Anglotedesco

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sabato 31 ottobre 2020

Macron-Erdogan: cosa c’è dietro allo scontro “di religione”?

 



da contro.tv

TIME:"Resettaggio dell'umanita"

 


di Gianluca Marletta

2000 euro al giorno agli ospedali per i malati Covid



da contro.tv                     

Biden cerca il voto dei bianchi per la coalizione della vittoria



da LA REPUBBLICA del 31 ottobre 2020.David Thorne

 L'America vive giorni pieni di ansia e di entusiasmo. Siamo alle ultime battute di una delle elezioni più polarizzate dal 1860, quando gli Stati Uniti erano sull’orlo di una guerra civile. La pandemia, la recessione economica e una presidenza caotica stanno mobilitando gli americani a votare per il cambiamento. I postumi traumatici della vittoria ancora oggi scioccante di Trump nel 2016 fanno aumentare l’ansia ma a poche ore dalla conclusione di questa bizzarra campagna, il vicepresidente Biden è sul punto di costruire una coalizione di voto che dovrebbe portarlo in carica.Le elezioni americane si vincono mettendo insieme una coalizione vincente di gruppi elettorali. Franklin Roosevelt creò la "New Deal Coalition", che riuniva americani delle citta e delle zone rurali, sostenuti da elettori sindacalizzati e cattolici del Midwest. Reagan vinse con ampio margine rompendo la morsa democratica sugli elettori del Sud e sugli iscritti ai sindacati del Midwest, che divennero poi noti come "i democratici di Reagan". Nel 2008 Barack Obama ha creato una nuova coalizione composta da donne che vivono nei sobborghi, uomini con istruzione universitaria, giovani elettori e una componente decisiva di elettori afroamericani e ispanici.Come sarà composta la coalizione vincente di Biden?Nessun democratico negli ultimi cinquant’anni è riuscito ad aggiudicarsi il voto degli elettori bianchi. Persino Obama, che nel 2008 a livello nazionale vinse con otto punti di distacco, aveva uno svantaggio di dodici punti percentuali presso l’elettorato bianco. Nel 2020 questa tendenza si è leggermente attenuata. La quota di voto bianco a favore di Biden potrebbe distaccarsi di soli cinque punti da quella del presidente Trump. Il vantaggio di Biden presso gli elettori di colore è di ben 42 punti percentuali, otto volte quello di Trump presso gli elettori bianchi.Ancora più importante è il cambiamento demografico. La percentuale di elettori bianchi non ispanici in 18 anni è diminuita quasi del 10%. Lo sbilanciamento del Collegio elettorale verso l’Upper Midwest – che presenta una popolazione sproporzionatamente bianca e tassi di conseguimento del diploma universitario inferiori alla media nazionale – avvantaggia il partito repubblicano. Ma il cambiamento demografico ha già iniziato a complicare i calcoli elettorali del GOP: se ogni gruppo elettorale votasse in queste elezioni come ha votato nel 2016, il solo cambiamento demografico porterebbe al democratico Joe Biden 307 voti elettorali.Paradossalmente, i giovani sono un punto di forza per il settantasettenne Biden. Dal 2000, quando gli elettori compresi nella fascia fra i 18 e i 29 anni si sono divisi equamente fra Gore e Bush, i democratici hanno acquisito un vantaggio sostanziale; nel 2018 i giovani che hanno votato democratico sono stati il doppio di quelli che hanno votato repubblicano. I giovani di oggi hanno maggiori probabilità di avere un’istruzione universitaria, di non essere bianchi e di far parte della comunità LGBTQ+. Sono più progressisti, soprattutto su questioni di giustizia sociale come la razza, il genere e il cambiamento climatico. Nelle elezioni del 2020 i millennial e gli appartenenti alla generazione Z costituiscono circa il 37% dell’elettorato.All’estremità opposta dello spettro demografico, Biden sta guadagnando terreno fra gli elettori più anziani. Fra il 2016 e il 2020 gli elettori di età superiore ai 65 anni hanno spostato 18 punti a favore dei democratici. Uno spostamento di questa portata potrebbe avere conseguenze rilevanti.Una discriminante fondamentale poi è quella di genere. Nel 2016, Hillary Clinton è stata la prima donna candidata alla presidenza da un grande partito. Nel 2018 le donne che hanno votato per i democratici sono state ancora di più, il gender gap fra gli elettori ha superato ogni record. Se le previsioni sono corrette, nel 2020 potrebbe aumentare ulteriormente. Il basso indice di gradimento delle donne per il presidente Trump è una campana a morto. Hillary Clinton ha vinto fra le donne per dodici punti e perso per altrettanti punti fra gli uomini; Biden sta andando meglio di Clinton fra gli uomini e raccoglie i frutti dell’impopolarità di Trump presso le donne.Il livello di istruzione è un altro ambito in cui, durante la presidenza di Trump, si sono presentate divisioni più marcate. Nel 1992, fra gli elettori dotati o meno di un livello di istruzione universitario, la quota dei due partiti era più o meno equivalente. Nel 2016, invece, alcune stime valutavano il gap scolastico intorno ai 19 punti percentuali. In trent’anni gli elettori bianchi con un’istruzione universitaria sono raddoppiati mentre quelli meno istruiti si sono quasi dimezzati. Man mano che la loro quota diminuiva, questi ultimi si sono sempre più allineati con i repubblicani. I bianchi privi di istruzione universitaria rappresentano ancora il gruppo demografico più nutrito d’America, quindi il calo del loro sostegno per i democratici nelle ultime elezioni è stato un problema.Joe Biden sembra essere il candidato democratico giusto per questo frangente: è in grado di mobilitare la coalizione che ha sostenuto Obama e riesce a erodere i margini dei repubblicani fra gli elettori bianchi più anziani e le donne bianche. Il cambiamento demografico nella proverbiale "Sun Belt" – che comprende Texas, Arizona, Georgia e Florida – sta spingendo questi stati verso i democratici, mentre Biden sta stabilizzando il vantaggio vacillante dei democratici nell’Upper Midwest.I sondaggi possono sbagliare, si sa, ma finora sono stati notevolmente coerenti. I sondaggisti stanno persino campionando in eccesso gli elettori bianchi meno istruiti per scongiurare l’evenienza di un elettorato di Trump "nascosto", come è accaduto nel 2016. Il numero degli indecisi è a un minimo storico: solo il 3% degli elettori non ha ancora deciso per chi votare. Diamo un merito a Trump: l’unica sensazione che non ispira è l’indifferenza. Nel 2016, in gran parte in virtù della scarsa popolarità di entrambi i candidati, la quota di indecisi alla vigilia delle elezioni toccava il 10%.Non è ancora finita. Ci sono sempre i jolly della perturbazione del voto e del conteggio, Ma credetemi: mentre scrivo, a quattro giorni dalle elezioni, abbiamo già superato il 51% del conteggio totale del 2016. Il voto anticipato è in corso in 41 stati. 72 milioni di americani hanno già votato, rispetto ai 57 milioni di quattro anni fa. Tutti i voti verranno conteggiati. Saranno gli americani a decidere. Per un presidente che è stato eletto grazie al banco di sabbia di un consenso tiepido, questa marea che monta dovrebbe essere un cruccio, e un buon segno per Joe Biden.

Georgia, sul bus al seggio con gli afroamericani "L’elezione si decide qui"



da LA REPUBBLICA del 31 ottobre 2020.Anna Lombardi

 Alle prime luci dell’alba, le sirene blu e rosse della polizia illuminano il piccolo capannello di anziani afroamericani davanti al Java Jive Cafè, il diner su Ponce de Leon Avenue, nei sobborghi di Atlanta, che già profuma l’aria di pollo fritto e caffè. LaTosha Brown, 49 anni, co-fondatrice, nel 2017, di Black Voters Matter, l’associazione che aiuta gli abitanti di piccole comunità a registrarsi al voto e li accompagna alle urne, parlamenta con gli agenti. I vecchietti intanto, mascherine sul volto e distanza sociale, aspettano paziente il via libera. Finalmente, alle 7 e mezza si parte. «Succede spesso. I pullman organizzati per permettere ad anziani afroamericani di usufruire del voto anticipato, vengono fermati dalla polizia. Siamo in regola coi permessi e avvertiamo sempre le autorità: eppure ci accusano di plagiare degli incapaci. Invece, li aiutiamo solo ad esercitare un loro diritto ». Per ritrovare entusiasmo, La-Tosha, un passato da cantante jazz, intona un blues: "I can’t quit you baby. So I’m gonna put you down for awhile...". «I seggi sono sempre meno: dal 2018 ne hanno soppressi 1200. Per farti capire, la gente di Gainsville deve andare a Jefferson, 50 chilometri più in là, per votare. Molti non hanno l’auto. Sono demotivati. Per troppo tempo li hanno esclusi dai loro diritti» ti dice.

È l’ultima giornata di tour e oggi ci si concentra su Atlanta. Sei viaggi previsti, per portare 200 anziani dalla periferia al seggio allestito nel Visitors Center del Martin Luther King Jr. National Historical Park. Sì, l’edificio di fronte alla Ebenezer Baptist Church, la chiesa evangelica in mattoni rossi di Auburn Street, dove crebbe il sogno del reverendo- icona dei diritti civili. E dove quest’estate si tenne pure il funerale del suo compagno di lotte, il senatore John Lewis. «Giovedì la coda dell’uragano Zeta ha colpito la Georgia mandando in black-out in metà stato. Ma il governatore repubblicano Brian Kemp non ha esteso l’apertura anticipata delle urne nemmeno di un’ora». Proprio la paura di non riuscire ad esprimersi, in questo stato repubblicano fin dal 1996, ha spinto un numero record di persone a votare in anticipo: 3 milioni, una cifra enorme se si pensa che nel 2018 il totale degli elettori superò appena i 4 milioni. Il fatto è che la Georgia è uno di quegli stati del Sud dove da quando nel 2013 la Corte Suprema eliminò la parte del Voting rights act (l’atto firmato nel 1965 da Lyndon Johnson per proibire ogni forma di discriminazione) dove si vietava di adottare norme d’ostacolo al diritto di voto, ha usato diverse strategie per limitare il suffragio degli afroamericani, il 31 per cento della popolazione. Esasperando le richieste burocratiche. Disegnando distretti elettorali dalle mappe bizzarre per sfruttarle a proprio favore. E diminuendo il numero di seggi nei distretti "black", come confermano dati del Naacp, la più influente associazione per i diritti civili d’America, secondo cui neri e latini aspettano in fila il 45 per cento in più degli elettori bianchi. Un dato confermato dall’attesa che ad Atlanta ha toccato perfino le 11 ore. Qui, d’altronde, nel 2018, il locale segretario di Stato in corsa per la poltrona (poi vinta) di governatore, il repubblicano Kemp appunto, nonostante il conflitto d’interessi cancellò a loro insaputa 600mila persone dai registri perché non avevano votato alle precedenti elezioni. Congelandone altri 53 mila "per accertamenti". Il risultato fu che la sua avversaria, l’avvocatessa afroamericana Stacey Abrams, perse per 55mila voti.

«Fu un colpo. Ma la nostra sconfitta, dimostrò che in Georgia la competizione è aperta. Da allora con Stacey, non ci siamo fermate: in due anni abbiamo registrato al voto 800mila persone» racconta Sarah Riggs Amico, nel suo ufficio di Marietta, sobborghi di Atlanta, alla sua scrivania col ritratto di Obama alle spalle. Imprenditrice, 41 anni, due figlie e un marito italiano, nel 2018 corse come numero due di Abrams e oggi è una delle più attive organizzatrici della locale campagna dem: «La Georgia è l’ombelico politico di queste elezioni. Potremmo determinare il futuro d’America. I due seggi al Senato qui in palio, potrebbero ribaltare gli equilibri della Camera Alta, dandone il controllo ai dem». Non basta: nel complicato sudoku delle presidenziali 2020, Donald Trump per vincere ha davvero bisogno dei 16 voti elettorali della Georgia: insieme, certo, a quelli di Texas e Florida. Nel 2016, la conquistò con 5 punti di vantaggio. Ora, secondo un sondaggio New York Times/Siena College è testa a testa col rivale Joe Biden: 45 a 45. «È cambiata è la demografia del voto» spiega ancora Riggs. «Ai registri elettorali si sono iscritti tantissimi giovani. Certo, Trump va forte nelle aree rurali, avanti del 12 per cento fra l’elettorato bianco. Molto dipenderà dunque dalla mobilitazione delle città: e da quella degli afroamericani» Per questo Trump è tornato più volte. Per questo Biden martedì ha tenuto qui ben due comizi drive-in: «Negli ultimi giorni di campagna si va solo dove le cose possono effettivamente cambiare. Sarà una battaglia all’ultimo voto».

RINO RAPPUOLI:"La cura con i super anticorpi arginerà il Covid"



da LA REPUBBLICA del 31 ottobre 2020.Intervista di  Letizia Gabaglio

Potremo curarci tutti come ha fatto Trump? Sì, forse già a partire dalla fine dell’anno. È arrivato infatti l’annuncio di una delle aziende in corsa per lo sviluppo della cura che è stata impiegata con il presidente americano: entro la fine dell’anno verrà prodotto un milione di dosi di bamlanivimab, di cui 300mila già opzionate dal governo Usa nel caso in cui si ottenga il via libera accelerato dell’Fda. L’azienda è Eli Lilly, e non Regeneron, quella che ha fornito il farmaco a Trump, ma il tipo di molecola è la stessa: un anticorpo monoclonale, una vecchia conoscenza della medicina, che li usa per i tumori e le malattie autoimmuni, come l’artrite reumatoide. Ma anche se negli Stati Uniti sembra che la corsa al farmaco sia più veloce è in Italia che si sta mettendo a punto l’arma più potente di questo arsenale.

Precisamente a Siena, dove Rino Rappuoli, a capo della ricerca di Glaxo Vaccines e del Mad Lab della Fondazione Toscana Life Sciences, stava lavorando già prima dello scoppio della pandemia a una tecnologia in grado di sviluppare armi super potenti.

Professor Rappuoli, gli anticorpi monoclonali contro il coronavirus sono speciali?

«Sì, perché sono un gioiello di innovazione tecnologica. Quelli usati in oncologia, per esempio, devono essere somministrati in grandi quantità e quindi per endovena, un approccio che nelle malattie infettive non si può usare.Negli ultimi venti anni la tecnologia è andata avanti e oggi riusciamo a sviluppare anticorpi mille volte più potenti, che possono quindi essere usati in quantità mille volte inferiori e con un costo di conseguenza ridotto. Ecco perché, per la prima volta, possiamo usare gli anticorpi monoclonali anche per le malattie infettive».

È vero che il vostro anticorpo è il più potente?

«Sì, è il più potente fra quelli descritti finora dalla comunità scientifica. La potenza viene misurata in vitro dove mettiamo l’anticorpo insieme a delle cellule infettate con il virus: se per un millilitro di soluzione ci vuole un microgrammo di farmaco allora non è molto potente, se come nel nostro caso ce ne vuole solo un nanogrammo allora è estremamente potente. Questo fa una differenza enorme in termini di quantità che bisogna somministrare per avere un effetto: per il paziente è la differenza fra un’infusione in ospedale e una puntura a casa».

Una delle aziende che stanno studiando anticorpi per il Covid ha annunciato la sospensione dello studio che stava conducendo nei malati gravi. Gli anticorpi servono solo per prevenire o anche per curare?

«Gli anticorpi servono sia per prevenzione sia per migliorare le condizioni degli infetti. Se si danno a una persona sana la protezione scatta immediatamente, se li prende una persona con un tampone positivo si aiuta l’eliminazione del virus da parte dell’organismo. Certo, prima si prendono meglio è, così il virus viene eliminato e non può danneggiare l’organismo. La notizia della sospensione della sperimentazione sui malati gravi ci fa pensare che somministrare anticorpi quando la malattia ha già aggredito l’organismo non serva».

Quanto durerà la protezione data dagli anticorpi monoclonali?

«Il nostro anticorpo è stato selezionato in modo che duri a lungo, con una protezione di circa sei mesi. Questa però è solo la teoria, dovremo confermare questo dato negli studi clinici di fase 3, durante la sperimentazione clinica che vogliamo iniziare prima della fine dell’anno. Se tutto va secondo i piani, saremo pronti con il farmaco per marzo 2021».

Anche il plasma dei convalescenti contiene anticorpi, perché la vostra cura è migliore?

«Il principio è lo stesso: usare gli anticorpi, nel caso del plasma quelli sviluppati da chi è riuscito a sconfiggere il virus. Ma ci sono enormi differenze. Prima di tutto il plasma di qualità è difficile da reperire, i pazienti che hanno tanti anticorpi efficaci non sono molti, e poi dovremo augurarci che ci siano sempre dei pazienti a disposizione e noi questo non lo vogliamo.Secondo, la sicurezza: quando usiamo il plasma dobbiamo essere sicuri che non contenga impurità».

Nel caso dei vaccini contro il coronavirus si è molto discusso della loro accessibilità, di quanto costeranno e di chi se li potrà permettere. Cosa succederà con gli anticorpi monoclonali?

«Stiamo lavorando da anni, anche insieme al Wellcome Trust di Londra, sul tema della resistenza batterica agli antibiotici, proprio per sviluppare una tecnologia che renda gli anticorpi più potenti così da poterne usare di meno e abbattere i costi. E renderli così accessibili anche a Paesi in via di sviluppo. Lo stavamo facendo da prima sul fronte dell’antibioticoresistenza e ora possiamo usare le nostre ricerche anche per il Covid».

A proposito delle vostre ricerche, da chi sono finanziate?

«Prima di febbraio il laboratorio stava studiando tecnologie in grado di creare anticorpi monoclonali contro gli antibiotici resistenti ai farmaci grazie a un finanziamento europeo. Quando è scoppiata la pandemia abbiamo riconvertito le nostre ricerche. In questi mesi ci ha finanziato prima la Regione Toscana, poi la European Investment Bank e ora stiamo cercando finanziamenti per condurre la sperimentazione sull’uomo».

Le diverse schede Sim e i contatti in Sicilia: l’ipotesi di una rete jihadista

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 ottobre 2020.Giovanni Bianconi

Tunisia, Italia, Francia. L’indagine sull’attacco di Nizza si muove lungo questo asse, un sentiero sovrapposto al sentiero battuto dal tunisino Brahim Aouissaoui. E gli inquirenti sono alla ricerca di possibili complici: due persone sono in stato di fermo in quanto ha avuto rapporti con il killer.Gli inquirenti intanto guardano al paese d’origine del terrorista. Tunisi, con formula anodina, ha confermato l’apertura di un dossier e rivelato che nel 2016 Brahim è finito in prigione perché aveva usato un coltello durante una lite. Dunque un precedente nel profilo di un personaggio enigmatico. Che — aggiungono i media — ha partecipato in passato alle manifestazioni di «Ansar al Sharia», una fazione pericolosa e inserita dagli Usa nella lista del terrorismo. Tra i suoi dirigenti ci sono stati alcuni qaedisti finiti in indagini italiane. Su Internet è apparsa una rivendicazione di una sigla sconosciuta, «al Mahdi», un post senza riferimenti che possano confermare l’autenticità.I familiari di Aoussaoui, invece, intonano una cantilena già sentita. Nostro figlio era introverso, poco istruito, si arrangiava con piccoli lavori — aggiustava moto e trafficava in carburante —, per un certo periodo ha bevuto alcol e fatto uso di droghe. Un’esistenza sul filo abbandonata negli ultimi due anni, quando ha iniziato a pregare con regolarità. Scelta seguita dalla decisione di emigrare clandestinamente verso Lampedusa. Almeno è ciò che sostiene la madre, sorpresa quando le ha telefonato per rivelarle che era a Nizza da appena due giorni, quindi attorno al 28. «Mi ha detto che dormiva vicino alla chiesa, mi ha anche inviato una foto della basilica — ha aggiunto — Non parlando il francese cercava qualche connazionale che potesse aiutarlo».Nelle tasche di Brahim Aoussaoui, la polizia francese ha trovato gli indizi di una permanenza sul territorio italiano almeno fino alla scorsa settimana. Solo dopo ha attraversato il confine. Sceso a Bari, il 9 ottobre, dalla nave Rhapsody su cui aveva trascorso la quarantena anti-Covid, l’assassino si sarebbe spostato in Sicilia. Un particolare riferito sempre dai familiari alle autorità locali che hanno trasmesso le notizie in Italia e in Francia. Affermava di trovarsi ad Alcamo, in provincia di Trapani, dove aveva trovato un’occupazione nella raccolta delle olive, e i primi accertamenti avrebbero riscontrato questa versione.Solo dopo diversi giorni il ventunenne avrebbe risalito la penisola fino alla frontiera con la Francia. Verosimilmente con la decisione già presa di colpire, forse con l’obiettivo ancora da scegliere. Dalle prime testimonianze raccolte sembra che non avesse mai manifestato pubblicamente il suo radicalismo islamico, tantomeno intenzioni omicide. Tuttavia sarà importante l’analisi del telefonino italiano che aveva con sé, probabilmente una scheda acquistata a Bari. Forse sono le stesse persone con cui era parlava quando era sulla Rhapsody (presumibilmente con una scheda tunisina), forse altre.Gli investigatori dell’Antiterrorismo — le Digos di diverse città con il coordinamento della Polizia di prevenzione — hanno già rintracciato parte dei tunisini arrivati a Lampedusa il 28 settembre sullo stesso «barchino» di Brahim, per provare a saperne di più sul personaggio e sui suoi appoggi. A cominciare da quelli siciliani. L’inchiesta si basa in gran parte sull’individuazione dei contatti dell’assassino, per capire chi sono, se si tratta di semplici amici o di individui con responsabilità maggiori. Indiscrezioni francesi non escludono che il tagliagole possa essere stato «pilotato», ma siamo ancora a livello di ipotesi.Per questo la Procura di Bari, dove Brahim è sbarcato, ha avviato un’inchiesta ipotizzando l’esistenza di un’associazione con finalità di terrorismo internazionale. Anche la Procura di Palermo s’è mossa per indagare sui contatti siciliani. C’è poi un altro fascicolo, sempre a Bari ma senza ipotesi di reato, per verificare perché il clandestino, con un decreto di allontanamento, sia stato lasciato a piede libero (con altri 176 quel giorno) e non trasferito in un Centro per il rimpatrio. Normalmente circa un decimo degli irregolari espulsi finisce in quelle strutture, riservate a soggetti segnalati come pericolosi o sospettati per qualunque motivo. Su Brahim Aoussaoui non risultava nulla, nemmeno nelle comunicazioni tra servizi segreti. Perciò è stato messo in libertà. Accompagnato con un pullman alla stazione, da dove sarebbe subito ripartito per la Sicilia.

L’assassino di Nizza è stato in Italia fino a 7 giorni fa



da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 ottobre 2020.Giovanni Bianconi 

Le schede telefoniche, i contatti in Sicilia, la permanenza in Italia, l’arresto per una lite in Tunisia. I legami con Ansar al Sharia. Gli investigatori ricostruiscono il profilo di Brahim Aoussaoui, l’attentatore di Nizza.«Gli istituti scolastici saranno particolarmente protetti lunedì», dice il ministro dell’Interno Gérald Darmanin al termine del Consiglio di difesa all’Eliseo con il presidente Macron e i ministri più importanti del governo Castex.Venerdì 16 ottobre, l’ultimo giorno prima delle due settimane di vacanze di Ognissanti, il professore di storia Samuel Paty è stato decapitato all’uscita di scuola. Poi ci sono stati gli insulti a Macron e all’Europa del presidente turco Erdogan, gli appelli di Al Qaeda a colpire la Francia e in particolare le chiese e altri simboli della cristianità, infine il massacro nella basilica Notre Dame di Nizza.Lunedì 2 novembre, nonostante il nuovo confinamento, i bambini e i ragazzi francesi torneranno in classi che stanno diventando il cuore dello scontro. Nel discorso del 2 ottobre a Les Mureaux il presidente Macron aveva riaffidato alla scuola un ruolo centrale nella lotta contro il separatismo islamico e nella riconquista degli spazi occupati dall’estremismo islamico. Due settimane dopo Samuel Paty è stato assassinato proprio in virtù del suo impegno di insegnante, per una lezione sulla libertà di espressione e quindi sulle vignette su Maometto, in applicazione dei programmi scolastici e delle direttive del ministero.Seguendo le stesse direttive, alle 11 di lunedì in tutte le scuole di Francia verrà osservato un minuto di silenzio in onore di Samuel Paty, e tutti i suoi colleghi saranno chiamati a spiegare, dalle elementari al liceo, perché il professore è stato attaccato, perché era lui ad avere ragione e perché la campagna d’odio sfociata nel suo assassinio era tragicamente sbagliata.Nelle classi quindi si parlerà, di nuovo, della libertà di espressione e di Charlie Hebdo, con la consapevolezza ormai che lo scontro non è più solo militare contro pochi terroristi, ma è una battaglia sui valori, contro musulmani radicali molto più numerosi.I soldati impegnati nell’operazione Sentinelle di protezione dei luoghi a rischio passano da tremila a settemila, ha annunciato il presidente Macron subito dopo l’attentato di Nizza, e saranno impegnati nel fine settimana soprattutto per salvaguardare la festività dei Santi di domani. Alla fine del Consiglio di difesa, il ministro Darmanin ha annunciato poi che 3500 poliziotti e gendarmi mobili più altri 3500 gendarmi riservisti saranno a disposizione dei prefetti a partire da lunedì.«La minaccia è ovunque», dice il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian. «Siamo in guerra con un nemico che è esterno e interno. Non contro una religione ma contro una ideologia, l’ideologia islamista», ha detto Darmanin.Il ministro dell’Interno è da qualche settimana una delle voci più dure nei confronti della tentazione separatista, comunitaria, di parte dei compatrioti musulmani, ed è arrivato a criticare i reparti riservati ai prodotti halal (permessi dall’islam) nei supermercati, suscitando molte proteste e accuse di «andare troppo lontano». «Certo che i prodotti halal devono essere venduti nei supermercati — ha spiegato ieri —. Quel che contesto è che ci sia un reparto separato, che diventa un segno identitario».Dopo l’attentato contro Samuel Paty e l’orrore di Nizza, nuovi attacchi sono considerati probabili. «Quando si è in guerra bisogna comprendere che ci saranno altri eventi come questi», dice Darmanin. All’opposizione, Marine Le Pen dice allora che «al di là delle parole la guerra all’islamismo bisogna farla davvero, espellendo o incarcerando i suoi sostenitori, sciogliendo le associazioni e soprattutto sequestrando i loro beni».La polemica politica infuria anche in Italia, con la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese che critica come controproducenti i decreti sicurezza emenati da Matteo Salvini quando era al governo, e il leader della Lega che torna a chiedere le dimissioni di Lamorgese.

Calano i 5 Stelle, Conte perde 7 punti di gradimento

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 ottobre 2020.Nando Pagnoncelli

Lega, Pd e Forza Italia in crescita. Calano i 5 Stelle, flessione per Fratelli d’Italia. Scende il gradimento per Conte. Lo dice l’ultimo sondaggio Ipsos.Sono settimane difficili per il nostro Paese che si ritrova a fare i conti con le misure restrittive rese necessarie dall’aumento dei contagi. Si avverte una forte attenuazione del senso di concordia e di coesione che aveva caratterizzato la fase più acuta dell’emergenza nella scorsa primavera. La speranza di uscire dal tunnel è venuta meno e ha lasciato spazio al malcontento che si riflette sull’apprezzamento dell’operato del governo e del presidente Conte. Infatti, l’indice di gradimento, pur mantenendosi elevato, fa registrare una brusca flessione: rispetto al mese scorso diminuisce di 7 punti sia per l’esecutivo (da 62 a 55), sia per il premier (da 65 a 58). Il calo è maggiore tra le categorie più interessate dai provvedimenti restrittivi (commercianti e artigiani) e tra i ceti più esposti agli effetti della crisi economica, come i lavoratori con contratto a termine e i giovani disoccupati nonché, come era lecito attendersi, tra gli elettori del centrodestra.Il clima influenza anche le valutazioni sui leader e i capidelegazione: con l’eccezione di Giorgia Meloni che vede aumentare di un punto il proprio indice di gradimento, raggiungendo il primo posto a pari merito con il ministro Roberto Speranza, gli altri esponenti fanno segnare una flessione o tutt’al più un dato stabile. Il calo risulta più accentuato per Di Maio (-5), per ragioni riconducibili alle divisioni interne al M5S, Speranza (-3) a causa della forte ripresa del Covid, Bellanova (-3) e Bonafede (-2), meno visibili nelle ultime settimane, e Renzi (-2) che scende tra gli elettori della maggioranza a seguito delle critiche al governo.Quanto agli orientamenti di voto, si osservano alcune variazioni di rilievo, a partire dal calo del M5S (-2,7%) che viene appaiato al terzo posto da Fratelli d’Italia con il 15,9%. In testa si conferma la Lega con il 24,5% (+0,5%), seguita dal Pd con il 20,7%, in crescita di 1,4%. Al quinto posto Forza Italia che si attesta al 7,9%, in aumento di 1,1%, il risultato migliore degli ultimi 13 mesi. A seguire le forze politiche vicine al 3%: Azione (3%), Italia viva (2,9%) e Leu (2,8%), quindi +Europa (2,3%) e Europa Verde (1,9%). La quota di astensionisti e indecisi cresce di 1,1% e ritorna sopra al 40%.Nel complesso i tre partiti del centrodestra ottengono il 48,3% delle preferenze, la sinistra e il centrosinistra si fermano al 33,6%, mentre le quattro forze della maggioranza si attestano al 42,3%.Insomma, il lockdown dei mesi scorsi aveva ottenuto maggiore consenso perché riguardava tutti, mentre i provvedimenti selettivi creano scontento ed evidenziano la frattura tra i ceti «garantiti» e quelli «non garantiti».Non solo, nei mesi scorsi la stragrande maggioranza dei cittadini si mostrò refrattaria alla caccia alle streghe, mentre oggi una larga parte non lesina critiche per la situazione del trasporto pubblico, della scuola, per la mancanza di posti in terapia intensiva, perché non siamo stati in grado di farci trovare pronti di fronte alla seconda ondata.Le proteste di piazza, per quanto minoritarie e al netto degli infiltrati, sono il sintomo di una tensione sociale che cresce e rischia di propagarsi quanto il Covid erodendo il clima di fiducia di cui oggi più che mai ci sarebbe bisogno per contrastare la crisi.

MATTEO SALVINI:"«Governo sordo. Cerca solo alibi»

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 31 ottobre 2020.Intervista di Cesare Zapperi

Pronti a collaborare «ma devono consultarci prima di decidere. Ci prendono in giro» dice Matteo Salvini. «La chiusura delle città sia solo l’ultimissima carta».

Matteo Salvini, siete davvero pronti a collaborare con il governo?

«Mah, la prima proposta di collaborazione è del marzo scorso —risponde il segretario della Lega — . Abbiamo detto: coinvolgeteci, consultateci prima di decidere. Mai sentito nessuno».

Possibile?

«Sì, l’unica volta che ci hanno convocato a Palazzo Chigi è stato ad aprile per parlare di cassa integrazione. Proponemmo di adottare un modello unico (oggi ci sono 25 modalità diverse). Stiamo ancora aspettando la risposta».

Giorgia Meloni ha detto: accordo a tempo, poi si va alle elezioni. È d’accordo?

«È da febbraio che dico che siamo pronti a dare il nostro apporto. Può essere pure un incontro settimanale, anche riservato. Ma penso che abbia ragione Marcucci: questo governo non è all’altezza».

Voi chiedete di essere ascoltati ma attaccate governo e ministri su tutto.

«Non sopporto la gente che prende in giro. Dicono che ascoltano ma non fanno nulla. Basti dire che su 213 decreti attuativi che dovevano licenziare ne hanno fatti solo 53. E cosa dovrei fare: stare zitto? No, critico e suggerisco».

Potrebbe provare con una moratoria: per una settimana niente critiche. Magari scatta l’invito a Palazzo Chigi.

«Se fanno cose utili sto zitto anche un mese. Ma se nel Decreto ristoro si dimenticano di 100 mila artigiani come posso chiudermi la bocca?».

Davvero il governo non ne ha azzeccata mai una?

«Nella prima fase dell’emergenza si navigava a vista e quindi erano comprensibili ritardi e approssimazioni. Era la prima volta. A fine ottobre non ci sono più alibi».

Forse, in cuor suo, si augura che il governo affondi.

«No, preferisco competere e vincere con le mie idee in un Paese vivo, sano e ricco».

Sul lockdown negli ultimi giorni ha assunto una posizione ondivaga.

«Se i medici me lo impongono, li ascolto. Ma non è quello che mi auguro e non è quello che voglio. E poi c’è un’alternativa...».

Quale?

«Curare i malati a casa per evitare l’affollamento degli ospedali».

Non è un po’ tardi, ormai?

«Noi battiamo su questo tasto da maggio, è la nostra principale critica al governo. Guardi cosa sta succedendo per le terapie intensive. Il bando scade il 2 novembre, ma vi pare possibile?».

È contrario anche a chiusure parziali?

«La chiusura di città e Regioni deve essere l’ultimissima carta da giocare. Ma qui, detto che sono contrario, il problema non è la singola decisione. È il metodo».

A cosa si riferisce?

«Macron e Merkel hanno preso provvedimenti anche più duri, ma non sono andati in tv quattro volte la settimana e soprattutto hanno seguito una linea di condotta coerente. Noi ogni tre giorni cambiamo idea».

Ma loro hanno chiuso completamente bar e ristoranti. Se lo facesse Conte lei lo contesterebbe duramente.

«Ma no, se c’è un progetto chiaro, basato su dati scientifici chiari e attendibili si potrebbe fare. Ma ricordiamo che la Francia per i bar ha messo a disposizione il triplo delle risorse. Comunque, di questo mi sarebbe piaciuto parlarne con il ministro dell’Economia. Come di altri argomenti con quello dei Trasporti o dell’Istruzione».

Di quali scienziati si fida?

«Quelli che mi convincono di più sono Bassetti, Zangrillo, De Donno, Palù».

Invocate l’autonomia, ma quando c’è da chiudere una Regione dite che tocca al governo. Bella contraddizione.

«L’autonomia è fondamentale. Sindaci e governatori chiedono di poter scegliere, ma devono avere i mezzi».

Siamo ancora fermi al caso «zona rossa». A chi tocca la responsabilità di decidere?

«In quel caso è emerso che toccava al governo. Ma ripeto: i governatori sono pronti a fare la loro parte purché abbiano risorse e mezzi».

Sembra il gioco del cerino.

«Non credo. Guardi De Luca: fino al mese scorso faceva il fenomeno, adesso non sa più che cosa fare...».

Dicono che avete aperto un dialogo con i renziani.

«Lo escludo. Ma parliamo di cose serie. Delle piazze in agitazione, per esempio».

È preoccupato?

«Al di là dei cretini che si infiltrano per fare casino, sono il segno di un grande malessere sociale. Il governo non dà risposte. Ci sono decine di cantieri già finanziati (penso alla Gronda di Genova) che non partono. Ci sono risorse stanziate che non arrivano nelle tasche degli italiani. Questi hanno i soldi ma sono privi di idee e di progetti».

Ha accusato il ministro Lamorgese per l’attentato di Nizza. Ma anche con lei i porti non erano chiusi del tutto.

«Sì, poteva accadere anche a me che entrasse un delinquente. Ma io ho ridotto gli ingressi al minimo e quindi ridimensionato i rischi. Ma critico Lamorgese perché non si assume la responsabilità politica del mancato controllo del territorio. Sulla nave che ha portato in Italia il terrorista c’erano altre 805 persone. Dove sono finite?».

Lei ha ricette per tutti. Ha mai provato a mettersi nei panni del premier?

«La situazione è difficile, non lo nego. Ma se non ascolti nessuno e non ti dai un’organizzazione nel lavoro non vai da nessuna parte».

I difetti li ha scoperti ora?

«Al governo, abbiamo lavorato bene perché ascoltava. Il Conte II pensa più alla poltrona che al Paese. Il profumo del potere se non hai equilibrio dà alla testa».

Impossibile isolare gli anziani,senza un welfare adeguato

 



di Niccolò Carratelli 

Chi ha lavorato sui numeri sostiene che basterebbe chiudere in casa gli ultraottantenni per dimezzare la mortalità del virus. Se poi si riuscisse a isolare gli over 60, i morti da Covid sarebbero dieci volte di meno. Senza contare il relativo alleggerimento della pressione su ospedali e terapie intensive. Guardandolo dal punto di vista dell'epidemiologo, una misura di contenimento estrema per gli anziani «in linea teorica sarebbe la migliore, con un impatto economico quasi nullo», dice il professor Carlo La Vecchia, docente alla Statale di Milano. «Per capirlo basta guardare la percentuale dei malati sopra i 65 anni - spiega - il problema è che è inattuabile: in molti casi le forze dell'ordine sarebbero costrette a fermare le persone per strada per verificare l'età dai documenti». E comunque non uscire, se non per estrema necessità, non è sufficiente: «Gli anziani devono limitare i contatti al nucleo familiare stretto, aggiunge La Vecchia - devono rinunciare a vedere figli e nipoti, o amici, è un sacrificio necessario per salvarsi». Ma cosa fare con gli anziani che vivono soli, magari non autosufficienti? «Questo è un aspetto centrale, specie dopo gli 80 anni - avverte Sandro Bernardini, sociologo dell'università La Sapienza di Roma - rischiamo di creare situazioni drammatiche, se una stretta di questo tipo non viene accompagnata da un solido sistema di assistenza da parte di enti, associazioni, volontari». Troppo spesso, del resto, i servizi sul territorio sono carenti, «il sistema sanitario fa acqua da tutte le parti - attacca Ivan Pedretti, del sindacato dei pensionati Cgil - non risponde alle esigenze di una società invecchiata, con gli anziani che rappresentano un terzo della popolazione italiana». E non va dimenticato «il loro ruolo di welfare parallelo per figli e nipoti, che verrebbe compromesso». Secondo Pedretti, un isolamento mirato per gli anziani «non è praticabile e probabilmente è anche incostituzionale», per proteggerli è meglio «agire col bisturi, intervenire ad esempio sui trasporti pubblici o sull'accesso al supermercato». Stesso suggerimento arrivato dall'economista della Bocconi di Milano Carlo Favero: «Il governo potrebbe imporre corse differenziate per giovani e anziani sui mezzi pubblici - ha scritto su LaVoce.info - e anche gli orari di accesso a supermercati e negozi dovrebbero essere separati per chi ha più o meno di 50 anni». Insomma, l'obiettivo dovrebbe essere quello di tenere gli anziani il più possibile lontani dai giovani, anche senza lockdown anagrafico. «Visto che non si potrà obbligarli a stare a casa - ragiona La Vecchia - l'unica via è una forte raccomandazione agli over 70, supportata dall'informazione su rischi e scenari». Come quello di non trovare posto in terapia intensiva, se i medici fossero costretti a selezionare i ricoveri in base a età e patologie pregresse. «Ma che paese è - chiede Pedretti - quello che dice ai propri anziani che c'è il rischio di non poterli curare tutti e che, quindi, è meglio chiudersi da soli in casa?».

«Scuole aperte, punto».Azzolina inamovibile.Ma il Piemonte chiude

 


di Flavia Amabile 

Le scuole non si chiudono. La ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina è stata categorica anche ieri mentre il governo appare sempre più diviso sulla presenza di studentesse e studenti nelle classi, e si allarga il fronte delle Regioni che stanno adottando misure più restrittive. È il caso del Piemonte che ha sospeso dal 2 al 24 novembre tutte le attività in presenza nelle scuole superiori. Decisione analoga nelle Marche mentre in Umbria seguiranno a distanza superiori e medie. Puglia e Campania avevano già adottato la didattica a distanza per tutti, ma il presidente Vincenzo De Luca ha ulteriormente esteso le restrizioni, fermando da lunedì anche le scuole dell'infanzia. Sono scelte che allarmano la ministra Azzolina che ricorda il lavoro svolto in estate per garantire il rientro in sicurezza e avverte che «togliere la scuola in presenza rischia di essere persino pericoloso». Il lavoro svolto si è rivelato non del tutto efficace: una scuola su tre ancora non ha ricevuto i banchi monoposto promessi dal commissario Domenico Arcuri e la didattica a distanza nelle superiori sta facendo accumulare milioni di mascherine chirurgiche e di gel negli istituti. Ma lo sforzo compiuto aveva un significato profondo e la ministra ha ottenuto il sostegno dei sindacati incontrati nel pomeriggio e con cui ha iniziato a ricucire un dialogo che si era interrotto all'inizio dell'anno scolastico. «La chiusura per noi è l'ultima spiaggia», conferma Elvira Serafini, segretaria dello Snals. Incassato il sostegno dei sindacati, la ministra ha poi chiesto un incontro a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio e i capi delegazione di maggioranza per affrontare da un punto di vista politico le pressioni che arrivano da diverse Regioni di spostare a distanza la didattica di tutte le superiori (ora al 75%) e di infanzia, primaria e medie che ogni giorno invece ancora vanno nelle aule. E ha ribadito la sua linea: andare a scuola, anche nello scenario peggiore, una chiusura totale. Il modello da seguire è quello francese e tedesco. Pieno sostegno dai Cinque Stelle e da Teresa Bellanova, ministra delle Politiche Agricole e capogruppo di Italia Viva alla Camera. Meno entusiasmo nel Pd e da parte del ministro della Salute Roberto Speranza. Nel frattempo ieri sera il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio ha deciso, con una ordinanza di ieri, di sospendere dal 2 al 24 novembre tutte le attività in presenza nelle scuole superiori del Piemonte. È l'effetto dell'aumento dei contagi. Dal 20 settembre al 29 ottobre sono stati riscontrati 3796 casi positivi in ambito scolastico. Particolarmente preoccupante è la situazione delle scuole superiori, dove oltre uno studente su due di quelli testati è risultato positivo al Covid (sono 1337 su 2572). Potrà tornare a scuola solo chi deve frequentare un laboratorio oppure gli studenti con bisogni educativi speciali. Per le scuole medie, invece, si raccomanda l'uso della mascherina sempre nelle aule. 

Locali aperti fino a tarda notte, la Romagna trasloca a San Marino



di Franco Giubilei

La repubblica arroccata sul Monte Titano non è mai stata famosa per la movida, ma ora, con la riviera romagnola e il resto d'Italia oscurati per lo stop ai locali alle 18, ristoranti e pub di San Marino aperti fino a mezzanotte brillano come fari accesi nel buio. E infatti nella notte di Champions, quando la Juve giocava col Barcellona, il centralissimo bar Guaita offriva un panorama che fino a pochi giorni fa era consueto in tutte le città italiane ma che adesso non lo è più: ragazzi seduti ai tavolini con la birra in mano e gli occhi puntati sugli schermi tv. «Sono venuto da Rimini apposta per poter vedere la partita - dice Giorgio, 28 anni, impiegato comunale - Da noi non si può più, San Marino è vicina e ho pensato di farmi pochi chilometri in auto pur di non perdermela. Stasera non c'è tanta gente venuta da fuori, ma nel weekend le cose cambieranno». Una prospettiva, questa della migrazione serale a San Marino, che piace pochissimo ai comuni della zona, tanto che ieri 13 sindaci del Riminese e il presidente della provincia hanno scritto alle autorità della repubblica sottolineando la necessità di far fronte al pericolo-Covid adottando le stesse contromisure: «I nostri territori sono profondamente interconnessi, con ingenti flussi quotidiani di persone e merci. A nostro avviso un'efficace lotta contro la diffusione della pandemia richiede strategie condivise e il più possibile allineate». A San Marino una stretta c'è stata, col divieto di organizzare feste private e più controlli, ma i locali continueranno a restare aperti di sera, sia pure con orario di chiusura anticipato alle 24. «Noi riceviamo molte telefonate di gente da fuori che s'informa, di sicuro ci aspettiamo un aumento di clienti dall'Italia - dicono i gestori del ristorante Braschi - Qui lavoriamo in sicurezza, usiamo tutti i dispositivi e facciamo osservare il distanziamento. Speriamo che non ci facciano chiudere la sera, se no andiamo tutti a gambe all'aria». Più su, fra le mura medievali del centro, bar ed enoteche presentano il volto usuale dei locali di qualsiasi città storica italiana pre-Dpcm: coppie intente a chiacchierare davanti a un bicchiere di vino, ragazzi con la mascherina al bancone a pagare (in piedi non si può stare). «Da noi la casistica dei contagi è molto bassa, siamo una realtà piccola - osserva John Selva, titolare del Giulietti Km 0 - Qualcuno dall'Italia è già venuto, ho qui due persone da Misano che sono arrivate perché da loro è tutto chiuso. Già ora c'è tolleranza zero: se non si rispettano le distanze e i divieti di assembramenti c'è la sospensione della licenza e una multa da 1. 000 euro per cliente e locale». Nell'enoteca che dà sulla stessa piazza sottolineano che la situazione nella repubblica è tranquilla: «Qui la movida non c'è mai stata, prima eravamo noi ad andare in Riviera a cercarla - dice Jacopo Giusto, uno dei due soci - Qui a San Marino c'è una grande vivibilità, non siamo Las Vegas». Eppure già l'estate scorsa, quando le discoteche della costa erano sprangate, promoter e impresari venivano sul monte Titano a organizzare serate di ballo latino e un grande evento di musica techno, con polemiche annesse. Ora però la cautela è maggiore, spiega Daniel Francesconi, titolare del bar Guaita: «Nei weekend abbiamo steward che fanno osservare le regole: sabato scorso abbiamo allontanato dei clienti». Più a valle, al Rosen Bowl Pub, un ragazzo la butta sul campanilismo: «Ci sono pressioni da Rimini, qualcuno ci dà degli untori, forse perché è invidioso...» . 

Licenziamenti bloccati fino al 21 marzo



di Alessandro Barbera 

Capita nei momenti di emergenza di poter giustificare scelte impossibili in tempi normali. Giuseppe Conte era stretto fra due fuochi. Da un lato i sindacati, decisi ad ottenere un'ulteriore proroga del blocco dei licenziamenti, fino al punto di minacciare uno sciopero generale. Dall'altra le imprese, rassegnate a cedere purché lo Stato si facesse carico dei costi. Nelle ore più difficili della seconda ondata dei contagi, il premier ha avuto gioco facile. Ha messo da parte i dubbi dei tecnici del Tesoro, preoccupati delle conseguenze sui conti pubblici, e ha detto sì ad entrambi. Il blocco delle uscite, già imposto fino al 31 gennaio, verrà prorogato fino ad almeno il 21 marzo, nella speranza che per allora il virus abbia dato tregua. Fino a quella data resterà in vigore la cosiddetta "Cassa Covid", ovvero il sistema di sussidi allargato anche alle categorie di lavoratori di solito esclusi dal beneficio. Dopo i primi segnali di ripresa, il governo aveva introdotto un meccanismo in base al quale le imprese sono tenute a farsi carico di una parte dei costi, fino al 18 per cento di ciascun assegno. Ora Conte ha preso l'impegno di cancellare quel costo almeno fino a che non si tornerà alla normalità. Non da subito però. In sintesi: nell'ultimo decreto - il cosiddetto "Ristori" - sono previste sei nuove settimane di cassa integrazione che potranno essere utilizzate dal 16 novembre fino al 31 gennaio, la data fino alla quale è oggi normato il blocco delle uscite. Nella legge di Bilancio saranno previste ulteriori dodici settimane di cassa per il 2021, ripristinando la "cassa Covid" gratuita per tutte le imprese, indipendentemente dal fatturato, come era accaduto nelle nove settimane previste dal primo decreto emergenziale. A questa nuova finestra di sussidi sarà agganciato l'ulteriore blocco dei licenziamenti. La possibilità di utilizzare la cassa integrazione Covid gratuita dovrebbe essere estesa fino a giugno 2021. Nelle intenzioni dei sindacati fino ad allora dovrebbe essere prorogato anche il blocco delle uscite per motivi economici, ma su questo il governo per ora tiene il punto. Sempre nella Finanziaria, per evitare il disastro sociale, dovrebbe essere prevista la decontribuzione triennale al cento per cento per le assunzioni degli under trentacinque, delle donne disoccupate al Sud o senza lavoro da almeno due anni su tutto il territorio nazionale. Il compromesso si è consumato nel giro di poche ore, mentre Conte discuteva delle ulteriori restrizioni con la protezione civile e il Comitato tecnico scientifico. Il premier si è seduto al computer per l'incontro a distanza con le sigle sindacali avendo già di fatto deciso che fare e averlo comunicato a Maurizio Landini - leader della Cgil - e al numero uno di Confindustria Carlo Bonomi. Tutto ciò costerà almeno altri due miliardi, ma un conto preciso è impossibile farlo: molto dipenderà dall'evoluzione della pandemia e dalle ulteriori chiusure che verranno imposte ai commercianti. Il governo aveva appena finito di spargere ottimismo per la ripresa del terzo trimestre ed eccoci qui. Nel periodo luglio-settembre l'economia italiana ha segnato un recupero del 16,1 per cento e 113mila nuovi occupati, contro il - 13 del periodo aprile-giugno. I risultati hanno sorpreso persino i tecnici, che negli ultimi documenti ufficiali avevano ipotizzato un più modesto +13 per cento. Ora si riparte daccapo: dopo aver approvato proforma una bozza di legge di Bilancio che sperava di evitare la seconda ondata, il governo è costretto a riscriverla, e a farne l'ennesimo strumento di emergenza. 

Urbano Cairo è positivo ma non grave:"Sono buone le condizioni"

 


Urbano Cairo è risultato positivo al coronavirus e per questo è stato ricoverato nel reparto di Malattie infettive dell'ospedale San Paolo di Milano. Un ricovero, quello del presidente del Torino, che è stato fatto «in via precauzionale». Cairo nella mattinata di ieri, dopo essersi presentato al pronto soccorso del nosocomio, era stato trattenuto in osservazione per essere sottoposto a tutti gli accertamenti e agli esami del caso. Nel corso della giornata, poi, il 63 enne editore del Corriere della Sera e proprietario di La7 ha iniziato la cura a base di Remdesivir. Al momento le sue condizioni di salute risulterebbero «abbastanza buone», con una lieve febbre. Per oggi è atteso il primo bollettino da parte del San Paolo. L'ultima volta che si è visto in pubblico il numero uno dei Granata è stata mercoledì sera: Cairo ha infatti assistito al match di Coppa Italia tra il Torino e il Lecce che si è tenuto allo stadio Grande Torino. Ma ora per l'imprenditore si prospettano diversi giorni di convivenza con il virus e di riposo forzato in attesa che il tampone si negativizzi. 

Il sindaco Sala «Ci aspettano sei mesi di difficoltà»

 


«Ci attende un lungo inverno di grande difficoltà, non voglio scaricare tutte le responsabilità sul governo ma il punto fondamentale è che prima di chiudere bisogna dire a chi subirà le chiusure come verrà aiutato». Che è compito del governo.Il sindaco di Milano Beppe Sala scende da palazzo Marino in una piazza Scala gremita, ma non assembrata di lavoratori dello spettacolo che protestano contro il massacro del settore. Le previsioni sono fosche: «Siamo tutti convinti - dice - che non sarà una cosa da tre settimane o da un mese ma ci attende un lungo inverno di grande difficoltà». Il sindaco parla di «sei mesi» di lacrime e (forse) clausura. I numeri parlano da soli: in Lombardia ieri, 8.960 nuovi contagi, 3.979 in provincia di Milano, 1.697 in città: il 1° ottobre a Milano furono 110. 

Conte rinvia la nuova stretta.Si all'ipotesi di zone rosse locali





di Ilario Lombardo 

La strategia di Giuseppe Conte prevede un tempo di attesa che in molti nel suo governo non vogliono concedergli. Sta tutto qui il senso della spaccatura tra chi chiede di agire subito, imponendo un lockdown alla francese, in una forma più leggera rispetto al confinamento totale che l'Italia ha vissuto a marzo, e chi - il premier tra tutti - invece scommette (spera) che le misure adottate sinora, al netto di un certo isterismo dei decreti prodotti, possano placare la curva dei contagi e farla galleggiare senza picchi. Il Pd spinge per licenziare un ulteriore Dpcm e vorrebbe farlo subito, già tra lunedì e martedì, alla vigilia delle comunicazioni che il capo del governo farà in Parlamento. Conte però continua a tenere una posizione di resistenza, perché non vorrebbe firmare il terzo decreto in tre settimane, quasi fosse una messa cantata della domenica. Il succo del suo ragionamento è stato offerto ai capidelegazione dei partiti di maggioranza riuniti all'ora di cena per discutere soprattutto di scuola: «Se non aspettiamo, non ci daremo neanche la possibilità di capire gli effetti delle restrizioni imposte». Restrizioni che il presidente del Consiglio considera già molto dure e su cui vuole valutare l'andamento della curva almeno fino alla seconda metà della prossima settimana, a ridosso della scadenza dei 15 giorni canonici che servono a produrre le conseguenze epidemiologiche delle chiusure serali di bar e ristoranti, dei coprifuoco locali, della didattica a distanza nella stragrande maggioranza delle scuole superiori. Prima del prossimo decreto firmato Conte che potrebbe ispirarsi al modello di Macron (stretta su negozi, ristoranti, centri commerciali), la leva sull'inasprimento, secondo il governo, deve rimanere in mano alle Regioni. E così si procederà nelle prossime ore. Dai governatori dovrebbe passare la decisione imminente di chiudere intere aree territoriali, creare zone più o meno rosse, con lockdown localizzati dove i focolai fanno più paura. Soprattutto nelle grandi aree metropolitane, Milano e hinterland, Napoli e Caserta, Genova, Bari, Torino. È l'indicazione che si rispecchia nel dossier settimanale dell'Iss e che punta alcune regioni prima di altre: Lombardia, Campania e Piemonte su tutte, dove il virus picchia più duro. Ma preoccupa anche il Veneto, la Valle d'Aosta, Bolzano, e al Sud la Puglia e la Calabria, la più fragile sulla sostenibilità del sistema sanitario. Sullo stato del Mezzogiorno, e sui possibili contraccolpi negli ospedali, c'è una riflessione in corso che incrocia la volontà dell'ala più rigorista del governo e del Comitato tecnico scientifico di procedere con lo stop agli spostamenti da e per le regioni più in difficoltà. Un'opzione che deve essere maneggiata con grande cautela per evitare il ripetersi degli spostamenti di massa che provocò la chiusura improvvisa della Lombardia agli inizi di marzo. In tal caso, il governo dovrà trovare il modo di mandare un messaggio per scongiurare il rischio che il contagio venga portato dentro le mura familiari del Sud. I lockdown localizzati, che sarebbero comunque concordati con il governo, avrebbero l'obiettivo di rendere minimi i contatti, abbattere la mobilità, chiudere negozi e attività non essenziali, sbarrare le scuole. I governatori si stanno già muovendo autonomamente. E dal Piemonte, le Marche, la Campania è proprio sulle scuole che ci sono le pressioni maggiori per chiudere. E nel governo comincia a profilarsi l'ipotesi di estendere la didattica a distanza anche alle scuole medie, a partire dalle aree più in crisi. Il timore che tutto quello che avviene attorno agli edifici scolastici - dai trasporti, agli assembramenti tra ragazzi all'ingresso e all'uscita - stia alimentando il contagio è diventato ormai una certezza tra scienziati e ministri. La titolare all'Istruzione Lucia Azzolina in difesa del primo ciclo vorrebbe impugnare i provvedimenti della Puglia e della Campania, che hanno sospeso le attività didattiche in presenza di tutti i livelli scolastici, comprese elementari e medie. «Impossibile» è stata la sintesi della riunione tra i capidelegazione. D'altronde, è il Dpcm a consegnare alle Regioni questo potere. Allo stesso tempo, però, è l'altra riflessione partorita dal confronto con il premier, va evitato che ognuno si muova in ordine sparso senza un coordinamento nazionale. Assediato dalle richieste di un maggiore coinvolgimento parlamentare e delle opposizioni, Conte è pronto a concedere una sorta di bicamerale sul Covid. Ieri ha inoltrato ai presidenti di Camera e Senato la richiesta «di individuare in piena autonomia la sede e le modalità più adatte» per offrire «un'interlocuzione costante» tra il governo e il Parlamento «sulla gestione della pandemia». «Un confronto immediato», si augura, in vista di «eventuali nuovi Dpcm». Intanto, il 4 sarà in Aula. Restano 72 ore per convincerlo ad anticipare le prossime strette. 

ALBERTO VILLANI:«Ospedali in tilt? Colpa dei troppi tagli alla sanità»



Intervista di Paolo Russo 

Come siamo finiti a questo punto? «La responsabilità è degli irresponsabili», taglia corto il professor Alberto Villani, Responsabile pediatria del "Bambino Gesù" e membro del Cts. Che dopo aver tirato le orecchie agli allergici a mascherina e distanziamento, punta il dito altrove, a chi «per anni ha tagliato sanità, scuola e trasporti e ora si stupisce che non tengano all'onda d'urto di una pandemia». 

Il virus sembra diffuso ovunque. Ha ancora senso parlare di zone rosse locali? 

«Dobbiamo proseguire con il metodo italiano, che finora ha funzionato: monitorare attentamente la situazione e intervenire tempestivamente dove occorre. Se in alcune aree o in tutto il Paese è presto per dirlo. Vedremo il 4 novembre, quando dovrebbero iniziare a incidere le misure già adottate. Che qualcuno ha giudicato eccessive e che oggi si capisce quanto fossero necessarie». 

Sempre più regioni chiudono le scuole. È lì il pericolo? 

«Le scuole sono uno dei luoghi più sicuri perché hanno regole rigide e c'è chi le fa rispettare. Infatti solo il 3, 8% dei focolai si trova in ambienti scolastici. Purtroppo siamo alle solite, se non si rispettano le regole fuori non ci si deve poi stupire che il virus entri in aula». 

Dopo le follie estive il virus si è diffuso maggiormente tra i ragazzi. Sono loro a trasmetterlo in famiglia ora? 

«Difficile dirlo. Sappiamo però che nell'età evolutiva ci si contagia e si trasmette il virus. A fare la differenza non è solo l'età, ma anche la carica virale. Se è alta anche un bambino piccolo può essere molto contagioso. Per questo dobbiamo proteggere i nonni quando andiamo a trovarli. Dimostrando loro l'affetto indossando la mascherina e mantenendo la distanza. È dura, ma in questo momento è il modo migliore per dirgli "ti voglio bene"». 

Gli ospedali sono sotto pressione. Rischiamo un'epidemia tra i pazienti no Covid tagliati fuori dall'assistenza? 

«Ecco il vero problema. Ma dobbiamo far capire che gli ospedali sono luoghi sicuri, con percorsi separati. Chi ne ha realmente bisogno non deve esitare a recarvisi. Ma dobbiamo trovare nuove modalità di assistenza sul territorio. Molti positivi con sintomi non gravi dovrebbero essere seguiti a casa senza intasare reparti e pronto soccorso. Sui letti delle terapie intensive voglio dire una cosa: inutile comprare 10 aerei se poi si hanno solo tre piloti per farli volare. Abbiamo bloccato le assunzioni per anni ora non possiamo pensare di rimediare in cinque mesi». 

Quanto può incidere un nuovo lockdown sui minori? 

«La chiusura non fa bene. Va tutelato chi già vive situazioni di disagio. Violenze domestiche e degrado sociale si acutizzano in condizioni come queste. I servizi sociali mantengano alta la guardia. 

venerdì 30 ottobre 2020

In 24 ore oltre 31.000.Rischio alto in 11 regioni.Vicino nuovo lockdown



di Paolo Russo 

«L'epidemia in Italia è in ulteriore peggioramento, con un numero di casi segnalati quasi raddoppiato rispetto alla settimana del 12-18 ottobre, compatibile con uno scenario di tipo 3, ma in evoluzione verso quello di tipo 4». Che come contromossa prevede appunto il lockdown. A certificarlo stavolta sono i numeri nudi e crudi del monitoraggio settimanale dell'Istituto superiore di sanità e ministero della Salute per il periodo 19- 25 ottobre. Diecimila contagi fa insomma, visto che siamo passati da 21mila a 31.084 contagi, 199 morti in un giorno e oltre 500 ricoverati in più nelle terapie intensive. L'indice di contagiosità nazionale, l'Rt, è salito da 1,49 a 1,70, ben oltre quell'1,5 considerato il confine oltre il quale si entra in zona rossa. E nello scenario 4 sono già 5 regioni: Calabria, Emilia Romagna, Lombardia , Piemonte e Bolzano. Secondo il report altre regioni sono a un livello di rischio «alto, con probabilità alta di progressione». Ossia, pur collocandosi in uno scenario meno difficile hanno più probabilità che la crescita della curva epidemica finisca per far collassare i sistemi sanitari. Tra queste, oltre a Calabria, Lombardia e Piemonte, anche Puglia, Sicilia e Toscana. E a proposito di resilienza degli ospedali il monitoraggio indica che 15 regioni su 21 hanno un'alta probabilità di superare nel prossimo mese la soglia critica del 30% di posti letto occupati da pazienti Covid nelle terapie intensive. In questo quadro per gli estensori del report «sono necessarie misure, con precedenza per le aree maggiormente colpite, che favoriscano una drastica riduzione delle interazioni tra le persone e che possano alleggerire la pressione sui servizi sanitari, comprese restrizioni nelle attività non essenziali e della mobilità». In pratica un invito al lockdown temperato che l'ala rigorista del Governo pensa di emanare entro il 9 novembre.Ma se nella maggioranza non mancano le resistenze, anche tra gli esperti del Cts non tutti la pensano allo stesso modo. C'è chi crede che si debba aspettare ancora qualche giorno per vedere se gli ultimi due Dpcm riescano a raffreddare la crescita dei contagi, che non è accompagnata da una altrettanto forte impennata dei ricoveri. L'altro fronte replica sia ricordando che gli ospedali sono già sotto stress, sia mostrando grafici in cui la curva non si piega più di tanto né con le mascherine all'aperto né con i coprifuoco. Una divisione che ricalca quella nel governo, tra chi punta su strette locali, magari anticipate dagli enti locali e chi ritiene inevitabile un lockdown, anche se temperato. Lasciando aperte fabbriche, aziende agricole, negozi di beni essenziali e le scuole di grado inferiore. Che è poi quanto di fatto messo nero su bianco dagli estensori del report e ribadito ieri dal presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro e da quello del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli. Che sulla scuola è stato chiaro: «è una priorità e saranno fatti tutti gli sforzi per mantenerla aperta». «Ovviamente con qualche adattamento», ha aggiunto. Facendo capire che per i più grandi la didattica a distanza sostituirà in tutto e per tutto quella in presenza.

Terapie intensive vicine al tracollo.In tutta Italia sono rimasti solo 477 letti


di Paolo Russo

Le terapie intensive sono già in riserva con soli 477 letti al momento disponibili per i malati Covid senza rischiare di far collassare le emergenze. In Lombardia, Campania, Umbria e Valle d'Aosta quel 30% dei letti che secondo gli esperti dell'Iss può essere riservato ai pazienti Covid è già finito. Inoltre, continuando al ritmo di oltre cento ricoveri al giorno, anche nel resto d'Italia tra non più di dieci giorni si accenderà la spia rossa se le Regioni non schiacceranno il piede sull'acceleratore, attivando al più presto i 1.300 letti per i quali il commissario Domenico Arcuri ha già pronti in magazzino i macchinari.Tutto questo mentre si scopre che dei 1.044 cantieri per la messa in sicurezza degli ospedali nemmeno uno ha aperto i battenti e che, come informano dalla stessa struttura commissariale, ci vorranno in media due anni per realizzarli. Intanto però nei nostri nosocomi mancano spesso percorsi separati e pronto soccorso dedicati per pazienti Covid e non Covid, col rischio di trasformare i luoghi di cura in focolai, come durante la prima ondata epidemica. Per non parlare dei posti letto nei reparti ordinari. Qui i posti occupati dai contagiati sono quasi 16mila sui 190mila complessivi, all'80-90% occupati da altri pazienti. Tanto che molte Regioni hanno già dato indicazione di sospendere interventi e ricoveri programmati. Il problema però è che si potrebbero dover fare scelte dolorose anche nelle terapie intensive. «Potremmo essere messi nelle condizioni di dover rinviare quegli interventi chirurgici importanti, che richiedono un trattamento post operatorio nelle intensive. E anche gestire le emergenze legate a ictus e infarti sarà molto complesso», spiega il professor Massimo Antonelli, direttore della terapia intensiva del Gemelli di Roma e componente del Comitato tecnico scientifico (Cts). La verità è nei numeri. Tra i 5.179 letti di terapia intensiva e i 1.913 nuovi posti attivati ad oggi, in tutto abbiamo 7.092 postazioni attive. Di queste, il 30%, ossia 2.128, può essere riservato ai pazienti Covid senza che venga meno l'assistenza agli altri malati gravi. Tolti i 1.651, a ieri già occupati dai contagiati gravi, resta una riserva di soli 477 posti. Quasi esaurita in Piemonte e Lombardia. E se è vero che diverse Regioni hanno deliberato la destinazione di altri letti ai pazienti Covid, ciò avviene però in larga misura sottraendo posti agli altri, perché dai dati forniti dalla struttura commissariale di nuovi letti negli ultimi 15 giorni ne sono stati attivati 464. Negli altri reparti, oltre alla carenza di letti, preoccupano le condizioni di poca sicurezza in cui si lavora. «Qui al Cardarelli di Napoli abbiamo creato un'area per l'accesso dei casi sospetti, ma non abbiamo locali adatti a mantenere le distanze di sicurezza durante le ore di massimo afflusso», racconta Eugenio Gragnano, responsabile del week surgey ed esponente del sindacato medico Anaao Campania: «Siamo pochi ed è impossibile dedicarsi esclusivamente ai pazienti Covid. Così già oltre sessanta di noi sono in quarantena». «Bisogna creare delle bolle, meglio i Covid hospital interamente dedicati ai pazienti colpiti dall'infezione che la commistione pericolosa alla quale stiano assistendo», rimarca Carlo Palermo, segretario nazionale della stessa sigla dei camici bianchi ospedalieri: «Si facciano i pre-triage in tenda fuori degli ospedali e si ricoverino i positivi solo in quelli Covid». Una riorganizzazione che si sarebbe dovuto fare prima ma che ora non può più attendere .

Merkel:bisognava chiudere prima



«Arrivati a questo punto le chiusure sono l'unica scelta: avremmo dovuto agire prima, ma per i cittadini non sarebbe stato facile accettarlo. Hanno bisogno di vedere i letti degli ospedali pieni...». Quando Angela Merkel ha preso la parola, le telecamere della videoconferenza Ue hanno registrato lo stupore di diversi leader, increduli di fronti alla franchezza della cancelliera. Parole che registrano un'autocritica collettiva («Avremmo dovuto agire prima»), ma al tempo stesso anche un discutibile tentativo di autoassoluzione («I cittadini hanno bisogno di vedere i letti degli ospedali pieni»). Difficilmente Merkel lo ripeterebbe in pubblico. Il primo incontro in videoconferenza dei leader Ue sulla seconda ondata della pandemia è proseguito per due ore con uno scambio di opinioni sulle rispettive esperienze nazionali. Emmanuel Macron ha parlato del lockdown adottato in Francia, il premier slovacco ha raccontato del progetto di testare tutta la popolazione. Chi ha ascoltato gli interventi racconta che c'è stato «un ampio sostegno» alla strategia proposta da Ursula von der Leyen sui test rapidi e sui vaccini. Alcuni capi di Stato e di governo hanno chiesto a gran voce «una forte cooperazione a livello Ue», ma Giuseppe Conte ha messo le mani avanti: «Bisogna rispettare le competenze nazionali». Le parole del premier hanno sorpreso molti suoi colleghi: «Durante la prima ondata - ricorda in serata una fonte diplomatica - l'Italia era il Paese che più di tutti chiedeva un forte intervento Ue...». Di fronte all'impossibilità di controllare i contagi di questi giorni, se non attraverso le chiusure, i leader Ue hanno deciso di investire seriamente sui piani di tracciamento per evitare di commettere nuovamente gli stessi errori, scongiurando una terza ondata. Si fa molto affidamento sui test rapidi: la Commissione ha stanziato 100 milioni di euro per un acquisto congiunto dei kit che poi saranno distribuiti secondo le necessità. Charles Michel ha chiesto di accelerare la predisposizione dei piani nazionali per la vaccinazione, altrimenti c'è il rischio di farsi trovare impreparati quando arriveranno le prime dosi a inizio 2021. C'è stata anche la promessa di una maggiore solidarietà transfrontaliera per quanto riguarda le cure dei pazienti in terapia intensiva: alcuni Paesi sono già ai limiti . 

Conte pensa al modello Macron.Anche Orlando contro Azzolina

 



di Carlo Bertini e Ilario Lombardo 

Si torna sempre lì: alla scuola. Chiuderla o non chiuderla? Il dibattito scivola in uno scontro politico dopo la decisione del governatore della Puglia Michele Emiliano di fermare le lezioni in presenza. A tutti i livelli. La scuola è la prossima frontiera delle restrizioni. Lo sanno tutti: sbarrare le aule, come avvenuto ai primi di marzo, è la premessa del lockdown pieno. La data cerchiata in rosso è il 9 novembre. Quel giorno si consumeranno le due settimane di tempo che si è dato Giuseppe Conte per misurare l'effetto delle misure restrittive introdotte nell'ultimo Dpcm. È già chiaro che non basta. Non con la curva del contagio che continua a impennarsi. E infatti è un'altra la data da tenere d'occhio. Mercoledì 4 novembre Conte sarà di nuovo in Parlamento, questa volta per dare comunicazioni «sulle misure necessarie a fronteggiare la pandemia», con tanto di voto finale che avrà come effetto quello di misurare i nervosismi della maggioranza. L'Aula potrebbe però anche prestarsi all'annuncio delle nuove misure. Gli scienziati concordano sul fatto che serva un passo in più, imitare quanto fatto da Emmanuel Macron, anche perché tra una settimana potremmo ritrovarci con le stesse cifre. E proprio di modello francese si parla apertamente nel governo: resterebbero aperti solo i negozi essenziali (alimentari innanzitutto), le fabbriche (per non spezzare le filiere da cui dipende il sistema sanitario), e le scuole primarie. Si farebbe di tutto per tenere in funzione elementari e medie, come deciso dall'Eliseo, e da Angela Merkel in Germania. Mentre verrebbe confermata la didattica a distanza per superiori e Università. Su questo scenario è già in atto un duello che oppone chi teme i contagi a scuola, per tutto quanto vi gravita intorno - trasporti, assembramenti all'esterno -, e chi difende l'importanza sociale di avere gli alunni fino a 14 anni in presenza. Tenerli in casa costringerebbe i genitori a non lavorare o, per i più fortunati, a farlo in smart working. Nel governo, e tra gli esperti che supportano le scelte politiche tra Palazzo Chigi e ministero della Salute, la linea non è univoca. A difesa delle scuole aperte si esprimono il commissario straordinario Domenico Arcuri, «fermamente contrario» all'ordinanza della Puglia, e Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità e componente del Cts. «La scuola - sostiene - è l'esempio che meno contribuisce al rischio contagio», mentre lo stesso discorso non vale per i trasporti. Anche in caso di lockdown, è la tesi della ministra Lucia Azzolina, il primo ciclo dovrà essere mantenuto in presenza, a differenza di quanto stabilito da Emiliano in Puglia. L'orientamento di Conte, al momento, sarebbe di non dare un'indicazione nazionale e di lasciar fare alle Regioni. Saranno loro, se lo riterranno necessario, ad assumersi la responsabilità di chiudere le aule come ha fatto il governatore pugliese, che aveva preannunciato la decisione in una breve lettera alla ministra dell'Istruzione in cui dichiarava di avere già 417 studenti positivi. Ma proprio facendo leva su questo numero, che considera residuale rispetto a una popolazione studentesca pugliese di 562 mila ragazzi, Azzolina chiede a Emiliano di ripensarci: «Si riaprano al più presto le scuole, evitando conseguenze gravi». La risposta del governatore è secca: «È una mia prerogativa». Effettivamente è così, come alla ministra ricordano il collega del Pd Dario Franceschini e il vicesegretario Andrea Orlando: «ll Dpcm prevede che le Regioni debbano assumere ulteriori misure necessarie. I ministri che criticano l'esercizio di questi poteri - attacca Orlando - evidentemente non hanno letto il Dpcm o non lo condividono». Toni indispettiti che rendono l'idea di quanto lo scontro sulla scuola sia sconfinato nella politica. Lo dimostra l'attacco a sorpresa sferrato dal capogruppo del Pd Andrea Marcucci, che in Senato chiede al premier un rimpasto, senza averlo concordato con il segretario Nicola Zingaretti. «Valuti se i singoli ministri sono adeguati all'emergenza, apra la verifica, abbiamo bisogno di una maggioranza coesa», dice Marcucci evidentemente rivolto ad Azzolina e non solo. Una sortita subito sconfessata da Zingaretti: «Il sostegno a questo governo e ai suoi ministri è pieno e totale. Non in discussione».Il segretario del Pd si precipita a difesa di Conte, anche per allontanare i sospetti su possibili saldature tra i dem e Matteo Renzi. Al Nazareno sono infuriati, i parlamentari vicini a Zingaretti insinuano che Marcucci, da sempre vicino al leader di Italia Viva, spinga per un rimpasto e miri a diventare ministro, (della Scuola o della Sanità), così come Renzi. Risultato: «Dopo questa uscita, il governo è ancora più inamovibile», sentenziano dal Pd. 

PIERLUIGI LOPALCO:«A scuola impennata di contagi.Per arginarli abbiamo chiuso»



Intervista di Niccolò Carratelli 

La scuola è un «fattore facilitante per la diffusione del virus», fermare la didattica in presenza per tutti gli studenti pugliesi è stata una decisione «sofferta ma necessaria». Pierluigi Lopalco la difende con forza, da epidemiologo prima ancora che da assessore regionale alla Sanità. 

Dice che lo stop era necessario, eppure l'aumento dei contagi in Puglia non è sostenuto come altrove, no? 

«Con i 716 nuovi casi di ieri, la Puglia ha raggiunto la soglia dei 10mila positivi. A marzo-aprile avevamo appena superato i 4mila. Purtroppo bisogna anticipare le mosse del virus, non inseguirle. La decisione di interrompere momentaneamente la didattica in presenza, sofferta quanto necessaria, ha un fondamento epidemiologico e pragmatico e cioè mitigare l'impatto della pandemia. Le attività scolastiche, oltre a rappresentare di per sé un rischio di diffusione virale, per tutto quello che avviene prima, durante e dopo la scuola, hanno nelle ultime settimane registrato un numero di casi tale che ci ha indotto a prendere questo provvedimento». 

Gli studenti contagiati finora sono meno di 500, a fronte di una popolazione studentesca di 562 mila bambini e ragazzi. Sono numeri allarmanti? 

«La scuola è un aggregatore sociale e, a prescindere se il contagio avvenga nelle aule o al di fuori di esse, rappresenta un fattore facilitante per la diffusione del virus. Da quando è partita l'attività didattica, il 24 settembre, abbiamo registrato 1121 casi di positività fra la popolazione di età 6-18 anni, l'11% dei casi totali. Questa percentuale era del 6% nella settimana dal 17 al 22 settembre e dell'8% nella prima settimana di apertura della scuola. L'aumento della proporzione di casi in quella fascia di età è, dunque, sicuramente contemporaneo alla riapertura della scuola». 

Molti, in primis la ministra dell'istruzione Lucia Azzolina, hanno detto che la vostra decisione è dettata piuttosto da un deficit di gestione della sanità. È così? 

«Chiedo alla ministra Azzolina di evitare atteggiamenti inutilmente ideologici nei confronti della didattica in presenza a tutti costi. La gestione sanitaria dei casi comparsi nelle scuole ha generato un carico di lavoro enorme: migliaia di persone in isolamento fiduciario di almeno 10 giorni per contatto stretto, con tutti i disagi a carico delle famiglie, specie quando in quarantena finiscono i più piccoli. Ma significa anche migliaia di ore di lavoro per gli operatori dei dipartimenti di prevenzione, perché devono effettuare i tamponi, la sorveglianza sanitaria e le attività di tracciamento, a cui si aggiunge l'impatto sui laboratori per l'analisi dei tamponi. Inoltre nelle ultime settimane i pediatri sono stati presi d'assalto dalle centinaia di genitori che avevano bisogno dei certificati per la riammissione a scuola dei figli». 

Crede che il ritorno a scuola sia stato organizzato male dal punto di vista della sorveglianza sanitaria? Troppi adempimenti per le famiglie, le Asl e i pediatri? Si poteva fare diversamente? 

«Probabilmente sì. In un momento di emergenza si sarebbe dovuto avere un atteggiamento meno difensivo, abolendo certificazioni e richieste di tamponi inutili». 

In Francia, dove ad oggi i contagi sono peggiori dei nostri, hanno chiuso quasi tutto ma non le scuole. Come spiega questa valutazione opposta? 

«Avranno fatto le loro valutazioni e avranno risposto alle loro pressioni sociali». 

In Puglia c'è il rischio di ulteriori restrizioni rispetto all'ultimo Dpcm? L'ipotesi di lockdown localizzati è concreta? 

«Stiamo cercando di anticipare la crescita incontrollata dei contagi. Speriamo di non averne bisogno» .

Boom di contagi, Arcuri: frenare curva:«Lockdown soft entro il 9 novembre»

 


di Paolo Russo 

Gli esperti lo vanno ripetendo da tempo ma ora anche il governo è convinto: un nuovo lockdown, magari un po'più mitigato rispetto a quello di primavera, è oramai inevitabile. Il giorno segnato sul calendario con il cerchio rosso è il 9 novembre. Per quella data un nuovo Dpcm chiuderebbe tutto, probabilmente per un mese, lasciando aperte fabbriche, scuole materne ed elementari, aziende agricole, negozi alimentari, farmacie ed altri esercizi che vendono beni essenziali. Non ci si potrebbe muovere da casa propria senza un'autocertificazione che ne attesti la necessità per motivi di lavoro, salute o per fare la spesa. Se la curva dei contagi dovesse impennarsi ancora il dado potrebbe essere tratto però anche prima. Ieri i contagi sono continuati a salire, anche se in misura meno ripida, passando da 24. 991 a 26. 831, con altri 115 letti occupati nelle terapie intensive e 983 nei reparti di medicina, entrambi sotto stress. Anche i morti continuano a salire, ieri altri 217 contro i 205 del giorno prima. Una crescita destinata a non finire qui, perché le vittime di oggi sono le persone che si sono ammalate circa un mese fa, quando i contagi erano dieci volte meno. Ed anche a questi numeri guarda più di un ministro, consapevole dell'onda emotiva che potrebbe generare un ritorno ai drammatici numeri di marzo sui decessi. Però nella crescita della curva epidemica c'è anche chi intravede un primo spiraglio di luce. Il fisico e divulgatore scientifico Giorgio Sestili ha analizzato i numeri dell'ultima settimana rilevando che i contagi ora impiegano più tempo a raddoppiare. «Credo sia frutto dei primi Dpcm, ma soprattutto di una nostra maggiore attenzione nei comportamenti» è la sua ipotesi. Ma la realtà dei numeri di oggi continua a spaventare. «I contagiati sono 8 volte di più rispetto a 21 giorni fa, la progressione dell'Rt determina un raddoppio ogni settimana. Ogni numero vale più di mille parole», sembra quasi voler replicare il commissario Domenico Arcuri nel nuovo appuntamento settimanale per fare il punto sull'approvvigionamento sanitario. Una conferenza stampa dove di numeri ne ha sciorinati tanti, annunciando di voler portare a 200mila il fuoco quotidiano dei tamponi (obiettivo ieri già raggiunto) e di partire da lunedì con altri 100mila test rapidi antigenici, «arrivando così a uno screening quotidiano 300mila italiani». Sulle terapie intensive ha insistito sul fatto che i macchinari già acquistati consentiranno di portare a oltre 10mila i letti disponibili. Anche se poi le sue stesse tabelle mostrano che di attivi oggi ce ne sono tremila di meno, con un tasso di occupazione da parte dei pazienti Covid vicino a quel 30% considerato limite di guardia dall'Iss. Ma Arcuri è sembrato quasi voler lanciare un lungo appello agli italiani affinché comprendano perché presto sarà necessario fare di più. «Stiamo vivendo un nuovo dramma, vi supplico, non date retta a chi dice non è vero. Dobbiamo raffreddare la crescita della curva epidemica perché a questi ritmi nessun sistema sanitario è in grado di reggere», dice senza giri di parole. Per poi ammettere che le misure dell'ultimo Dpcm sono «la minima combinazione di soluzioni possibili» e che «servirà qualche altro ingrediente». Quale lo lascia capire lanciando l'appello «a muoverci tutti meno possibile». Bacchettando subito dopo il governatore pugliese Michele Emiliano sulla chiusura delle scuole, «che sono un valore assoluto non negoziabile», afferma facendo capire che almeno i più piccoli saranno risparmiati dal lockdown che verrà. Scelta dolorosa, che l'ala possibilista del governo vorrebbe ancora evitare. Ma che presto potrebbe diventare inevitabile, salvo voler mettere tutta Italia in quarantena. «Oggi abbiamo 26 mila casi per ognuno di loro dobbiamo tracciare almeno 10 persone. Se il trend è questo- ha spiegato Arcuri- tra 10 giorni dovremo tracciare 2 milioni e 600 mila contatti, tra poco più di 20 giorni tutti gli italiani». Come dire: se il lockdown non lo farà il governo lo imporrà il virus .