Anglotedesco

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lunedì 31 agosto 2020

FILIPPO ANELLI: «Alunni con la mascherina.Ci sarà un ritorno di casi gravi»

Filippo Anelli e' il nuovo Presidente della FNOMCeO | OMCeO Campobasso


Intervista di Francesco Rigatelli 

«Il coronavirus si sta diffondendo velocemente, ma il ritorno a scuola è una sfida che non si può perdere». Filippo Anelli, 63 anni, presidente della Federazione nazionale ordini dei medici e medico di famiglia a Bari, è per tenere il livello più alto di sicurezza: «La mascherina va portata il più possibile anche in classe e distanze e igiene personale vanno fatte rispettare severamente». 

Cos'altro serve per riaprire le scuole? 

«Sarebbe utile fornire agli istituti dei termoscanner automatici, così da sgravare le famiglie da ogni responsabilità. E sui mezzi pubblici va garantito il distanziamento, dunque servirebbe una riorganizzazione di traffico e orari. Però tutto questo non ha senso se non si punta di più sull'educazione». 

Cosa intende? 

«Nei primi giorni di scuola ci vorrebbe una grande operazione di spiegazione per sensibilizzare bambini e famiglie sull'utilità dei loro comportamenti». 

Servono medici a scuola? 

«Sì, ci vorrebbe un medico di raccordo tra i pediatri, il dipartimento di vaccinazione e il personale scolastico. Non può essere un infermiere, ma un professionista come i medici della continuità assistenziale, tra l'altro già disponibili e pronti senza bisogno di concorsi». 

Gli ospedali sono pronti per la seconda ondata? 

«Molte strutture sono tornate come prima, mentre avrebbero dovuto tenere percorsi paralleli fino alla fine della pandemia. I soggetti con patologie non covid rischiano di tornare ad essere esclusi dagli ospedali. Negli scorsi mesi c'è stato un aumento di mortalità per infarto e di problemi oncologici. Inoltre il malato cronico per ogni cura deve ancora chiedere la prescrizione a un medico specialista, anziché di base, e passare inutilmente dall'ospedale». 

Voi medici cosa vi aspettate nei prossimi mesi? 

«Siamo nella stessa situazione di dicembre, quando il virus ci prendeva di sorpresa. Ora i tamponi consentono un controllo, ma ci sono tanti asintomatici. Dunque ci aspettiamo un ritorno del contagio e pure dei casi gravi. Purtroppo prima o poi le fasce più deboli svilupperanno di nuovo le polmoniti». 

Con un contagio non più localizzato al Nord, il Sud rischia di più? 

«Non c'è dubbio che ci siano delle disuguaglianze, dovute all'autonomia regionale. In Campania c'è un'aspettativa di vita minore che in Veneto e non solo per il covid. L'incapacità del ministero della Salute di risolvere questi problemi è nota e per questo proponiamo che venga dotato di poteri e fondi contro le disuguaglianze».

Scuola.Azzolina insiste:"Via senza mascherina".C'è l'intesa sui trasporti

Rientro a scuola, in classe senza mascherina. E per i prof quella  trasparente - Corriere.it


di Federico Capurso e Alessandro Di Matteo 

Capienza su treni e trasporto locale all'80%, mascherine a scuola negli spazi comuni, ma non durante le lezioni alle elementari, mentre per i più grandi si valuterà in base alla «situazione epidemiologica». La scuola riparte, in qualche modo: il governo trova un'intesa faticosa con le regioni su autobus e metro, e il Comitato tecnico scientifico fissa le linee-guida per garantire le lezioni in sicurezza, ma per l'esecutivo è un paziente lavoro di mediazione tra gli esperti che chiedono rigore e le regioni che vorrebbero riempire i mezzi pubblici. Sulle mascherine, poi, la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina non intende cedere, assicura che sta «insistendo personalmente perché i ragazzi non debbano portarle se il metro di distanza c'è». Un lungo braccio di ferro, che probabilmente avrà anche dei tempi supplementari. Alla fine della giornata una fonte di governo chiosa: «Sigliamo l'intesa perché la priorità è far ripartire la scuola, ma rischiamo di dover fare come con le discoteche...». I locali da ballo, come è noto, vennero riaperti dalle regioni, nonostante il parere contrario del governo, e poi sono stati richiusi con un'ordinanza del ministero della Salute a metà agosto. Ovviamente, tutti si augurano che stavolta le cose vadano meglio. Sul trasporto pubblico la giornata di ieri si è conclusa con l'intesa nella conferenza unificata tra governo e regioni: bus, metro e treni locali saranno riempiti fino all'80%, fermo restando l'obbligo di indossare le mascherine e di rispettare il distanziamento di un metro (regola, quest'ultima, che non vale per persone che vivono nella stessa casa). Le Regioni hanno poi insistito per prevedere la possibilità di andare oltre l'80%, impegnandosi ad adottare ulteriori misure di sicurezza. Per questo nelle linee-guida si afferma che si può superare il limite dell'80% a patto che vengano installati dei divisori tra i posti, precisando che le eventuali soluzioni individuate dalle Regioni devono ottenere l'ok del Comitato tecnico scientifico. Inoltre, il governo accetta la richiesta delle Regioni: arrivano 350 milioni per sostenere le aziende del trasporto pubblico locale colpite dai mancati introiti dovuti alla capienza limitata. Soldi che dovranno essere anche utilizzanti per aumentare le corse. Francesco Boccia, ministro per gli Affari regionali, a fine giornata è comunque soddisfatto della mediazione faticosamente raggiunta: «La volontà di fare il bene dei nostri ragazzi ha fatto superare polemiche e ostacoli. Per me è motivo di profonda soddisfazione». Anche Paola De Micheli, ministra dei Trasporti, è contenta: «Regole di sicurezza uguali per tutti sui mezzi del trasporto pubblico e fondi agli enti locali che avranno necessità di incrementare i servizi. Dopo un confronto serrato, abbiamo raggiunto un accordo all'unanimità con Regioni, Comuni e Province per far ripartire la mobilità delle persone». Soddisfatti anche i presidenti di regione, da Stefano Bonaccini a Giovanni Toti. Ma, nonostante l'ottimismo di Boccia e De Micheli, alcune Regioni hanno scelto comunque di rinviare l'apertura delle scuole: Friuli, Sardegna, Puglia e Calabria hanno già formalizzato la decisione, e Campania, Abruzzo e Basilicata sono orientate a fare altrettanto. In queste regioni le lezioni ripartiranno non il 14 settembre, ma dopo il weekend elettorale del 20. Una scelta che dal ministero dell'Istruzione commentano così: «Stupisce il dibattito di queste ore sul calendario scolastico. Il ministero dell'Istruzione ha proposto con largo anticipo una data comune di inizio delle lezioni per armonizzare la ripartenza. Ma le Regioni, per legge, ogni anno decidono autonomamente l'avvio ufficiale del calendario. Alcune, Calabria, Sardegna e Puglia, avevano immediatamente scelto di partire nella settimana successiva alla tornata elettorale del 20 e 21 settembre. Se altre Regioni intendono farlo dovrebbero agire rapidamente per evitare che decisioni tardive possano ricadere sulle spalle di famiglie, studentesse e studenti». Azzolina comunque assicura: «La scuola riapre senza se e senza ma il 14. In queste settimane la cosa che mi ha fatto più male in assoluto è stata la campagna elettorale sulla scuola». E Anna Ascani, viceministra all'Istruzione, aggiunge: «Come governo abbiamo organizzato tutto quello che potevamo organizzare, va riconosciuto a Lucia (Azzolina, ndr) che ha lavorato senza sosta. Ognuno sia responsabile della sua quota parte, trasporti e salute». Ma sulle norme di sicurezza in classe si è fatto sentire anche il Comitato tecnico scientifico, che ieri è tornato a riunirsi. Le pressioni per evitare la mascherina agli studenti non piacciono agli esperti del governo e l'irritazione traspare chiaramente in una nota del Cts a fine giornata. Nel comunicato gli esperti ricordano innanzitutto le indicazioni dell'Oms, che a partire dai 12 anni prevedono le stesse regole che sono in vigore per gli adulti. Quindi, le raccomandazioni: i bambini della scuola primaria possono evitare la mascherina quando sono seduti ai banchi e a patto che sia rispettata la distanza di un metro dagli altri alunni. Nella scuola secondaria si potrà fare altrettanto solo «in situazione epidemiologica di bassa circolazione virale».

GIORGIA MELONI:"Alle Regionali il governo avrà una batosta"

 Chi è Giorgia Meloni età come scrivere e contattarla - ChieChiera.it


Intervista  di Amedeo La Mattina 

Giorgia Meloni non cambia idea sul Sì al taglio dei parlamentari, ma apre una porticina alla libertà di voto. E soprattutto ha il sospetto che nella maggioranza, soprattutto tra i 5 Stelle, ci sia il tentativo di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica dal voto per i governatori. «Con la probabile prevalenza del Sì canteranno vittoria, pensando così di nascondere una eventuale sonora batosta alle regionali». La leader di Fratelli d'Italia diffida il premier Conte e il ministro Gualteri a non «ricattare» gli elettori che si recheranno alle urne dicendo che i soldi del Recovery Fund arriveranno solo se vincerà la sinistra. 

Berlusconi esprime molti dubbi sul referendum voluto dai 5S: alla fine lascerà libertà di voto. Lei non è tentata di cavalcare il No per dare una spallata letale al governo? 

«Sulle questioni fondamentali il limite di FdI è che non fa tatticismi. Se una cosa la ritengo giusta, la sostengono. Abbiamo votato sempre per il taglio dei parlamentari a cavallo dei due governi Conte. Ora non ho motivo di cambiare idea anche se comprendo diverse critiche che vengono mosse. So bene che non basta il taglio e abbiamo fatto notare che non si possono tagliare gli eletti e lasciare lo stesso numero dei senatori a vita, facendolo pesare di più nell'elezione del capo dello Stato. Insomma, noi la nostra parte l'abbiamo fatta. Tra l'altro siamo l'unico partito che non ha prestato senatori per chiedere il referendum. Adesso però la decisione spetta agli italiani, che sono liberi di votare per il Sì o per il No. Ma attenzione per noi la vera battaglia non è questa: il test politico per il governo sono le regionali. I 5 stelle invece voglio spostare tutto il focus del voto del 20 e 21 settembre sul referendum: è un modo per evitare di dare peso al voto sui governatori. E non capisco perché nel centrodestra si dia sponda a questo tentativo visto che il referendum pesa zero sul governo». 

Il premier Conte si è speso per un accordo in Puglia su un candidato unitario che rispecchiasse la maggioranza che lo sostiene. Se dovesse vincere il suo candidato Raffaele Fitto, oltre a Francesco Acquaroli nelle Marche, un minuto dopo tutto il centrodestra chiederà le dimissioni del presidente del Consiglio? 

«Intanto bisogna sottolineare che mentre il centrodestra è unito in tutte le Regioni in cui si vota, i partiti della maggioranza non sono riusciti a mettersi d'accordo da nessuna parte, tranne in Liguria. Questo dimostra che la loro è un'alleanza di potere: stanno abbarbicati alle poltrone solo per evitare che noi possiamo vincere alle elezioni politiche. Nei territori Pd e M5S si schifano reciprocamente, questo dovrebbe essere valutato dagli elettori. Se Emiliano non riesce a convincere Renzi, Calenda, Bonino, Di Maio a sostenerlo, perché dovrebbe convincere i pugliesi? Emiliano è stato un pessimo governatore che a 15 giorni dal voto indice concorsi per assumere in maniera clientelare. Poi c'è il raccapricciante metodo di Conte e Gualtieri che fanno capire che per fare arrivare i soldi del Recovery Fund alle regioni dove si vota è bene che vinca la sinistra. I soldi europei non sono di Conte e di Gualtieri. Se continuano con questo metodo ricattatorio chiederò l'intervento del capo dello Stato». 

Emiliano dice di avere poco tempo per fare campagna elettorale perché da governatore deve occuparsi dell'emergenza Covid. È un tema che porta consensi a chi già governa. E chiede agli elettori 5S il voto disgiunto. È preoccupata? 

«A essere preoccupati mi sembrano Emiliano, Conte e tutto il Pd. Ma scusate, vogliamo parlare di quello che il governo ci ha tenuto nascosto sull'epidemia? Il 12 febbraio il governo è stato informato dal Comitato scientifico su tutto quello che sarebbe successo, ma non se ne sono accorti perché Zingaretti era impegnato con i brindisi a Milano. Ora dice che se fossimo stati al governo noi le spiagge sarebbero piene di fosse comuni. Dichiarazioni vergognose per le quali attendo le scuse. I veri negazionisti sono loro che abbracciavano i cinesi mentre noi chiedevano la quarantena per chi arrivava dalla Cina. Per questo pretendiamo la pubblicazione di tutti i verbali del Cts e porteremo la questione in Parlamento».

L'arrivo continuo di migranti e la recrudescenza estiva dei contagi sta gonfiando le vostre vele elettorali? 

«Fanno tutto loro. Intanto vogliamo dire che l'arrivo massiccio di questi giorni è il risultato della sanatoria indiscriminata voluta dalla Bellanova? Dicevano che quella scelta non avrebbe aumentato gli sbarchi, poi sono dovuti correre in Tunisia a chiedere di diffondere la notizia che non era vero che l'Italia regolarizza tutti. È il ministro Lamorgese su quale pianeta vive? Ha dovuto mandare a Lampedusa tre navi quarantena per tamponare il collasso degli hotspot. Prima spalancano i porti, poi voltano le spalle alla Sicilia e ora cercano anche di mistificare la realtà con le loro menzogne. L'immigrazione va governata con serietà e fermezza, anche attraverso una missione europea per mettere in atto un blocco navale. Segnalo che in questi giorni, di fronte agli sbarchi illegali che cominciavano a moltiplicarsi, la Gran Bretagna ha deciso di schierare la Marina militare nella Manica. Noi preferiamo dare vita a una flotta di navi quarantena, chiaramente pagate dagli italiani». 

Con quale sensazione manderà sua figlia a scuola? 

«Con la speranza di ogni mamma di non veder chiudere la scuola. Questo governo è incompetente, non ha uno straccio di idea su come riaprire in sicurezza. Hanno perso mesi senza fare nulla, hanno bocciato tutte le nostre proposte e ora non sanno cosa fare». 

Legge elettorale, intesa tra Pd e 5 Stelle.Ma tra i Democratici sale la tensione

Fumata grigia: verso l'intesa M5S-Pd. Zingaretti: «Penso di poter costruire  l'accordo» – AlessioPorcu.it


di Carlo Bertini 

Non sarà facile per Nicola Zingaretti strappare un sorriso ai big del suo partito lunedì prossimo, perché sono in molti dietro le quinte a lamentare che il Pd abbia ottenuto poco o nulla in cambio del Sì al taglio degli eletti voluto dai grillini. «Si vota il testo base della legge elettorale in Commissione, ma Conte non ha fatto nessun pressing per andare in aula prima del 20, data del referendum», scrolla il capo un dirigente Dem. Dando voce ai tanti scontenti col premier, che dovranno ingoiare in Direzione la richiesta del segretario di votare Sì al referendum. Richiesta accompagnata da una salominica libertà di voto, perché troppi sono i malumori e tanti i no, da Matteo Orfini a Luigi Zanda, da Giorgio Gori al padre fondatore Romano Prodi, fino a migliaia di militanti vogliosi di assestare un calcio politico ai 5stelle.L'ira dei Dem con ConteL'irritazione dei Dem e del loro segretario si concentra sul premier, reo di non aver fatto nulla per accontentare le richieste di un partito con la base in rivolta contro un taglio dei parlamentari mal digerito. Per questo il leader Pd ha spinto su Di Maio e su Renzi per un accordo che dia il senso di un rispetto dei patti prima del referendum. E in zona Cesarini i partiti di maggioranza siglano infatti un'intesa sui tempi di approvazione delle riforme correttive del taglio lineare dei parlamentari. Un pacchetto che poggia su tre gambe: il 3 o 4 settembre un primo voto sul testo base della legge elettorale in commissione Affari Costituzionali, che forse andrà in aula entro fine mese; a Palazzo Madama la settimana prossima la legge sul voto ai diciottenni al Senato (e sui senatori eleggibili dai 25 anni). E ultimo, la riforma più importante: la legge Fornaro (capogruppo di Leu) che dovrebbe essere votata alla Camera la settimana prossima. Una riforma che consente di eliminare nella stesura della prossima legge elettorale la base regionale per l'elezione dei senatori: in modo da correggere la compressione della rappresentanza nelle regioni. In virtù di ciò, Friuli, Liguria, Umbria e Basilicata potrebbero essere accorpate ad altre circoscrizioni. Come effetto collaterale questa riforma «avrebbe la fine delle doppie maggioranze tra le due Camere, con una garanzia di maggiore stabilità per i governi», spiega Fornaro.Renzi stoppa il voto in aula«Il M5S rispetta sempre i patti e siamo pronti a votare la legge elettorale domani», chiarisce Luigi Di Maio a scanso di equivoci. Ma l'ok più atteso da Nicola Zingaretti, che condiziona il sì al referendum sul taglio dei parlamentari al rispetto degli accordi di maggioranza è quello di Matteo Renzi. Il quale tramite Maria Elena Boschi ha fatto sapere a Graziano Delrio di essere disposto a dare il placet perché si voti entro venerdì in commissione il testo base della legge proporzionale con sbarramento al 5%. Ma nulla più. Niente voto in aula alla Camera prima del 20 dicembre. Renzi vuole attendere l'esito delle regionali. Quindi Zingaretti strappa poco, anche se i suoi sostengono che «l'accordo è stato rispettato». Lunedì 7 il leader Pd potrà andare in Direzione a sostenere le ragioni del Sì, fatta salva la libertà di coscienza come valvola di sfogo dei tanti contrari. Ma Conte non gli ha offerto sponda alcuna: non intende interferire sull'iter di una legge elettorale pertinenza del Parlamento. E così come non si è esposto sul sistema di voto, non farà campagna sul referendum per il taglio dei parlamentari, in segno di par condicio tra Pd e 5Stelle. Il 9 agosto a domanda precisa, a Bari, Conte aveva però risposto che voterà Sì. «E' una domanda un po' privata, non vorrei influenzare nessuno». Con una chiosa sulla legge elettorale: «Sarebbe eccentrico se il premier non sostenesse la riforma proporzionale concordata tra le forze di maggioranza. Mi auguro che continui il dialogo». Da quella data stop alle esternazioni. 

Il Covid brucia 116 miliardi di consumi ."Ci vorranno 5 anni per recuperarli"

Il Covid brucia 116 miliardi di consumi: “Ci vorranno 5 anni per recuperarli”  - La Stampa - Ultime notizie di cronaca e news dall'Italia e dal mondo


 di Maurizio Tropeano

Se tutto andrà bene ci vorranno almeno cinque anni perché il livello dei consumi ritorni al livello pre-pandemia. La stima è dell'ufficio studi della Confommercio che prevede una perdita complessiva nel 2020 di 116 miliardi di euro, cioè 1900 euro a testa. Nessuna area del paese è stata risparmiata dalle ricadute negative del lockdown ma quasi il 60% del calo complessivo è concentrato nelle otto regioni del Nord Italia e con la Lombardia che registra la maggiore perdita in valore assoluto, oltre 22,6 miliardi. L'impatto sulle regioni del mezzogiorno è stato più contenuto. La media italiana di riduzione dei consumi arriva al 10,9% ma le regioni del Sud scontano un calo inferiore, l'8,5%. Ma questo «non vuol dire che le condizioni delle regioni meridionali siano migliori. Lo shock puntuale, limitato al 2020, ha impattato meno nel Mezzogiorno per la minore presenza di turisti stranieri e per il maggior peso di lavoratori il cui reddito disponibile non è stato colpito dal lockdown, ma le capacità di reazione dell'area sono ben più ridotte», spiega Mariano Bella, il direttore del centro studi di Confcommercio. Bella e i suoi collaboratori hanno lavorato su quattro indicatori generali - percentuale di imprese sospese al 10 giugno, tasso di disoccupazione, percentuale di dipendenti pubblici su quelli totali e incidenza della quota di spesa dei turisti stranieri sul totale dei consumi - per poi parametrarla con i dati degli ultimi anni. I risultati di questa ricerca sono eterogenei. Si passa, ad esempio, da una riduzione a prezzi costanti del 7,2% in Molise (la più contenuta) ad una perdita del 16,0% in Trentino Alto Adige (la caduta più profonda). Come detto la Lombardia paga il prezzo maggiore frutto della percentuale più bassa di lavoratori dipendenti, del ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali e anche per la sua capacità di attrarre turisti stranieri. Anche Veneto 8-14,3 miliardi), Toscana ed Emilia Romagna (tutte e due con una riduzione che supera i dieci miliardi) pagano gli stessi effetti mentre sul Lazio (che ha bruciato 12 miliardi)pesa soprattutto l'azzeramento del turismo internazionale. Del resto secondo l'Istat nel secondo semestre la spesa degli stranieri in Italia si è ridotta del 91,3 per cento. Ancora Bella: «In Val d'Aosta l'incidenza della spesa dei turisti stranieri supera il 14 per cento, supera il 7 in Liguria mentre si ferma allo 0,3% in Molise e allo 0,7% in Calabria».Malgrado le perdite delle regioni del Nord siano più pesanti, oltre 65,7 miliardi, con il Nord-Est che ne lascia per strada oltre 31 miliardi, le capacità di ripartenza sono più alte. Del resto nel 2019 nelle otto regioni del Nord si concentrava il 52% dei consumi totali dell'Italia. Senza dimenticare che dal 2008 al 2019 mentre al Nord sono aumentati del 3% il Mezzogiorno ha ceduto oltre dieci punti percentuali mentre la media italiana ha fatto registrare un -1,3%. Ancora Bella: «Considerando le performance pregresse e riconoscendo che la pandemia non ha certo migliorato la resilienza del tessuto produttivo meridionale, si deve ipotizzare che il Sud soffrirà almeno quanto il resto del Paese in termini di tempi di recupero delle pure più esigue perdite patite nel 2020». Cinque anni, appunto. Anche perché almeno per il 2020 le pesanti perdite verranno solo in parte compensate dall'aumento delle spese delle famiglie dopo la riapertura avviata con l'allentamento del lockdown. Ecco perché secondo Confcommercio sono sempre «più urgenti e necessarie riforme in grado di mutare la produttività del sistema Italia per evitare di riprendere, dopo la pandemia, il percorso di crescita esangue sperimentato nel passato». E il presidente, Carlo Sangalli, aggiunge: «Per tornare a crescere, grazie anche ai fondi europei, servono provvedimenti più incisivi e rapidi nella loro applicazione. Il tempo non gioca a nostro favore e i nodi fiscali e burocratici che rallentano la crescita devono ancora essere risolti». 

L'Istat conferma il crollo del Pil: -12,8%

Pil Italia crolla del 12,4% nel secondo trimestre. Persi 50 miliardi, calo  senza precedenti - Il Sole 24 ORE


di Alessandro Barbera 

Mettiamola così: il numero che state per leggere non racconta nulla di nuovo. Fra aprile e giugno, ovvero fra la fase acuta della pandemia e la lenta uscita del lockdown, l'economia italiana è crollata del 12,8 per cento rispetto ai primi tre mesi dell'anno e del 17,7 se confrontata con lo stesso periodo dell'anno precedente. Un crollo così in corso d'anno non lo si vedeva dal 1995. È andata peggio della Germania, un po' meno della Francia (-19% rispetto a un anno prima). Per essere fra i Paesi che ha subito uno dei lockdown più severi al mondo, poteva andare peggio. La domanda più interessante è: quanto ci metteremo a risalire la china? A sentire il ministro Gualtieri e i suoi tecnici manca poco. Il pienone autarchico delle spiagge starebbe spingendo la ripresa interna. «Ci sarà un forte rimbalzo», dicono con sprezzo del pericolo. A sostegno della tesi l'ultimo dato sulle entrate fiscali, cresciute del 9 per cento rispetto al 2019. Se i numeri terranno il 2020 si potrebbe chiudere con un calo di «appena» (le virgolette sono d'obbligo) l'8%. Al momento sembra una previsione fin troppo ottimista. D'altra parte il Coronavirus è una brutta bestia. Basti dire che nel secondo trimestre l'Istituto di statistica ha certificato un calo delle importazioni del 20,5 per cento e del 26,4 nelle esportazioni. L'indice dei prezzi al consumo ad agosto è sceso di mezzo punto rispetto allo stesso mese del 2019, a dimostrazione del rischio di un mix pericoloso fra recessione e deflazione. Cosa può fare il governo per spingere la ripresa? La prima: sostenere i consumi. Nelle pieghe delle troppe norme varate dopo il lockdown ci sono molti tentativi di sostenerli. A luglio ad esempio è risalita del 33 per cento la domanda di autocarri. Perché? È bastato che entrasse in vigore, dopo lunga attesa, il decreto che concede gli incentivi per il rinnovo delle flotte aziendali. E peccato che il primo atto legislativo risalga ai primi di maggio. L'altra strada - l'unica per il momento - è di spingere gli investimenti pubblici. Il governo punta tutto sui soldi del Recovery Fund europeo. Come anticipava pochi giorni fa la ministra Paola De Micheli a questo giornale, il 9 settembre è prevista la prima riunione collegiale del governo dedicata al tema. La scadenza era ed è il «Piano nazionale delle riforme» da presentare entro il 15 ottobre. Entro allora il governo dovrà aver deciso che fare delle oltre 500 domande di finanziamento raccolte dal Comitato interministeriale per gli affari europei. Se non verranno individuate alcune grandi opere, il rischio è quello di disperdere i fondi in mille rivoli. Vuole dire la sua anche il Parlamento, e questo complica le cose. Ieri dal palco della festa de l'Unità di Modena il ministro Enzo Amendola ha detto che il governo presenterà delle linee guida alle Camere il 27 settembre, spostando poi la trattativa in Europa. «La Commissione aprirà una consultazione formale con i singoli Paesi». Dalle parole si intuisce che l'Europa chiede in cambio riforme: «Il piano finanzierà anche una migliore pubblica amministrazione e una giustizia più rapida». Se non l'avessimo sentito mille volte... 

Sangue in campagna elettorale.Ucciso un sostenitore di Trump

Trump, la violenza Portland si ferma solo con la forza - Mondo - ANSA


 di Francesco Semprini 

Portland si infiamma di nuovo dopo i fatti di Kenosha, dove l'afroamericano Jacob Blake è stato ferito da sette colpi sparati da un agente bianco. L'uomo rimarrà paralizzato. E dal Wisconsin le dimostrazioni, costellate da episodi di violenza, giungono di nuovo nella città dell'Oregon da novanta giorni ostaggio di scontri tra attivisti di Black Lives Matters, forze dell'ordine e formazioni pro-Trump più o meno gravitanti nell'ultradestra. Come i "Patriot Prayer", il gruppo al quale era affiliato il giovane rimasto ucciso sabato sera proprio durante gli scontri. «È un buon amico, non posso dire molto in al momento», dice di lui Joey Gibson, capo della formazione. La sparatoria è avvenuta intorno alle 20.45 locali (5.45 di domenica in Italia) in centro, secondo quanto risulta dalle prime rilevazioni. Un cronista ha riferito di aver sentito tre colpi di arma da fuoco e poi ha visto i medici della polizia soccorrere la vittima. L'uomo sdraiato sul selciato in fin di vita indossava il cappello con il logo dei Patriot Prayer. Non è chiaro se la sparatoria sia collegata direttamente agli scontri tra sostenitori di Trump e Black Lives Matter pertanto la polizia ha chiesto a chiunque di aiutare nelle indagini fornendo video, foto o testimonianze dell'omicidio su cui è in corso un'inchiesta. «Siamo ancora gli inizi, chiedo a tutti di dare agli investigatori il tempo di fare il loro importante lavoro prima di trarre conclusioni su ciò che è accaduto», ha detto il capo della polizia Chuck Lovell. «Se qualcuno può fornire informazioni chiedo loro di contattarci - prosegue - Questa violenza è del tutto inaccettabile e stiamo lavorando per trovare e arrestare la persona o le persone responsabili». Prima dell'uccisione dell'uomo (la cui identità rimane riservata), la polizia aveva segnalato in un tweet «alcuni casi di violenza tra manifestanti» e gli agenti avevano fatto alcuni arresti e chiesto alle persone di evitare il centro. «La nostra grande Guardia Nazionale potrebbe risolvere questi problemi in meno di un'ora. Le autorità locali devono chiederlo prima che sia troppo tardi. La gente di Portland e di altre città amministrate dai democratici, sono disgustati da Schumer, Pelosi, e i loro "leader" locali. Vogliono legge e ordine!», tuona Trump su Twitter, aggiungendo che il sindaco democratico di Portland, Ted «Wheeler è incompetente, proprio come Sleepy Joe Biden. Non è questo che vuole il nostro grande Paese. Vogliono sicurezza e protezione, non vogliono tagliare i fondi alla nostra polizia!». E ancora: «Vergognosi anarchici. Li osserviamo da vicino ma sono stupidamente protetti dai democratici della sinistra radicale!» . Patriot Prayer, che ha la sua sede nello Stato di Washington ma è sovente protagonista di incursioni in Oregon per manifestazioni e marce, ha ripetutamente organizzato dimostrazioni pro-Trump a partire dal 2017. In particolare, si era messo in luce per una serie di raduni durante i quali ha avuto confronti duri con Rose City Antifa (Rca), un gruppo fondato nel 2007 proprio a Portland, considerato il primo della sigla Antifa (in senso cronologico) attivo nella nazione. Gli stessi che si sono scontrati con altri gruppi di destra come i Proud Boys e i Three Percenters attivi in città dall'elezione di Trump. Dopo il raduno "Unite the Right" di Charlotteville, Virginia, nell'agosto 2017, in cui è stata uccisa una manifestante antirazzista, Patriot Prayer hanno preso le distanze dal resto dell'alt-right. Pur dimostrandosi sempre pronti alla mobilitazione, come ieri quando al centro di Portland è giunta una carovana di circa 600 veicoli che facevano parte di una manifestazione pro-Trump. "Grandi patrioti!", li ha chiamati il presidente sempre più galvanizzato dalla ripresa nei sondaggi: secondo Morning Consult, Biden è ora a soli sei punti. Per il regista e attivista liberal Michael Moore, «Trump è sulla strada giusta per ripetere la vittoria del 2016 ». 

Ancora positivi scovati al rientro dalle ferie.Code ai drive through per fare i tamponi

Tutti in coda al drive in per il tampone


Giovanni Balugani

Sono nove i modenesi positivi al Coronavirus nell'ultima domenica di agosto. E ancora una volta sono le vacanze ad incidere con forza sul dato. «Tre sono casi collegati alla discoteca di Cervia - spiega l'Ausl - 2 sono rientri dall'estero (Turchia e Marocco), un rientro dalla Sardegna, un rientro dalle vacanze, un caso da screening su luogo di lavoro e un caso sporadico».L'Ausl e la Regione specificano inoltre che sono 4 i sintomatici, ma nessuno è stato costretto al ricovero ospedaliero. Sul territorio sono così distribuiti: 1 Bomporto, 1 Medolla, 1 Modena, 3 Sassuolo, 1 Serramazzoni, 1 Soliera, 1 Spilamberto.SALGONO GLI ATTUALMENTE POSITIVIPer tutto il mese di agosto sono stati proprio i rientri dei vacanzieri a far impennare il numero dei positivi. Tanto che oggi gli attualmente positivi, cioè coloro che al momento sono malati, sono 271. Il 31 luglio erano 175. Un innalzamento di circa 100 unità che però non ha visto una proporzionale crescita dei ricoveri. Questo perché, come spiegato in settimana dall'infettivologa del Policlinico Erica Franceschini, la popolazione che ora si infetta è molto più giovane rispetto ai mesi più duri dell'epidemia e quindi meno soggetta sviluppare sintomi gravi. Al contempo è aumentata anche la capacità della sanità pubblica di effettuare tamponi e ciò consente di andare a scovare tanti asintomatici.code ai drive throughProprio questa massiccia operazione di screening che prevede tampone per chi rientra dall'estero e anche dalla Sardegna, sta facendo aumentare l'utilizzo dei cosiddetti drive through. Anche ieri, seppur fosse domenica, si sono verificate code al PalaPanini, dove l'Ausl ha allestito il principale centro diagnostico che consente ai cittadini di essere sottoposti al test direttamente dall'auto. Ma anche in provincia l'impegno messo in campo è eccezionale.Giornata straordinaria di lavoro a Vignola e Pavullo che, insieme a Modena (si aggiunge da oggi anche Castelfranco), sono punto di riferimento per l'esecuzione del tampone in modalità "drive-through" ai cittadini della provincia. Per far fronte al grande numero di richieste di test la postazione allestita presso l'ospedale di Vignola, oltre ad essere rimasta aperta anche di domenica, da oggi aumenterà la capacità di esecuzione passando da circa 150 a 200 al giorno, per un volume complessivo di oltre 1200 tamponi settimanali.Tale modalità di screening con una media di un tampone ogni 3-5 minuti, consente di aumentare il numero di test giornalieri e al contempo razionalizzare sia l'utilizzo delle risorse professionali sia quello dei dispositivi di protezione degli operatori sanitari coinvolti nel prelievo del campione. Le persone, inserite in una lista giornaliera che prevede alcune fasce orarie, devono presentarsi presso la sede individuata, in pochi minuti si effettua il tampone e si può rientrare in isolamento, senza la necessità di scendere dall'auto. Si rendono così più agili le procedure per chi, avendo sintomi lievi, può spostarsi con la propria auto. Allo stesso modo sarà possibile accertare velocemente la guarigione per riammettere al lavoro le persone senza più sintomi della malattia (due tamponi negativi a distanza di 24-48 ore).

Sedie con le ruote"non classificate per la scuola"

Scuola: sedie con le rotelle e cerchi in lega - Periodico Daily


 di Niccolò Carratelli

C'è scritto chiaramente sul bando firmato dal Commissario per l'emergenza Domenico Arcuri: «Si tratta di prodotti non ancora classificati, ai fini della normativa UNI EN, nella categoria dei banchi scolastici». In sostanza, le "sedute innovative" con le rotelle non sono prodotte per essere usate nelle classi delle scuole primarie e secondarie, almeno secondo la normativa italiana ed europea. Il fatto che siano già state adottate, da anni e a quanto pare con successo, in alcuni istituti superiori del nostro paese, non le rende automaticamente omologate per questa finalità. Anche se in realtà nello stesso bando, alla riga seguente, si legge: «L'idoneità funzionale all'impiego in istituti di istruzione di livello sub-universitario dovrà essere adeguatamente attestata dai responsabili degli istituti in cui tali sedute sono state già utilizzate». Come a dire che la certificazione è affidata ai presidi che hanno già sperimentato le sedie rotanti. «Sulla legittimità di questa possibile alternativa di attestazione dovrebbe essere garante lo stesso Arcuri», spiega Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi. C'è una non banale questione di responsabilità, in caso di malfunzionamenti o incidenti. «La responsabilità connessa alla fornitura di un bene ricade su colui che lo fornisce e quindi non sul singolo preside che ne è destinatario», assicura Giannelli. Alcuni produttori di arredi scolastici (tra cui il presidente di Vastarredo, ieri, su La Stampa), non hanno nascosto le loro perplessità sulla scelta di puntare su questi" banchi mobili". C'è chi, pur avendoli in catalogo da anni, ha preferito non partecipare a quel segmento di gara, proprio per i dubbi legati al rispetto della normativa. Di certo le aziende produttrici devono garantire la congruità dei materiali, che non siano pericolosi o tossici, oltre che, come recita il bando, «requisiti dimensionali, di sicurezza, di progettazione, di stabilità durante l'uso, di resistenza al rotolamento». Quanto alla funzionalità per la didattica a scuola, a leggere il bando dovrebbe bastare la parola dei dirigenti scolastici. Come Salvatore Giuliano, preside dell'Istituto "Majorana" di Brindisi ed ex sottosegretario all'Istruzione: «A me nessuno finora ha chiesto di attestare nulla - dice - tra l'altro le nostre sedie sono omologate e a norma. Le usiamo da nove anni e posso dire che consentono una didattica nuova, favorendo la cooperazione e facendo risparmiare spazio». Anche lui ne ha chieste altre, approfittando della fornitura garantita dal Commissario: «Ma non so se queste in produzione siano le stesse che abbiamo noi - aggiunge Giuliano - se e quando ci arrivano glielo saprò dire. Comunque, in tutto questo tempo non si è mai rotta una rotella e non ho mai visto fare gare in classe». Perché la preoccupazione degli insegnanti è anche quella, visto che è loro responsabilità controllare i ragazzi e garantire la loro incolumità durante le ore di lezione. In caso di incidenti e danni fisici, la mancanza di classificazione per uso scolastico, secondo la normativa UNI EN, potrebbe rivelarsi un problema? Senza contare che la scelta di puntare su queste sedute mobili non ha una copertura scientifica: «Sulla tematica dei banchi a rotelle, il Comitato tecnico scientifico non si è mai espresso, nessuno ci ha mai chiesto una valutazione», ha detto pochi giorni fa il coordinatore del Cts Agostino Miozzo, in audizione alla Camera, «noi abbiamo valutato i banchi a seduta fissa, perché l'Inail ci ha dato delle valutazioni su quelli». Insomma, se ci sono problemi non venite da noi. Dalla struttura commissariale garantiscono che è tutto in regola, che quella adottata è una formula normale e corretta, lo stesso Arcuri esclude intoppi: «Ma vi pare che facciamo iniziare la scuola con dei banchi non sicuri? »

PIERPAOLO SILERI:"300.000 tamponi al giorno.Un piano per aiutare le Regioni"

Pierpaolo Sileri, il chirurgo viceministro della Salute - Sanità - ANSA.it


Intervista di Federico Capurso 

Il piano nazionale di tamponi elaborato dal microbiologo Andrea Crisanti, regista dello screening di massa realizzato in Veneto, è in mano al Comitato tecnico scientifico, che lo valuterà questa settimana. «È una proposta che ci ha inviato di sua iniziativa - puntualizza il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri -, ma sono d'accordo sulla necessità di aumentare i tamponi, anche oltre i 300mila al giorno nel periodo dell'influenza stagionale». Nel piano, aggiunge, «si propone poi di creare un tavolo di coordinamento nazionale gestito da Roma. Quello attivo in questo momento ha subito un frazionamento regionale che non lo ha reso sempre efficace». 

Stiamo facendo ancora pochi tamponi? 

«Stiamo lavorando a un buon ritmo, ma servirà un aumento. L'importante è non farli a caso, seguire un criterio mirato di screening e tenere sotto controllo i nuovi focolai. Non dobbiamo impressionarci se cresce la curva dei contagi: il parametro fondamentale adesso è il numero dei ricoveri, che è sotto controllo». 

Tamponi da affidare alla sanità pubblica o anche a quella privata? Le Regioni finora si sono mosse in ordine sparso. 

«È un nodo. Per me chi deve effettuare un tampone può farlo privatamente. I dati raccolti però devono essere convogliati in un unico database e trasmessi alle asl». 

Questa cabina di regia nazionale darebbe indicazioni ai governatori sul tipo di esami diagnostici da fare? Anche qui, tra tamponi, sierologici e pungidito, le Regioni hanno fatto da sé. 

«C'è stata un po' di confusione, in effetti. Adesso però ci sono test che abbiamo capito essere migliori di altri. Non possiamo fare prelievi di sangue a tutti, ma i test salivari possono essere fondamentali in luoghi come aeroporti e stazioni ferroviarie, perché danno una risposta molto affidabile in pochi minuti. Il Cts sta lavorando a delle linee guida per indirizzare le Regioni e spero lo faccia anche in base alle categorie di lavoratori». 

Cosa intende quando parla di categorie di lavoratori? 

«Dovremmo fare dei tamponi random in quei luoghi di lavoro dove si è più a contatto con il pubblico, indipendentemente dai sintomi o altri criteri. Verrebbero individuati dei "soggetti sentinella" sul territorio, sia nel pubblico che nel privato, grazie ai quali poter scoprire in tempi brevi nuovi focolai. Sarebbero su base volontaria, sperando ci sia buon senso». 

Su base volontaria c'è l'esame sierologico per i docenti, eppure molti si stano rifiutando. Perché non renderli obbligatori, come propone Renzi? 

«Mi aspetto che i docenti dimostrino rispetto per la comunità in cui lavorano e sono sicuro lo faranno. Con i dati epidemiologici attuali non era necessario renderlo un obbligo. Anche i test a campione sugli studenti sono utili come mezzo veloce di screening. Poi se si è positivi, si fa il tampone». 

Se saliranno ancora i contagi, ci sarà un inasprimento delle misure anti-Covid? 

«I contagi saliranno sicuramente, ma se i focolai resteranno sotto controllo, non ce ne sarà bisogno. Semmai rivedrei l'obbligatorietà della mascherina, che va messa sempre in caso di assembramenti. Limitarne l'obbligo all'orario della movida non ha senso. Se siamo al mercato in mezzo a tanta gente alle 11 del mattino, che differenza c'è? ». 

L'app Immuni poteva essere utile, ma è stata un flop. Come se lo spiega? 

«Rimane una risorsa importante e va scaricata. Purtroppo è stata un flop tra i giovani, che hanno più dimestichezza con le app. Avrebbe potuto aiutare a contenere l'ondata di contagi di quest'estate, ma c'è stato molto pregiudizio». 

Quando si chiuderà l'accordo con Spagna, Francia e Germania per rendere obbligatori i tamponi in entrata e in uscita dai confini nazionali? 

«Siamo ancora a un livello di interlocuzione. È la strada giusta: non servono chiusure, ma più tamponie una strategia comunitaria». 

Sui nostri confini a Sud c'è anche una questione migranti. Il governatore siciliano Musumesi voleva chiudere gli hotspot. È stato fermato, ma qual è l'alternativa? 

«Capisco la preoccupazione di Musumeci, ma l'unica soluzione sono le navi quarantena, i tamponi e un controllo dei migranti entrati negli hotspot per evitare che fuggano».

Barcone in fiamme Tre morti e un disperso

Barcone in fiamme: 3 migranti morti e un disperso - VIDEO - Corriere della  Calabria


Un'altra tragedia dell'immigrazione. Nell'esplosione di un veliero munito di motore e carico di migranti, avvenuta ieri mattina davanti alla costa del Crotonese, si sono contati tre morti tra i migranti. Se non ci sono state più vittime il merito è di due militari, rimasti peraltro feriti, del gruppo Navale della Guardia di Finanza di Crotone che hanno permesso al maggior numero di persone di mettersi in salvo. A bordo del vecchio e malandato peschereccio i migranti, partiti dalle coste turche. Tre persone - una donna, un uomo e un ragazzo, di origine africana - sono morte e una risulta ancora dispersa dopo l'esplosione dell'imbarcazione avvenuta poco dopo le 12. Sul veliero, intercettato nella notte al largo delle coste calabresi nei pressi di Sellia Marina si trovavano inizialmente 34 persone. L'imbarcazione ha preso improvvisamente fuoco per cause in fase di accertamento. 

Lampedusa, sbarco di altri 370 migranti.Rabbia dei residenti

Maxi sbarco di migranti a Lampedusa. L'isola prepara lo sciopero generale -  La Stampa - Ultime notizie di cronaca e news dall'Italia e dal mondo


di Fabio Albanese 

Il vecchio peschereccio fa il suo ingresso nel porto di Lampedusa attorno a mezzanotte. Lo scortano le motovedette di Guardia costiera e Guardia di finanza. Nel buio, si intravvedono corpi e volti di persone ammassate sul ponte. Alla fine si conteranno 370 migranti di diverse nazionalità, partiti da un porto della Libia vicino al confine con la Tunisia. Non accadeva da anni uno sbarco così imponente. E a Lampedusa d'un tratto la tensione è salita alle stelle. Non tanto e non solo per il gruppo di manifestanti guidato dall'ex senatrice leghista Angela Maraventano che ha tentato di impedire il trasferimento dei migranti al grido di «chiudete l'hotspot», ma perché in molti, a partire dal sindaco Totò Martello, ritengono che la misura sia colma e l'isola non possa sopportare oltre questa enorme pressione. A Lampedusa, semi svuotata di migranti tre giorni prima, con l'arrivo del barcone e di tre barchini dalla Tunisia, fino a ieri sera c'erano 1526 migranti. Non solo nell'hotspot, che accoglie dieci volte la sua capienza ufficiale, ma anche nella Casa della fratellanza, i locali della parrocchia di don La Magra divenuti ormai valvola di sfogo in caso di sovraffollamento. Il sindaco ha convocato per oggi gli imprenditori, le associazioni e le parti sociali per proclamare lo sciopero generale dell'isola. Una misura che vuol essere un segnale forte verso il governo nazionale, accusato di essersi disinteressato della situazione dell'arcipelago. E a poco è servito l'annuncio del Viminale, arrivato in serata, che molti dei migranti saranno trasferiti in Sicilia: i primi 128 già nella notte, con le motovedette di Guardia di finanza e Guardia costiera; altri 200 oggi con nave Dattilo, una delle «gloriose» imbarcazioni della Guardia costiera che erano state varate per il soccorso in mare e che, come la Diciotti, per mesi è rimasta ferma nei porti. Entro domani dovrebbe arrivare anche una terza nave-quarantena; per altre due stamattina verrà completata la procedura di gara e, promette il Viminale, entreranno in servizio entro mercoledì.Ma a Lampedusa preoccupazione e delusione restano. I dati del turismo, vero motore economico dell'isola, sono molto inferiori alle aspettative: «La rabbia sta montando - dice Martello - e le fake news e il bombardamento mediatico stanno facendo un danno enorme, perché non fanno arrivare i turisti. Chi li ripaga i danni? Il silenzio del governo sulla situazione che stiamo vivendo è umiliante e la pazienza ha un limite che stiamo per oltrepassare. I rischi per l'ordine pubblico ci sono». Lo sa la Regione Siciliana che, come Martello, da tempo invoca lo stato di emergenza per l'isola. Il governatore Musumeci ieri ha chiesto a Roma un Consiglio dei ministri ad hoc, al quale è suo diritto partecipare perché lo Statuto speciale gli assegna in questi casi il rango di ministro. Gli sbarchi continuano e non solo a Lampedusa: ieri mattina in 67 sono sbarcati da un gommone sulla spiaggia di Punta delle formiche, a Pachino, davanti ai bagnanti; altri sbarchi in Calabria. L'emergenza, però, nonostante la martellante propaganda dell'opposizione, riguarda solo Lampedusa. I numeri complessivi degli arrivi di migranti, infatti, restano molto al di sotto di quelli degli anni precedenti al 2018.

REFERENDUM.Regna l'incertezza.Quattro su 10 sono ancora indecisi

Referendum 2020: Si o No taglio parlamentari cos'è quando, cosa cambia


di Alessandra Ghisleri 

In epoca di esami di riparazione il mese di settembre porta con sé l'aria di possibili importanti trasformazioni. Chi saranno i promossi e i ripetenti? L'inizio traballante delle scuole, il voto in sei grandi Regioni italiane, il referendum sul numero dei parlamentari, la facilità d'accesso ai test per verificare o meno la positività al virus, le domande sui vaccini antiinfluenzali, la gestione dello smartwoking, senza tralasciare il desiderio di rientrare in quella che per tutti è la quotidianità di una vita normale. Non sappiamo ancora come comportarci in epoca di convivenza col virus nonostante siano passati quasi quattro mesi dalla fine del lockdown. E questa incertezza di riflette anche sulle scelte politiche dell'elettorato italiano. Nel sondaggio realizzato da Euromedia Research per La Stampa e Gnn, il 39,4% degli italiani, pur desiderando un cambiamento verso delle certezze, è ancora indeciso. Questo dato nelle sei Regioni dove si dovranno eleggere i nuovi governatori scende di dieci punti percentuali perché le indicazioni a livello locale sono più chiare ed evidenti. A livello nazionale tutto rimane cristallizzato con delle piccole variazioni rispetto a maggio. Nella prima rilevazione al rientro della pausa estiva i cambiamenti significativi si trovano nelle nuove sigle che animano le liste civiche locali raccolte nella voce altri partiti e che trovano linfa nella ritrovata campagna elettorale per il rinnovo delle amministrazioni e nel partito Azione di Carlo Calenda (+1,0%) che cerca una sua visibilità nel tour nazionale per la presentazione del suo libro. Tutti gli altri mostrano delle oscillazioni inferiori all'1,0%. Nonostante i desideri di cambiamento verso una ritrovata stabilità non si riscontrano nell'opinione pubblica grandi successi per le voci più progressiste. Quelle voci che oggi richiamano l'attenzione al No al referendum. Fino ad oggi non c'è stato un fervente attivismo da parte delle persone nei confronti della politica, giudicata dalla maggioranza del popolo troppo concentrata ancora su sé stessa.Tutti gli indicatori demoscopici hanno mostrato una forte critica verso le istituzioni con un grande invito alla concretezza per tutti i politici che abbiano a cuore il destino del nostro Paese. Così il 41,2% degli italiani non sa ancora come comportarsi in tema di referendum, mentre il 42,0% dichiara che andrà a votare per il Sì e il 15,8% per il No, che sui voti validi si tradurrebbe in un 72,7% vs 27,3%. Una distanza importante che mostra tuttavia nell'arco degli ultimi 6 mesi una flessione del Sì di quasi 10 punti. E ancora una volta per la paura di decidere si attende la risoluzione degli altri. Si cammina in punta di piedi su un pavimento di cristallo con la speranza che non si infranga. Tratteniamo il fiato per sopravvivere ai venti della crisi, aspettiamo nascosti dietro una mascherina che il contagio non ci sfiori. Tutto è rimandato al risultato delle regionali e del referendum. Che decida il migliore? No, che decida il coraggio, perché se non saremo in grado di scegliere lanceremo in aria una monetina . 

Calenda e Renzi, il disgelo dopo la guerra

Renzi è incoerente, con lui mai nessuna alleanza": parole di Calenda |  Globalist


di Carlo Bertini 

C'eravamo prima tanto amati, poi tanto odiati e ora...chissà, se son rose fioriranno: i due personaggi in questione sono Matteo Renzi e Carlo Calenda. Dopo anni di gelo, colpi sotto la cintola e pubbliche litigate, sabato 12 settembre si ritroveranno riuniti su un palco a stringersi la mano in segno di pace. Per dare insieme la benedizione al «loro» candidato comune per la carica di governatore in Puglia, Ivan Scalfarotto, che ha lanciato una sfida a Michele Emiliano, sostenuto anche da +Europa. Un riavvicinamento, anticipato da uno scambio di amorosi sensi su twitter alla vigilia di ferragosto. «Considero Renzi il miglior PDC degli ultimi 40 anni, anche da qui discende la delusione per la sua linea politica oggi. Dopodiché ci siamo parlati e chiariti. Dunque niente più polemiche. Ognuno segue il percorso che ritiene più giusto per il paese. Con rispetto reciproco». Firmato, Carlo Calenda. E subito dopo ecco Renzi: «Ricambio affetto e stima. Abbiamo divaricato le strade dopo il Papeete di Salvini e il Conte bis. Ma un giudizio politico diverso su una vicenda contingente non deve rovinare il futuro. Né far mancare il rispetto tra di noi. Buon lavoro a Carlo e agli amici di Azione». Attenzione, «non deve rovinare il futuro», scrive il leader di Iv. L'aggregazione tra riformisti Perché la Puglia è il laboratorio di un progetto più ambizioso, che Renzi coltiva senza farne troppo mistero. Anzi dicendo fin da luglio, che se ci fosse un sistema elettorale proporzionale, le soglie di sbarramento «favorirebbero le aggregazioni». E nulla di strano in quel caso se provassero a mettersi insieme in vista di una corsa alle elezioni le piccole formazioni di area centrista, liberale ed europeista: ovvero Italia Viva e Azione di Calenda, date sulla carta entrambe al 3 per cento, e magari anche +Europa della Bonino e un pezzo di Forza Italia guidato dalla «eretica» Mara Carfagna, la vicepresidente della Camera. «Più che moderato o centrista io preferisco definirlo nel caso un polo riformista», dice Renzi nei suoi conversari.Il leader di Italia Viva da qualche giorno spende frasi al miele nei confronti di Nicola Zingaretti, sulla sintonia che li unirebbe a sostenere il governo Conte per far sì che il paese riparta. E un pilastro di questo sostegno a Conte, i due ne hanno parlato, sarà l'accordo sul sistema elettorale. A cui il segretario Dem tiene assai. «Ora basta furbizie e trucchi, bisogna rispettare gli accordi», è l'avviso ai naviganti (Italia Viva e M5S) di Zingaretti, che ha solo un obiettivo, blindare il governo: modificando l'attuale sistema maggioritario Rosatellum - che in caso di voto darebbe a Lega e Fdi la possibilità di sbancare i due terzi dei seggi - con un sistema proporzionale che aumenti la rappresentanza e corregga i difetti del taglio lineare dei parlamentari. Ecco perché la strategia di Renzi prevede un'aggregazione, o «una federazione», come la chiama Benedetto della Vedova di +Europa. Convinto che a prescindere dal sistema di voto, si debba puntare sull'aggregazione di una forza liberaldemocratica, europeista ed ecologista, che sfidi anche il Pd sul piano delle alleanze». Obiettivo che finora ha incontrato lo stop di Calenda: «In questo momento con Carlo racconta ai suoi il leader di Iv - c'è una distanza che riguarda il giudizio sul governo. È chiaro che ciò impone un rispetto reciproco: recuperato, tanto che saremo insieme a Bari per sostenere Scalfarotto. E un domani, se ci sarà un sistema proporzionale, sarà più facile che ci sia un polo riformista, ma per ora è tutta fantapolitica».

domenica 30 agosto 2020

Cina e Usa, duello nel Pacifico .Le portaerei sulle rotte contese

 Mark Esper | TheHill


da LA REPUBBLICA del 30 agosto 2020

Ai ferri corti. Il confronto navale tra Pechino e Washington è entrato in una fase caldissima, che coincide con la campagna elettorale statunitense e rischia di degenerare in un’escalation. Il Pentagono ha schierato due portaerei, organizzando una serie di esercitazioni con tutti gli alleati del Pacifico per garantire “la neutralità della navigazione”. E per dimostrare di fare sul serio, ha spedito un incrociatore davanti alle isole Spratley sfidando le rivendicazioni cinesi sull’area di mare più contesa. Brunei, Malesia, Filippine e Taiwan vantano diritti su quelle acque, attraversate dalle rotte mercantili dove ogni anno si muovono merci per tremila miliardi di dollari. Pechino ha risposto mobilitando la sua flotta in tre diverse zone, facendo scendere in campo anche la sua ultima portaerei, per una campagna di tiri con “munizionamento reale”. Ma un ricognitore americano U-2, ultima versione dell’aereo simbolo della Guerra Fredda, è entrato nell’area di queste manovre, violando il divieto di sorvolo imposto dalle autorità cinesi: «Lampante provocazione».La replica è stata spettacolare. Proprio mentre il segretario alla Difesa Mark Esper si trovava in visita nelle Filippine, è stata lanciata una salva dei nuovi missili balistici progettati per distruggere le portaerei americane. Gli ordigni sono esplosi in mare nella zona dell’atollo conteso. Immediata la protesta del Pentagono: «Condurre manovre militari nel settore disputato del Mar Cinese Meridionale va contro gli sforzi per ridurre le tensioni e mantenere la stabilità. Vi avevamo già avvisati in passato: queste azioni destabilizzano la regione».Adesso la portaerei nucleare Ronald Reagan prosegue la sua crociera in Giappone, dove è arrivato anche Esper per discutere un potenziamento della collaborazione tra le forze armate dei due Paesi. Assieme al collega Taro Konosaidha confermato che il patto di sicurezza comune riguarda anche le isole contese con Pechino. Le attività dell’Armata popolare invece si sarebbero dovute chiudere ieri, ma Pechino ha annunciato a sorpresa altri due wargames davanti alle coste orientali. Verranno simulate operazioni difensive e offensive, che sembrano un monito rivolto soprattutto a Taiwan.

Il partito trasversale che vuole Draghi per l’emergenza

 Bce, i dieci candidati che puntano alla poltrona di Mario Draghi -  l'Espresso


da LA REPUBBLICA del 30 agosto 2020.Conchita Sannino

«Forse sarebbe meglio chiedersi se esista una specifica “domanda politica” di governo Draghi. O se, invece, quello che serpeggia sia un quesito sincero e forse più tecnico. E cioè: di fronte alla minaccia del baratro italiano, se non Draghi, chi?».È il giorno dopo l’exploit rilevato da Ilvo Diamanti per Repubblica (l’ex governatore ottiene il gradimento di 53 italiani su cento, mentre il premier Conte scende da 65 a 60). E la riflessione di un big tra i democratici, che non fa il tifo per la caduta del governo e tuttavia non nega il rischio di un effetto domino tra crisi Scuola, Recovery Plan e regionali, fotografa il sentimento di sospensione di chi guarda al professor Mario Draghi come l’ultimo baluardo contro l’eventuale precipitare degli eventi. E si intreccia alle “tentazioni” che un versante dell’opposizione coltiva - area socialista di Forza Italia, parte della Lega - mentre qualche parlamentare azzurro rivendica come, in fondo, «sia stato Berlusconi ad accompagnare Draghi verso le meritate vette d’uno straordinario cursus honorum ». Una spinta che alimenta due ipotetici scenari: o un governo di unità nazionale (nel quale, però, non entrerebbe la Meloni); o un allargamento della maggioranza a Forza Italia, secondo il cosiddetto accordo Ursula ( lo stesso che ha eletto von der Leyen alla Commissione Ue). Spinta che - bene ribadirlo - dovrebbe, in ogni caso, fare i conti con quel no perentorio che l’ex presidente della Bce ha sempre opposto a una discesa in campo.Una indisponibilità tanto netta, e notoria, che l’ex governatore ha ritenuto superfluo ribadirla dopo la scossa di mezza estate: il suo discorso al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini sull’urgenza «di investire nell’istruzione, per i giovani e per la crescita», e di tutelare «il reddito futuro dei ragazzi». Applausi a scena aperta del popolo di Cl e del presidente di Confindustria Bonomi, pezzi del sistema Italia molto rassicurati da «un profilo di tale competenza ». Passano due settimane e il clima s’incupisce: il virus torna a ghermire il paese e l’Europa, le regioni ingaggiano un nuovo braccio di ferro con il governo sulla gestione dei contagi e il grande enigma della scuola. E cresce l’ “opzione Draghi”: ultima ma non impossibile ratio.Tra i dem, c’è chi non esclude il cambio a Palazzo Chigi. Al Nazareno spiegano: «Non è un problema di aree Pd. C’è convergenza sul fatto che sia ormai necessario dare una spinta ulteriore al governo». Cambio che Iv ha evocato con chiarezza. Matteo Renzi, su Repubblica, avverte due giorni fa: «Ci sono 200 miliardi da spendere, e da ottobre cominciano tempi durissimi. O c’è un esecutivo politico forte, o si farà strada l’ipotesi di un governo tecnico o di unità nazionale. Draghi? Il nome più credibile, una riserva della Repubblica ». Mentre nel M5S, fautore anche Di Maio, è caduto il tabù della eventuale sostituzione di Conte, ben al di là dell’infelice sintesi del ministro degli Esteri («Draghi? Mi ha fatto un’ottima impressione»).Un conto sono comunque le dichiarazioni di stima, un altro i ragionamenti del backoffice. Nella Lega, ad esempio, il Salvini che di Draghi sembrava appoggiare l’ascesa verso il Quirinale - colpì infatti il suo “why not” all’ipotesi, era novembre ‘19 non darebbe mai il via a un governo d’unità nazionale, cedendo lo scettro dell’opposizione a Meloni, che proprio due settimane fa ha ottenuto che il centrodestra firmasse il “suo” patto anti-inciucio. Un’interlocuzione più aperta arrivarerebbe invece dal numero 2, Giorgetti, o dal presidente del Veneto Zaia. Ma anche in Fi, Antonio Tajani, il vicepresidente di Fi, alza le mani: «No, niente larghe intese. Assoluta considerazione per Draghi. Ma non entriamo al governo». E dai 5S taglia la testa alle illazioni la viceministra al Mef Laura Castelli: «Tutti sanno quanto sia stato importante il ruolo di Draghi. Una figura di grande valore. E tuttavia non credo si vada nella direzione del cambio a Palazzo Chigi. Anche perché non ne ravviso la necessità». Punto.All’inizio dell’estate Di Maio scriveva: «La gente ha diritto a trascorrere un’estate serena. E noi dobbiamo pensare a settembre, momento di ripartenza. E lavoro». Agosto, aggiungeva, «sarà un mese crocevia». Forse, non immaginava quanto.

La difficile impresa della Lega al Sud .Corre in un Comune su dieci al voto


da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 agosto 2020.Marco Cremonesi

 La Lega resta Nord. O almeno, il rischio è alto. Il progetto strategico di Matteo Salvini, quello di trasformare la Lega in partito nazionale, potrebbe subire una seria battuta d’arresto con la prossima tornata di regionali e amministrative. E anzi, proprio il voto nei Comuni, il vero banco di prova dell’innervamento di un partito nei territori, rischia di essere già perso. Non tanto per il voto popolare, il fatto è che al Sud le liste leghiste sono pochine: sulle 376 città che andranno al voto nelle 8 regioni del Centrosud, Alberto da Giussano comparirà soltanto in 36 comuni. E in alcuni casi, ci sarà soltanto perché una parte del centrodestra ha rifiutato l’alleanza.

Non aiuta il fatto che, nelle Regioni che andranno al voto il 20 e 21 settembre, i candidati leghisti sono soltanto due: Luca Zaia, che però vince in proprio, e la pisana Susanna Ceccardi che tenta l’aspra sfida nella rossa toscana. Come dire che l’effetto traino del candidato sulla lista non ci sarà. Ma questo Salvini lo sa e proprio per questo, almeno alle regionali, punta a fare il pienone dei voti di lista con la sua presenza e la campagna elettorale a perdifiato.

Il bilancio

Insomma, è passato un anno soltanto dai fasti dell’estate 2019 ma il momento del bandwagon, l’effetto carrozzone dove il carro è quello del vincitore, sembra decisamente impallidito. Non che nessuno voglia più entrare nella Lega. Eppure, gli ultimi mesi sono stati un stillicidio di abbandoni. Difficile fare il saldo tra entrati e usciti, ma il fenomeno non è più derubricabile a «beghe locali» così come è stato fatto per mesi. A Bari l’ex capogruppo in Comune Michele Picaro oggi corre per le regionali con Fratelli d’Italia, dopo che 108 leghisti pugliesi avevano scritto a Salvini una dura lettera per lamentare la fine della costruzione di una «classe dirigente credibile, preparata ed autorevole». Mentre hanno lasciato la Lega i consiglieri comunali di Monopoli Antonio Rotondo e Francesco Leggiero, così come il segretario cittadino di Andria Benedetto Miscioscia, l’assessore di Ostuni Luca Cavallo con un consigliere comunale e due vicesegretari cittadini. Anche se la Lega ha convinto il sindaco di Foggia Franco Landella a lasciare Forza Italia.

La competition con FdI

Meno vistoso il fenomeno in Campania, dove hanno lasciato due sindaci del casertano (Luciano Fatigati e Gabriele Piatto) e tutto il gruppo della lega sannita che con Nicola Santamaria è passato in blocco a FdI. Ma proprio in Campania, dove il sondaggio pubblicato ieri dal Corriere attribuisce alla Lega soltanto il 3,3% (alle Europee dello scorso anno era il primo partito con il 19,2%), è vistosa la scarsa presenza della Lega dalla competizione per le amministrative. Il simbolo sarà infatti presente in soli sei comuni (su 85): Giugliano, Ariano Irpino, San Nicola la Strada, Pagani, Angri e Cava de’ Tirreni (dove Matteo Salvini di recente è stato contestato). In Calabria, ha lasciato la Lega il suo primo consigliere provinciale a Catanzaro, Azzarito Cannella, per aderire a Forza Italia.

Il polo sovranista

Dura anche la corsa in Sicilia, dove almeno un parte del centrodestra ha sbattuto la porta in faccia alla Lega: simbolo non gradito a Enna, Marsala e Milazzo. Mentre ad Agrigento, almeno, Lega e FdI corrono insieme in un polo sovranista. Ma nella città dei templi hanno lasciato la Lega il commissario cittadino Francesco Di Mare e la consigliera comunale Nuccia Palermo, mentre a Siculiana i salviniani sono stati abbandonati dalla vicesindaco Domenica Galletto.

BARBARA LEZZI:«I 5 Stelle si diano una guida, Di Battista è all’altezza Casaleggio? Io resto leale»

 Tutte le gaffe di Barbara Lezzi, la ministra fantasma del Mezzogiorno -  Linkiesta.it


da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 agosto 2020.Intervista di Emanuele Buzzi

Barbara Lezzi, si parla di una alleanza stabile dei Cinque Stelle con il Pd per le Amministrative 2021. È la strada da seguire?

«Prima di parlare di alleanze stabili, il Movimento deve parlare con sé stesso per stabilire quali sono i suoi prossimi obiettivi. Solo dopo vengono i modi per conquistarli».

In Puglia l’intesa tra le forze della maggioranza non c’è stata. Non teme che questo possa compromettere la tenuta del governo?

«Il governo deve temere le difficoltà degli italiani, deve guidare il Paese attraverso una crisi profonda che esige risposte efficaci. Deve concentrarsi solo su questo e, se lo farà, non avrà nulla da temere».

Ha parlato con Conte della sua idea? E con Grillo?

«Ho parlato con i colleghi e attivisti pugliesi e con nessun altro. La mia posizione non sarebbe cambiata neppure di fronte a Crimi o Conte. Il voto al Movimento è l’unico utile per i pugliesi».

Perché è così decisa a stare accanto alla candidata Antonella Laricchia?

«È l’unica alternativa al mal governo dei due antagonisti che hanno già reso la Puglia più debole e meno meritocratica. Lavora al programma per i pugliesi da oltre un anno e ha dimostrato di avere a cuore solo il bene della Puglia».

Lei è stata molto critica verso alcuni interventi recenti: si rivede ancora nell’azione del Movimento?

«Lo ribadisco, il M5S avrebbe avuto bisogno di confrontarsi, i vertici hanno scelto il rinvio a data da destinarsi così facendo l’azione è diventata meno determinante nel governo».

Cosa pensa del referendum? È per il sì al taglio dei parlamentari?

«Sì, senza esitazioni».

Chi è per il no andrebbe sanzionato?

"Già quando si trattava di espulsioni per questioni di rendicontazione o di voti in dissenso, dissi che per sanzionare gli eletti è necessaria una guida eletta e non un reggente. La penso ancora così ma i colleghi dovrebbero anche riflettere sulla loro coerenza e rispetto al programma che hanno portato avanti per essere eletti».

Alcuni di voi nel Movimento vorrebbero derogare il tetto dei due mandati per deputati e senatori.

«Quello che pensiamo noi non è così importante. Tutti gli eletti devono rimettersi alla decisione degli iscritti e magari finirla di far gli stati generali sui giornali».

Davide Casaleggio e pochi big pentastellati tra cui il reggente Vito Crimi lo hanno difeso.

«Le prime persone che ho conosciuto nel Movimento sono state Gianroberto e Davide che nel 2012 ci offrirono supporto incondizionato per le Amministrative. Lealtà e riconoscenza per me sono ancora dei valori».

Si parla di scissione per il Movimento. Come vede lei la situazione nel gruppo?

«Il Movimento avrebbe bisogno di una guida riconosciuta dagli iscritti tale da avere autorevolezza. Questo non c’è e crea diverse fazioni. Basterebbe confrontarsi e sintetizzare le istanze». È Alessandro Di Battista il leader del futuro? «Ne sarebbe senz’altro all’altezza».