Anglotedesco

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martedì 30 giugno 2020

Così il leader leghista prova a dare la spallata a un anno dal Papeete

Matteo Salvini suona al Papeete Beach di Milano Marittima: ecco il ...


da IL CORRIERE DELLA SERA del 1 luglio 2020.Francesco Verderami

Esattamente un anno dopo il Papeete, Salvini ci riprova col Triplete: vuol far cadere Conte, andare al voto anticipato e «rientrare a Palazzo Chigi dal portone principale». Per riuscirci non ha mutato tattica ma ha cambiato squadra: ha mandato Giorgetti in tribuna, ha messo Bagnai ideologo di sfondamento contro l’europa e ha avviato una campagna acquisti al Senato tra i grillini. «Ingressi di valore» — così li preannuncia il leader della Lega — che serviranno per affossare il governo appena chiederà il terzo scostamento di bilancio.
Lui ci crede, e pur di riuscire nell’impresa ha chiesto e ottenuto dagli alleati di non ostacolarlo nel tentativo di spallata: è questa la parte riservata dell’accordo sulle candidature alle Regionali di settembre. Ed è più o meno il patto che l’estate scorsa Salvini offrì a Berlusconi per tornare subito alle urne: la presidenza del Piemonte e la garanzia di far rieleggere lo stesso numero di parlamentari azzurri.
Allora come oggi regna un diffuso scetticismo sulle sorti del progetto, ma al momento FDI e FI assecondano Salvini: «Il nostro voto sullo scostamento di bilancio non è scontato», ha detto l’altro giorno la Gelmini. E insieme alla capogruppo forzista, ieri anche l’svp ha mandato un avviso sinistro a Conte: «La disponibilità a sostenere il governo dipenderà dai segnali a favore dell’alto Adige», che i sudtirolesi amministrano insieme al Carroccio.
È da vedere se tanto basterà per sovvertire i numeri a Palazzo Madama, ma questo è lo schema di Salvini, che nei suoi colloqui — per rendere allettante l’offerta — prefigura le elezioni prima del referendum sul taglio dei parlamentari. Così non ci sarebbero problemi di posti disponibili. D’altronde per il capo della Lega il tempo stringe ed è questa l’unica forma di riscatto in una sfida che ormai è da «dentro o fuori».
Ecco perché il Pd, che per altri motivi si ritrova nelle stesse condizioni, vuol far approvare da un ramo delle Camere entro luglio la riforma del sistema elettorale: così si stenderebbe una rete a protezione della legislatura e si avrebbe un valido motivo da presentare al capo dello Stato in caso di crisi di governo. In realtà Zingaretti non teme la manovra estiva di Salvini: le sue preoccupazioni sono traguardate all’autunno.
Anche se la Lega fallisse la spallata, infatti, secondo il segretario dem il problema «si porrebbe a settembre» per effetto di un pericoloso combinato disposto: il referendum costituzionale e le Regionali. Da un lato l’eventuale voto nazionale favorevole al quesito referendario picconerebbe la legittimità dell’attuale Parlamento. Dall’altro una vittoria del centro-destra nelle consultazioni territoriali, mostrerebbe che l’opposizione è maggioranza nel Paese.
A quel punto «la pressione politica si farebbe fortissima», a fronte di un governo debolissimo. E senza una riforma proporzionale del sistema elettorale, Zingaretti vede addirittura un rischio di sistema: se si tornasse alle urne con il taglio dei seggi e con l’attuale modello di voto, il centro-destra a trazione sovranista potrebbe avere nel prossimo Parlamento i numeri sufficienti per cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, senza dover poi necessariamente passare per il referendum confermativo.
Per evitare un simile scenario, il sacrificio di Conte sarebbe l’ultimo dei problemi. Anzi, come ha spiegato il leader dem ad alcuni interlocutori, non sarebbe proprio un problema. E non solo per il Pd, a sentire i grillini tendenza Di Maio. D’altronde «difendere Conte è diventato ormai un lavoro usurante», riconosce Renzi, di cui è agli atti una battuta fulminante: «Se ci fosse una crisi, pur di evitare le elezioni, una maggioranza si formerebbe in cinque minuti». Per Salvini sfumerebbe il Triplete, e forse per i suoi progetti potrebbe non bastare solo la capitolazione di Conte.

MARIO MONTI:"Italia e Ue:ecco la via possibile"

Mario Monti (@SenatoreMonti) | Twitter


da IL CORRIERE DELLA SERA del 1 luglio 2020.Mario Monti

Con le loro lettere al Corriere, Nicola Zingaretti e Matteo Salvini hanno contribuito in modo costruttivo ad un confronto in corso da tempo in Parlamento e nel Paese sull’opportunità o meno che l’italia si avvalga anche del Mes, oltre che delle altre forme di sostegno finanziario che l’unione Europea sta mettendo a disposizione degli Stati membri per fronteggiare la grave crisi sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid19. Tutte le posizioni sono legittime, nell’arena politica. Ad una sola condizione, secondo me.
Al Consiglio europeo del 16-17 luglio, quando saranno prese le decisioni fondamentali per i prossimi sette anni (bilancio della UE) e in particolare per i prossimi due-tre anni (Recovery fund), sarebbe deleterio per l’interesse nazionale, per i cittadini italiani, per l’economia italiana, se il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (qualunque opinione si abbia di lui o del suo governo) dovesse presentarsi dimissionario; oppure, pur nella pienezza formale dei suoi poteri, con autorità dimezzata per il fatto di rappresentare un Paese che, per quanto riguarda la sua posizione in Europa, appare incapace di intendere e di volere.
La prima ipotesi potrebbe verificarsi se, in un eventuale voto parlamentare sul Mes, una parte del Movimento 5 Stelle fosse contraria all’attivazione del Mes, come larga parte delle opposizioni (Lega e Fratelli d’italia) e dovesse così determinarsi, malgrado l’eventuale voto favorevole di Forza Italia, una prevalenza del No al Mes. Ciò causerebbe una spaccatura all’interno del governo e verosimilmente una crisi.
Ma anche nel caso in cui vincesse il Sì al Mes, con un margine esiguo e dopo un dibattito al calor bianco, tutti gli altri Paesi europei resterebbero sbigottiti. «Ma come — si chiederebbero dalla Merkel in giù — l’europa decide la più grande operazione di solidarietà della sua storia; la vara, malgrado tante resistenze altrove, soprattutto per i Paesi più colpiti, Italia in primis; e l’italia da una parte rifiuta di usare fondi già stanziati e senza condizioni, proprio come voleva Roma, dall’altra insiste perché il Recovery fund sia più elevato e perché sia ancora maggiore la quota di esso costituita da sussidi invece che da prestiti! Noi tutti facciamo grandi sforzi per raggiungere l’unanimità, se no questo accordo salta, ma Giuseppe non riesce neanche a mettere d’accordo il suo Parlamento e neppure il partito che l’ha espresso. Forse dovremmo ascoltare di più i nostri colleghi frugali!».
Si comprende che il Presidente Conte cerchi di evitare un voto su una risoluzione, quando si recherà in Parlamento in vista del Consiglio europeo. Ma è la legge che glielo impone. Una legge introdotta nel 2012 proprio per rafforzare il ruolo del Parlamento nell’indirizzare la politica europea del governo e nel contempo rafforzare il capo del governo in sede di negoziato europeo, perché egli possa far valere che il suo Parlamento gli ha legato le mani.

Ebbene, io credo che il Presidente del Consiglio, rispettando la legge e senza schivare un dibattito parlamentare difficile, possa però trasformare questa potenziale forca caudina in una chiamata di tutte le forze politiche ad una prova di responsabilità, in un momento in cui l’italia deve decidere se perdere non solo importanti risorse finanziarie, ma anche la faccia.
Andrebbe predisposta nei prossimi giorni e poi, dopo le comunicazioni di Conte, presentata e messa ai voti una proposta di risoluzione tale che possa raccogliere il sostegno più ampio delle forze politiche della maggioranza e delle opposizioni. Dovrà fare cenno al Mes, ma senza pregiudicare ancora le posizioni dei diversi partiti sull’attivazione o meno. Ritengo che all’europa basti sapere da Conte che il suo governo, con un ampio appoggio del Parlamento, non rifiuta pregiudizialmente di attivare anche il Mes, nell’ambito della gamma di strumenti che l’europa sta varando.
Una volta ottenuto un buon risultato negoziale, senza indebolirsi da sé con tifoserie pro e contro Mes, il Parlamento, su proposta del governo, prenderà le sue decisioni al riguardo tra qualche mese.
A quel punto, il tema Mes avrà probabilmente perduto alcuni dei suoi aspetti totemici e potrà prevalere il pragmatismo. Io ad esempio, se il senatore Salvini permette, vedo in parte come lui questo tema. A lui piace il ricorso al risparmio degli italiani per finanziare la ripresa del Paese. Anche a me piace, infatti in marzo su queste colonne ho proposto l’emissione di Buoni per la Salute Pubblica. Senza chiamarli così, il Tesoro da allora ha emesso grandi quantità di titoli di questo genere. Però, senatore Salvini, dobbiamo riconoscere che possono risultare parecchio costosi, soprattutto se indicizzati all’inflazione o al Pil.
Anche a me, come a Salvini, pare cosa buona e giusta che la Bce compri titoli degli Stati. Nel 2012, quando la Bce esitava a compiere questo passo temendo comprensibilmente le reazioni critiche della Germania, mi sono adoperato con altri governi perché la Merkel togliesse la sua opposizione, liberando così l’azione di Draghi. Ma lei converrà, senatore Salvini, che la Bce non può diventare una “Banca quasi d’italia”, come lei in certi giorni vorrebbe.
Neanche a me piace, del Mes, la condizionalità macroeconomica e di finanza pubblica esibita in particolare nei confronti della Grecia. Giorgia Meloni, che appoggiava il governo dell’epoca, così come la Lega e il nascente M5S che lo guardavano in cagnesco, ricorderanno che allora abbiamo chiamato le forze politiche e sociali ad una responsabilità condivisa, perché l’italia «si salvasse da sé» , senza mettersi tra le braccia del Mes e della troika.
Ma è ormai acclarato che la linea di credito del Mes ora creata per far fronte alle conseguenze della pandemia avrà come unica condizionalità che i fondi siano spesi per le finalità dichiarate. E questa condizionalità, meno male che c’è. Alcuni però temono che poi, in corso d’opera o addirittura ad opera compiuta, un Paese che abbia incautamente messo le zampe nel Mes si troverà intrappolato, perché comunque dovrà dimostrare di adempiere alle condizioni stabilite dalla Ue in materia di disavanzo, debito, eccetera. Questo è vero, o almeno lo sarà quando le norme sul patto di stabilità temporaneamente sospese verranno reintrodotte. Ma queste norme derivano non dal periglioso transito nella vorace gola del Mes, bensì dall’appartenenza alla Ue e all’euro. Del resto, il momento e il metodo convenuti in sede Ue per queste verifiche prendono nome di “semestre europeo”. E le risorse non-mes, quelle per intenderci che verranno dal “buon” Recovery fund, dovranno nel loro utilizzo conformarsi alle priorità concordate tra la Ue e il Paese proprio nell’ambito del semestre europeo.
Il Parlamento dia a Conte un mandato forte, impegnativo; sia poi esigente nel verificarne l’adempimento. Menzioni il Mes in modo laico, senza preclusioni, con riserva di decidere in un momento successivo. Proprio ora che l’italia — dopo tanti anni, per merito di molti, forse perfino delle ruvide critiche dei sovranisti — ha ottenuto ascolto in Europa, non immiseriamoci in mortificanti diatribe di retroguardia.

Zingaretti teme «la palude»: questo è il momento di agire senza tentennamenti

Coronavirus: Zingaretti parla delle sue condizioni di salute


da IL CORRIERE DELLA SERA del 1 luglio 2020.Maria Teresa Meli

«Non dobbiamo fermarci, sennò rischiamo la palude»: Nicola Zingaretti è preoccupato delle conseguenze della tattica attendista di Giuseppe Conte. Un giorno si rinvia il Mes, l’altro la riforma dei decreti sicurezza targati Matteo Salvini... E il leader del Pd, che pure continua a mantenere un rapporto con il presidente del Consiglio, non è contento di questo andazzo. Ne teme i contraccolpi autunnali.
«Come sapete tutti — spiega ai suoi il segretario del Partito democratico — io all’inizio ero contrario alla nascita di questo governo, non ero convinto poi ho dato il via libera ma a determinate condizioni. Il governo ha un senso se fa le cose, se produce riforme e ottiene risultati, sennò non ha motivo di andare avanti, altrimenti diventa solo un’occupazione di poltrone».
Insomma, è la riflessione ad alta voce che Zingaretti affida ai fedelissimi, «siamo fermi, ma il problema è che non possiamo fermarci». Secondo il presidente della Regione Lazio infatti è questo il momento di agire «senza tentennamenti» perché di rinvio in rinvio «il Paese rischia». E anche di brutto.
Non ha nessuna voglia di fare «polemiche», il segretario del Partito democratico. E non rinnega di certo la decisione di dare vita al Conte due: «Salvini è in crisi perché il governo ha prodotto risultati. Se la destra con il suo folclore avesse gestito l’emergenza Covid sarebbe stato un disastro». Ma...«ma non si campa di rendita». Già, non basta aver gestito bene la fase dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia per pensare di «fermarsi» e di non andare avanti. Alle volte Zingaretti teme che manchi una visione. «Insomma — confida ad alcuni parlamentari amici — noi ora ci apprestiamo a chiedere un altro scostamento di bilancio, ma senza un progetto, come si fa?».
Ma c’è un altro aspetto di questa esperienza governativa che sembra non soddisfare il segretario del Partito democratico. Non riguarda il premier e la sua propensione al rinvio. C’è un fronte aperto con il Movimento 5 stelle. Quando il presidente della Regione Lazio diede il suo ok al secondo governo Conte puntava a rendere più solida l’alleanza con i grillini e ad esportarla alle elezioni. A quelle amministrative e regionali prima, poi, quando sarebbe venuto il momento, alle politiche, per battere le destre. Ma, come dimostra quello che sta accadendo adesso in vista del voto di settembre, i grillini sembrano non voler proprio imboccare quella strada. «Io — spiega ai suoi il segretario — ho sempre detto che non si governa da avversari ma da alleati. Noi e il Movimento 5 stelle siamo diversi, abbiamo anche progetti diversi, però siamo alleati. Negare questo dato è persino imbarazzante. Non riuscire a trasportare questa alleanza sui territori non ha senso». È vero che, a quanto pare, in Liguria si sta finalmente trovando un accordo su un candidato comunque, ma, osservano al Nazareno, «si parla di una sola regione». Troppo poco.
Dunque sono questi i motivi dell’insoddisfazione del Partito democratico. E sono queste le ragioni che hanno spinto il Pd a far sentire la sua voce: «Stiamo mettendo in campo le nostre iniziative - ragiona Zingaretti - ed è per questo che cresciamo nel peso politico e anche nei sondaggi. Chi boicotta il Pd lo fa perché ha paura di questa rinascita. Riformismo è cambiare il presente ed è quello che noi vogliamo fare. Non significa limitarsi a pronunciare questa parola nei discorsi o negli articoli per mettersi a posto la coscienza e poi gestire il potere senza fare nulla perché «ha da passà a nuttata». Questo non lo accetterò mai. L’ho sempre detto. E se qualcuno ha pensato che scherzassi vuol dire che ha pensato male. Io credo che occorra portare avanti i processi. E se si fermano non va bene».

Condono, stop a Conte

Giuseppe Conte, il retroscena: "Sarà come con Salvini dopo il ...


da IL CORRIERE DELLA SERA del 1 luglio 2020.Monica Guerzoni

La contesa PD-M5S non si placa. Nell’ultimo vertice si è inasprita con uno stop dem a Conte su «ogni forma di condono». Ieri il premier ha sentito Merkel, alla quale ha ribadito la richiesta di garanzie sul Recovery fund. Incassando l’impegno a portare avanti una «proposta ambiziosa», in cambio della determinazione a cambiare passo. Zingaretti, però, avverte: «Rischiamo la palude». Intanto, si indaga su 110 polmoniti sospette ad Alzano da novembre.
Giuseppe Conte che, nel chiuso del vertice a Palazzo Chigi, difende il decreto Semplificazioni anche negli articoli più controversi. E Dario Franceschini che chiede al premier di «far sparire dal testo ogni forma di condono». È un altro passaggio, l’ennesimo, del braccio di ferro ormai quotidiano tra il premier e i vertici del Pd, che soffrono ogni giorno di più le scelte (o le scelte mancate), del capo del governo.
Lo scontro tra i dem e il Movimento sui fondi europei non accenna a placarsi, anche perché Conte ha ricevuto una telefonata di Angela Merkel. Quasi 45 minuti alla vigilia del semestre di presidenza tedesca, a cui Palazzo Chigi guarda con ottimismo. La conversazione con la cancelliera sul programma Next Generation Eu in vista del Consiglio europeo del 17 e 18 luglio sarebbe stata «molto costruttiva», il che smentirebbe gli attriti innescati dal pressing di Merkel sul Mes: il prestito a interessi zero per la sanità che fa venire l’orticaria ai 5 Stelle.
Viste le tensioni incrociate che mettono a rischio la tenuta della maggioranza, Conte rimanda ancora il problema e punta a incassare il sì dell’europa all’intero pacchetto di aiuti. «Se Olanda, Austria, Danimarca e Svezia proveranno a intaccare la consistenza del Recovery fund per l’italia — ha messo in chiaro Conte nella conversazione con Merkel — ci troveranno meno flessibili sul bilancio europeo». Dalla Cancelliera il capo del governo ha incassato l’impegno a portare avanti una «proposta ambiziosa» nei numeri, ma a sua volta, per placare i «falchi», ha voluto tranquillizzarla sulla determinazione a modernizzare l’italia. «Stiamo realizzando riforme importanti per sbloccare gli investimenti e semplificare il Paese — ha spiegato Conte —. E le facciamo perché ce le chiedono gli italiani, non tanto perché le vuole Bruxelles».
Quella a cui Conte tiene di più è il «metodo Genova» per una lunga lista di opere pubbliche di interesse nazionale, come ponti, autostrade e ospedali, che potranno procedere spedite a colpi di decreti della presidenza del Consiglio (Dpcm), grazie a procedure semplificate e alla eventuale nomina di un commissario con «poteri straordinari». Ma sono proprio le riforme a far ballare il governo. Il rapporto privilegiato con il M5S è in crisi da tempo e ora scricchiola anche l’asse col Pd, che non nasconde più la delusione.
Alle otto e mezzo della sera, dalla riunione di governo cui partecipano anche i ministri Gualtieri e Dadone e il sottosegretario Fraccaro, filtra la notizia che il condono denunciato dai Verdi è stato stralciato dal testo del decreto (assieme alle norme sulla PA), segno che Conte ha perso la sua battaglia. Il premier l’ha condotta a viso aperto. Ha sostenuto che la norma era stata proposta da alcuni governatori «tra cui Bonaccini» e portata avanti dalla ministra Dadone. E, da giurista, ha contestato che si trattasse di un condono in senso proprio: «Le sanzioni sono confermate».
A mettere in minoranza il capo del governo — con Alfonso Bonafede descritto come «silente» dagli alleati — è stato l’asse tra il Pd, Italia Viva e Leu, concordi sulla necessità di velocizzare le procedure, ma contrari seguire la rotta del precedente governo con la Lega. Speranza non ne vuol sapere e va subito al punto: «Questo testo proprio non va, in sostanza dà ai Comuni il potere di sanare gli abusi con varianti edilizie. E poi, cosa c’entra con le semplificazioni?».
Per smentire di voler accentrare le decisioni, Conte ha allargato la riunione. Al tavolo, oltre a Marianna Madia per il Pd, Davide Faraone per Italia Viva, Cecilia Guerra per Leu e Loredana De Petris per il gruppo Misto, c’è anche il vicesegretario del Pd. Andrea Orlando, come Speranza, è stato assessore all’urbanistica e dà manforte al ministro della Salute. La tenaglia si stringe e il premier deve arretrare, fino allo stralcio del condono. E non è tutto, perché altri nodi non sono sciolti e la riunione riprenderà oggi alle 12. Da risolvere anche la questione dell’abuso di ufficio, reato che il Pd, chiedendo «più coraggio», ha proposto di cancellare.

Campagna di "rincoglionimento" da parte di Facebook sulle fake news



Vi consiglio di ascoltare il modo in cui Facebook vuole dare la caccia alle fake news tramite i suoi utenti.Robe da scuole elementari.

R2020.MANIFESTAZIONE ORGANIZZATA DA SARA CUNIAL.Secondo intervento di Mauro Scardovelli



La distruzione dell'economia e della sanità italiana ad opera del neoliberismo.Cerchiamo di far applicare la nostra costituzione.

R2020 MANIFESTAZIONE ORGANIZZATA DA SARA CUNIAL.Intervento di Enrica Perucchietti



Anche lei non ha bisogno di tante presentazioni.Da anni combatte contro le fake news, ci racconta con i suoi  libriquello che i poteri forti stanno facendo per tenerci in pugno.Ovviamente è stata inserita dall'informazione mainstream nella lista "Complottisti".

R2020 DI SARA CUNIAL.Intervento di Margherita Furlan



Non ha certo bisogno di presentazioni.Trova spazio quasi tutti i giorni su questo blog.Giornalista di Pandora Tv.

R2020 MANIFESTAZIONE ORGANIZZATA DA SARA CUNIAL.Intervento di Maurizio Martucci




MAURIZIO MARTUCCI (Presidente Osservatorio dell'Alleanza Italiana Stop 5G)

I pericoli del 5G spiegati in modo semplice e onesto.

R2020 MANIFESTAZIONE PROMOSSA DA SARIA CUNIAL.Intervento di Alicia Erazo



Alicia Erazo, Alto Commissario internazionale per i diritti umani del CIDHU (letteralmente “Commissione Internazionale dei Diritti Umani” legata all’ONU

"Già da tempo stavo segnalando che con il lockdown si stavano violando i diritti umani"

Non potevo abbandonare una donna combattente come Sara Cunial.

R2020 MANIFESTAZIONE ORGANIZZATA DA SARA CUNIAL.Intervento di Alberto Micalizzi



Serve il denaro in circolazione e per questo bisogna applicare. l'articolo 37 della Costituzione italiana.
Da settembre in poi vedremo le conseguenze di questa crisi.

R2020 DI SARA CUNIAL.Qualche minuto dell'intervento di Mauro Scardovelli



MAURO SCARDOVELLI

Ci sono tante persone innovative in Italia.
Se quattro milioni di persone firmassero questa petizione il governo l'applicherebbe subito perché si può immettere  subito denaro nell'economia.

EUGENIO BENETAZZO:"Il 2020 sarà l'anno delle tempesta perfetta"



ANGLOTEDESCO: mi ricordo quanto volte il povero Giulietto Chiesa ripeteva che nell'immediato ci sarà una guerra nucleare e finiremo tutti arrosto.Io non ci ho mai creduto perché non servono,non conviene a nessuno.Bastano le crisi, la tecnologia che distruggono posti di lavoro,i virus creati in laboratorio.

E i soldi del decreto liquidità?



di Francesco Amodeo

Alitalia, parte la newco.Aumentano tariffe e aerei

NEWCO Strategies | LinkedIn


di Alessandro Barbera 

Visti i precedenti, non c'è di che essere ottimisti. Alitalia riparte da zero con una società a capitale completamente pubblico, tre miliardi di euro e nuovi vertici. Presidente sarà Francesco Caio, manager notissimo nel mondo delle telecomunicazioni, amministratore delegato Fabio Lazzerini, già manager di Emirates e capo dell'unità di business della compagnia italiana.Fino a pochi mesi fa immaginare lo Stato nella gestione del trasporto aereo era considerato un lusso per petrolieri arabi. Il Covid ha riportato le lancette indietro di vent'anni. Tutte le grandi compagnie mondiali si stanno salvando dal peggio con l'aiuto del contribuente: da Lufthansa ad Air France fino alle americane. Nessuno è in grado di fare previsioni su quel che accadrà: quanto ci vorrà perché la gente riprenda a volare con la frequenza di prima? Che ne sarà dei viaggi frenetici dei manager delle grandi aziende? Quanti di loro preferiranno un collegamento zoom ad un faticoso volo intercontinentale? E quanto ci metteranno i turisti a tornare nelle città d'arte italiane? Alitalia, sempre più indebolita da un'azionista mosso da ragioni politiche, eviterà l'ennesimo spreco di danaro pubblico?Le linee guida scritte al ministero dei Trasporti e visionate dal nostro giornale dimostrano che di certezze ce ne sono ancora poche. Propongono di puntare tutto sulle "rotte a lungo raggio", la clientela delle classi business, il "turismo individuale", l'aumento delle tariffe e del numero degli aerei in proprietà rispetto a quelli in leasing per ridurre i costi. E' la ricetta che ha permesso la sopravvivenza a molte compagnie tradizionali (il documento cita la portoghese Tap) e che ha fino a pochi mesi fa permetteva a colossi come Lufthansa di produrre utili. Oggi non si salva nessuno: tutti tagliano posti di lavoro, biglietti a bordo e rotte. In ogni caso - dice il documento - la strada non può che essere questa, al punto di criticare la precedente gestione commissariale per non averci creduto e sfruttato a fondo le potenzialità di Linate per intercettare la clientela delle compagnie tradizionali, ovvero chi viaggia per lavoro. Nel frattempo lo Stato dovrà riprendersi il suo antico ruolo fino in fondo. Le linee guida scrivono apertamente di "rotte non sostenibili dal mercato" da garantire e la politica ne invoca molte: per la Sardegna, la Sicilia, il Friuli. Alitalia oggi ha una flotta di un centinaio di aerei, una frazione di quelli dei concorrenti tedesco (oltre settecento) e franco-olandese (più di cinquecento). Come tutte le compagnie minori per sopravvivere avrà bisogno di un partner internazionale. Chi si farà mai avanti in un momento del genere? Il documento del ministero dei Trasporti sottolinea che il fatturato dei voli oceanici è garantito dall'alleanza con gli americani di Delta, e al momento «non esistono piani alternativi». Il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli spera che Caio e Lazzerini evitino «tutti gli errori del passato» e non si facciano condizionare «da scelte politiche non compatibili con il mercato». La storia di Alitalia dimostra che gli errori sono stati più spesso indotti dall'azionista pubblico piuttosto che dai manager. La vera differenza con il passato - lo sottolinea sempre Patuanelli - è che «il Covid ha azzerato l'intero comparto» e per questo Alitalia «parte al livello delle altre compagnie europee». In effetti è così.

Il vaccino cinese testato sui soldati .La generale Chen guida i volontari




da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 giugno 2020.Guido Santevecchi

L’esercito popolare di liberazione cinese sarebbe orgoglioso di liberare il mondo dall’incubo del Covid-19. L’unica strategia definitiva di uscita dal nuovo coronavirus che infuria da gennaio sembra il vaccino. E Pechino annuncia che le sue forze armate saranno le prime a usare un preparato che dovrebbe immunizzare dall’aggressione virale.
Il vaccino, identificato come Ad5-ncov, è stato sviluppato da un’équipe dell’accademia militare delle scienze mediche guidata dalla generale dell’esercito Chen Wei e dall’azienda civile di Tianjin Cansino Biologics. I primi risultati sono promettenti, il prodotto candidato all’uso di massa ha già superato le due prime fasi di test, che hanno anzitutto indicato la sua sicurezza (vale a dire che non avrebbe effetti collaterali dannosi per il corpo umano) e poi la risposta immunitaria «relativamente alta».
Nella Fase 1 il vaccino è stato provato su un piccolissimo numero di volontari, per studiare la sua tollerabilità. Nella Fase 2 sono stati selezionati 500 volontari da sottoporre a studi clinici di efficacia. Nella Fase 3 i test debbono essere allargati a un vasto numero di soggetti. Ma Pechino non ha ancora autorizzato l’uso sui civili, mentre il comando supremo ha approvato la sperimentazione sui militari, per un anno. L’esercito cinese ha almeno un milione di uomini e donne in armi, che hanno giurato fedeltà alla Repubblica ed eseguono gli ordini «per il bene supremo della nazione, del Partito comunista e del popolo cinese». I volontari non mancheranno.
Lo Ad5-ncov è basato su un vaccino per Ebola che è stato sviluppato dalla squadra di ricercatori guidata dalla generalessa Chen ma non è entrato in produzione massiccia.
In Cina hanno cominciato a lavorare al vaccino già a febbraio, mentre Wuhan e la provincia dello Hubei erano in quarantena assoluta: 60 milioni di abitanti chiusi in casa. La Fase 1 della sperimentazione è partita a marzo, con un primo contingente di 108 volontari sani che si è fatto inoculare dosi blande o più massicce; ad aprile un secondo contingente di 500, con esiti incoraggianti raccolti fino all’11 giugno. Ora interi reparti dell’esercito si metteranno in riga per l’inoculazione.
Xiang Yafei, trentenne di Wuhan, ha accettato di arruolarsi nel primo plotone di volontari. «Avevo paura, naturalmente. Ma il programma è guidato dall’esercito, io ho dei parenti militari e questo mi ha rincuorato, mi ha dato fiducia e mi ha spinto a farmi avanti. Ci hanno selezionato in 108, ci hanno numerato: io ho avuto lo 006, il sesto ad essere preso. Ha partecipato alla sperimentazione come 001 anche Chen Wei, la comandante del reparto scientifico dell’esercito», ha raccontato Xiang alla stampa di Pechino. Chen è già un mito a Pechino: si dice che si sia iniettata la dose anti-coronavirus da sola. Forse è una leggenda, ma la dottoressa in uniforme è stimata dalla comunità scientifica.
Secondo l’organizzazione mondiale per la sanità, test clinici per diciassette vaccini candidati sono in corso in vari Paesi, sette in Cina. Aspettiamoci dubbi e polemiche sulla sicurezza del prodotto cinese, sulla sua efficacia, sul modo in cui viene sperimentato. E naturalmente, alla fine, sul numero delle dosi che saranno disponibili per sette miliardi di uomini, donne e bambini nel mondo. Xi Jinping ha promesso che un vaccino made in China sarebbe considerato «bene comune dell’umanità».

Frontiere aperte, ma non agli Usa Sì di Germania, Francia e Spagna




da CORRIERE DELLA SERA del 30 giugno 2020.Francesca Basso

Le capitali europee hanno tempo fino a mezzogiorno per decidere sulla lista dei Paesi extra Ue ai quali aprire da domani i confini esterni. Nel mondo sono ormai 500 mila i morti a causa del coronavirus e oltre 10 milioni i contagi totali. In alcuni Paesi terzi l’emergenza non è ancora passata. La decisione è delicata per i timori di una seconda ondata della pandemia, ma il ritorno parziale alla normalità pre lockdown vuol dire anche far ripartire l’economia legata al turismo, che è in ginocchio in tutta Europa. Francia e Germania sono favorevoli all’elenco stilato venerdì scorso dagli ambasciatori Ue: si tratta di 14 Paesi terzi — non ne fanno parte gli Stati Uniti, la Russia, il Brasile e l’india per l’alto numero di contagi — più la Cina qualora rispetti il criterio di reciprocità, cioè elimini a sua volta la quarantena nei confronti dei cittadini europei. La Spagna, inizialmente scettica (preoccupata per l’apertura al Marocco), dovrebbe votare a favore. L’italia scioglie oggi la sua riserva però presumibilmente sarà un sì. L’astensione vale voto contrario.
La lista è una raccomandazione che ha l’obiettivo di coordinare le azioni delle capitali ma non è vincolante: gli Stati membri hanno competenza esclusiva sui confini, però l’area Schengen prevede al suo interno la libera circolazione delle persone, di qui la necessità di un coordinamento. Si tratta quindi di un elenco di massima: un Paese può decidere anche di adottare misure più restrittive e di ridurre il numero di Paesi extra Ue a cui aprire i confini. Il contrario, invece, potrebbe fare riscattare all’interno dell’area Schengen la chiusura delle frontiere nei confronti del Paese Ue più permissivo. Perché la lista ottenga il via libera serve la maggioranza qualificata: il 55% degli Stati membri deve essere a favore e devono anche rappresentare almeno il 65% della popolazione totale dell’unione. Su questo dossier non partecipano al processo decisionale l’irlanda, che non fa parte di Schengen, e la Danimarca che gode di alcune esenzioni nel campo degli Affari interni dell’ue. La presidenza croata di turno del Consiglio ieri ha lanciato la procedura scritta che termina a mezzogiorno. L’elenco prevede porte aperte ai visitatori provenienti da Marocco, Algeria, Tunisia, Serbia, Montenegro, Georgia, Canada, Uruguay, Thailandia, Corea del Sud, Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Rwanda. Per la Cina c’è il nodo della reciprocità. La lista si basa su criteri di carattere sanitario ed epidemiologico (tra cui il numero di casi per 100 mila abitanti), incentrati sulla capacità dei Paesi di gestire e contenere la diffusione della malattia, compreso l’utilizzo dei test. Non solo una situazione epidemiologica simile o migliore di quella europea quindi, ma anche una risposta e una prevenzione ugualmente efficaci. L’elenco sarà aggiornato ogni due settimane. I viaggi non essenziali verso l’unione europea sono vietati dalla metà di marzo. Lo stop scade oggi a mezzanotte e dunque gli Stati membri devono prendere una decisione. Le discussioni negli ultimi giorni sono state lunghe e complesse. Sono cadute progressivamente anche le barriere all’interno dell’unione. La Gran Bretagna, nonostante la Brexit, viene ancora formalmente considerata parte dell’ue per tutta la durata del periodo di transizione, che terminerà a fine anno.

Il ministro della Salute Roberto Speranza ha invitato alla cautela: «Nel mondo la situazione è molto complessa, dobbiamo mantenere un livello di grandissima precauzione», ha detto ieri a Non è un Paese per giovani su Radio2. E ha aggiunto che «oggi chi arriva da Paesi extra europei ed extra Schengen deve fare la quarantena per 14 giorni. Questa norma è già prevista nel nostro Dpcm ed è vigente, e penso che vada ancora conservata. Perché è vero che l’europa e l’italia stanno un po’ meglio ma a livello globale la situazione non va migliorando, lo vediamo in Usa, in America Latina». La decisione sulla lista viene presa in concerto dai ministeri della Salute, Esteri e Interno.

Sei vittime, 126 contagi



da IL CORRIERE DELLA SERA .Margherita De Bac

Sei morti per coronavirus in un giorno. È il dato più basso registrato in Italia dal 28 febbraio, mentre i nuovi casi scendono a 126 (174 domenica). Tra i decessi uno solo è stato registrato in Lombardia, dove l’obbligo di mascherina all’aperto è stato esteso dalla Regione al 14 luglio.
Soltanto sei decessi per Covid-19, in quattro regioni (Lombardia, Piemonte, Emilia-romagna e Toscana). Per trovare un bilancio così contenuto bisogna tornare a febbraio, all’inizio dell’emergenza coronavirus. Il segno che l’epidemia, almeno in Italia, continua la sua discesa, che nell’ultima settimana ha fatto segnare la metà dei morti rispetto a quella precedente (da meno di 300 a circa 150), secondo Carlo La Vecchia, epidemiologo della Statale di Milano. Ieri sono stati sedici in meno rispetto a domenica.
I dati della Protezione civile segnalano anche 126 nuovi contagi (rispetto ai 174 di due giorni fa), 78 dei quali in Lombardia (62%), dove c’è stata una sola vittima. Anche questo un primato, con i decessi complessivi a livello nazionale che toccano quota 34.744 e i malati totali che si attestano a 240.436. I pazienti in rianimazione sono ora 96 (43 dei quali sempre in Lombardia), quelli ricoverati con sintomi 1.120 (-40), mentre i contagiati in isolamento domiciliare 15.280 (-143). Nel dettaglio, i positivi attuali sono 16.496 (-185), con 305 guariti in più rispetto a domenica (sono adesso 189.196). Numeri che autorizzano un certo ottimismo, ma che allo stesso tempo devono essere comunque messi in relazione al relativo numero di tamponi effettuati ieri (27.218), 7.991 dei quali in Lombardia, dove ora sono più di un milione.
Nella regione i decessi sono 16.640, con 66.376 fra guariti e dimessi, e 321 pazienti in terapia intensiva. In provincia di Milano 36 contagi nelle ultime 24 ore, metà dei quali in città. Altri 13 a Bergamo, nove a Brescia, cinque a Varese. Obbligo di mascherine anche all’aperto prorogato fino al 14 luglio con riapertura di discoteche e sale da ballo quattro giorni prima, sempre non al chiuso, e via libera agli sport da contatto, calcio e calcetto compresi. In Piemonte, invece, ordinanza regionale con obbligo di distanziamento sui treni per proteggere «gli spostamenti turistici».
Quello dei rientri in Italia, anche sulla base dei focolai tuttora attivi, fra Mondragone (Caserta) e Fiumicino (Roma) — in quest’ultimo caso il contagio è stato portato da un lavoratore bengalese di ritorno dal suo Paese d’origine —, è tuttavia una delle situazioni che preoccupa in vista della riapertura sempre per domani dei voli ai Paesi esterni all’ue, compresi Usa e Russia, dove il coronavirus è molto attivo. La conferma arriva dallo stesso ministro della Salute Roberto Speranza: «Nel mondo — spiega — la situazione è molto complessa, dobbiamo mantenere un livello di grandissima precauzione. Oggi chi arriva da Paesi extra europei ed extra Schengen deve fare la quarantena per 14 giorni. Questa norma è già prevista nel nostro Dpcm ed è vigente, e penso che vada conservata. Perché è vero che l’europa e l’italia stanno un po’ meglio ma a livello globale la situazione non migliora. Non possiamo permetterci un’altra ondata di contaminazione».

Tensioni e scontri a Mondragone. Salvini deve rinunciare al comizio

Matteo Salvini a Mondragone, è caos. Gli impediscono di parlare ...

da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 giugno 2020.Fulvio Bufi

Paragonarlo a Luciano Lama è decisamente troppo, ma adesso anche Salvini ha il suo comizio negato, nemmeno iniziato, soffocato sotto una valanga di fischi, cori e canzoni a sfotterlo. La sua Sapienza (l’università romana da dove lo storico segretario della Cgil fu cacciato dagli autonomi l’1 febbraio del 1977) è una rotonda della statale Domiziana che incrocia via Razzino, la strada di Mondragone dove ci sono i palazzi ex Cirio abitati dalla comunità bulgara costretta in quarantena perché al suo interno è scoppiato un focolaio di Covid 19.
Salvini arriva qui dopo le proteste e le tensioni di giovedì scorso, nel tentativo di offrire una sponda politica all’insofferenza dei mondragonesi nei confronti dei bulgari. Le sue visite al Sud hanno spesso questa impostazione. Fece altrettanto poche settimane fa, precipitandosi a Santa Maria Capua Vetere per appoggiare la protesta degli agenti penitenziari finiti sotto inchiesta per le presunte torture nei confronti dei detenuti protagonisti di una delle tante rivolte scoppiate nelle carceri italiane durante i giorni critici dell’emergenza coronavirus. Stavolta però non trova la sintonia che trovò allora. Qui ad accoglierlo ci sono pochi mondragonesi, venuti più per vedere da vicino il politico famoso che per applaudirlo, e molti ragazzi dei centri sociali di Mondragone, della vicina Castel Volturno, ma anche di Caserta e della rete antifascista di Napoli. Né, per riequilibrare i numeri, possono bastare i suoi uomini in Campania: i deputati Gianluca Cantalamessa e Pina Castiello, il consigliere regionale Gianpiero Zinzi e pochi altri. Ma ieri probabilmente non sono riusciti mobilitare elettori per assicurare più presenze a sostegno del leader.
Le forze dell’ordine gesti(«hanno scono le proteste con cautela. E le due cariche accennate per disperdere i contestatori servono soltanto a ferire alla testa un ragazzo, ma non a fermare i cori. Tanto più che la prima viene fatta quando Salvini non è ancora arrivato e la seconda quando se ne è appena andato.
In mezzo ci sta il suo tentativo di giustificare il mancato comizio con un sabotaggio dell’impianto elettrico tagliato i fili elettrici», dirà, ma a chi era presente non risulta), l’accusa di essere stato aggredito («Ci hanno lanciato le uova», ma neppure questo risulta. Solo l’acqua delle bottigliette), e il suo messaggio di solidarietà (con promessa di tornare) verso «le famiglie che in questo paese devono stare chiuse in casa prigioniere della criminalità». Ma a stare chiusi in casa sono soltanto quelli che abitano negli stessi palazzi dove ci sono stati i casi di Covid, ed è un provvedimento sanitario e basta. La criminalità non c’entra niente. Anzi, in quei palazzi solitamente manda i caporali a reclutare braccia da usare nei campi a 1 euro e mezzo all’ora. Quindi ha tutto l’interesse che le persone escano dalle case .
In realtà l’unica cosa che rimane di questa giornata mondragonese di Matteo Salvini è un grande assembramento di gente senza mascherine in un paese dove ancora ieri sono stati registrati altri 23 casi di positivi al Covid. E non soltanto tra bulgari. 

Antimafia "leggera" e condono edilizio.Ombre sul decreto semplificazioni

Dl semplificazioni, lite sul condono edilizio. Il ministro Costa ...

di Federico Capurso 

Oggi pomeriggio il premier Giuseppe Conte chiamerà a raccolta i suoi ministri, a palazzo Chigi, per affrontare il decreto semplificazioni. Una bozza, però, è stata pubblicata ieri su queste pagine e agita le acque della maggioranza, perché «abbiamo dovuto leggerne i contenuti dai giornali, come già accaduto per l'annuncio degli Stati generali dell'economia», si lamentano le truppe parlamentari del Pd, che sbuffano per quello che chiamano ormai il «metodo Conte».Sotto esame, però, finiscono soprattutto i 48 articoli del decreto, attraverso i quali si affrontano temi spinosi come la revisione delle regole per gli appalti, la digitalizzazione della pubblica amministrazione, la banda larga e la green economy. «Un testo per molti versi inaccettabile», tuonano da Leu. E torna, in un'atmosfera già tesa, anche l'incubo "manina" a scuotere i Cinque Stelle, con l'apparizione di un nuovo condono edilizio che tutti gli alleati, però, si affrettano a ripudiare.Tanto è il trambusto che il capo politico del Movimento, Vito Crimi, è costretto a convocare in serata una riunione dei ministri M5S (dove si discute anche della manovrina di luglio). Sono forti le perplessità che si registrano sulla certificazione antimafia, che diventerebbe «troppo leggera», ma anche sulle maglie «troppo larghe» in tema di appalti. E qui, su quest'ultimo punto, lo scontro si fa interno, perché oltre a Italia Viva, l'accelerazione sugli appalti è stata data soprattutto da due viceministri M5S, Stefano Buffagni e Giancarlo Cancelleri. Il problema, però, è che queste resistenze trovano terreno fertile tra i senatori pentastellati e a palazzo Madama i numeri della maggioranza sono ormai ridotti all'osso. A inasprire ulteriormente la giornata è la comparsa di una norma che introdurrebbe un condono edilizio per abusi considerati "lievi" che rientrino nei piani urbanistici al momento dell'approvazione del decreto. Una «norma criminogena», denuncia Angelo Bonelli dei Verdi, che sembra una fotocopia di quella spuntata un mese fa nel decreto Rilancio e poi cestinata tra le proteste di tutti i partiti di governo. Anche stavolta arriva una pioggia di veti.Il ministro dell'Ambiente Sergio Costa, la mette giù dura: «Non amo commentare le bozze, ma la mia posizione non cambia. I condoni non sono ammissibili, sono frutto di una politica vecchia e non risolvono problemi, anzi ne causano di più. Non dirò mai sì a un condono». Gli fanno eco gli uomini del Pd e il capogruppo di Leu alla Camera, Federico Fornaro, che dice «no a condoni mascherati», e Italia Viva non vuole nemmeno sentirne parlare: «L'unico nostro obiettivo - dice la ministra dell'Agricoltura Teresa Bellanova - è sbloccare cantieri, solo questo ci sta a cuore».«Ma queste polemiche sono solo la punta dell'iceberg», fanno notare dal Movimento. Tanto da far sorgere più di un timore sulle tempistiche necessarie a condurre in porto il decreto. Conte aveva cerchiato la data di giovedì, ma se domani non si scioglieranno alcuni nodi «potrebbe slittare tutto di qualche giorno, forse all'inizio della prossima settimana», lascia trapelare chi, nel Pd, è attento scrutatore del cielo sopra palazzo Chigi. Se non altro, per non logorare ulteriormente i rapporti con i sindacati, che dopo aver visto la bozza, hanno espresso il loro disappunto. Si sentono lasciati ai margini, nonostante le tante promesse di coinvolgimento arrivate da Conte, e chiedono - con una dichiarazione unitaria firmata dai segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil - di essere convocati a palazzo Chigi «per un confronto preventivo». 

LUIGI DI MAIO: «L'Europa ha risposto alla crisi.Ora tocca a noi, subito la riforma dell'Irpef»

Luigi Di Maio, spiegato bene - Il Post


Intervista di Andrea Malaguti

«L'Europa ha risposto con forza alla crisi e io ho fiducia nell'operato di Ursula Von der Leyen. Ora tocca al governo italiano dimostrare di essere all'altezza della sfida». A 33 anni Luigi Di Maio ha vissuto molte vite. In quest'ultima da ministro degli Esteri ha scoperto che la crudele Unione europea qualche pregio ce l'ha. Non riesce a dire apertamente sì al Mes, a quei 37 miliardi che servirebbero a risistemare il nostro sofferente sistema sanitario e che Nicola Zingaretti brama con tutto sé stesso. Ma non lo boccia. Ne parla diffusamente, eludendo però il peso di una risposta che lascia volentieri a Giuseppe Conte. «Il presidente del consiglio ritiene che sarà sufficiente il Recovery Fund e io non dubito delle sue parole». Lo dice con indifferenza, come una perfida nota a piè di pagina. «No, si figuri, è meglio che io non intervenga direttamente sul tema. Per non indebolire le trattative». In questa intervista il ministro degli Esteri parla di molte cose - di politica interna e internazionale - ma soprattutto dell'urgenza di intervenire su un sistema economico travolto dal torrente irreparabile dei giorni. E chiede una riforma fiscale che parta dalla rimodulazione dell'Irpef. 

Ministro Di Maio, nell'intervista a La Stampa e ai giornali Gnn, Angela Merkel ha detto: l'Europa sta mettendo a disposizione dei Paesi in difficoltà strumenti mai visti, ma ci aspettiamo che vengano utilizzati. Perché continuate a dire no al Mes? 

«Guardi, le dico sinceramente quello che penso, ovvero che in questa crisi l'Europa ha risposto. La stessa Bce ci ha dato un grande sostegno acquistando i nostri titoli di Stato. Gli strumenti ora ci sono e dobbiamo riconoscerlo. Quindi basta piagnistei, tocca al governo dimostrare di essere all'altezza della sfida. Il presidente Conte continua a dire che sarà sufficiente il Recovery Fund e noi abbiamo fiducia nelle sue parole». 

Anche Zingaretti, suo alleato di governo, dice di avere fiducia in Conte. Ma quei soldi li vuole subito. Lo ha spiegato in una lettera al Corriere della Sera.

 «Dividerei il tema Mes dal tema sanità. Con Zingaretti condivido l'idea di un ammodernamento di un sistema sanitario che deve essere pubblico e accessibile a tutti. Ma sul Mes ripeto che non ho motivo di esprimermi». 

Con quali soldi si rimette a posto il sistema sanitario? 

«Gli strumenti europei sono essenziali, ma lo sono anche i tempi. Se ho bisogno oggi di un aiuto e me lo dai fra un anno non serve. Il sistema sanitario va sostenuto adesso e andava sostenuto anche prima. Negli anni dell'austerity chi chiedeva tagli alla sanità era la Ue. Sbagliò, bisogna dirlo. Come ora non ho problemi a dire che verso l'operato della Von Der Leyen da parte nostra c'è piena fiducia. Ho incontrato anche il mio omologo olandese e mi è sembrato ragionevole».

 Non ho ancora capito su quale denaro conta. 

«Recovery Fund a parte, abbiamo molti soldi che vanno sbloccati immediatamente. È come se ci fossero dei silos pieni ma inutilizzati. Bene, usiamoli». 

I finlandesi vanno in pensione dopo 46 anni di lavoro, gli austriaci dopo 38, la media europea è di 36, quella italiana 32. Perché i Paesi Frugali dovrebbero darci soldi gratis? 

«Nessuno chiede soldi gratis e ogni Paese ha le sue caratteristiche economiche. Se mi sta chiedendo di fare a meno di quota 100 le dico di no. È giusto essere leali e rispettosi degli altri stati, ma è giusto anche considerare che gli italiani hanno sofferto e che questa crisi non è colpa di nessuno. Dobbiamo chiederci se vogliamo che l'Europa abbia un futuro». 

Qual è il nesso tra quota 100 e la pandemia? 

«C'è una questione che serpeggia nell'aria e che mi piace poco. Qualcuno comincia a dire che bisogna lavorare di più e togliere diritti ai lavoratori. Io penso il contrario. L'austerity ha creato danni e ha dato vita a un forte sentimento antieuropeo. Ora le cose stanno cambiando. E io so, per l'esperienza fatta con il decreto dignità, che quando aumentano i diritti aumenta anche il lavoro. Su questo non torno indietro. E mi fa molto piacere che Von der Leyen stia facendo uno sforzo sincero per affrontare la crisi con politiche espansive. Ma voglio essere chiaro: staremo attentissimi a come saranno usati i soldi europei. Non sprecheremo un centesimo. Su questo si gioca la nostra credibilità». 

Avete dato (o promesso) soldi a pioggia. Non sarebbe stato più utile investire sulla riduzione del costo del lavoro e su una profonda riforma fiscale che partisse dal taglio dell'Irpef, come dice il governatore Visco? 

«Non abbiamo promesso soldi a pioggia e farlo sarebbe un errore. Abbiamo tolto l'Irap nel mese di giugno, l'Imu per gli immobili turistici e poi la Tosap. Non mi sembrano soldi a pioggia. Certo, è arrivato il momento di attivare strumenti di decontribuzione per le imprese. Vanno incentivati gli imprenditori. Il patto per l'export firmato alla Farnesina ha questo scopo. Bisogna ascoltare il mondo che produce perché è quello che dà lavoro». 

Come? 

«Per esempio spingendo sulla semplificazione del codice degli appalti. Ci sono moltissimi imprenditori pronti ad assumere e a riaprire i cantieri. Li aiuteremo».

L'Irpef? 

«Le parole di Visco mi trovano d'accordo. Sì, serve una profonda riforma fiscale che parta proprio dall'Irpef». 

Cito ancora Angela Merkel: la disoccupazione può diventare dinamite politica e quindi un rischio per la democrazia. È una paura che condivide? 

«Il rischio di tensioni sociali c'è, soprattutto se si continuano a usare certi toni, se c'è chi aizza le piazze in modo violento. Bisogna richiamarsi al proprio senso di responsabilità. Rappresentiamo le istituzioni, non siamo al bar. Dobbiamo ascoltare i cittadini, non fare i pagliacci». 

Ce l'ha con Salvini? 

«Parlo in generale. Perché quando incontro i miei colleghi ministri degli Esteri noto le stesse dinamiche. Qualcuno cavalca questa tigre che rischia di divorare tutti. Non siamo nel 2008. Qui abbiamo bloccato le attività produttive per salvare la vita ai nostri concittadini». 

Perché ai 5 Stelle fanno paura i migranti? 

«Qui c'è un enorme equivoco di fondo. Il M5S ha sempre difeso i migranti, lo abbiamo fatto contro il business e lo abbiamo fatto anche di fronte alla spettacolarizzazione che ne hanno fatto alcuni. Se accogli qualcuno devi dargli la possibilità di integrarsi, di avere un lavoro. Se le condizioni del Paese non te lo permettono finisci solo per alimentare conflitti sociali. Tra l'altro io nei giorni scorsi in Libia ho ottenuto una apertura dalle autorità di Tripoli sulla revisione del Memorandum del 2017. L'Italia è e sarà sempre dalla parte dei diritti dell'essere umano». 

Ministro, Conte piace più a Grillo che a lei? 

«Giuseppe è stato proposto a palazzo Chigi da me due volte, abbiamo un ottimo rapporto e lavoriamo benissimo». 

Un tempo eravate il Movimento di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, oggi che cosa siete? 

«Oggi stiamo camminando sulle nostre gambe, in un momento di estrema difficoltà per il Paese. Il M5S è forte e unito può puntare a governare per i prossimi 20 anni».

Uniti non sembrate. Tanto meno al Senato. 

«Nel Movimento certe dinamiche ci sono sempre state. Quando ero il capo politico e anche adesso, a dimostrazione che il problema non ero io. Ma la maggioranza è solida». 

Le piace il presidente venezuelano Maduro? 

«Di mio ho valori precisi, credo nella democrazia, nel dibattito e nel confronto aperto. L'Italia è un Paese dell'alleanza Atlantica. Non so dove vuole portarmi con questa domanda, ma le dico che sul falso scoop del quotidiano spagnolo già ho risposto. Le dico anche che il popolo venezuelano merita libere elezioni quanto prima». 

E del presidente egiziano al Sisi che cosa pensa? 

«L'Egitto è un interlocutore di cui l'Italia non può fare a meno per i propri interessi strategici, ma il mio primo pensiero resta Regeni. Ci aspettiamo un cambio di passo dopo l'incontro tra le procure». 

Non sarebbe più onesto dire: pur continuando a chiedere la verità su Regeni non romperemo le relazioni con l'Egitto e continueremo a vendere armi al Cairo? 

«Allora sarebbe più onesto dire che è riduttivo parlare solo dell'Egitto». 

Teme un intervento militare egiziano in Libia? 

«In Libia le interferenze esterne devono cessare e bisogna dare impulso al processo delle Nazioni Unite. C'è stata una Conferenza a Berlino dove questi attori hanno preso un impegno, ci aspettiamo che lo rispettino. L'operazione Irini servirà a far rispettare l'embargo sull'ingresso delle armi». 

È ipotizzabile una "sirianizzazione" della Libia e una spartizione tra turchi e russi? 

«È un timore di tanti osservatori, però la Libia non è la Siria. Per ragioni geografiche è necessariamente un nostro interlocutore strategico e noi lo siamo per loro come lo è l'Unione europea. Sicuramente ci sono paesi che aumenteranno la propria influenza, io però spero e lavoro per la sovranità del popolo libico e per l'unità della Libia». 

Lei è ministro degli Esteri ed è stato ministro del Lavoro, dello Sviluppo economico e vice presidente della Camera. Detto che è diventato impossibile mettere in discussione il suo curriculum, è diventato casta? 

«Diventi casta quando ai vertici dell'amministrazione pubblica pensi ai tuoi interessi. Io ho pensato sempre a quelli del Paese, tagliandomi lo stipendio e la scorta». 

lunedì 29 giugno 2020

Sui migranti torna il modello integrazione. Dai 5S sì ai decreti cambiati, ma non ora

 Integrazione dei migranti: la Commissione europea e l'OCSE ...


da LA REPUBBLICA del 30 giugno 2020.Alessandra Ziniti

«La revisione dei decreti sicurezza, prevista dal programma di governo, deve rappresentare l’occasione per una riforma del sistema di accoglienza, orientata a garantire ordine e integrazione, attraverso un sistema capillare e diffuso sui territori ». Si apre così il documento di tre pagine che mette nero su bianco il sì ufficiale del M5S alla riscrittura dei decreti sicurezza. Sì al ritorno agli Sprar, sì all’ampliamento dei casi di protezione speciale, sì al dimezzamento dei tempi di detenzione dei migranti destinati al rimpatrio, sì a nuove forme di tutela dei minori stranieri non accompagnati, sì alla partecipazione dei richiedenti asilo a corsi di formazione e attività di utilità sociale e sì ad alcuni paletti sulla revoca della cittadinanza. Dunque, c’è ben di più del recepimento delle osservazioni del Capo dello Stato (anche se sulle multe alle Ong la posizione del M5S è quella del ritorno all’importo originario da 10 a 50.000 euro) nelle proposte su cui le due anime del Movimento hanno trovato l’accordo, inviate alla ministra dell’Interno Lamorgese alla vigilia del terzo appuntamento del tavolo fissato per oggi al Viminale.
Una significativa apertura nel merito delle modifiche che avvicina sensibilmente quel punto di caduta con le proposte di Pd, Leu e Iv. Resta però l’incognita (niente affatto secondaria) dei tempi. Perché oggi Giuseppe Brescia e Vittoria Baldino riproporranno agli alleati di governo la richiesta di rinviare a settembre la riscrittura dei decreti. «Non c’è nessuna intenzione di perdere tempo — dice Brescia, soddisfatto di essere riuscito ad ottenere la disponibilità del Movimento alle modifiche — ma il Parlamento è sovraccarico di lavoro e si rischia di fare male una cosa che va fatta molto bene».
Pd, Leu e Iv vorrebbero invece portare in Consiglio dei ministri il nuovo testo prima delle ferie ma, soprattutto in casa Pd, non sembra ci sia intenzione di trasformare la questione dei tempi in una questione politica. Insomma, se le ragioni del rinvio chiesto dal M5S sono tecniche, legate ad un prevedibile ingorgo parlamentare, anche la valutazione sarà tecnica: nessuno si può permettere di fare un decreto che poi rischia di non essere convertito nei tempi previsti, dicono. La priorità immediata è ad arrivare (magari già oggi) ad un testo condiviso. E, nel documento del M5S, i ripetuti richiami all’integrazione, all’ampliamento dei permessi di soggiorno e al ripristino delle attività anche per i richiedenti asilo costituiscono un cambio di passo deciso rispetto alla difesa tout court dei decreti Salvini.
La riforma dello Sprar innanzitutto che «deve andare oltre una mera operazione di ripristino». Il M5S vuole l’accoglienza diffusa sia per i rifugiati che per i richiedenti asilo, limitando i grandi centri a non più di 100 posti. E chiede il ripristino delle misure di integrazione dei richiedenti asilo: corsi di italiano, formazione professionale, e «impiego, su base volontaria, in attività di utilità sociale in favore della collettività».
Non è il ritorno dei permessi umanitaria ma — si legge nel documento — «si considera soddisfacente il rafforzamento della protezione speciale », concedendola a chi ha subito trattamenti disumani e degradanti. Protezione garantita per i vulnerabili e «tutti i permessi di soggiorno dovrebbero essere convertibili in permessi per motivi di lavoro». Con un occhio ai neomaggiorenni a cui «andrebbe garantita la possibilità di regolarizzazione per permesso di studio, lavoro o attesa occupazione».
E basta con i Centri per il rimpatrio lager. Il M5S è d’accordo a riportare da 180 a 90 giorni il tempo di detenzione magari anche in luoghi diversi dai Cpr «con condizioni di trattamento che assicurino il rispetto della dignità umana».

I falchi Ue sfruttano l’incertezza italiana: “Forse a Roma i soldi non servono”

Angela Merkel, la nostra polizza assicurativa | L'HuffPost


da LA REPUBBLICA del 30 giugno 2020.Alberto D'Argenio e Tonia Mastrobuoni

«Faremo tutto il possibile per convincere i nostri partner: l’Europa ne ha bisogno». Emmanuel Macron sfrutta la prima visita di Stato post-Covid in Germania per mandare un messaggio chiaro: la promessa franco-tedesca di un Recovery Fund che aiuti i Paesi più colpiti come l’Italia è intatta. E il «cuore» di quell’impegno resta il «buon equilibrio» di 500 miliardi di trasferimenti da non rimborsare e 250 miliardi di prestiti partorito dalla Commissione su impulso di Parigi e Berlino. In vista del vertice europeo del 17 luglio, i due leader vogliono portare a casa a tutti i costi l’accordo. Merkel, che ha accolto Macron nel castello di Meseberg, ha rinnovato l’impegno a battersi per un risultato che aiuti davvero Roma: il Recovery deve essere «sostanzioso ».
Tuttavia Parigi e Berlino ora aspettano che un segnale di impegno altrettanto serio arrivi dall’Italia, prima beneficiaria del Fondo con 172 miliardi: con un cambio di passo su Mes e riforme.
Il negoziato non sarà facile: le obiezioni dei “frugali” – Austria, Olanda, Svezia e Danimarca - continuano a incombere su una trattativa che per Merkel ha però il vantaggio di essere connessa con quella sul Bilancio Ue 2021-2027, offrendo «una piattaforma più ampia» per strappare un accordo ai nordici e ai Paesi dell’Est. Ma «ci sono resistenze da superare, il risultato non è in tasca», ha sottolineato. Aggiungendo un dettaglio che parla a Roma: «Ogni Paese deve anche guardare al proprio interno e fare ciò che deve fare a livello nazionale per rendere l’economia competitiva».
Merkel dunque sostiene l’idea della Commissione Ue di legare i trasferimenti alle raccomandazioni annuali di Bruxelles sulle riforme: «È un’eccellente idea». Aggiungendo, non a caso, che «il premier Conte ha fatto delle proposte », per il rilancio dell’economia. L’attesa è grande per capire quali saranno. Soprattutto a Berlino, dove Merkel ha speso tutto il suo capitale politico per convincere un partito scettico come la Cdu a sostenere il Recovery.
Con Francia e Germania in pressing per un accordo a luglio chiamato a salvare Italia e Spagna, tocca a Conte aiutare i partner nei negoziati con Rutte, Kurz, Frederiksen e Loevfen. Merkel e Macron contano di convincere i “frugali” con un Bilancio Ue che corrisponda alle loro sensibilità e salvando i loro sconti ( rebates) ai versamenti alle casse di Bruxelles. Ma l’Italia deve permettere ai quattro rigoristi di tornare a casa e passare il vaglio dei loro parlamenti.
Innanzitutto spiegando nel dettaglio quali riforme e investimenti intenda finanziare con il Recovery e dando garanzie di poterci riuscire. Ecco perché nelle capitali si aspetta con ansia il decreto semplificazione e soprattutto il Piano nazionale di riforme: l’Italia è l’unico Paese a non averlo ancora notificato a Bruxelles. Ma il governo è chiamato dai partner anche a cambiare linguaggio sul Mes. Ad esempio, nel fine settimana la reazione di Conte all’osservazione di Merkel, per la quale i 540 miliardi anticrisi che comprendono anche il Mes dovrebbero essere usati, è stata vissuta dai partner europei come un segno di debolezza del premier.
E ha sorpreso Berlino, dove nessuno ha ancora capito quale sia il problema ad attivare il Meccanismo ripulito da ogni condizionalità. Un atteggiamento che fa pensare alle altre capitali che Conte non sia in grado di governare la sua maggioranza. «Se il governo – spiega una fonte europea – non si mette d’accordo sul Mes e se non presenta il Piano di riforme a Bruxelles, i “frugali” sosterranno che l’Italia non ha così bisogno di soldi e che comunque non sarebbe in grado di gestire 172 miliardi del Recovery».
Negli altri 8 paesi - come Spagna Belgio e Portogallo - per i quali i tassi nulli del Mes sono un’opportunità, non c’è un dibattito ideologico come quello dell’M5S: aspettano l’approvazione del Recovery per fare i calcoli e decidere come muoversi sull’intero arsenale anti-crisi dell’Unione. Ecco perché un cambio di atteggiamento su Mes e riforme è quanto mai necessario per aiutare Macron e Merkel a far passare il Fondo. Da vedere se Conte riuscirà a cambiare passo entro il 17 luglio.

Conte respinge il pressing del Pd: “Sul Mes tutto fermo fino a settembre”

Presidente Giuseppe Conte e 'compagni' del PD, cosa avete ...

da LA REPUBBLICA del 30 giugno 2020.Tommaso Ciriaco

 «Ma io cosa posso fare, devo far cadere il governo ad agosto per prendere il Mes?». Ecco tutta l’impotenza di Giuseppe Conte, incollato in queste ore al telefono con i big del Pd. Ecco la prigione di veti c he lo paralizza, la difficoltà estrema di dar ragione al Nazareno e garantire i 36 miliardi per la sanità che pure prenderebbe di corsa. Ecco, soprattutto, la resa al warning dei 5S, «con il Salva Stati ci spacchiamo e cade l’esecutivo ». Nicola Zingaretti — che in una lettera al Corriere ha sollecitato l’adesione — e Dario Franceschini gli avevano chiesto un moto d’orgoglio, il premier li delude. «Almeno aspettiamo settembre per scegliere sul Mes — propone dopo settimane di rassicurazioni — non possiamo rischiare. A quel punto lo scenario sarà diverso, avremo il Recovery...».
Il dilemma di Conte, l’ennesimo, si alimenta di due posizioni apparentemente inconciliabili: i rossi dicono sì, i gialli rispondono no. Ancora nel week-end, Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli, Vito Crimi e pure alcuni emissari vicini a Roberto Fico — tutti big che sulla carta accetterebbero di ricorrere al Salva Stati — contattano il Presidente del Consiglio. «Subiremmo una scissione — gli ripetono — impossibile evitarla. Solo tu puoi fermarla». Almeno cinque o sei senatori andrebbero via, questa la previsione. Alcuni accettando il reclutamento della Lega, altri passando al Misto. La crisi di governo diventerebbe inevitabile.
Il problema è che il Pd non può tornare indietro, non stavolta. Ed è stufo. Di sentire Patuanelli affermare che «la posizione del Movimento non è cambiata». Del reggente Crimi, che sostiene: «Se debito deve essere, allora meglio con lo scostamento di bilancio che con uno strumento pericoloso». Il ministro dell’Economia Gualtieri insiste: «Troveremo una soluzione pragmatica, con il Mes c’è un risparmio di 5 miliardi in dieci anni». Cinque miliardi in più di interessi per i titoli di Stato — «la tassa Crimi», così la chiama Benedetto Della Vedova (+Europa) — ma ai grillini non importa. Zingaretti risponde facendo definire gli alleati «miopi e irresponsabilmente ideologici». Nelle prossime ore tutti gli altri governatori di centrosinistra chiederanno il Mes. Il capogruppo Graziano Delrio è pronto alle barricate, pur di ottenerlo. Paolo Gentiloni è seccato — eufemismo — da questi continui rinvii, «non fanno bene al negoziato».
E si torna a Conte, alla paralisi decisionale. Rimandare per sopravvivere. Prima tappa: il voto al Senato alla vigilia del Consiglio europeo, il 15 luglio. Palazzo Chigi pretende che nel testo di maggioranza ci sia scritto che si dà mandato al premier di trattare sul Recovery fund e sul Bilancio Ue, non una riga di più. I renziani sperano che si inserisca un passaggio più netto. «Volete la crisi?», si difende Conte. E la mozione pro Mes che presenterà quel giorno Emma Bonino? Potrebbero essere tentati di votarla Italia Viva e Forza Italia, certo. Ma se il Pd non abbandona il premier e si oppone a quel testo (dicendo che non è il momento giusto per scegliere sul fondo), neanche l’uscita dall’Aula dei sovranisti può mettere in crisi il governo.
Di più, però, Zingaretti non sembra poter accettare. Indebolito dal fuoco amico degli ex renziani del partito, non può permettersi l’ennesimo rinvio. Va bene allora non votare sul Mes prima del Consiglio europeo, ma rimandare la pratica del Salva Stati a s ettembre suona davvero come uno schiaffo. Il massimo che può concedere è attendere che un Paese di peso — la Spagna, ad esempio — richieda il programma, per aggregarsi. Ma può succedere già subito, in estate. Anche perché l’argomento anti Mes consegnato dagli “esperti” 5S a Palazzo Chigi è considerato debolissimo. I grillini agitano l’articolo 13 del Trattato, si tratta di alcuni meccanismi che verrebbero attivati se l’Italia non ripagasse il prestito. Una cautela di qualsiasi creditore, junior o senior, che rappresenterebbe l’ultimo dei problemi per un Paese in default.
Non basta rimandare per risolvere. Di certo, Conte vorrebbe chiudere prestissimo il decreto Semplificazioni, su cui in serata c’è stata una riunione M5S. In teoria, punta a portare il testo nel consiglio dei ministri di giovedì, ma approvarlo sembra un’altra storia. Gli alleati si lamentano. Non tanto sul merito — anche se i 5S faticano a digerire l’allentamento delle regole del codice degli appalti — quanto perché nessuno ha ancora letto il testo. Si lamenta il Pd, mugugna il Movimento, si arrabbia anche Italia Viva. «Si deve fare di più — dicono i renziani — E comunque è difficile giudicare senza aver letto..».

LAURA CASTELLI:«Per adesso il premier dice che non serve il Mes. Abbiamo fiducia in lui»

Non ha ben chiaro nemmeno cosa sia lo spread: Castelli confermata ...


da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 giugno 2020.di Enrico Marro

Sul prestito Mes da 36 ROMA miliardi per la Sanità il segretario del Pd ha lanciato ieri dalle pagine del Corriere una sorta di ultimatum ai 5 Stelle: «Basta tergiversare», dice Nicola Zingaretti. «Non stiamo rinviando — ribatte la viceministra dell’economia Laura

Castelli, esponente di rilievo dello stesso Movimento — . Il tempo viene usato per fare quello che serve».

Ovvero?

«Abbiamo messo l’Europa nelle condizioni di tornare a fare l’Europa, cioè una comunità solidale. Sul Mes abbiamo fiducia nelle parole del Presidente Conte, che ad oggi ha detto che non serve».

Conte ha detto che deciderà il Parlamento. A luglio o a settembre?

«A settembre scriveremo la legge di Bilancio, è quello il momento di capire che fare».

Secondo lei il Pd si sta comportando in modo leale o lavora per costruire maggioranze diverse?

«Ci fidiamo reciprocamente, comunque in questa fase è difficile ipotizzare un Governo senza il Movimento».

I 10 punti indicati da Zingaretti per rafforzare la Sanità richiedono molte risorse. Come fare senza il Mes?

«Per rimettere in piedi la Sanità servono più dei 10 punti indicati da Zingaretti. Da quando siamo al Governo è stata finanziata a discapito dei tagli subiti negli anni precedenti, adesso dobbiamo spendere anche i soldi fermi, come quelli dell’inail per l’edilizia sanitaria. Questa crisi, anche per la Sanità, è stata utilizzata come occasione di ripartenza, continueremo a lavorare perché nella manovra si prosegua».

Volete aumentare il deficit di altri 20 miliardi, ma non serviranno per la Sanità.

«Solo negli ultimi mesi sono stati stanziati più di 5 miliardi per potenziare la medicina territoriale, stabilizzare il personale sanitario, realizzare terapie intensive. Ora però dobbiamo anche far ripartire il Paese, e serve aiutare ulteriormente le imprese. A giugno abbiamo cancellato l’irap, adesso va abbassato il costo del lavoro. Da luglio 16 milioni di italiani si troveranno una busta paga più corposa.

Le opposizioni dicono che se non sarà dato loro ascolto non voteranno il nuovo aumento del deficit.

«Non è il momento per giocare a rialzo, noi vogliamo abbassare le tasse. Mi sembra difficile che le opposizioni possano dire di no ad una seria riduzione del cuneo fiscale per aiutare le aziende ad offrire lavoro, oppure ai finanziamenti per i Comuni, che altrimenti rischiano di non poter erogare più i servizi essenziali, o alle risorse che servono per riaprire le scuole al 14 settembre o a un sostegno importante alla filiera del turismo».

Lei spesso ripete che intanto si potrebbero spendere i 127 miliardi già stanziati per opere varie. Ma se finora non ci è riuscito nessuno come pensate di farcela voi?

«Perché lo vogliamo veramente, e non è più rinviabile. Nel decreto legge Semplificazioni entreranno molte di queste norme. Su questo sono caparbia. Ci saranno misure che, ispirandosi al modello Genova, saranno in grado di sbloccare velocemente, opere già finanziate. Con il viceministro Cancelleri abbiamo fatto un grande lavoro su questo».

Il decreto Rilancio verrà approvato con aggiustamenti al margine e col solito
ricorso al voto di fiducia. Ormai il Parlamento è sempre più ridotto a un ruolo notarile. Questo è in contraddizione con le storiche battaglie del Movimento contro la decretazione d’urgenza.

«Sono molto contenta del lavoro che stiamo facendo in Parlamento, stiamo approvando norme migliorative che vanno dal sostegno agli studenti fuori sede o alle risorse per i Comuni che sono più in difficoltà. Sono convinta che dal confronto con chi rappresenta e ascolta il territorio possano uscire soluzioni e provvedimenti importanti, per questo ci passo molto tempo».

I dem chiedono un sì subito per evitare altro debito .Conte prende ancora tempo: non possiamo essere i primi




da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 giugno 2020.Monica Guerzoni e Marco Galluzzo

«Dovete darmi il tempo che ci vuole, il tempo di completare il quadro europeo, chiudere l’accordo con la Ue al prossimo Consiglio, poi farò il possibile per convincere il M5S». Così Giuseppe Conte ha provato ieri a rassicurare alcuni ministri del Pd. E oggi il premier ha in agenda una telefonata con Angela Merkel, dopo i contrasti dei giorni scorsi sul Mes.
Se da una parte appare come un capo del governo con le mani legate, ostaggio della posizione intransigente ribadita da Vito Crimi, dall’altro il premier non è contrario ai finanziamenti per la sanità del Meccanismo europeo di stabilità, né ritiene che ci siano rischi o condizionalità che mettano a repentaglio l’indipendenza della politica economica italiana. Solo che non ha alcuna intenzione di affrontare un voto del Parlamento con il rischio che gli oltre 36 miliardi che arriverebbero in Italia a tassi negativi, vengano approvati da una maggioranza diversa da quella che ora regge l’esecutivo.
La lettera al Corriere di Nicola Zingaretti, con i dieci buoni motivi per richiedere gli aiuti del Mes, ha smosso le acque. Eppure il silenzio ufficiale di Conte dimostra che, a giudizio di Palazzo Chigi, l’argomento non è ancora maturo. «Prima vediamo come va il prossimo Consiglio europeo, quanti soldi e quali strumenti avremo esattamente a disposizione – è il ragionamento che Conte ripete ai vertici del Pd – poi sarò io stesso a verificare i numeri in Senato».
Al Pd Conte chiede pazienza e fa sapere di aver già cominciato a lavorare sul pallottoliere di Palazzo Madama, per evitare che lo strappo di sette, otto senatori faccia saltare il governo. Ma la pazienza del Pd è agli sgoccioli. Non c’è solo il pressing per i continui rinvii sui dossier, c’è che il ministro Roberto Gualtieri è da giorni al lavoro con i tecnici dell’economia sullo scostamento di bilancio. E dietro il braccio di ferro con Palazzo Chigi sull’entità della «manovrina» di luglio (10 o 20 miliardi?), il nodo è questo: accedere subito ai fondi del Mes per risparmiare sugli interessi, come vuole il Pd, o finanziare a debito l’intera operazione, come predica il M5S?
Il problema dunque non è solo il voto parlamentare, è l’urgenza di decidere come finanziare lo scostamento di luglio. «Possibile che siamo bloccati su una questione ideologica e nominalistica? – si sfoga un ministro – Fare altro debito pubblico pur di non usare il Mes ci costerebbe 500 milioni all’anno». Così i dem spiegano l’accelerazione di Zingaretti, sostenuta con forza da Dario Franceschini. Nelle ultime riunioni il capo delegazione, sempre più disincantato sulle prestazioni del governo, ha sfidato il premier a uscire dall’immobilismo. E ieri a esasperare gli animi contro il premier e la comunicazione di Palazzo Chigi ci si è messo anche il decreto Semplificazioni, il cui testo il Pd, Italia Viva, Leu e anche tanti nel M5S hanno appreso dai giornali.
Nelle chat incandescenti degli esponenti stellati del governo si accusano i vertici del Pd di voler buttare giù il premier e terremotare il Movimento. Ma non è certo questo l’obiettivo di Zingaretti e compagni, stando a quel che ripete Franceschini nelle riunioni riservate: «Ogni nostra critica è per rafforzare l’esecutivo, non certo per farlo cadere». Ragionamenti simili ascolta chi parla con Matteo Renzi, che da quando ha raggiunto una tregua con Conte si è messo a puntellarlo. «Fino a un mese fa ero il Pierino che voleva toccare l’intoccabile – è l’immagine con cui l’ex premier spiega la linea ai suoi – Ora la guerra a Conte la fa il Pd e noi siamo quelli che pensano al Paese. Per litigare ci sarà tempo...». Sul Mes, Renzi sta con Zingaretti. O meglio, per dirla con Ettore Rosato, è il Pd che «finalmente» si è spostato sulle posizioni di Italia Viva. Ma Renzi sembra approvare il «traccheggiamento» di Conte sul voto, perché «serve a convincere i senatori ribelli» e a fare in modo che i no del M5S siano «pochissimi».
Prima che ciò accada il dibattito dovrebbe virare sui parametri tecnici del Mes. Per il Nazareno «non contengono alcuna particolare condizionalità negativa», mentre a Palazzo Chigi si avverte una sorta di paura politica: «Prenderlo noi per primi sarebbe una manifestazione di debolezza dell’italia». Una sorta di resistenza ideologica, legata alla memoria di quello che ha costituito nel 2012 il Mes per Paesi come la Grecia.

Duello sul Mes tra Movimento 5 stelle e Pd




da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 giugno 2020.Fabrizio Caccia

La possibilità di ricorrere al Fondo salva Stati crea una frattura netta nella maggioranza. All’intervento sul Corriere del segretario nazionale del Pd, Nicola Zingaretti («Il governo non può più tergiversare sul Mes»), ha fatto seguito ieri una nota del capo politico del M5S, Vito Crimi, che sembra chiudere la porta a ogni possibile futura convergenza: «Registriamo che alleati di governo insistono sull’adozione del Mes — scrive Crimi —. Vale lo stesso per il Movimento 5 Stelle, che continua a confermare la propria linea: il Mes non è uno strumento idoneo e restiamo contrari. Se debito deve essere, allora meglio che avvenga attraverso lo scostamento di bilancio piuttosto che utilizzando uno strumento che riteniamo non solo inidoneo ma pericoloso».
E Crimi non è l’unico esponente dei Cinque Stelle a ribadire il no all’utilizzo dei 36 miliardi di fondi europei: «La posizione del Movimento non cambia», così ha risposto ieri il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, alla domanda di Affaritaliani.it se fosse cambiato qualcosa dopo le parole di Zingaretti. Immediata, la reazione degli alleati dem: «Patuanelli sostiene che la posizione M5S rimane la stessa di mesi fa. È questo il problema — obietta Michele Bordo, vice capogruppo del Pd alla Camera —. In questi mesi è cambiato tutto, in Europa sono stati messi in campo strumenti mai visti prima e rimanere fermi significa solo essere miopi e irresponsabilmente ideologici».
Intervistato a In Onda, su La7, il ministro dell’economia, Roberto Gualtieri mostra ottimismo: «Sono sicuro che raggiungeremo una soluzione ottimale, è opportuno avere un approccio pragmatico. Il Mes è uno strumento utilizzabile senza alcuno stigma o rischio di controllo sulla nostra economia e ci farebbe risparmiare 5 miliardi di euro in dieci anni». Anche il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, appare fiducioso: «Noi dobbiamo lavorare per l’evoluzione delle posizioni del M5S – dice al Tg2 –. Credo che di fronte ai bisogni degli italiani avremo gli argomenti per fare questa evoluzione».
Ma la maggioranza al momento è più che divisa. A Zingaretti, infatti, replica anche Leu: «Caro Nicola – scrive sull’huffington Post il deputato Stefano Fassina –. Perché nessun altro Stato accorre a ritirare il regalo? Il problema sono le condizionalità all’accesso o la valutazione del rischio di solvibilità del debitore dopo l’accesso». Pier Luigi Bersani, sempre di Leu, risponde invece a Stefano Buffagni, viceministro M5S, che ieri aveva detto la sua sul governo («È vero, dobbiamo correre ma non vedo ghepardi nel Pd...»). E non sembra pensarla come i Cinque Stelle: «Serve il coraggio di affrontare le riforme — dice —. Ci vogliono più leoni che giaguari...». Mentre Zingaretti incassa il favore anche di un altro storico dirigente della sinistra italiana (Pcipds), Emanuele Macaluso: «Se i Cinque Stelle sono così dementi da non pigliare risorse che servono alla Sanità, si prenderanno le loro responsabilità».

Infine, ecco Italia Viva di Matteo Renzi, favorevolissima al Mes. Anche se Ettore Rosato, il presidente di Iv, dopo aver letto sul Corriere le «10 ragioni per dire sì» del segretario dem, non resiste alla tentazione e lo punzecchia: «I dieci punti mi sembrano familiari», allude ricordando un documento di Iv datato 3 giugno. «Ma nessuna malizia — conclude — le somiglianze saranno sicuramente dettate dal comune buonsenso. Fa piacere che anche il Pd si sia accorto di quanto le risorse del Mes siano necessarie».

In Cina viene presentato il primo ristorante robotico.Non milioni ma un miliardo di posti di lavoro si perderanno




ANGLOTEDESCO:ultime quattro righe.Entro il 2030 per colpa dell'intelligenza artificiale o della robotica non si perderanno milioni di posti di lavoro ma circa un miliardo.Ho letto dei libri sull'argomento e la pensa così anche Paolo Barnard.

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zerohedge.com

Potremmo osservare uno dei primi ristoranti robotici al mondo, situato nel Guangdong, in Cina. L’apertura tempestiva del ristorante senza contatto umano arriva quando l’industria è decisa a ridurre i contatti da uomo a uomo a causa dei rischi di trasmissione del virus.
Il Qianxi Robot Catering Group, una filiale di Country Garden, ha recentemente annunciato  in un comunicato stampa che ha aperto un ristorante gestito da robot nella città di Shunde, nella provincia cinese del Guangdong.

Robot-server Country Garden in Cina

“Alimentato dalle più recenti tecnologie avanzate, il ristorante ha sezioni separate per cibo cinese, piatti caldi e fast food e offre una vasta selezione di piatti, ognuno dei quali viene consegnato alla tavola calda in pochi secondi”, afferma il comunicato.
Il ristorante ha più di 20 robot in grado di preparare fino a 200 voci di menu che possono essere servite in meno di 20 secondi. Molti dei piatti sono rappresentati dalla cucina cinese,  riso in terracotta e spaghetti.


Robot-cucina Country Garden

Sebbene l’apertura non fosse specifica per le attività dei robot in cucina, esiste una flotta di
robot rosa nella parte frontale del ristorante, che consegna piatti ai clienti.
Mentre la pandemia virale continua a imperversare, i ristoranti gestiti da robot stanno decollando in tutto il mondo. Abbiamo notato che la catena di fast food Kentucky Fried Chicken (KFC) ha debuttato venerdì col “ristorante del futuro“, in cui l’automazione e gli armadietti del cibo dominano il negozio.
Zhao Chunsheng, specialista di robot e professore presso l’Accademia cinese delle scienze, ha dichiarato: “Il ristorante robot Qianxi ha raggiunto in modo innovativo sia l’integrazione hardware-software che la cooperazione uomo-macchina. Aiuta a gestire meglio un funzionamento regolare attraverso l’applicazione pratica dei robot “.

“Qianxi ha la tecnologia più avanzata con una vasta gamma di prodotti. Colma il gap del mercato e avrà un impatto significativo sul benchmarking nell’aggiungere valore allo sviluppo del settore”, ha affermato Chunsheng. 

Il robot-ristorante di Country Garden potrebbe essere uno dei primi ristoranti automatici al mondo. Abbiamo notato che le cucine hanno parzialmente delegato alcuni compiti ai robot, come flippy, il robot hamburger chef , combinato con alcune interazioni umane.
La pandemia ha senza dubbio accelerato la fase di automazione dei ristoranti di tutto il mondo – recenti studi che abbiamo citato indicano che i robot e l’intelligenza artificiale sostituiranno decine di milioni di posti di lavoro entro il 2030.

TYLER DURDEN