Anglotedesco

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mercoledì 30 settembre 2020

Davanti alle scuole o nei week-end Babele di regole sulle mascherine

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 1 ottobre 2020.Cesare Zapperi

30 ottobre il termine dell’ordinanza della Regione Sicilia che vara l’obbligo di mascherina tra estranei 20 il numero massimo di partecipanti per feste e ricevimenti previsto dalle ultime regole in Campania Sul territorio In Calabria e Campania protezioni sempre, in Lombardia quando non c’è distanziamento.

L’obbligo delle mascherine ormai segue un antico adagio: paese che vai, regola che trovi. C’è chi le vuole sempre indossate, chi solo nel week-end, chi solo davanti alle scuole. La solita Babele all’italiana. L’ultimo in ordine di tempo a rompere gli indugi è stato il sindaco di Bologna Virginio Merola: «Obbligo di mascherina all’aperto nel week-end in centro, in vigore da questo venerdì alle 18 a domenica alle 24, in tutto il centro storico». Il capoluogo emiliano si inserisce nella scia di Regioni e Comuni che, di fronte al pericolo di una nuova crescita dei contagi da Covid-19, hanno deciso di rialzare la guardia. Di qui, le ordinanze per imporre l’uso della mascherina, diverse per luoghi, orari, modalità a seconda delle zone.

Da ieri in Sicilia, e almeno fino al 30 ottobre, l’uso dei dispositivi è obbligatorio quando si è tra estranei, così come è prevista la registrazione e tamponi rapidi per chi proviene dall’estero, controlli periodici sul personale sanitario e sui soggetti cosiddetti fragili, oltre ai divieti di assembramento. Questo prevede l’ultima ordinanza del presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci. Il provvedimento in vigore si è reso necessaria visto il costante aumento del numero dei casi di Covid-19. L’uso della mascherina è obbligatorio per tutti i cittadini sopra i 6 anni e occorre tenere sempre la mascherina nella propria disponibilità, quando si è fuori casa.

In Calabria l’obbligo vale quando si è all’aperto. E lo stesso vale per la Campania dove il governatore Vincenzo De Luca ha anche firmato un’ordinanza per applicare un giro di vite alla movida. Per feste e ricevimenti, per esempio, «lo svolgimento è consentito esclusivamente nel rispetto del limite massimo di 20 partecipanti per ciascun evento». Per tutti gli esercizi commerciali (compresi bar, pizzerie, ristoranti), dalle 22 è fatto divieto di vendita con asporto di bevande alcoliche. Restano sospese sagre e fiere. In Lombardia in vigore fino al 15 ottobre l’obbligo di indossare la mascherina all’aperto quando non è garantito il distanziamento.

Poi c’è il campionario delle ordinanze nelle singole città. E come sempre nel nostro Paese ai sindaci non è mancata la fantasia. A Foggia, per esempio, l’obbligo delle protezioni vale «solo» davanti agli edifici scolastici. È stata anche disposta la chiusura dei centri commerciali la domenica e nei giorni festivi. A Genova, invece, l’obbligo riguarda tutte le vie del centro storico per l’intera giornata. A La Spezia da metà settembre non si può fare a meno del dispositivo di sicurezza in tutta la provincia. Il Comune di Latina, infine, ha imposto l’obbligatorietà della mascherina 24 ore su 24 sia nei luoghi chiusi sia all’esterno.

Pressing di Pompeo su Roma per il 5G:Pechino vi usa"

 


Poco più di un mese e tutto, negli Stati Uniti e anche nel mondo, potrebbe cambiare. Il governo italiano ha accolto ieri il segretario di Stato Mike Pompeo con questa consapevolezza. Alla quale, si affianca una certezza di cui, negli ultimi mesi, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è fatto sempre portavoce: l'amicizia tra Italia e Usa, chiunque sieda alla Casa Bianca, non potrà subire conseguenze. La Libia e il Mediterraneo Orientale sono tra gli argomenti sul tavolo del bilaterale tra Conte e Pompeo a Palazzo Chigi. Ma sul tavolo anche l'argomento più spinoso quello più spinoso: il 5G e il rapporto con la Cina. La preoccupazione è al limite del livello di guardia: l'Italia, agli occhi degli Usa, rischia di diventare oggetto della strategia di «espansione» cinese.

Lo schiaffo del Vaticano all'America:"Trump è un rischio per la stabilità"

 


di Domenico Agasso Jr 

Più che l'«ingerenza» nell'accordo con la Cina a colpi di tweet di Mike Pompeo, e più che i sospetti di «strumentalizzazione» di Trump in chiave elettorale, a preoccupare il Vaticano sono le politiche del presidente degli Stati Uniti che metterebbero a rischio la stabilità del mondo. E oggi il cardinale Parolin potrebbe comunicare questa apprensione al segretario di Stato Usa nel colloquio riservato in programma. Lo dice un alto prelato d'Oltretevere. «Le antenne della Santa Sede rivolte all'America sono molto raffinate e rilevano seri pericoli dagli atteggiamenti aggressivi del Presidente nelle relazioni geopolitiche, già in crisi a causa della pandemia che ha aggravato la recessione economica e i conflitti». Il monsignore lo afferma alla fine di una giornata che ha registrato uno scontro senza precedenti nei rapporti bilaterali Usa-Vaticano. «Si è sfiorata la crisi diplomatica: mai era capitato che i vertici della Santa Sede con un leader di un altro paese si scambiassero pubblicamente certe rivendicazioni». La scintilla che ha acceso l'inedita miccia è stato l'attacco di alcuni giorni fa di Pompeo al Vaticano, cui ha intimato di non rinnovare l'accordo con la Cina sulle nomine dei vescovi. Ieri il Segretario di Stato Usa ha messo altra benzina sul fuoco: «In nessun luogo la libertà religiosa è sotto attacco più che in Cina». Perciò la Chiesa cattolica dovrebbe ritrovare il «coraggio di ergersi contro la persecuzione religiosa contro le proprie comunità e quelle di altre fedi». Pompeo evoca la temerarietà dei tempi di san Giovanni Paolo II, pontefice che «ha reso testimonianza al suo gregge sofferente e ha sfidato la tirannia». L'uscita non è passata indenne. Il muro contro muro si consuma al simposio sulla libertà religiosa organizzato all'Hotel Excelsior dall'Ambasciata Usa presso la Santa Sede. Alla domanda se ci sia stato un tentativo del governo Trump di «strumentalizzare il Papa» in queste battute finali di campagna elettorale, il segretario per i Rapporti con gli Stati monsignor Paul Richard Gallagher risponde che «sì, e questa è proprio una delle ragioni per cui il Papa non incontrerà Pompeo». E non basta. Gallagher si mostra contrariato perché «normalmente quando si preparano le visite a così alti livelli di ufficialità si negozia l'agenda in privato e confidenzialmente. È una delle regole della diplomazia, dando la possibilità a entrambi di definire il simposio, non dando le cose per fatte», lasciando così intendere che l'amministrazione Usa ha agito unilateralmente rispetto l'organizzazione del convegno. Poi tocca al segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, che manifesta «sorpresa», più che «irritazione, perché era già in previsione una visita a Roma in cui Pompeo avrebbe incontrato dei vertici della Santa Sede, e ci sembrava quella la sede più opportuna e più adatta per parlare di queste cose. E lo faremo». E comunque, la linea distensiva con la Cina «andrà avanti, da parte nostra c'è questa volontà». Ultima stoccata, in attesa del faccia a faccia di oggi: «Usare questi argomenti è la cosa più opportuna se ciò che si vuole ottenere è il consenso degli elettori, ma non è la maniera di farlo perché sono questioni intra-ecclesiali». 

Due grillini positivi al Covid.Il Senato fermo per un giorno



Palazzo Madama "chiude" per coronavirus, per un giorno, e rinvia la decisione a oggi. I tamponi positivi di due senatori del Movimento 5 stelle fermano l'attività parlamentare. Commissioni e consiglio di presidenza vengono sconvocati a metà mattina, non appena la voce diventa certezza tra corridoi e aule. Sono Francesco Mollame e Marco Croatti i due parlamentari in isolamento (uno in Sicilia, l'altro in Romagna) dopo il test fatto qualche giorno fa. E subito scatta la corsa ai tamponi da parte dei colleghi 5 Stelle che sono stati più a contatto con loro. Ma a Palazzo Cenci, nei laboratori medici del Senato alle spalle del ghetto romano, quasi tutto il gruppo parlamentare 5S si mette in fila per i controlli. Tra loro anche Daniele Pesco, presidente della commissione Bilancio, che doveva riunirsi alle 10. 30 ma mai cominciata. Sul tavolo c'era l'esame degli emendamenti del decreto Agosto. Ed è proprio il provvedimento che tra l'altro proroga la cassa integrazione e gli aiuti ai cosiddetti lavoratori fragili, il più a rischio standby. Lunedì dovrebbe approdare in Aula e poi chiudere l'iter alla Camera, entro il 13 ottobre.La paura maggiore a questo punto è che se i numeri dei contagiati aumentassero, la maggioranza rischia di saltare. Ma nel pomeriggio è Elisabetta Casellati a provare a zittire voci e polemiche: «Il Senato è aperto e non ho nessuna intenzione di chiudere - spiega il presidente - Non l'ho fatto neppure nel periodo più acuto della pandemia e sarebbe assurdo che succedesse adesso». Insomma lo stop di un giorno è stato deciso per cautela - chiarisce la presidenza - e per dare il tempo di attivare i protocolli di sicurezza definiti durante il lockdown. Il resto si deciderà nella conferenza dei capigruppo prevista per questa mattina, compreso il destino del decreto in ballo e probabilmente i pareri sul Recovery fund, in calendario la prossima settimana. Decisioni "appese" all'esito delle decine di tamponi che nel frattempo sono stati richiesti e in parte eseguiti. A chiederli per tutti i propri dipendenti del Palazzo, anche il Pd attraverso una lettera alla Casellati. Di certo, per tutto il giorno la paura serpeggia al Senato, nonostante mascherine e gel onnipresenti. Del resto è Croatti a ricordare, in un post su Facebook, di aver partecipato all'assemblea dei senatori del Movimento 5 Stelle del 24 settembre. «Ma con mascherina e nel rispetto del distanziamento sociale nei confronti dei presenti», precisa. Da qui la decisione di mettersi in quarantena da lunedì fino all'esito del test arrivato avuto l'altro ieri. Era invece assente per febbre e nemmeno collegato al telefono, Mollame: «Sono in assoluto isolamento in Sicilia e appena ho avuto l'esito del tampone, ho avvertito il mio gruppo seguendo le procedure», racconta al telefono con poca voce e i sintomi standard del virus («Ho la febbre a 39 a difficoltà a respirare»). Parola d'ordine quindi diventa cautela, in attesa delle decisioni dei vertici. Nel pomeriggio il Collegio dei questori fa il punto della situazione. Dopo due ore di riunione, ricostruisce che i due parlamentari mancano dal Senato da giorni (Mollame dal 10 settembre, Croatti dal 24) e assicura di aver attivato «immediatamente» la mappatura dei contatti stretti avuti dai due nel Palazzo, secondo le loro dichiarazioni. E sulla sanificazione, ricorda che è stata già fatta nei locali delle commissioni e dell'Aula. In ballo ci sono le riunioni e in particolare le votazioni, procedure più complesse da attivare a distanza. Ma non impossibili. A rimarcarlo, da Montecitorio, è Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari costituzionali. «Mi dispiace per i colleghi ai quali auguro pronta guarigione - twitta - Ma trovo inaccettabile che la democrazia debba fermarsi. L'avevo detto che il voto da remoto poteva tornare utile», continua ricordando che tra marzo e aprile aveva promosso anche dibattiti online tra i costituzionalisti sul sì o no a questa soluzione. Gli fa eco Stefano Ceccanti, deputato del Pd che invoca prudenza e responsabilità: «Sarebbe il caso di riprendere il dibattito sul lavoro a distanza del Parlamento, preparando decisioni opportune nel segno della prudenza e del dovere di funzionamento degli organi costituzionali». 

Madrid corre ai ripari contro il virus.Lockdown esteso a tutta la capitale



Tutta Madrid si blinda contro il coronavirus: per far fronte alla curva crescente dei contagi il governo spagnolo estenderà il lockdown parziale all'intera capitale. Finora solo alcuni quartieri erano stati sottoposti alla misura, che prevede il divieto di allontanarsi dalla propria zona, se non per motivi di lavoro o salute, oltre alla chiusura dei parchi giochi e al limite di sei persone per le riunioni. La strategia del governo centrale - che nei giorni scorsi sul punto ha condotto un duro braccio di ferro con le autorità regionali di Madrid - si applicherà anche a tutti i comuni con più di 100.000 persone che superino i 500 casi di Covid-19 ogni 100.000 abitanti. D'altronde il bollettino quotidiano dei contagi è sempre più allarmante: 3.897 i nuovi contagi nelle ultime 24 ore, di cui 1.586 solo nella capitale; e sono 177 i morti. La Spagna ha anche annunciato che sforerà il tetto del debito sia quest'anno sia il prossimo, sospendendo le regole europee sul bilancio.

MASSIMO GALLI: «Isolati due anticorpi che possono curare la malattia»

 


Intervista di Francesco Rigatelli 

Professor Massimo Galli, cosa sono gli anticorpi super potenti che avete scoperto al Sacco di Milano? 

«Si tratta di una pubblicazione su Science con un gruppo di ricerca internazionale, il cui merito va ad Agostino Riva, professore associato di Malattie infettive dell'Università Statale. Contro Ebola una delle poche cose che funzionò fu un cocktail di anticorpi neutralizzanti. Da allora si è andati avanti su questa strada, perché ritenuta valida per tutte le malattie virali come l'Hiv e ora il coronavirus». 

Come funzionano? 

«Si è riusciti a isolare due anticorpi prodotti da altrettanti donatori e la loro produzione è un elemento promettente. Ce ne sono almeno altri due al mondo, ma questi sono due in più e visto il loro potenziale terapeutico potrebbero essere riprodotti su larga scala». 

Sono più promettenti questi anticorpi o i vaccini? 

«Per entrambi vale il detto "prima i dati poi le date". Se gli anticorpi funzionassero sarebbero un'evoluzione della terapia del plasma perché ne userebbero il principio attivo come cura. Il vaccino sarebbe preventivo ed è sempre meglio prevenire che curare». 

Intanto le misure di precauzione sono sufficienti? 

«A metà ottobre si potrà fare un bilancio, per ora consiglio la massima cautela». 

Hanno senso gli stadi limitati a mille persone? 

«Vanno evitati gli assembramenti di ogni tipo. Lo dico da interista da tre generazioni, per cui l'unico derby resta in casa con mia moglie milanista». 

Cosa ne pensa delle mascherine obbligatorie all'aperto? 

«Un altro lockdown non piace a nessuno e per questo bisogna essere cauti. L'altra volta siamo stati presi di sorpresa, mentre stavolta c'è ancora la possibilità di frenare i focolai». 

Per il suo collega Bassetti il caso del Genoa è la Waterloo dei tamponi, che ne pensa? 

«Non direi, anzi probabilmente dimostra una superdiffusione e rappresenta di cosa sia capace il virus, mentre alcuni sostengono si sia rabbonito». 

Bassetti suggerisce più visite e tamponi solo ai sintomatici. 

«I tamponi servono a evitare che ci siano positivi in giro. Quest'estate i giovani hanno contagiato gli anziani, che ora ricoveriamo, a partire da una condizione asintomatica». 

Arriva l'influenza: con febbre e raffreddore va fatto il tampone? 

«È un grande problema. Bisogna stare più attenti e gestire la diagnostica meglio di quanto fatto finora, cioè fare più tamponi». 

Com'è andata la consulenza ad Armani per la settimana della moda? 

«Lo stilista è da sempre un sostenitore della lotta alle malattie infettive. Mesi fa ha voluto condurre uno studio per la sicurezza della sua azienda;poi mi ha chiesto di rimanere a vedere in anteprima la sfilata con lui e ne sono rimasto colpito. Gli va riconosciuto di essere stato il primo a decidere eventi a porte chiuse». 

Nove regioni in ritardo sui vaccini anti-influenza:"Solo 12 dosi a farmacia"

 


di Chiara Baldi e Paolo Russo 

L'influenza, con un primo caso a Parma, è già sbarcata con largo anticipo in Italia, ma sui vaccini l'orologio di molte regioni gira in ritardo. Lo è la Lombardia dove le dosi tardano ad arrivare e che, insieme a Trento, Piemonte, Umbria, Molise, Valle d'Aosta, Abruzzo, Bolzano e Basilicata, non ha in cascina scorte sufficienti a immunizzare le fasce a rischio: da 6 mesi a sei anni di età e gli over 60. Pronte a partire da qui a metà ottobre sono invece Lazio, Emilia Romagna e, sia pure a dosi ridotte, la Basilicata. Questo il quadro per bambini e anziani che il vaccino lo hanno gratis da medici di famiglia e pediatri. a ogni farmacia 12 vaccini Per tutti gli altri lo scudo contro l'influenza resta invece una chimera. Federfarma, l'associazione dei farmacisti, calcola che con le sole 250 mila dosi destinategli dalle regioni ogni farmacia avrà in media appena 12 vaccini. Questo mentre c'è un boom delle prenotazioni. Proprio a Roma e nel Lazio la Regione ha deciso però scavalcare governo e Comitato tecnico scientifico autorizzando in via sperimentale 400 farmacie a somministrare direttamente l'antinfluenzale. A fare la puntura saranno farmacisti formati dall'università di Torino. Come del resto si fa già in larga parte d'Europa, con Francia, Germania e Gran Bretagna in testa alla classifica. la protesta «Siamo preoccupati e arrabbiati. Già questa estate avevamo avvertito sulla necessità di partire il prima possibile con l'acquisto dei vaccini e ora scopriamo di essere in ritardo e con scarse quantità, soprattutto per gli over 60, i più esposti al Covid», denuncia Roberto Carlo Rossi, presidente dell'Ordine dei Medici di Milano. Se l'Emilia Romagna partirà il prossimo 12 ottobre, con 1,2 milioni di dosi (che potranno essere incrementate di un 20 per cento), in Lombardia si rischia di rimanere immobili fino a metà novembre. «D'altronde -chiosa Carmela Rozza, consigliera regionale del Pd- lo avevamo detto a luglio che c'era questo pericolo: ora, arrivati all'ottava gara, la Lombardia non solo non ha scorte sufficienti, ma le ha pure pagate a prezzo quasi doppio rispetto a quanto avrebbe speso mesi fa». In lombardia A oggi la regione ha acquistato 2,3 milioni di dosi di vaccini, a fronte dei quasi 5 milioni necessari tra operatori del settore sanitario, ultra sessantenni, bimbi fino a 6 anni e mondo della scuola: 410mila sono per la fascia 0-6 anni (ma sono circa 600mila i bimbi lombardi); 168mila per medici e operatori sanitari (a fronte dei 330mila lavoratori) e 1.720 milioni di dosi per gli over 60, che però sono in tutto oltre 3 milioni. Ma l'assessore al Welfare, Giulio Gallera, assicura: «La campagna antinfluenzale partirà nella seconda metà di ottobre». Che per Pierluigi Bartoletti, vice presidente dell'ordine dei medici di Roma, è anche il periodo giusto per iniziare a vaccinare. «Non c'è bisogno di correre, perché l'influenza arriverà a dicembre e poiché l'immunizzazione dura due o tre mesi, vaccinarsi troppo in anticipo significa restare scoperti proprio quando arriverà il picco». «E i medici di famiglia -assicura-saranno in grado di vaccinare sia bambini e anziani, sia coloro che vivono a stretto contatto con loro». Il ministero della salute Al ministero della Salute si dicono sicuri che oltre 17 milioni di dosi già prenotate per le fasce deboli saranno sufficienti a soddisfare la domanda, che si prevede in crescita di un 50 per cento rispetto ai 10 milioni di vaccinati dello scorso anno. Ma intanto si lavora per importare dall'estero altre dosi ed evitare che la confusione tra sintomi influenzali e sintomi del Covid 19 scateni poi la corsa al tampone. Tanto più che con i nuovi 1.851 casi di ieri, oltre 200 in più del giorno precedente, l'epidemia non sembra voler abbassare la testa. Soprattutto in Campania e nel Lazio che, rispettivamente con 287 e 210 casi, restano ancora "sorvegliate speciali". 

Conte scrive ad Atlantia:altri 10 giorni e poi la revoca

 



Ormai è una battaglia di nervi epistolare. Alla lettera con cui Atlantia ribadiva le proprie condizioni per chiudere un accordo su Autostrade, il governo risponderà con un'altra lettera e un avvertimento: entro dieci giorni il presidente del Consiglio Giuseppe Conte prenderà una decisione. Se Atlantia non si muoverà di un millimetro nella direzione del governo, spiegano a Palazzo Chigi, sarà revoca della concessione. L'annuncio che molti attendevano per ieri, data di scadenza dell'ultimatum fissato dopo il naufragio della trattativa tra la holding dei Benetton e Cassa depositi e prestiti, non c'è stato. Il premier ha riunito un vertice a Palazzo Chigi e dopo un confronto con il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, la collega dei Trasporti Paola De Micheli e i capi di gabinetto, non ha scandito la solita minaccia sulla revoca, consapevole che questa volta o ci sarebbe stata davvero o sarebbe suonata come una tromba sfiatata. Il governo concede ad Atlantia ancora un pugno di giorni e fissa l'ennesimo d-day in un Consiglio dei ministri da calendarizzare. La resa dei conti non sarà al Cdm di lunedì, dedicato alla manovra, come si era ipotizzato in un primo momento, proprio perché Conte e Gualtieri sono convinti che un briciolo di speranza che la società torni a sedersi al tavolo con Cdp ci sia. La lettera, che sarà firmata dal segretario generale di Palazzo Chigi Roberto Chieppa e dai capi di gabinetto del Tesoro e del Mit, capovolge le argomentazioni di Atlantia e rispedisce al mittente le accuse. È la società - è la conclusione del governo - ad aver cambiato le condizioni che avevano portato a un accordo la notte del 14 luglio. Erano stati i manager dei Benetton negli scorsi giorni a sostenere che il ministero dei Trasporti, in una lettera del 2 settembre, aveva violato le logiche del libero mercato vincolando la transazione per la chiusura del procedimento di revoca alla buona riuscita del negoziato con Cdp, società controllata dal Tesoro, come da accordi a luglio. Sarebbe una soluzione indigesta agli azionisti, è la replica di Atlantia, che rivelerebbe i piani per una nazionalizzazione di fatto: «Un esproprio di Stato» il termine usato . 

Prestiti garantiti dallo Stato e il rinvio dei mutui



Tasse rinviate, mutui sospesi, garanzia statale su prestiti e contributi a fondo perduto. Senza dimenticare il ricorso alla cassa integrazione in deroga con causale Covid, più volte allungata nei vari decreti. Fin da marzo c'è stato il rinvio di molte scadenze fiscali, in alcuni casi prolungato al 2021, compreso il versamento dell'acconto dell'Irap. Poi contributi a fondo perduto: quello per le aziende che hanno perso almeno un terzo del fatturato durante il lockdown, quello, da 1000 e 2000 euro, per gli esercenti del turismo nei centri storici, e quello, fino a 2500 euro, per i ristoranti. Le piccole e medie imprese hanno beneficiato di una moratoria su mutui e prestiti, prorogata fino al 31 gennaio 2021, e di bollette energetiche meno salate. Poi un credito di imposta del 60% sui canoni di affitto, poi esteso anche a esercizi commerciali e alberghi. La mano tesa del governo alle imprese si è materializzata soprattutto con il decreto Liquidità, che ha previsto la garanzia statale per i prestiti: fino al 100% per quelli fino a 800mila euro, e senza alcuna valutazione del credito per quelli fino a 25mila euro. E ancora garanzia dello Stato al 90% per i prestiti fino a 5 milioni di euro.

Nove miliardi di euro per i senza lavoro

 


Solo il reddito di cittadinanza è costato circa 9 miliardi. Soldi trasformati in sussidi a tutti gli effetti, visto che solo il 3,5% dei beneficiari ha trovato lavoro grazie ai navigator, 100mila persone su 3 milioni che ricevono l'assegno, in media da 520 euro. Poi è arrivato il Reddito di emergenza, introdotto a maggio e poi prorogato, con la possibilità di presentare domanda fino al 15 ottobre per ricevere un assegno tra 400 e 800 euro. La cassa integrazione in deroga, per chi è riuscito a riceverla, è stato il tronco a cui aggrapparsi nella tempesta, come la Naspi, l'indennità di disoccupazione. Negli ultimi mesi entrambe sono state più volte allungate rispetto alle scadenze previste. Ma per lavoratori e famiglie hanno fatto la differenza anche i tanti bonus Covid. Il più usato è stato quello da 600 euro per autonomi, liberi professionisti e partite Iva, poi esteso a stagionali e intermittenti. Quindi è arrivato il sussidio da 1000 euro per stagionali del turismo e lavoratori dello spettacolo, quello da 500 euro per colf e badanti, uno da 600 euro per i marittimi e un bonus per donne disoccupate e casalinghe, che offrirà occasioni di formazione per inserirsi nel mercato del lavoro .

L'Italia resta isolata sul Recovery.Si va verso il rinvio del via libera





di Marco Bresolin 

Si fa presto a dire Recovery Fund. Un po' più complicato è tradurre l'accordo politico raggiunto a luglio dai 27 leader nei relativi testi giuridici, passaggio indispensabile per poi consentire alla Commissione di emettere obbligazioni e trasferire le risorse alle capitali. In questi giorni stanno riemergendo le vecchie tensioni e i soliti disaccordi. E così ieri l'ambasciatore tedesco presso l'Ue ha avvertito che un ritardo sarà «molto probabilmente inevitabile». Per questo l'Italia lavora alle contromosse con un'offensiva che punta a snellire l'iter del "Next Generation EU". Con la nota di aggiornamento al Def da approvare e la legge di Bilancio da scrivere, Roma non può permettersi uno slittamento dei pagamenti. Lasciata alle spalle la pausa estiva, è ricominciata la battaglia tra i governi sul dossier che a luglio aveva visto i leader Ue impegnati in cinque giornate consecutive di negoziati. Tra i protagonisti del contenzioso ci sono Polonia e Ungheria, che respingono le condizionalità legate al rispetto dello Stato di diritto. Ma nelle ultime ore si registrano grandi «movimenti sospetti» dei Frugali (Paesi Bassi e Finlandia in primis), partiti di nuovo all'attacco per sabotare il maxi-piano da 750 miliardi con un obiettivo: giocare al rinvio. Per il governo italiano, in questo partita il tempo è veramente denaro. E così è iniziato un pressing diplomatico a Bruxelles per cercare di rendere più veloce l'esborso dei fondi. Il terreno di gioco è il regolamento che definisce il processo di governance del "Next Generation Eu", con Roma che vuole snellire la procedura prevista per il monitoraggio delle spese (necessaria per approvare il pagamento delle rate). Ma il tentativo si è scontrato con le resistenze dei Frugali. Una soluzione definitiva su questo punto ancora non c'è e spetterà ai ministri delle Finanze sbrogliare la matassa nella riunione dell'Ecofin prevista per martedì 6 ottobre. L'intesa di luglio aveva stabilito che ogni piano nazionale dovrà essere approvato dalla Commissione (entro 8 settimane) e dal Consiglio (entro 4 settimane). Ma non solo: il testo del Recovery prevede anche ulteriori valutazioni per autorizzare tutti i successivi pagamenti. Il via libera spetta alla Commissione che «deve chiedere il parere del comitato economico-finanziario (formato dai governi, ndr)». Su questo punto è in corso un tira e molla tra l'Italia (sostenuta dai Paesi del Sud) e l'Olanda. I mediterranei, per accelerare i tempi, vogliono che la valutazione della Commissione e quella del comitato economico-finanziario procedano in contemporanea. E che quella di quest'ultimo sia "non vincolante". L'Aja si oppone e preme per una valutazione consequenziale: prima si esprime la Commissione, ma poi i governi devono dare l'ok. Al tavolo con i colleghi europei, Roberto Gualtieri troverà un'altra grana. L'Italia vuole eliminare dal regolamento della "Recovery and Resilience Facility" qualsiasi riferimento alle raccomandazioni relative agli aggiustamenti di bilancio e alle procedure per squilibri macroeconomici. Per gli olandesi e gli austriaci non se ne parla: il riferimento ai conti in ordine deve esserci, sostengono, a maggior ragione ora che il Patto di Stabilità e crescita è sospeso. Ieri la presidenza tedesca ha incassato il mandato negoziale per portare al tavolo con il Parlamento Ue la sua proposta di compromesso sullo Stato di diritto. Berlino ha ottenuto la maggioranza qualificata, ma ben nove Paesi si sono schierati contro: Ungheria e Polonia da un lato, Austria, Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Finlandia, Belgio e Lussemburgo dall'altro, con motivazioni opposte. I negoziati con l'Europarlamento (che chiede anche di incrementare le risorse del bilancio) non saranno semplici, ma fonti diplomatiche spiegano che il vero problema è interno al Consiglio. Perché è vero che per il mandato negoziale bastava la maggioranza qualificata, ma poi tutti i Paesi dovranno essere d'accordo per far partire il lungo iter delle ratifiche nazionali. Ne basta uno per bloccare tutto. 

Sussidi,una pioggia di soldi.Già spesi oltre 100 miliardi

 



di Niccolò Carratelli 

Sono passati esattamente due anni dall'«abolizione della povertà». Era il 27 settembre 2018, quando Luigi Di Maio si affacciò dal balcone di Palazzo Chigi con altri ministri 5 stelle, esultando pugni al cielo per l'accordo raggiunto sulla manovra che avrebbe istituito il Reddito di cittadinanza. Forse aveva quell'immagine davanti agli occhi il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, l'altro ieri, durante l'assemblea degli imprenditori, mentre diceva che «i sussidi non possono essere per sempre, perché non vogliamo diventare un Sussidistan». E mentre andava giù duro contro lo strumento cavallo di battaglia del Movimento, che «va smontato perché la parte dedicata alle politiche attive del lavoro non funziona». Insomma, non aiuta le imprese ad assumere, ma serve solo ad aiutare chi non ce la fa. Come del resto il Reddito di emergenza, arrivato a maggio per rispondere al disagio esploso in molte famiglie. E presentato, quello sì, come un puro sussidio. Per ovvi motivi reso incompatibile con reddito e pensione di cittadinanza, con la cassa integrazione e con la Naspi (indennità di disoccupazione), con i vari bonus Covid. Il più noto è quello da 600 euro per autonomi, liberi professionisti e partite Iva. Poi è arrivato il sussidio da 1000 euro per gli stagionali del turismo e per i lavoratori dello spettacolo, quello da 500 euro per colf e badanti, e altri ancora. Scorrendo la lista è difficile dar torto a Bonomi. Una notevole massa di miliardi distribuiti a pioggia, anche se nel momento di massima sofferenza del Paese, in piena guerra contro il virus. Proprio quello che Bonomi chiede di non fare con i 209 miliardi che arriveranno col Recovery Fund: «Dandone una goccia a tutti non si risolvono i problemi - ha avvertito - serve una visione, per guardare lontano». Una lezioncina che in molti nella maggioranza non hanno gradito, come il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando: «Se li prendono gli altri si chiamano sussidi, se li prendi tu sono contributi alla competitività» ha ironizzato.In effetti anche gli imprenditori e i commercianti hanno beneficiato ampiamente delle misure varate dal governo in questo 2020. A partire dalla boccata di ossigeno del decreto Liquidità, che ha previsto la garanzia statale per i prestiti: fino al 100% per quelli fino a 800 mila euro, al 90% per quelli fino a 5 milioni. Poi gli altri decreti, con la sospensione dell'acconto Irap e il rinvio di molte scadenze fiscali. Massiccia la richiesta per il contributo a fondo perduto per le aziende che hanno dichiarato la perdita di almeno un terzo del fatturato durante il lockdown. Fino ad agosto, l'Agenzia delle entrate aveva erogato oltre 5 miliardi di contributi, in base alle domande ricevute. Le piccole e medie imprese non pagheranno le rate di mutui e prestiti fino al 31 gennaio 2021, pagano bollette meno salate e hanno goduto di un credito di imposta del 60% sui canoni di affitto, valido anche per negozi e alberghi. Con il decreto agosto sono arrivati poi un contributo a fondo perduto da 1000 e 2000 euro in favore degli esercenti del settore turistico attivi nei centri storici, e un altro fino a 2500 per i ristoranti, per acquistare prodotti agricoli e alimentari del territorio. Insomma, in questi mesi anche gli imprenditori hanno preso a piene mani, degni abitanti del Sussidistan. 

C'è un primo accordo sulla manovra.Le tasse giù di almeno dieci miliardi



di Luca Monticelli

La riforma fiscale arriverà con una legge delega entro dicembre ed entrerà nel vivo l'anno prossimo grazie ai decreti legislativi. Ma in manovra ci sarà un anticipo: il governo lavora infatti a un taglio di tasse ben oltre i 10 miliardi di euro da presentare il 15 ottobre a Bruxelles e cinque giorni dopo in Parlamento. La legge di bilancio stanzierà 6 miliardi per le famiglie con figli, 2 per stabilizzare il taglio del cuneo fiscale (il bonus 100 euro per i redditi fino a 40 mila) e 2-3 miliardi per la decontribuzione triennale al 100% per i contratti stabili degli under 35 e al 50% per gli altri. Così si arriva almeno a 11 miliardi e a questi soldi ne vanno aggiunti altri 5 per la proroga dello sconto del 30% per le assunzioni nel Mezzogiorno, risorse che però potrebbero rientrare nel Recovery plan perché finanziate direttamente dall'Europa. Il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è stato chiaro: tra margini di deficit e anticipo dei fondi del programma Next generation si raggiungono 40 miliardi. Una «espansione fiscale molto significativa», l'ha chiamata, per puntare sugli investimenti pubblici e privati e rendere strutturale industria 4.0. La Nota di aggiornamento al Def, che ieri sera ha fatto un passaggio a Palazzo Chigi e sarà approvata dal Consiglio dei ministri di lunedì, prevede per quest'anno un prodotto in caduta del 9%, il deficit al 10,8% e il debito al 158%. Nel 2021 la crescita rimbalzerà al 6%, il deficit calerà al 7 e il debito proseguirà una traiettoria discendente per tutto il triennio. Gualtieri ha spiegato che il deficit al 7% è stato deciso nonostante l'indebitamento tendenziale fosse al 5,7%. È questa dunque «la spinta di bilancio» pari all'1,3% del pil che consente margini per altri 23 miliardi. Una scelta sulla quale Pd e Movimento 5 stelle hanno stretto un «accordo politico» perché i giallorossi sono convinti che gli stimoli all'economia non vadano attenuati troppo presto, soprattutto ora che si stanno vivendo i primi segnali di ripartenza nonostante la perdurante incertezza dovuta alla seconda ondata del virus. Questa espansione fiscale, peraltro, serve anche per rafforzare il rimbalzo della crescita dal 5,1% a politiche invariate al 6%.Sul fisco le posizioni della maggioranza restano distanti e l'ipotesi tedesca dell'aliquota continua (calcolata da un algoritmo per ogni contribuente, superando così i 5 scaglioni fissi) piace sì a Pd e Leu, però trova freddi i pentastellati e contrari i renziani. Gualtieri continua a caldeggiare questo modello, ma dovrà fare i conti con Italia viva. È Luigi Marattin, presidente della commissione Finanze di Montecitorio e responsabile economico di Iv, a ricordare la posizione del suo partito: «Abbiamo detto in tutti i modi che non siamo d'accordo sul sistema tedesco. Vorremmo fare questa discussione nelle riunioni e nei seminari con numeri e idee, ma se proprio si insiste a volerla fare sui giornali, ribadiamo il no». Non è un mistero che Luigi Di Maio e Matteo Renzi preferiscano una riduzione degli scaglioni e magari un accorpamento di quelli centrali del 38% e del 41% per favorire il ceto medio.Tra le coperture, torna alla ribalta la razionalizzazione delle tax expenditures e sul tavolo del governo è spuntato un tetto alle detrazioni per i redditi sopra i 55mila euro. 

Twitter censura Ria Novosti agenzia di stampa russa




di Margherita Furlan

In tutto il mondo sono 38 i vaccini contro il Covid-19 che si stanno sperimentando

 


In tutto il mondo sono 38 i vaccini contro il Covid-19 che si stanno sperimentando. La Russia ha già  annunciato di aver terminato tutte le fasi e di poterlo commercializzare, ma la più grande fetta di mercato potrebbe accaparrarsela il “modello AstraZeneca”. Il colosso farmaceutico svedese-britannico preferisce pagare risarcimenti e multe invece di essere trasparente sugli effetti collaterali dei suoi vaccini. 

BILL GATES:"Vaccini per tutti non solo per i ricchi"



da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 settembre 2020

Il mondo è alla vigilia di una grande conquista scientifica: con ogni probabilità un vaccino sicuro ed efficace contro il Covid-19 sarà disponibile all’inizio del prossimo anno. Anzi, ce ne sarà forse più d’uno. Grazie a questo enorme passo avanti, il mondo avrà finalmente la possibilità di eradicare la minaccia della pandemia e tornare alla vita normale.

Poiché sarà possibile vaccinarsi contro la malattia, i governi potranno revocare tutte le misure di distanziamento sociale, la gente smetterà di usare la mascherina e l’economia globale ritroverà il suo slancio. L’eradicazione della malattia, però, non avverrà automaticamente. Per raggiungere questo scopo, occorre assicurarsi che vi sia l’effettiva capacità di produrre miliardi di dosi di vaccino, trovare i finanziamenti per realizzarla e individuare le strategie più idonee per la sua distribuzione.

In questo momento, la maggior parte della produzione vaccinale è già destinata ai Paesi più ricchi, che hanno siglato accordi con le società farmaceutiche, assicurandosi il diritto all’acquisto di miliardi di dosi non appena saranno prodotte. Ma che ne sarà dei Paesi a reddito medio-basso? Si tratta di una schiera di Paesi che vanno dal Sud Sudan al Nicara19, gua e al Myanmar, i quali, pur ospitando quasi la metà della popolazione terrestre, non hanno un potere d’acquisto tale da stipulare accordi vantaggiosi con le società farmaceutiche. Allo stato dei fatti, questi Paesi saranno in grado di immunizzare, nella migliore delle ipotesi, solo il 14 percento della loro popolazione.

Due possibili scenari

I nuovi modelli di previsione elaborati dalla Northeastern University ci aiutano a capire che cosa accade se la distribuzione del vaccino è così disuguale. I ricercatori hanno analizzato due possibili scenari. Nel primo, i vaccini vengono distribuiti a tutti i Paesi in base al numero degli abitanti. Nel secondo, troviamo una situazione che si avvicina di molto a ciò che sta accadendo in questi giorni, ovvero che i cinquanta Paesi più ricchi del pianeta avranno a disposizione i primi due miliardi di dosi di vaccino. In questo scenario, il virus continuerà a diffondersi incontrollato per quattro mesi in tre quarti del globo. E vedremo raddoppiare il numero delle vittime.Sarebbe una catastrofe morale. Il vaccino trasforma il Covid-19 in una malattia prevenibile, e nessuno deve morire per una malattia prevenibile semplicemente perché il Paese in cui vive non è in grado di assicurarsi le forniture vaccinali necessarie. Ma, a prescindere dai principi morali, lo scenario di un «vaccino riservato esclusivamente ai Paesi ricchi» non è meno problematico. In questo scenario, diventeremmo tutti come l’Australia e la Nuova Zelanda: due Paesi che hanno goduto di lunghi periodi con pochissimi casi di contagio all’interno dei propri confini, ma che vedono le loro economie ancora penalizzate, perché i loro partner commerciali sono in lockdown. E di tanto in tanto, un nuovo portatore del virus attraverserà il Pacifico del Sud, per creare nuovi focolai di infezione.Questi focolai hanno la tendenza ad aumentare ed espandersi: di qui la necessità di nuovi lockdown per scuole e uffici. E malgrado il loro surplus di vaccini, anche le nazioni ricche rischiano di infettarsi nuovamente, perché non tutti saranno disposti a vaccinarsi. L’unico modo per eliminare la minaccia di questa malattia in qualche luogo è quello di eliminarla in tutti i luoghi. Il modo migliore per colmare questo divario vaccinale non è certamente quello di puntare il dito accusatorio contro i Paesi ricchi, i quali, comprensibilmente, stanno facendo di tutto per proteggere la loro popolazione. Occorre, invece, incrementare al massimo la capacità di produrre il vaccino in molti punti del globo: solo così saremo in grado di proteggere tutti, in ogni angolo del pianeta. Notevoli progressi sono stati già compiuti su questo fronte, specie per quel che riguarda i farmaci per la cura del Covid-19. Le società farmaceutiche hanno accettato di incrementarne la produzione mettendo in comune l’utilizzo degli impianti. Il Remdesivir, per esempio, è stato creato dalla Gilead, ma quantitativi supplementari saranno prodotti dalle fabbriche della Pfizer. Nessuna società farmaceutica aveva mai concesso a un concorrente l’utilizzo dei propri impianti, mentre oggi assistiamo a questo sforzo congiunto eccezionale anche per quel che riguarda i vaccini. In queste ore, 16 società farmaceutiche hanno firmato un importante accordo presso la nostra fondazione, accettando di collaborare per la produzione del vaccino e di incrementarla a ritmi senza precedenti, assicurando così che i vaccini approvati potranno essere distribuiti su vasta scala il più presto possibile.

I finanziamenti necessari

Oltre a sostenere la capacità produttiva, occorre finanziare i miliardi di dosi vaccinali da destinare ai Paesi più poveri. È qui che entra in gioco l’Act Accelerator, l’iniziativa promossa da organizzazioni come Gavi e Global Fund. Benché ancora sconosciute a molti, queste agenzie hanno alle spalle due decenni di esperienza nel finanziamento di vaccini, farmaci e dispositivi diagnostici. Le società farmaceutiche si sono adoperate per agevolare i pagamenti, rinunciando a ogni forma di profitto sui vaccini contro il Covide impegnandosi a renderli accessibili a tutti. Ma occorrono anche investimenti pubblici.Il Regno Unito è un buon esempio per tutte le nazioni ricche: ha donato all’Accelerator i fondi necessari per procurare centinaia di milioni di dosi di vaccino per i Paesi poveri. Il premier italiano Conte è stato tra i primi a riconoscere l’esigenza di una risposta multilaterale al Covid-19, e ha giustamente inserito la risposta equa e globale alla pandemia tra le priorità dell’agenda italiana del G20 nel 2021. Ma occorre fare di più, e intervenire con più generosità.

La distribuzione dei vaccini

Infine, una volta assicurata la capacità produttiva e reperiti i finanziamenti, occorre rafforzare i servizi sanitari, per garantire personale e infrastrutture in grado di distribuire i vaccini alla popolazione mondiale. Abbiamo molto da imparare dagli sforzi tuttora in corso per eradicare la poliomielite. Tra le immagini più famose della campagna antipolio in India, ce n’è una che raffigura una fila di operatori sanitari, che avanzano reggendo sulla testa i contenitori termici per i vaccini, immersi fino alla cintura nell’acqua, in zone alluvionate, per raggiungere i villaggi più sperduti. Una simile rete di operatori sanitari di base sarà necessaria per individuare i casi di Covid-19 nei luoghi più poveri del mondo, affinché si raggiungano anche le zone più impervie, dove non esistono strade. Con l’ausilio di dispositivi diagnostici, questi operatori saranno in grado di lanciare l’allarme, qualora un’altra malattia faccia il salto di specie, da un pipistrello – o altro volatile – fino a infettare l’uomo.In altre parole, la battaglia per sconfiggere il Covid-19 ci consentirà di mettere in piedi un sistema che potrebbe ridurre il rischio di nuove pandemie negli anni a venire. Studiandone la storia, ho imparato che le pandemie tendono a creare una dinamica assai sorprendente tra interesse personale e altruismo. Le pandemie rappresentano quei rari casi in cui la reazione istintiva di un Paese a salvare se stesso va di pari passo con l’impulso ad aiutare gli altri. E scopriamo che interesse personale e altruismo – garantire cioè l’accesso ai vaccini anche alle nazioni povere – sono la stessa identica cosa.

Nuovi equilibri a destra. Meloni in Europa spiazza ancora Salvini



da LA REPUBBLICA del 30 settembre 2020.Carmelo Lopapa

È un altro piccolo mattone nella costruzione della leadership di Giorgia Meloni. Un nuovo upgrade per il volto femminile della destra italiana. Proprio nel momento in cui quello più populista di Matteo Salvini appare sotto assedio e in deficit di consensi.

La fondatrice di Fratelli d’Italia viene eletta all’unanimità presidente del Partito dei Conservatori e riformisti europei (Ecr), una delle tradizionali famiglie politiche di Bruxelles. Meloni, reduce dalla conquista delle Marche e in ascesa nei sondaggi, diventa dunque guida "presentabile" di un gruppo che in realtà nell’europarlamento ha negli ultraconservatori e illiberali polacchi di Jaros?aw Kaczynsky la sua delegazione più numerosa. Raffaele Fitto, fresco di sconfitta in Puglia, e copresidente del partito, è stato il tessitore dell’operazione che per Meloni segna la fuoriuscita di fatto dal "cordone sanitario" che a Bruxelles hanno invece stretto attorno all’ex vicepremier italiano e ai sovranisti del gruppo Identità e democrazia, trincea di frange sempre più estreme.

L’ex ministra della Gioventù, forte di un inglese insospettabile, dopo le uscite dell’ultimo anno a Washington su invito dei repubblicani trumpiani, prova così a interrompere la "narrazione" che vuole la destra italiana irresponsabile e fuori dai consessi che contano. «C’è spazio tra le due opzioni, quella di dire usciamo dall’Europa e quella di chi dice che possiamo starci solo obbedendo ciecamente », racconta la neo presidente durante la conferenza stampa al Senato, alla quale hanno preso parte in video conferenza anche i conservatori degli altri paesi. Per Meloni bisogna «stare in Europa ma a testa alta, cercando una sintesi sulla base dei valori ». È la sua «terza via», quella che prende le distanze dal lepenismo caro a Salvini e il moderatismo del Ppe. «Ho chiamato Berlusconi per fargli gli auguri di compleanno e lui mi ha fatto i complimenti », ha raccontato la fondatrice di Fdi in serata. Salvini? «Non ho avuto modo di sentirlo». Dallo staff del leghista hanno preannunciato un messaggio di auguri alla collega.

L’elezione della leader non produce forse contraccolpi diretti nella coalizione in Italia. Certo è che nella riunione di ieri del gruppo della Lega a Bruxelles, si è riacceso a porte chiuse il dibattito: «Ma se Orbán, che è più estremista di noi, sta nel Ppe, perché non potremmo entrarci anche noi?», è la sintesi di alcuni interventi da parte dell’ala del partito considerata più vicina a Giancarlo Giorgetti. Di sicuro la più dialogante. Fonti della Lega minimizzano: «È stato il consueto incontro settimanale degli eurodeputati, nessun dibattito». La verità è che di approdo ai popolari di Merkel, Salvini non vuol sentire parlare. La "tentazione" del distacco dal gruppo Id era stata già smentita nei giorni scorsi dal leader, sembra su input del tandem anti-Euro Borghi–Bagnai. Ieri mattina il segretario leghista ha raggiunto il "Doge" dal consenso bulgaro in Veneto, Luca Zaia. Brindisi tra i due "leader" del partito, un bianco fermo per Salvini, un prosecco per il governatore. Faccia a faccia «più che positivo», «grande sintonia » a sentire le fonti ufficiali. «Con Luca siamo quasi una coppia di fatto, sento più lui che mia madre», ironizza il segretario a fine incontro. Il fatto che la lista del presidente abbia raggiunto in Veneto il triplo dei voti della "Lega per Salvini premier" fa di Zaia un antagonista naturale. Come lo è Meloni fuori dal partito. Un passo dopo l’altro nella scalata alla leadership.

Salvini vede Zaia dopo il trionfo: «A te la Conferenza Stato-Regioni»

 


dal CORRIERE DELLA SERA del 30 settembre 2020.Cesare Zapperi

Tra la non-vittoria alle Regionali dello scorso week end e il processo di sabato a Catania per il caso Gregoretti, cosa c’è di più ristoratore per Matteo Salvini di un «tuffo» in laguna? Eccolo, il segretario leghista nella terra che ha tributato a Luca Zaia un plebiscito «bulgaro» (quasi il 77 per cento) e che ha confermato fin dal primo turno il sindaco Luigi Brugnaro, non leghista ma pronto a far posto in giunta ad un vice di stretta osservanza salviniana.Il leader del Carroccio guarda a loro come figure destinate ad avere «un ruolo nazionale». Ma ha soprattutto il profilo del «Doge» la carta che Salvini vorrebbe giocare per dare più sostanza ad un partito che, pur aumentando il numero dei consiglieri regionali (da 46 a 74), a livello generale da un anno pare aver invertito la direzione di marcia nei consensi. Come? Offrendogli la presidenza della Conferenza Stato-Regioni, oggi nelle mani del pd Stefano Bonaccini, che l’ex ministro ha rivendicato fin da lunedì scorso ad urne ancora calde («governiamo 15 Regioni a 5, quel ruolo tocca a noi»).Zaia per il momento abbozza: «Il discorso è ancora in fieri — conferma al Corriere — Ci incontreremo ancora e ne riparleremo». Ma la disponibilità di massima è subito accompagnata da un distinguo: «Per me la priorità assoluta, in questo momento, è governare il Veneto che mi ha dato un così grande consenso». Il discorso in casa leghista è aperto. Salvini vorrebbe che quel ruolo oggi più che altro di coordinamento diventasse più «politico». Un’arma da usare contro il governo, insomma. L’alternativa potrebbe essere il presidente del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga.Il tema del rapporto con Zaia resta sul tavolo. Le dimensioni del suo successo, incarnato da quei 24 consiglieri eletti nella sua lista contro i soli 9 della Lega, ne fanno un elemento di costante confronto. A chi gli obietta che il piglio pragmatico pare premiare più dei toni aggressivi, Salvini replica: «Ma no, siamo quasi una coppia di fatto... Certo, ognuno ha il suo stile. La verità è che siamo complementari. L’importante è portare a casa i risultati. La Lega è pur sempre il primo partito d’Italia e abbiamo eletto 9 consiglieri in Toscana e 8 nelle Marche. Una cosa inimmaginabile solo pochi anni fa».Splende il sole sull’albergo di lusso, affacciato sul Canal Grande accanto all’Harry’s Bar, dove si sono dati appuntamento per un primo incontro ufficiale tra i vertici del partito (c’è anche il vicesegretario Lorenzo Fontana) e i consiglieri regionali che si presentano eleganti come il primo giorno di scuola. Il clima è euforico. I toni eccitati. Salvini si spinge ad alzare ulteriormente l’asticella: «La prossima volta bisognerà fare ancora meglio» (e lì accanto Zaia fa gli scongiuri). Ma subito dopo lancia la stoccata agli avversari: «Con 35 consiglieri su 51 il problema è la mancanza di opposizione...».I temi di giornata non possono che essere quelli cari al governatore. A partire dall’Autonomia. Il leader dice che grazie alla spinta del Veneto la battaglia è diventata nazionale. Zaia, però, constata che da quasi un anno quelli di Roma «non scrivono, non telefonano e non messaggiano». Lo sguardo volge al futuro: sul tavolo le Olimpiadi di Cortina, la Pedemontana, la Sanità da «mantenere ai livelli di eccellenza». Obiettivi da raggiungere per tenere alti i consensi in Veneto. Ma Salvini non può non pensare a Roma. Dove il premier Conte ha messo nel mirino la «sua» Quota 100. «O non capisce o è pagato per non capire» l’ultima staffilata prima di involarsi in motoscafo verso il prossimo appuntamento.

Il calcio fa la conta dei positivi e vuole continuare a giocare



da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 settembre 2020

La serie A alla prova del virus. Campionato a rischio. Ma Federazione e Lega calcio intendono rispettare il calendario e non rinviare Genoa-Torino e Juventus-Napoli. Anche il ministro Spadafora è ottimista. E si attende l’esito dei tamponi dei giocatori liguri e campani.Il calcio in subbuglio. Tra ansia, preoccupazione e anche imbarazzo. La vicenda Genoa, in queste ore, racconta di una situazione in cui tutti sono contro tutti. La positività di Perin, quella di Schone e poi di altri dodici tra giocatori e tesserati rossoblù è il primo capo di un filo che porta a Napoli (che ha sfidato il Genoa domenica), che si allunga al Torino (che invece dovrebbe incontrare la squadra di Maran sabato) e sfiora la Juventus che aspetta domenica gli azzurri di Gattuso. Una matassa difficile da districare: si gioca oppure no?Un monito arriva dalla scienza, primo criterio in questi casi. «Quello che sta accadendo al Genoa potrebbe rappresentare la Waterloo dei tamponi — ha spiegato il professore Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del San Martino di Genova —. I tamponi possono dare da una parte una falsa patente di negatività, dall’altra produrre un esercito di positivi asintomatici. Occorre rimettere al centro la clinica fatta di sintomi e segni, che unita alla virologia, è lo strumento migliore per la gestione della pandemia».Lega e Federcalcio sarebbero orientate a non autorizzare rinvii. Non è una scelta casuale: scaturisce dall’unica regola scritta che riguarda però l’Uefa. In Europa, da protocollo anti-Covid, funziona così: se ci sono casi di positività, una squadra deve scendere in campo se ha almeno 13 calciatori non contagiati a disposizione, con i quali è possibile, senza alcun rischio per gli avversari, disputare la partita.Una norma fondata su un criterio inattaccabile: si fa riferimento ai giocatori sani, abili e arruolabili. Oggi la Lega si riunirà in consiglio straordinario e sarà probabilmente tempo di indicazioni ufficiali. Se i tamponi che il Genoa ha ripetuto confermeranno la negatività dei giocatori (e sono più di 13) non contagiati, la partita col Torino non sarebbe a rischio, anche per non creare precedenti.Ma c’è il Napoli, che ieri ha avviato un proprio piano sanitario, predisponendo un giro di tamponi rafforzato: tre fino a sabato. I primi esiti si avranno stamattina, poi i test saranno ripetuti domani e ancora sabato. Da Castel Volturno filtra che non ci si affiderà ai risultati parziali: si parte per Torino, sabato sera, solo dopo l’esito dei tre tamponi. Infatti se già oggi ci fosse un giocatore di Gattuso contagiato, il rinvio di entrambe le gare (Genoa-Torino e Juventus-Napoli) tornerebbe ad essere argomento di discussione. Significherebbe infatti che l’infezione è effetto della gara del San Paolo di domenica.Secondo il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, «Non ci sono le condizioni per fermare il campionato». Il Genoa ieri non si è allenato e non lo farà neanche oggi: tre giocatori (compreso Perin) hanno avuto la febbre ed è stato effettuato il primo giro di tamponi. La procura federale ha verificato il pieno rispetto da parte del club del protocollo anti-Covid . Il Napoli ha seguito il protocollo anti-assembramento: niente sala video e niente palestra. Lavoro in campo, mantenendo per quanto possibile la distanza. Aurelio De Laurentis, aspetta gli esiti dei test e nel frattempo si consola per il doppio esito negativo del suo tampone: il patron azzurro è in isolamento per la positività al virus di inizio settembre.

 

Reddito di cittadinanza, Di Maio apre: sì a un tagliando per aggiornarlo

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 settembre 2020.Andrea Ducci

La parola a cui si aggrappa in queste ore il M5S per tenere il reddito di cittadinanza al riparo da critiche, attacchi e interventi che ne rivedano caratteristiche e dotazione economica è una soltanto: tagliando. Suggerendo così l’idea che la misura bandiera del Movimento stia funzionando e che si tratti di una buona riforma, meritevole appena di qualche aggiustamento. A dirlo in un’intervista al Corriere è stata la viceministra dell’Economia, Laura Castelli (M5S), seguita poche ore dopo da un intervento del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che rivendica la battaglia sul reddito di cittadinanza. «C’è chi non perde occasione per strumentalizzare la prima vera misura contro la povertà mai varata in Italia. Sul reddito di cittadinanza hanno raccontato ogni genere di bugia, l’ultima ha riguardato quelle bestie dei fratelli Bianchi e la morte del povero Willy. Falsità — dice Di Maio — rilanciate da alcuni solo per colpire il M5S». In un passaggio, tuttavia, il ministro degli Esteri apre all’avvio di una riflessione nella maggioranza per un intervento sull’assegno destinato a chi è in cerca di lavoro e bisognoso di un sussidio. «Dopo la pandemia è cambiato tutto, siamo entrati in una crisi che deve spingerci a guardare oltre e ad aggiornare anche alcuni provvedimenti cardine del Movimento, proprio come il reddito. Non significa — spiega — cancellarlo, anzi. Si può però fare un tagliando, un adeguamento alle attuali necessità del Paese. E questo spirito, oggi, unisce tutto il governo». Di Maio si fa, insomma, interprete di una linea che, pur salvaguardando l’impianto della norma del reddito di cittadinanza, contempla la necessità di mettere mano a una misura, che alla luce di una serie di fatti di cronaca presta il fianco a continui attacchi politici. A questo si aggiunga che da Bruxelles monitorano le mosse del governo su due misure come reddito cittadinanza e Quota 100, che mal si conciliano con lo spirito e i criteri richiesti dal recovery plan per ottenere 209 miliardi di euro.Proprio la cronaca, intanto, continua a restituire casi di percettori di reddito di cittadinanza tra categorie che non ne avrebbero diritto come truffatori, delinquenti o, peggio, mafiosi. Ieri ad Agrigento la Guardia di finanza ha sequestrato 11 social card intestate a persone che avrebbero illegittimamente percepito il reddito di cittadinanza. Tutti gli indagati hanno precedenti per reati legati alla criminalità organizzata di tipo mafioso e sono destinatari di misure cautelari. La stima è che siano stati finora erogati 300 mila euro a persone che non avrebbero diritto all’assegno. In totale sono 69 gli indagati per questa vicenda. Sempre in Sicilia, in provincia di Catania, i carabinieri hanno denunciato 5 persone per aver percepito indebitamente il reddito di cittadinanza. Tra i denunciati un condannato per associazione di tipo mafioso. Un’altra frode da 100 mila euro è stata scoperta a Pescara, dove i finanzieri indagano su 14 persone che hanno presentato domanda per ottenere il beneficio mentre erano detenuti in carcere.

In Israele più morti che in Usa.E in GB è record di contagi


La paura dei numeri, lietmotiv nel film della pandemia globale e incubo ricorrente. Le ultime 24 ore "di paura" le vive Israele dopo aver superato gli Usa nel rapporto tra morti da coronavirus e numero di abitanti. Oltre a essere in testa nella lista dei paesi con il più alto numero di nuovi contagi giornalieri rispetto alla popolazione. A rivelare questi ultimi conteggi è il ministero israeliano della Difesa: per la prima volta il tasso in Israele è di 3,5 morti per milione di abitanti mentre negli Usa è di circa il 2,2.Ma a far tremare sono anche i numeri che vengono dalla Gran Bretagna dove ieri si è registrato il picco più alto di contagi da marzo: 7.143 nuovi casi a fronte di 200.000 test eseguiti. Spaventa anche l'impennata dei decessi: 71 nelle ultime 24 ore, la cifra più alta da fine dell'estate.Gli ultimi dati israeliani rafforzano la possibilità di un prolungamento dell'attuale lockdown, in vigore fino all'11 ottobre, la fine delle feste ebraiche, con il primo ministro in persona, Benyamin Netanyahu, secondo cui il nuovo confinamento durerà probabilmente «più di un mese».In Europa, a destare preoccupazione resta anche la situazione di Parigi che teme una nuova stretta nonostante ieri nel Paese si siano registrati 8.000 nuovi casi, un cifra inferiore alle medie dell'ultima settimana. Nella capitale francese la situazione epidemiologica peggiora giorno dopo giorno e le cifre fanno sempre più presagire l'escalation allo status di «allerta massima», come già a Marsiglia e Aix-en-Provence. La decisione non è ancora stata presa, assicura il ministero della Salute -salvo la chiusura dei bar alle 22, delle palestre, e della limitazione a 1.000 persone per i grandi eventi pubblici- ed eventuali nuove misure verranno adottate sulla base di osservazioni settimanali, ribadisce. Però il timore è concreto, dal momento che ormai nell'Ile-de-France (regione della capitale) l'incidenza è di 156,8 casi su 100.000 abitanti, un livello che sale fino a 254/100.000 per la sola città di Parigi, pari a 5 volte la soglia di allerta e due volte e mezzo la media nazionale. Ad aggiungere tensione la penuria di reagenti per i tamponi, che induce la Francia a frenare la corsa ai test. Mosca intanto punta ancora sulla scuola per arginare le cifre e il sindaco della capitale russa, Serghiei Sobyanin, ha deciso di tenerle chiuse dal 5 al 18 ottobre, estendendo le vacanze scolastiche autunnali.

VITTORINO ANDREOLI:"L'invidioso colpisce perché non può avere la felicità"



Intervista di Grazia Longo 

Professor Vittorino Andreoli, psichiatra, membro della NY Academy of Sciences, com'è possibile che l'invidia sia così potente? 

«L'invidia è la pulsione ad essere come un altro o ad avere ciò che l'altro ha. È una proiezione sull'altro con cui ci si identifica perdendo del tutto la dimensione di sé. L'invidioso vive uno sdoppiamento, perché desidera essere come l'altro. In questo caso il giovane assassino invidiava la coppia, voleva essere felice come loro». 

Che cosa rappresenta la felicità nella nostra società? 

«Purtroppo viviamo nell'epoca dei like e dei follower, per cui il nostro valore dipende non da ciò che siamo, ma da come e quanto siamo graditi. La felicità è un piacere che si lega anche ad un altro mito: la bellezza, che aumenta la felicità perché aumenta i follower. E la coppia uccisa era molto bella, quindi agli occhi dell'omicida rappresentava ancor più un simbolo di felicità. Peraltro, a Torino, un anno fa, un giovane uccise un ragazzo e spiegò di averlo fatto perché infastidito dalla sua aria felice». 

L'invidia può far uccidere? 

«Certo, perché l'invidioso è sdoppiato, si identifica nell'altro e perde se stesso. In questa duplicità avverte la tendenza a vivere come l'oggetto invidiato altrimenti non riesce a vivere. Se si sente lontano, si sente morto e depresso , quindi deve cercare di raggiungere la felicità agognata. Ma quando si accorge che è irraggiungibile, matura un odio sfrenato e vuole eliminare l'oggetto invidiato. L'odio, la rabbia crescono a un punto tale da sfociare nella violenza, nell'omicidio». 

Ma colui che uccide per invidia è malato di mente? 

«No, i matti non uccidono per invidia. L'assassino di Lecce è una personalità che non sentendosi affermata, non sentendosi protagonista finisce per distruggere chi ai suoi occhi lo è. Ha ucciso per invidia non perché è matto». 

Alcuni testimoni raccontano che la sera dei funerali l'assassino è andato a una festa e appariva sereno. 

«Con l'omicidio si è finalmente liberato da quel senso di sdoppiamento che provava». 

Perché non è riuscito a frenare la rabbia? 

«Perché oggi la morte è banale, ha perso il significato di mistero. La rabbia va frenata altrimenti scade nella violenza. Il problema è che nella nostra società la felicità andrebbe sostituita con la gioia. Perché la felicità riguarda l'io, il ricevere qualcosa che gratifica se stessi. La gioia è collegiale e comporta sia l'atto del ricevere sia il dare. La gioia non può scatenare quell'invidia tremenda che suscita la felicità». 

martedì 29 settembre 2020

«Li ho uccisi perché erano troppo felici».Così è scattato il massacro di Lecce

 


di Lodovico Poletto

Festeggiava Antonio sabato sera, il giorno del funerale dei fidanzati di Lecce. Beveva e rideva, come dicono abbia fatto poche volte nella vita. Come non sa fare chi non sa cosa sia la felicità. E gli amici stavano lì a guardarlo, in questo locale nelle strade della movida di Lecce, un po' stupiti e un po' contenti. Giovanni Antonio De Marco è ancora un ragazzino. Un ragazzino di 21 anni, compiuti a maggio, che accarezzava un solo unico sogno: diventare infermiere nell'ospedale della sua città. Un progetto semplice, ma coccolato e inseguito. Il progetto di un ragazzo normale, figlio di una famiglia normale, un papà, una madre e una sorella, che di lui continuano a dire: «È un bravo ragazzo, non ce lo aspettavamo, non sospettavamo». Eppure Antonio è l'assassino di Daniele De Santis ed Eleonora Manta, i due ragazzi di 33 e 30 anni ammazzati otto giorno fa con una ferocia che non ti riesci a spiegare. Lui con 30 coltellate, lei con 26. Un assassino reo confesso. Che l'altra notte ha ammesso tutto: «L'ho pensata e l'ho fatta tutta da me». Lo ha detto davanti al procuratore capo di Lecce, Leone De Castris, quattro pm, il comandante provinciale dell'Arma e il suo avvocato difensore. «Li odiavo. Erano troppo felici, troppo». Lo ha detto così, senza spiegare di più. «Scosso» dice adesso il suo avvocato, Andrea Starace. Quasi in trance. Gli hanno domandato che cosa volesse dire. Non ha detto di più: «Erano felici». E allora viene da domandarsi perché uno ammazza chi è contento. Ma poi pensi a quello che è accaduto a Torino, due anni fa, quando hanno sgozzato un ragazzo che passeggiava nel lungo Po. Si chiamava Stefano Leo. Il suo assassino pronunciò la stessa frase davanti ai carabinieri che gli mettevano le manette: «Era troppo felice». E lui non poteva sopportarlo. Ecco, per capire questa assurda storia di Lecce bisogna partire da qui, dalla felicità. E dalla casa dove il sangue ha sporcato ogni cosa: i pavimenti e i mobili della cucina, i dolci che Daniele era andato a ritirare prima di rientrare a casa e che a quell'ora di sera stava spiluccando con la sua Eleonora. Ha sporcato anche i suoi pantaloni e la sua felpa e le mani inguantate. Ma non s'è fermato. Ha sentito la gente del palazzo urlare «Chiamiamo i carabinieri» e ha proseguito. Un colpo dopo l'altro, mentre lei invocava aiuto. Mentre Daniele, l'arbitro, era già a terra senza vita. Ascolti adesso i racconti di chi ha telefonato ai carabinieri, terrorizzato o solo insospettito, e vedi la lucidità e la follia dell'assassino. La prima tutta nella preparazione. Quando lui va a comprarsi un coltello adatto per la mattanza, da cacciatore. «L'ho gettato, con lo zaino e con tutto il resto» ha detto al comandante provinciale dell'Arma, il colonnello Paolo Dembech. Non voleva lasciare tracce. Pensava di essere un'ombra, invisibile e imprendibile. Invece quelli dell'Arma l'hanno incastrato in 8 giorni. La follia gli ha fatto commettere l'orrore prima e cento errori poi. E tra questi c'è il non aver capito che a lui sarebbero arrivati. Perché era già stato lì, inquilino-convivente di questa coppia così bella e perfetta che lui odiava. E perché era tornato. E loro sulle chat ne avevano parlato: «Riparte tutto da capo». E poi le faccine con le risate. «Xd» per dire tante. Per dire enormi. Da ombra s'è fatto incastrare da una telecamera che lo ha ripreso nel suo viaggio solitario a piedi verso la casa del massacro. Andata e ritorno. Da ombra che aveva programmato tutto, ha perso i foglietti del suo piano, per strada. Quattro in tutto. Fogli piccoli così, da notes, da Moleskine. Con le telecamere da evitare, le strade da fare, i marciapiedi su cui passare per evitare di lasciare immagini di sé. Perché, come dicono adesso qui, in questo bar che è a meno 100 metri dalla casa del massacro: «Lecce è la città delle telecamere». Niente da fare, non è sfuggito. Ecco, in questa storia c'è anche un altro elemento che ritorna in ogni storia di vendetta. I social. Antonio De Marco il suo odio per un'ingiustizia vera o presunta lo aveva scritto anche qui. Non ieri, non una settimana fa, ma mesi fa. Ed è una frase che parla di vendetta. La leggi adesso e pensi è già tutto chiaro. È il 3 luglio, tre giorni prima di chiamare il padrone di casa, Daniele, e chiedergli di ospitarlo di nuovo. Così scrive su Fb: «Desiderio di vendetta. Un piatto da servire freddo. È vero che la vendetta non risolve il problema, ma per pochi istanti ti senti soddisfatto». Poi due emoticon sorridenti. Ecco, leggi adesso quelle parole e pensi a ciò che è accaduto. Al coltello che fa scempio di due ragazzi. Al sangue. Al dolore di chi rimane. «Erano tropo felici» ha ripetuto De Marco, mentre lo portavano via. E adesso son tutti lì a chiedersi che cosa volesse dire. Ma una spiegazione vera non l'ha data. Il suo avvocato non l'ha compresa. Il colonnello Dembech esclude liti nel primo periodo della convivenza. E allora non riesci capire perché. E al bar non c'è uno che non abbia già la risposta in tasca: «Era folle». Ma poi vai a sapere se è davvero così . 

Il Nobel Chu: «Le due buone abitudini che ci aiuteranno a salvare la Terra»



di STEVEN CHU* 

Non possiamo evitare di utilizzare risorse preziose: idealmente bisognerebbe riciclare tutto, ma siamo ancora lontani da una simile prospettiva. Ecco perché la sostenibilità va contestualizzata. Prendiamo ad esempio l'energia: oltre ai carburanti fossili ci sono tanti altri materiali e metalli, ma anche questi non sono infiniti. Andiamo oltre: possiamo sviluppare nuove modalità di utilizzo della plastica e possiamo anche utilizzare risorse che derivano dalle piante, le cosiddette "bio-risorse". Basteranno? No. C'è anche l'idrogeno, che è a mio avviso una soluzione parziale, pur avendo un vantaggio rispetto alle batterie perché non genera energia in eccesso. Il punto è: la sostenibilità presuppone un uso di tutte queste risorse in un'ottica di maggiore circolarità. Lo stiamo facendo? La buona notizia è che stiamo iniziando a prenderci cura del Pianeta. Negli ultimi anni tante persone hanno iniziato a interrogarsi seriamente sul tema della sostenibilità e altrettanto hanno fatto alcuni governi. C'è una pressione notevole di entrambi i fronti sull'industria. Non si tratta però di uno scontro ma appunto di una vera e propria pressione verso nuove modalità di riciclo dei materiali e design dei prodotti. Su questo fronte molto si muove e le nuove tecnologie sono fondamentali. Pensiamo alle batterie agli ioni di litio per le auto elettriche e in particolare al riciclo delle stesse. È un punto fondamentale, non solo perché tocca una voce importante del costo materiale dei veicoli, ma anche perché riguarda l'ambiente. Pensiamo anche all'agricoltura e ricordiamo come siamo arrivati a rovinare un po' le nostre abitudini tra la creazione dei fertilizzanti artificiali e l'avvento dei macchinari meccanici, che ha ridotto la capacità dei terreni di mantenere il carbonio. Noi come possiamo contribuire? Ci sono due cose che possiamo fare. La prima è rivalutare le nostre abitudini e le nostre scelte personali, che si riflettono sui consumi e dunque sui produttori. Io, nel mio piccolo, sto cercando di viaggiare meno e quindi di limitare l'uso dei mezzi di trasporto, anche se sono fortunato a vivere vicino al luogo di lavoro. Le scelte personali sono importanti perché ci fanno guardare allo specchio e ci fanno prendere coscienza del nostro contributo. La seconda chance che abbiamo è la pressione sulle aziende. Se troviamo un'azienda che si orienta al futuro e che è davvero sincera nel cercare di ridurre le emissioni sul Pianeta, ha senso favorirla acquistandone i prodotti. Direi che dobbiamo iniziare da noi stessi chiedendoci: cosa stiamo facendo nella nostra vita quotidiana con le nostre scelte personali? Quello che facciamo oggi influirà sulle generazioni future in modo critico.E per l'immediato futuro? Il sogno sarebbe iniziare a risalire la catena energetica, partendo di nuovo dall'anidride carbonica e dall'acqua. La buona notizia è che, man mano che l'energia rinnovabile diventa sempre meno costosa, si possono immaginare modelli di immagazzinamento compatti ed economici. La sfida più importante della ricerca è lo stoccaggio dell'energia. Mettere l'energia in una scatola. 

Nasce Stellantis.Elkann è il presidente e Tavares sarà l'a.d

 


di Giuseppe Bottero 

John Elkann presidente, Carlos Tavares amministratore delegato. Fiat Chrysler Automobiles e Psa gettano le basi di Stellantis e disegnano il Cda del super-gruppo da 8,7 milioni di auto vendute che nascerà dopo la fusione, entro il primo trimestre del 2021. Un board di undici consiglieri, in maggioranza indipendenti. Solo due componenti - l'attuale numero uno di Fca e il top manager portoghese - avranno deleghe esecutive. Oltre ad Elkann, i consiglieri scelti dal Lingotto sono Andrea Agnelli, il presidente della Juventus che è anche consigliere della controllante Exor, Wan Ling Martello (già manager di Nestlè e Walmart, dal 2020 socio e fondatore della società di private equity BayPine), Kevin Scott (manager di Microsoft) e Fiona Clare Cicconi. La nomina della manager di AstraZeneca, indicata quale rappresentante dei dipendenti, ha colto di sorpresa i sindacati. «La decisione di non coinvolgerci è grave» dice la leader della Cisl Annamaria Furlan. È una critica condivisa con la Fiom e la Uilm. «Un'occasione persa», dice il segretario nazionale Gianluca Ficco, visto che «l'idea di avere un componente del cda di Stellantis rappresentate dei lavoratori era stata avanzata proprio da Fca, sebbene in risposta al fatto che ciò già avviene in Psa». I francesi infatti, oltre a Robert Peugeot, il presidente della holding di famiglia Ffp che sarà il vice di John Elkann, hanno nominato Jacques de Saint-Exupery che lavora nel gruppo dal 1984 e dal 2008 partecipa alle attività sindacali, anche in qualità di segretario del comitato aziendale di Psa. In realtà, il fatto che per Fca il rappresentante dei lavoratori sia una figura esterna, mentre per Psa un interno è dettato dalla diversa struttura dei due gruppi in relazione alla rappresentanza dei lavoratori. Al loro fianco, in un board in cui non è prevista la presenza dell'attuale Ceo di Fca Mike Manley, siederanno Henri de Castries, ex numero uno di Axa che sarà amministratore senior Indipendente, Nicolas Dufourcq, manager francese di lunga esperienza, e Ann Frances Godbehere, canadese. «Gli amministratori indipendenti hanno background professionali differenti e portano significative prospettive ed esperienze di rilevanza per l'azienda, in linea con lo spirito dinamico e innovativo che caratterizza la creazione di questo nuovo gruppo» spiegano Fca e Psa in una nota. E, mentre la fusione si avvicina e gli analisti di Equita alzano del 48% il prezzo obiettivo sul titolo, il Lingotto chiude la vicenda emissioni con la Sec Usa con un pagamento di 9,5 milioni di dollari. 

ATLANTIA:si a trattare ma senza ricatti

 


di Francesco Spini 

Disponibili a trattare con Cassa depositi e prestiti, ma «nell'ambito di un processo trasparente e a valori di mercato». Se il governo si aspettava una resa di Atlantia su Autostrade per l'Italia (Aspi), andrà deluso. La lettera con cui la holding risponde all'ultimatum del governo (scade oggi), seguita da una missiva della stessa Aspi, e decisa da una riunione fiume dei due cda, registra sì un'apertura a proseguire nel dialogo con Cdp, ma non alle condizioni poste dall'esecutivo e dalla stessa Cassa. Il governo vorrebbe condizionare l'efficacia di un accordo per chiudere la procedura di revoca della concessione dopo i tragici eventi del ponte Morandi proprio alla vendita dell'88% della concessionaria in mano ad Atlantia alla Cdp, ma la holding non ci sta. E ribadisce che tale pretesa «non è pertinente né in linea con lo scopo dell'atto stesso, né con il contenuto della lettera di impegni inviata da Atlantia al governo lo scorso 14 di luglio, dalla quale si può evincere che l'approvazione dell'atto transattivo non fosse subordinata alla cessione di Aspi». Imporre un obbligo del genere «esula dalle facoltà riconosciute al concedente», si legge nel comunicato rilasciato in serata. Fonti vicine a Cdp e al governo, invece, ricordano come siano state proprio Atlantia e Aspi nelle lettere dell'11, 13, 14 e 15 luglio ad aver proposto espressamente una soluzione combinata che abbinava il riequilibrio della concessione e la cessione del controllo a Cdp. Quanto alla manleva richiesta dalla Cassa sui danni indiretti - per lo più non ancora quantificati - che sollevi l'acquirente da un rischio difficile da prezzare, anche qui il muro non si sgretola. Tali «garanzie e manleve» sono giudicate «non usuali» e sono «condizioni non presenti nella lettera del 14 luglio - sottolineano da Atlantia - e non accettabili in un contesto di mercato». Nella missiva la holding ricorda che Aspi ha «già doverosamente sostenuto» i danni «diretti o, comunque, di aver accantonato in bilancio i relativi importi». E ricorda la disponibilità ad accettare tutte le altre condizioni volute dall'esecutivo in termini regolatori, tariffari, incluso un intervento compensativo da 3,4 miliardi. Lo stesso fa Aspi nella sua lettera di accompagnamento al testo dell'accordo spedito al ministero con gli ultimi affinamenti e conferma la propria disponibilità a rispettarli. Anche Atlantia nella sua lettera al governo rivendica la «trasparenza e buona fede con cui il negoziato è stato condotto» da Aspi. E ora la holding si dice pronta a procedere nella cessione della quota della controllata ma con «un'operazione di mercato, a garanzia di tutti gli stakeholder - si legge nella missiva - inclusi gli investitori retail, nazionali e internazionali». Una cessione che potrà essere conclusa, però, solo dopo la formalizzazione di un accordo transattivo con il ministero dei Trasporti. Ora la palla passa al governo. Nei cui ambienti non si nasconde un certo imbarazzo: oggi scade l'ultimatum e bisognerà decidere una volta per tutte se procedere o meno con la revoca, con tutte le difficoltà che la cosa comporta. La preoccupazione del governo cresce anche alla luce delle ultime mosse di Bruxelles. Dall'Ue giunge la riposta alla lettera con cui il presidente e l'ad di Atlantia, Fabio Cerchiai e Carlo Bertazzo, hanno rappresentato le «indebite pressioni» del governo su Autostrade. Dall'Ue rispondono che «i servizi della Commissione stanno doverosamente esaminando tutte le questioni che avete sollevato». E che «stanno predisponendo con attenzione le dovute azioni successive». Un brivido negli ambienti di Palazzo Chigi e dintorni: vuoi vedere che Bruxelles sta con Atlantia? 

MATTEO BASSETTI : «Curare i sintomatici.I soli tamponi non bastano»



Intervista di Francesco Rigatelli 

«È la Waterloo dei tamponi» ha scritto su Facebook Matteo Bassetti, 50 anni, professore ordinario di Malattie infettive e primario al San Martino di Genova, a proposito dei giocatori della sua città risultati positivi. 

Cosa c'entra la sconfitta di Napoleone? 

«Il caso del Genoa dimostra che i tamponi non bastano. Sono utili nella diagnostica dei sintomatici, ma inefficaci per gli asintomatici». 

Cosa suggerisce per questi ultimi? 

«Si può fare poco, ma sono quasi la metà dei contagiati». 

E non è il tampone l'unico modo per stanarli? 

«Sì, ma scatta un'istantanea e il giorno dopo può cambiare. E poi quanto si spende per i tamponi invece di assumere medici e infermieri?». 

Lei cosa farebbe? 

«I tamponi a tappeto vanno bene nei luoghi a rischio, come ospedali e Rsa, ma poi torniamo a visitare i malati e a curare i sintomatici». 

Dal suo reparto cosa vede? 

«È pieno al 60 per cento con la possibilità di ampliarlo. L'età media dei ricoverati è sui 70 anni. Il decorso della malattia si è ridotto a una settimana-dieci giorni ed è più gestibile. I morti sono molti di meno e sui pochi casi gravi la terapia con Remdesivir, cortisone e antibiotico dà ottimi risultati». 

Insomma, lei è ottimista? 

«Mi definirei realista. Si parlava di seconda ondata, rischio scuole, pericolo elezioni, ma tutti si ricordano solo di Zangrillo che ha detto "Il virus è clinicamente morto". È meglio un procurato allarme o un po' di ottimismo?». 

Ma la situazione non sta peggiorando? 

«Negli ultimi 45 giorni i positivi sui tamponi fatti restano tra l'1 e il 2 per cento. Se arriveremo al 5-6 come la Francia dovremo prendere misure restrittive, ma non possiamo permetterci un altro lockdown». 

Ci sarebbe un'alternativa? 

«Si valuterà in base all'aumento dei casi gravi, ma ora solo lo 0,5 per cento dei positivi finisce in terapia intensiva». 

Intanto per frenare i contagi quali comportamenti vanno adottati in casa e fuori? 

«Non ci si può chiudere in casa, ma vanno evitati gli assembramenti. Nelle cene sarebbe meglio non superare le 8-10 persone. Non vanno ancora vietate le feste, ma è stando attenti a questo genere di ritrovi che si scongiura un peggioramento». 

Molti centri obbligano alle mascherine all'aperto. Ha senso visto che il contagio avviene dopo un contatto ravvicinato e prolungato? 

«È vero che ci vogliono almeno 15 minuti per contagiarsi e che la protezione serve soprattutto quando viene meno la distanza, ma in giro ci potrebbero essere dei superdiffusori che tossiscono e le mascherine ricordano anche ai cittadini di stare attenti. I caruggi di Genova poi possono essere molto affollati». 

E gli stadi? 

«Devono rimanere limitati, ma con buon senso. Ho visto mille spettatori accalcati in una tribuna da duemila posti e calciatori e dirigenti abbracciarsi in campo». 

Il tampone veloce a scuola la convince? 

«No, sarebbe un tamponcino nel naso o un test salivare. Già il tampone, se fatto bene, arriva al 75 per cento di possibilità di riscontrare il virus, mentre questi danno molti falsi negativi». 

E per chi rientra dall'estero? 

«Serve la quarantena, perché i tamponi a caso come quest'estate non danno sicurezza. Eventualmente si può ridurla da 14 a 7 giorni col tampone in uscita». 

Alla fine cede al tampone? 

«Cedo in questo caso specifico, che non è come buttare una rete a strascico».