iniziata ben prima dell'emergenza: la Banca d'Italia segnala un calo costante delle spese a partire dal 2017, l'anno scorso cresciute solo di mezzo punto percentuale, un terzo di due anni prima. L'emergenza virus è insieme un colpo durissimo ai portafogli e alla fiducia. Scrive la relazione: «Aumenteranno le diseguaglianze, sia per la maggior presenza di lavoratori a basso reddito sia perché gli ammortizzatori sociali offrono un sostegno di natura temporanea». Chiudersi fra le mura di casa ha fatto ovviamente risparmiare. L'indicatore di Confcommercio sui consumi dice che fra febbraio ed aprile la spesa per beni e servizi si è ridotta di un quarto rispetto allo stesso periodo del 2019. Per avere un'immagine plastica del crollo, basti dire che ad aprile si sono dimezzati i prelievi di contante. È qui che si apre la forbice fra garantiti e non garantiti: durante il lockdown i lavoratori dipendenti del settore pubblico hanno potuto contare sullo stipendio pieno, quelli del settore privato almeno in parte, gli autonomi e i commercianti si sono trovati con zero entrate. C'è di più: a fine aprile il valore delle attività finanziarie delle famiglie era sceso di quasi il 3% rispetto alla fine del 2019. Un sondaggio svolto a marzo da Prometeia dice che più della metà degli italiani con più di 25mila euro di investimenti non vuole avere in mano nulla di rischioso. La spirale fra crisi e pessimismo per il futuro è spesso inesorabile. Anche per questo, nonostante il crollo di consumi e spese durante l'emergenza, un terzo degli intervistati ammette di avere risorse sufficienti per affrontare solo i prossimi tre mesi. La maggior parte degli italiani - così dicono le indagini del settore - non sta pianificando vacanze: per molti si tratta di arrivare all'autunno senza dover temere di non avere il necessario per sopravvivere. L'emergenza sociale rischia di esplodere allora, e perché ciò avvenga non è nemmeno necessaria una nuova ondata di contagi. Occorre che l'economia riparta il prima possibile, o che il governo sia in grado di allungare la durata dei sussidi al mondo dei non garantiti oltre l'orizzonte fin qui immaginato. 

I gilet arancioni a volto scoperto.«Il virus è un trucco, ora libertà»

Gilet arancioni, in piazza in tutta Italia (senza mascherine) per ...

Estrema destra e covid-scetticismo, rabbia sociale e aspirazioni autarchiche, crisi economica e il ritorno dei'gilet arancionì. Da Milano a Bologna, da Torino a Roma è scesa oggi in piazza l'ala più dura degli antigovernativi. Il grido è «libertà», persino dall'obbligo della mascherina, perché «il virus è un trucco» usato per imporre un nuovo ordine sociale. Dunque, via i primi veri, grandi assembramenti a volto scoperto nel Paese dallo scoppio della pandemia. E subito sono fioccate le identificazioni e arriveranno le denunce per avere violato il divieto di assembramento e per manifestazione non autorizzata. Erano in centinaia accalcati in piazza Duomo i "gilet" guidati dall'ex generale dei carabinieri Antonio Pappalardo, già vicino al movimento dei Forconi. Antigovernative e antieuropeiste le parole d'ordine: no all'esecutivo Conte, sì a un «governo votato dal popolo» e perfino a un «ritorno alla lira italica». Il sindaco di Milano Giuseppe Sala s'è rivolto al prefetto: vanno denunciati perché una manifestazione come quella «è un atto di irresponsabilità in una città che sta faticosamente cercando di uscire dalla situazione in cui si trova».Stesso clima a Torino: manifestazione senza intoppi, ma anche qui volti scoperti. A Bologna per garantire il distanziamento è dovuta intervenire la polizia. A Firenze invece 250 i "gilet" in piazza, ma quasi tutti con le mascherine. A Roma invece, dove è andata in scena la protesta più turbolenta, il bilancio di denunciati e identificati è a quota 70 e sono anche al vaglio le sanzioni legate al Covid: al netto delle mascherine mancanti, in strada si sentivano accenti da tutte le Regioni, in spregio al divieto di mobilità. Nella Capitale la manifestazione s'è tinta di nero: circa 200 persone in Piazza Venezia - in testa il gruppo "Marcia su Roma", ma anche esponenti di Casapound - hanno tentato di raggiungere Montecitorio ma sono stati bloccati dagli scudi della polizia in assetto antisommossa, non senza qualche attimo di tensione. Poi nel tentativo di aggirare il cordone di scudi sono arrivati, sfilacciandosi di corsa in un improvvisato corteo, fin quasi al Vaticano per poi essere imbottigliati, identificati e dispersi. Un gruppo però ha deciso di rimanere a oltranza in Piazza Venezia («occupiamola, montiamo le tende») lì dove in alta mattinata era iniziata la protesta e dove nel pomeriggio qualcuno ha anche provato a spingere via un blindato che sbarrava la strada. Teste rasate, tricolori, magliette nostalgiche, qualche gilet: «C'è gente che non prende lo stipendio da tre mesi, abbiamo fame - hanno detto - Siamo persone perbene, tutti italiani. Siamo disperati». Per chi guida la protesta però la crisi risponde a un piano preciso del governo: «Il virus è un cavallo di Troia, non esiste - spiega uno di loro - Ci stanno facendo fallire». Per Laura Boldrini (Pd) «non indossare mascherine e non rispettare le distanze di sicurezza come fanno Pappalardo a Milano e Casapound a Roma è uno sfregio verso le vittime». 

I divieti che resistono: a distanza anche in casa con gli amici

Coronavirus Lombardia, mascherine e guanti obbligatori sui treni e ...


DOMANDE E RISPOSTE DI Paolo Russo 

Ci si dovrà sottoporre a qualche controllo per spostarsi da una regione all'altra?

No, cadute le ultime resistenze di Sardegna e Campania ci si potrà muovere ovunque per qualsiasi motivo senza autocertificazione e senza sottoporsi ad alcuna quarantena. Controlli della temperatura, però, verranno effettuati in tutti gli aeroporti e nelle principali stazioni. In Campania, a campione, anche ai caselli autostradali. Con più di 37,5 si viene rispediti a casa. Quindi prima di partire meglio evitare aria condizionata sparata al massimo o strapazzi onde evitare di dire addio a viaggi e vacanze.

Come si viaggerà in treno, nave ed aereo?

Sempre distanziati di un metro e con la mascherina. Il che vuol dire che per ogni posto occupato ce ne sarà uno vuoto. Mentre in cabina sulla nave si sta come si vuole. Nonostante viaggino al 50% della capienza, i treni non hanno aumentato i prezzi, ma altrettanto non si può dire degli aerei. Se per qualche motivo, però, non si può partire causa Covid, oppure perché un Paese straniero come la Grecia continua a respingere gli italiani, si ha diritto a un voucher di pari valore da spendere entro l'anno.

E in auto?

Valgono sempre le regole del distanziamento di un metro. Se si è conviventi si può viaggiare anche seduti accanto e senza mascherina. Altrimenti in un'auto normale si viaggia solo in due col passeggero seduto sul sedile posteriore opposto a quello del guidatore e con la mascherina. Se si ha un Suv si riesce a stare in tre.

Dove sono obbligatorie le mascherine?

In qualunque regione ci si sposti le mascherine vanno indossate negli uffici pubblici, sul tram, in metro, in treno, dentro bar, ristoranti e negozi. In quelli alimentari, di abbigliamento e di calzature sono necessari anche i guanti usa e getta se bisogna toccare gli alimenti o provare abiti e scarpe. All'aperto e fino al 14 giugno è obbligatorio portarle in Lombardia. Idem in Sicilia, salvo che non si faccia attività motoria. L'obbligo di indossarle all'aperto decade domani in Veneto e mercoledì in Piemonte.

Quali obblighi restano?

La regola da rispettare è sempre quella del metro di distanziamento: diventano due metri quando si fa attività fisica, sia al chiuso sia all'aperto. Significa che sono vietati gli assembramenti, quindi se proprio non si può fare a meno di movida ed happy hour sempre distanziati, altrimenti si rischia di pagare multe salate, da 400 fino a 3.000 euro. A casa di amici o parenti difficile che entri qualcuno a controllare, ma l'obbligo del distanziamento resta. Per cui niente party e tavolate. Anche baci e abbracci se non si convive sono un ricordo. Attenzione anche al ristorante: se non si è conviventi e al tavolo non si riesce a mantenere il metro di distanza serve il divisorio in plexiglass. Altrimenti multa al cliente e al ristoratore. 

«Gli italiani non possono entrare».Stop in vari Paesi, ecco le regole

Coronavirus, Di Maio: "Italia affidabile, comuni colpiti 0,1%"


di Maria Rosa Tomasello

Avrà più fortuna Luigi Di Maio, che dal 9 giugno sarà in Grecia per convincere il governo ellenico a riaprire le frontiere con l'Italia, o Al Bano, che annuncia una missione in barca all'Isola di Fanò, nel canale di Otranto? «Gli farò una serenata sperando che cambino idea» scherza il cantante. Ma se una battuta può alleggerire il clima, la faccenda è seria perché riguarda il mercato del turismo, uno dei motori dell'economia nazionale con 43 milioni di stranieri che hanno visitato il nostro Paese l'estate scorsa e con il rischio - avverte Unimpresa - che si apra un buco da oltre 8 miliardi. A partire dal 5 giugno, quindi, il ministro degli Esteri partirà in tour in Germania, Slovenia e Grecia per dire no alle restrizioni e ricordare ai partner europei che «l'Italia dal 15 giugno è pronta a ricevere i turisti» e che non è la grande malata: «Non accettiamo black-list e non abbiamo nulla da nascondere» dice Di Maio. E ancora: «Se qualcuno pensa di trattarci come un lazzaretto, sappia che non resteremo immobili. Capisco la competizione tra Stati, a patto che sia sana e leale». La risposta, ripete, deve essere europea, «o viene meno lo spirito europeo e tutto crolla». Per evitare, soprattutto, la creazione di "corridoi" privilegiati fra due o più Paesi, a discapito di altri. A sancire la fine del lockdown, mercoledì della prossima settimana, arriverà a Roma il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, ma Parigi non è parte del problema: dal 15 giugno la Francia abolirà i controlli alle frontiere, ma è possibile già oggi recarsi nel Paese transalpino con una semplice autocertificazione.Diversa la scelta di Atene, che nella stessa data aprirà agli ospiti di 29 Paesi, ma non a chi arriva da Italia, Francia e Spagna. Il limite non è la nazionalità - precisa il governo - ma la provenienza del volo. Resta off limits al momento anche la Slovenia, dove - secondo quanto ha dichiarato il primo ministro Janez Jansa - si apre uno spiraglio per i residenti in Friuli Venezia Giulia, «regione con un quadro epidemiologico meno preoccupante». Dopo avere inizialmente escluso l'ingresso degli italiani mentre apriva ai cittadini di altri dieci Paesi, ci ha invece ripensato la Croazia: è possibile quindi entrare nel Paese, ma a patto di avere una prenotazione alberghiera.Situazione di stallo anche con l'Austria, che continua a considerare l'Italia un focolaio: dal 15 giugno Vienna consentirà la libera circolazione alle frontiere con Germania, Svizzera e Liechtenstein, ma situazione potrebbe essere aggiornata. Resterà chiusa agli italiani fino al 15 giugno anche la Svizzera: dopo quella data via libera a tedeschi, austriaci e francesi, mentre per tutti gli altri se ne riparlerà il 6 luglio. Difficile anche andare in Spagna, uno dei Paesi europei maggiormente colpiti dall'epidemia: controlli alle frontiere fino al 6 giugno e solo dal primo luglio cancellata la quarantena obbligatoria. Quarantena di due settimane anche in Gran Bretagna per chi arriverà dall'estero a partire dall'8 giugno.Il governo tedesco invece punta a ripristinare la libera e completa circolazione delle persone dal 15 giugno, ma una decisione non è ancora stata assunta. In un quadro di chiusure generalizzate, riaprono oggi i confini ai turisti di molti Paesi la Bulgaria ma con obbligo di quarantena per gli italiani, e l'Albania.

«Grandi ospedali favoriti per poter risparmiare.Il territorio è indifeso»

Nuovo Centro di Ricerca Pediatrica “Romeo ed Enrica Invernizzi ...


Grandi ospedali super specializzati a discapito dell'assistenza sul territorio. È in questa direzione che negli ultimi anni si è mossa la sanità italiana con l'obiettivo di risparmiare e di rendere il sistema più efficiente, ma con il risultato di lasciare la popolazione in molti casi indifesa, come emerso durante l'emergenza coronavirus. L'analisi è contenuta nel rapporto 2020 della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica, in cui viene denunciato un fenomeno generale senza fare riferimento a specifiche Regioni. La crisi, spiega la Corte, ha messo in luce i rischi insiti nel ritardo con cui ci si è mossi per rafforzare le strutture territoriali, a fronte del forte sforzo per il recupero di più elevati livelli di efficienza e di utilizzo appropriato delle strutture di ricovero. "La mancanza di un efficace sistema di assistenza sul territorio ha lasciato la popolazione senza protezioni adeguate", - scrivono i magistrati contabili.

Le regioni del Sud ora aprono ai turisti.Niente quarantene

Boccia: "Passaporto sanitario? Contrario alla Costituzione ...


di Carlo Bertini e Paolo Russo

«I governatori del sud hanno ceduto al pressing degli operatori turistici», sostiene un dirigente Dem. E sarà così, visto che a tre giorni dalla totale riapertura del paese il 3 giugno, solo uno per ora - il governatore campano Enzo De Luca - minaccia le maniere forti. «Non si comprende il perché di un'apertura generalizzata», ringhia irritato. «Si prendono decisioni non sulla base di criteri oggettivi, ma sulla base di spinte e pressioni di varia natura». Ecco l'accusa. Che per ora non produce però forzature. «Adotteremo, senza isterie, controlli e test rapidi per prevenire il sorgere di nuovi focolai». Nessuna patente sanitariaAnche il governatore sardo Christian Solinas mette le mani avanti e tratta col governo per superare l'impasse del patentino sanitario, impraticabile e poter chiedere un'autocertificazione: per far entrare i turisti che garantiscono di non avere avuto sintomi e contatti a rischio. E del resto anche il ministro per le Regioni, Francesco Boccia, che ieri ha sentito uno ad uno i governatori, insieme al ministro Speranza starà con gli occhi ben aperti sui dati fino al 2 giugno e oltre. «Ma dobbiamo ora cominciare una fase di convivenza con il virus», dice Boccia. Facendo capire dunque che anche aspettando una settimana in più per riaprire tutto, poco cambierebbe in questa nuova dimensione di convivenza sine die col Covid.Per ora quindi molti mal di pancia ma nessuna contromisura. Se le regioni volessero ritardare l'arrivo dei lombardi potrebbero emettere ordinanze motivando la quarantena per motivi di sicurezza sanitaria, senza incorrere in un'impugnazione da parte dello Stato. Ma cresce l'ottimismo, specie dopo i buoni dati di ieri. La Lombardia, che domani aprirà pure piscine e palestre, resta però sempre sotto i riflettori, visto che registra il 53% dei 416 contagi nazionali e il 60% dei 111 morti, in una giornata in cui ben 11 regioni chiudono a saldo zero. Nel governo si fa notare che ci sono stati 221 contagi su 14 mila tamponi, che in altre regioni non si fanno quasi più.Sirene e niente quarantene Dunque, se è vero, come stima Coldiretti, che a giugno si muoveranno sette milioni di turisti italiani, il Sud a quanto pare è pronto a far risuonare il canto delle sirene. Almeno quasi tutto il Sud. Certo la Puglia, dove il governatore Emiliano esulta, «è arrivato il momento di riaprire il Paese», limitandosi ad una garbata richiesta, «la cortesia, non l'obbligo, di segnalare la propria presenza e di tenere memoria dei contatti». Idem la Calabria, che spalanca i confini ai milanesi e lombardi. E così anche la Sicilia, con il governatore Musumeci pronto a moltiplicare i controlli, ma nulla più. Oltre alle perplessità di Toscana e Lazio, che temono l'invasione dal nord, i più timorosi restano i sardi. «Abbiamo proposto uno strumento per garantire la sicurezza del territorio e ci aspettiamo una risposta dal governo» dice Solinas. Visto che il tampone non si può fare e il test salivare non è ancora stato certificato. Oltre a lui resiste appunto Vincenzo De Luca, che ieri si è prodotto in uno scontro con il sindaco di Napoli, per un'ordinanza che lascia libera la vendita di asporto di alcolici fino a mezzanotte. Ma il governo vuole restituire ai sindaci il potere di ordinanza avocato con il lockdown: De Magistris ha le spalle coperte.

sabato 30 maggio 2020

Europa contro il popolo siriano



E gli europeisti cosa dicono? In questi giorni "Lady Bilderberg" Lilli Gruber sta esaltando l'Europa per i soldi che ci darà...

Proibiscono l'idrossiclorochina.Vogliono far di tutto per arrivare alla vaccinazione di massa




Un mese fa:

"L'Idrossiclorochina è uno dei trattamenti contro il Coronavirus in sperimentazione ,ed è approvata dall'AIFA (Agenzia Italiana del farmaco).Il pioniere in questo campo è il Direttore di Ematologia-Oncologia di Piacenza,Luigi Cavanna,che questo blog ha già parlato e parlerà ancora.
E' stato il primo in Italia a utilizzarla,un'intuizione che si sta dimostrando significativa."Dal 25 febbario,ho trattato 209 pazienti e nel 90% dei casi la risposta è stata positiva,sono crollati i ricoveri:del 30% di ospedalizzati (casi gravi o moderati) si è passati a meno del 5% ,il cambiamento ,secondo Cavanna ,è arrivato con la somministrazione di idrossiclorochina fin dalle prima fasi della malattia,quando i pazienti erano a casa,e ha avuto come conseguenza il ricovero di pochissimi casi in condizioni acute.Un trattamento che,stando ai dati preliminari raccolti e sistematizzati da 5 Asl diverse su 1.039 pazienti,sta funzionando in tutta Italia.

Il sovranista Orbán contro il Recovery Fund: “È perverso”

Perché il Partito popolare europeo non espelle Viktor Orbán ...


da LA REPUBBLICA del 30 maggio 2020.Alberto D'Argenio

Tocca a Viktor Orbàn scagliarsi contro il Recovery Fund: «È assurdo e perverso». Per il premier ungherese «finanziare i ricchi con i soldi dei poveri non è una buona idea». L’autocrate di Budapest non ha reagito a caldo, dopo la presentazione del piano da 750 miliardi da parte di Ursula von der Leyen ha aspettato che si calmassero le acque in modo da amplificare l’impatto mediatico della sortita. Con una critica dal sapore tattico che aggiunge l’Ungheria al fronte dei Paesi contrari al “Next Generation Eu” di Bruxelles. Tuttavia le ragioni del teorico della democrazia illiberale appaiono diverse – e forse meno insidiose – rispetto a quelle dei quattro “frugali” del Nord.
Dei 750 miliardi previsti dal Recovery Plan, all’Ungheria ne andrebbero solo 15, di cui 8,1 a fondo perduto e 6,9 in prestiti. A Italia e Spagna andrebbero invece i contributi più grandi (172 e 140 miliardi). Terzo beneficiario la Polonia, a cui toccherebbero 64 miliardi. Non a caso Varsavia per ora non ha aggiunto la sua voce – fatto inusuale – a quella dell’alleato di Visegrad. Ecco perché diversi governi sperano che la fronda di Orbàn possa rientrare con un supplementare sforzo economico in suo favore. Resta però il caso politico, visto che il premier ungherese è alleato di Matteo Salvini e, come ai tempi degli scontri sui migranti, si schiera su posizioni opposte all’interesse italiano. Contraddizione che fa emergere Sandro Gozi, europarlamentare con Macron: «Orbàn si scaglia contro il Recovery plan che aiuta l’Italia. I suoi amici Salvini, Meloni e Berlusconi potrebbero fargli uno schemino? Il nazionalismo fa perdere tutti ».
Il clima resta rovente anche tra i frugali. Ieri, ad esempio, il settimanale olandese Elsevier Weekbland ha accusato Merkel e Macron di voler regalare 500 miliardi ai Paesi del Sud anche se «i fatti dimostrano che non sono affatto poveri». Un’opposizione ideologica – quella di Austria, Olanda, Danimarca e Svezia considerata più insidiosa rispetto a quella di Orbàn. Si spera di convincerli con ragioni politiche, come la pressione dei socialisti europei sul governo di minoranza laburista svedese ostaggio dell’opposizione in Parlamento, l’attivismo di Macron su Mark Rutte, liberale come lui, e di Angela Merkel su Sebastian Kurz. Con i Verdi tedeschi in pressing sui compagni austriaci affinché minaccino Kurz di far saltare il governo di coalizione se non cambierà linea. Anche con i nordici però il denaro potrebbe aiutare: gli europei immaginano di ritoccare i rebates, gli sconti sui versamenti al bilancio Ue dei quali godono da decenni. Il commissario Ue Paolo Gentiloni si è detto «relativamente ottimista » su un accordo entro luglio, sebbene con «possibili ritocchi». Come dire: sarà lunga e sarà dura, il vertice del 19 giugno non basterà ma alla fine si potrebbe chiudere senza stravolgere il “Next Gen Eu”.

Minacce, mance sottratte, punizioni Uber commissariata per caporalato




da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 maggio 2020.Luigi Ferrarella

«Se tu il pomeriggio non li paghi, e loro per mangiare devono connettersi la sera, scommetto si adeguano e si connettono la sera quando serve...», era lo sprone del manager Uber al consulente della partner società milanese di pony express Flash Road City-frc, la quale a 3 euro netti a consegna reclutava richiedenti asilo per portare in bici o moto i panini di Mcdonald’s ai clienti della piattaforma digitale Uber Eats in forza di un contratto di prestazione tecnologica con Uber Portier Bv.

E lui — che ai reclami di un fattorino, reo d’averlo apostrofato «schiavista», ribatteva «ho solo minacciato di venirti a rompere la testa» — prometteva al manager Uber: «Se mi fai avere almeno un’idea di quelli che sono stati i peggiori, io li cazzio subito e anzi addirittura li blocco».
Dunque «pagamenti irrisori, sottrazione “legalizzata” di mance, mancato pagamento di ritenute», «richieste di un numero di corse non compatibili con una tutela minima delle condizioni fisiche del lavoratore», e «“punizioni” sotto forma di detrazione di 0,50 euro per consegna a titolo di penale sulle mancate accettazioni di ordini se superiori al 95% o sulle cancellazioni se superiori al 5%», erano farina di Frc.
Ma intercettazioni, chat di Whatsapp lunghe 76 pagine, e da ultimo persino l’autodifesa proprio degli indagati di Frc, «attestano una realtà di forte sfruttamento, intimidazione e prevaricazione a cui Uber, almeno in alcuni dipendenti/manager, non è certo estranea». Anzi «vincolava e coordinava» la prestazione lavorativa dei rider su alcune fasce orarie, pena — per chi non si adeguasse alle regole impartite — il mancato pagamento delle consegne effettuate o la disconnessione del ciclofattorino dalla piattaforma (e dunque dalla chance di racimolare quei pochi euro). Condizioni (ben diverse dai teorici accordi) che Frc praticava a stranieri «disposti a essere pagati poco e male» pur di «non vedere fallito il sogno migratorio», dunque «in una situazione di fragilità, aggravata dall’emergenza sanitaria a seguito della quale l’utilizzo dei rider è aumentato».
Ecco, perché per l’indagine del pm Paolo Storari e della GDF, contro il caporalato dei ciclofattorini ha bisogno di un bagno di legalità Uber Italy srl, articolazione dell’olandese Uber International Holding Bv, a sua volta ponte in Europa della casa madre americana di San Francisco. E a fare questa bonifica aziendale — da ieri e per un anno — saranno i giudici Roia-tallaridapontani della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, che ne hanno disposto l’«amministrazione giudiziaria» per affiancare (senza per ora spossessare) la proprietà; ed evitare che in questo specifico settore di mercato Uber Italy srl, «quantomeno sotto un profilo di omesso controllo o di grave deficienza organizzativa», continui a creare «i presupposti della «sopraffazione retributiva e trattamentale», e ad agevolare coloro — come il titolare e l’amministratore di Frc, Giuseppe e Leonardo Moltini — che dal pm sono indagati per caporalato. E ora anche per riciclaggio, dopo che le perquisizioni gli hanno trovato in contanti in una scatola da scarpe 242.000 euro e in una cassetta di sicurezza altri 305.000.

«Condanniamo ogni forma di caporalato attraverso i nostri servizi in Italia», assicura Uber, che invece per il pm, «in netto contrasto con la “vulgata” che la vede come informale piattaforma che non ha rapporto coi rider e si limita a mettere in contatto ristoratori e clienti», attraverso 5 suoi dipendenti ha partecipato «a sanzionare i rider e a incidere pesantemente sui loro turni» E per difendersi davanti al pm ora gli indagati di Frc già si rivoltano contro il committente: «Uber ci imponeva, con minaccia di toglierci ristoranti o città, di rispettare il loro “forecast” settimanale (...) Spesso bloccava i nostri ragazzi perché non erano performanti rispetto alle tabelle di servizio della piattaforma». 

Strappo di Trump con Hong Kong e Oms

Trump attacca la Cina: «Via lo status speciale a Hong Kong». E ...


di Francesco Semprini 

Stop alle esenzioni commerciali ad Hong Kong, ma anche alla relazione con l'Oms. Implacabile arriva la risposta di Donald Trump nei confronti della Cina, da un lato per aver violato la sua promessa di assicurare l'autonomia all'ex colonia britannica, e dall'altro per la gestione del coronavirus. L'amministrazione Usa comincerà il processo per eliminare le esenzioni che conferiscono ad Hong Kong un trattamento speciale, perché con la stretta di Pechino «non è più autonoma», ha annunciato il presidente americano dal Rose Garden della Casa Bianca, promettendo «azioni forti e significative». Inoltre, verranno sanzionati i dirigenti di Hong Kong coinvolti nell'erosione della sua autonomia. A causare l'escalation di tensioni tra Washington e Pechino sulla situazione nell'ex colonia britannica è stato il via libera del Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento cinese, all'adozione della legge sulla sicurezza nazionale della regione autonoma. Le autorità della regione cinese hanno parlato di interferenze che violano il diritto e le pratiche internazionali. Mentre il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, alla minaccia del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, di revocare lo speciale status commerciale di Hong Kong, ha replicato: «Pompeo sostiene solo i disordini e la violenza». L'Unione europea ha a sua volta condannato Pechino, pur rimanendo contraria alle sanzioni. La battaglia tra le due potenze si combatte anche sul terreno neutro delle Nazioni Unite, dove ieri si è svolta una riunione a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza senza tuttavia menzionare il «nodo Hong Kong» come ordine del giorno. Gli Usa avevano infatti chiesto la convocazione immediata del Consiglio di sicurezza dell'Onu per discutere la misura attuata dal Dragone, definendola una «questione di urgente preoccupazione globale con implicazioni su pace e sicurezza internazionali». Trovando però la categorica opposizione della missione cinese all'Onu, che ha definito la richiesta "infondata": secondo l'ambasciatore Zhang Jun la legislazione sulla sicurezza nazionale di Hong Kong è una questione interna, e «non ha nulla a che fare con il mandato del CdS».Il diniego ha sollecitato la condanna a 4 di Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Australia nei confronti della Cina. I ministri degli Esteri dei quattro grandi Paesi anglofoni occidentali affermano, in una nota congiunta, che il passo compiuto da Pechino rappresenta una violazione «diretta degli obblighi internazionali» previsti dalla dichiarazione congiunta sino-britannica firmata al tempo della restituzione della colonia e «registrata dall'Organizzazione delle Nazioni Unite». Per aggirare l'opposizione della Cina (per il passaggio della convocazione servono 9 voti su 15 membri del Consiglio di sicurezza e nessun veto da parte dei membri permanenti Usa, Gb, Francia, Russia e Cina), è stata convocata una riunione a porte chiuse con ordine del giorno "Any Other Business" (AOB), ovvero una sorta di «varie ed eventuali». Un escamotage per riunirsi ugualmente e sollevare poi la questione Hong Kong in corso d'opera, ovviamente il tutto coperto dalla riservatezza ufficiale. Washington ha anche ribadito che l'opposizione del Dragone alla riunione del Cds «è un altro esempio della paura di trasparenza del Partito Comunista Cinese, e la convinzione di poter sfruttare l'attuale pandemia di coronavirus per distrarre il mondo dal suo assalto a Hong Kong». 

Minneapolis piomba nella guerriglia.Dilagano le rivolte contro la polizia

GUERRIGLIA A MINNEAPOLIS/ Razzismo, media e politica: il virus non ...


di Paolo Mastrolilli

Il fuoco è arrivato, stavolta. A Minneapolis, che sembra una zona di guerra dopo la mobilitazione della Guardia Nazionale, e in tutta l'America, da New York a Denver, dove le proteste della comunità nera sembrano determinate a fare i conti dopo anni di abusi. Secoli, secondo il movimento Black Lives Matter, che non ha più paura di nulla: «Le armi le abbiamo anche noi, se è questo che vogliono». La morte di George Floyd, il nero soffocato lunedì dal poliziotto bianco Derek Chauvin, arrestato ieri, è diventata ormai la scintilla di una rivolta nazionale. Giovedì sera il 3rd Precint, il commissariato dove lui e i tre colleghi coinvolti lavoravano, è stato incendiato. La notte di Minneapolis è ormai illuminata dalle fiamme ogni sera, e parlare di zona di guerra non è più la retorica lisa del giornalismo sensazionalista. Anche una troupe della televisione Cnn è stata arrestata, nonostante il giornalista Omar Jimenez avesse chiesto molto professionalmente agli agenti come poteva fare il suo lavoro. Poi è stato rilasciato, ma questo è un altro segno delle tensioni che stanno salendo, al punto di mettere in discussione o negare diritti fondamentali della società americana, come la libertà di espressione. Il presidente, via Twitter, ha avvertito: «Non posso stare fermo e guardare, mentre questo accade ad una grande città americana, Minneapolis. Una totale mancanza di leadership. O il sindaco molto debole della sinistra radicale, Jacob Frey, interviene e riporta l'ordine, oppure manderò la Guardia Nazionale». Quindi ha aggiunto: «Quando cominciano i saccheggi, cominciano gli spari». Twitter ha condannato questo linguaggio, accusandolo di violare le sue regole, perché «glorifica la violenza». Ma la Casa Bianca ha risposto con un nuovo atto di sfida, pubblicando il tweet del presidente sul suo account ufficiale. Il punto qui non è il diritto di Trump ad esprimere le sue opinioni, ma piuttosto quale genere di comunicazione sarebbe più utile per cercare di curare le ferite, riunificare l'America, e sanare alla radice il problema degli abusi e l'emarginazione della minoranza nera. Il governatore Tim Walz ha ascoltato il presidente e ha mobilitato la Guardia Nazionale, lamentando il «fallimento» nella gestione della crisi: «Minneapolis e St. Paul son in fiamme. E il fuoco sta bruciando le nostre strade. Le ceneri sono il simbolo di decenni di e generazioni di dolore e angoscia non ascoltate. Ora si manifestano, e il mondo ci guarda». Però il comandante della Guardia, Jon Jensen, ha espresso dubbi su quale sia il suo mandato, rilanciando il timore che gli scontri possano degenerare. Le autorità hanno pubblicato la registrazione della chiamata alla polizia, che aveva scatenato l'inferno. Il commesso di un negozio aveva denunciato che qualcuno stava cercando di pagare con una banconota da 20 dollari falsa: «È terribilmente ubriaco, non in controllo di sé. Di sicuro è sotto l'influenza di qualcosa». Gli agenti erano intervenuti, ammanettando Floyd, stendendolo a terra, e pressano il ginocchio di Chauvin sul suo collo fino ad ucciderlo. Ora è in corso l'inchiesta, sollecitata anche da Trump, che ha già portato all'incriminazione dell'agente Derek Chauvin per omicidio. Sembra già troppo tardi, però, per fermare l'ondata di proteste che sta sconvolgendo il Paese. A Louisville sette persone sono state ferite, a New York ne sono state arrestate almeno cinquanta che marciavano a Unione Square, e la gente è scesa in piazza dal Colorado all'Ohio. Aspettando che cali la notte a Minneapolis, che ha già contato i suoi morti.